Se non vedete segni e prodigi, voi non credete. Gesù parla così ad un funzionario del re che lo supplica di guarire suo figlio morente. Parole dure? Dipende, dipende da come te lo immagini questo Gesù. Il Vangelo ci dice che era a Cana, all’una, magari a pranzo in casa degli sposi, quelli del vino… Come sarà stato il suo volto mentre parlava a quell’uomo disperato? Io me lo immagino con un mezzo sorriso tra complicità e rimprovero, come quando vuoi riprendere senza ferire un bimbo che ne ha combinata una delle sue. Magari gli passa pure una mano tra i capelli, scompigliandoli, e dice “Voi se non vedete prodigi proprio non ci credete, vero? Va’, tuo figlio vive!” E quell’uomo torna a casa, con nulla in mano, ripetendosi solo “credici, credici”. E il batticuore e la strada che non finisce mai… Gli avran ceduto le gambe al veder da lontano i servi venirgli incontro per poi sentirli ripetere le parole di Gesù: tuo figlio vive! E allora vede, verifica, constata, confronta: il figlio è guarito nel momento stesso in cui, il giorno prima, Gesù ha parlato. Perché noi siam tirati tra spazi e tempi, tra corse e attese, a macinar chilometri con l’orologio in mano, in ansia per una risposta che ci toglie il sonno, per una distanza che vorremmo già colmata. Lui no, Lui semplicemente è. Lui è a Cana, a pranzo, sereno con gli sposi, a ridere facendosi raccontare di come avevano dimenticato il vino alle nozze. E se lo interrompi mentre pranza ti ascolta, ti sorride e ti dice “credici e va’, va’ tranquillo, percorri i chilometri e fa’ passare i giorni e poi vedrai. Vedrai che già ora io ti ho detto sì”.
Gv 4, 43-54
