Un solo sorriso

da Dili, Timor Est   Dicono che siamo otto miliardi quaggiù, senza contare quelli dell’aldilà e poi gli angeli e gli arcangeli e innumerevoli altre creature. Eppure un solo nostro pensiero, un solo nostro gesto di pentimento, un solo desiderio di ricominciare a credere senza scoraggiarci, è sufficiente a cambiare l’umore del cielo intero e, chissà, forse anche della terra. Siamo così convinti di non essere mai notati, guardati e capiti, che le parole di Gesù di oggi non hanno effetto su di noi. La verità è che ogni volta che ci rialziamo e ricominciamo da capo a convertirci e credere d’essere importanti per Lui, tutto cambia in cielo e in terra. Tutto cambia per Lui. Come un solo sorriso di un figlio adolescente ripaga dei novantanove giorni in cui è rientrato in casa incuffiato e muto, abbandonando la cartella sudicia di fumo all’ingresso e scomparendo in camera fino a sera.

Lc 15,1-10    si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro».
Ed egli disse loro questa parabola: «Chi di voi, se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va in cerca di quella perduta, finché non la trova? Quando l’ha trovata, pieno di gioia se la carica sulle spalle, va a casa, chiama gli amici e i vicini e dice loro: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora, quella che si era perduta”. Io vi dico: così vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di conversione.
Oppure, quale donna, se ha dieci monete e ne perde una, non accende la lampada e spazza la casa e cerca accuratamente finché non la trova? E dopo averla trovata, chiama le amiche e le vicine, e dice: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la moneta che avevo perduto”. Così, io vi dico, vi è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte».

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Se tutto procede in modo regolare, a metà novembre rientrerò in Italia per circa un paio di mesi. Come sempre, sarò felice di incontrare chiunque lo desideri. Può essere un incontro con un gruppo o un semplice caffè. L’unica cortesia che vi domando è di essere voi a organizzare e proporre una data, per semplificarmi il calendario e la risposta.

Con lui sempre

da Dili, Timor Est    Qui essere italiani significa due cose: Papa e calcio. Sulla prima me la cavo, ma con la seconda è un disastro dato che mi interesso di calcio solo ai mondiali. Non si può essere tifosi soltanto un po’, così come non si può essere discepoli solo un pochino. Discepolo lo si è costantemente, altrimenti si è semplici simpatizzanti, credenti occasionali, osservatori a distanza. La pagina di oggi, al di là delle espressioni forti, ci chiede questo: Gesù è entrato nella nostra vita e ne fa parte realmente? Possiamo immaginare la nostra vita scorrere tranquillamente senza di lui, oppure senza di lui tutto cambierebbe? Il discepolo rinuncia ad avere delle parti della vita dove Gesù non entra. Il discepolo vive ogni cosa, anche le relazioni più importanti, alla presenza di Gesù. Anzi, più importanti sono le relazioni più importante è viverle in Gesù, secondo il suo modo di amare. Penso a Simon Pietro, con sua moglie e i bambini e la sua casetta sulla riva del lago di Galilea. Come visse la relazione con Gesù? Si divise il tempo e il cuore tra famiglia e Gesù? Fu un discepolo rubato alla famiglia o un papà rubato al Maestro? Il Vangelo racconta che Pietro lo portava in casa sua, tutta la sua famiglia era illuminata dalla presenza di Gesù. Essere discepoli non significa scartare qualcuno e preferirgli Gesù ma vivere ogni affetto attraverso i suoi occhi, imparando da lui cosa significhi amare fino a dare la vita.

Lc 14,25-33 una folla numerosa andava con Gesù. Egli si voltò e disse loro:
«Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo.
Chi di voi, volendo costruire una torre, non siede prima a calcolare la spesa e a vedere se ha i mezzi per portarla a termine? Per evitare che, se getta le fondamenta e non è in grado di finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo: “Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro”.
Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? Se no, mentre l’altro è ancora lontano, gli manda dei messaggeri per chiedere pace.
Così chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo».

Oggi ricordiamo San Carlo Borromeo. Nato principe secondo il sangue, lo divenne nello spirito, usando tutti i suoi beni terreni per compiere opere d’amore ancora vive. Tutti, anche i ricchi, possono essere discepoli di Gesù se rinunciano a tutti i loro averi e ne fanno strumenti d’amore.

Alla festa dell’oltre

da Dili, Timor Est   Ieri ho partecipato a una grande festa. Ai margini della strada, vicino alla riva del mare, stava un piccolo cimitero. Non ero tra gli invitati ma non c’erano porte e, con un po’ di titubanza, sono entrato. Avevo in mano le candele da accendere in suffragio di tutti i miei defunti e ho chiesto a un ragazzino dove fosse il braciere. Mi ha accompagnato all’interno del cimitero e così mi sono trovato nel cuore della festa. Ovunque erano candele accese ai piedi delle croci, su mucchi di petali di bouganville. I bambini saltavano tra le tombe dei nonni o dei fratelli maggiori. Poi ha iniziato a girare la voce “malae, malae”, c’è uno straniero e ha una macchina fotografica al collo. “Mister, photo please”, hanno iniziato a chiedermi foto ricordo in questo giorno di festa e di comunione con chi è già nell’aldilà. Le ragazze si facevano belle davanti al mio obiettivo mentre i bimbi giocavano con le candele e gli anziani pensosi sospiravano. Queste persone, mi dicevo, affrontano le fatiche e la morte senza scansarla. Attraversano il dolore come questa strada il cimitero, per arrivare al mare. Piangono quando c’è da piangere e ridono quando c’è da ridere. Pensavo a voi e vi avrei voluto qui, in questo fuoco, in questa luce, tra queste tombe, tra le voci dei bambini e la polvere che ricordava cosa siamo e cosa saremo, mentre lontano il mare, col suo respiro, annunciava a tutti che c’è un oltre.

Lc 14,15-24    uno dei commensali, avendo udito questo, disse a Gesù: «Beato chi prenderà cibo nel regno di Dio!».
Gli rispose: «Un uomo diede una grande cena e fece molti inviti. All’ora della cena, mandò il suo servo a dire agli invitati: “Venite, è pronto”. Ma tutti, uno dopo l’altro, cominciarono a scusarsi. Il primo gli disse: “Ho comprato un campo e devo andare a vederlo; ti prego di scusarmi”. Un altro disse: “Ho comprato cinque paia di buoi e vado a provarli; ti prego di scusarmi”. Un altro disse: “Mi sono appena sposato e perciò non posso venire”.
Al suo ritorno il servo riferì tutto questo al suo padrone. Allora il padrone di casa, adirato, disse al servo: “Esci subito per le piazze e per le vie della città e conduci qui i poveri, gli storpi, i ciechi e gli zoppi”.
Il servo disse: “Signore, è stato fatto come hai ordinato, ma c’è ancora posto”. Il padrone allora disse al servo: “Esci per le strade e lungo le siepi e costringili ad entrare, perché la mia casa si riempia. Perché io vi dico: nessuno di quelli che erano stati invitati gusterà la mia cena”».

Oltre

da Dili, Timor Est    Nell’antica cultura di questo paese, Dio non ha un volto né un nome preciso. Ciò che però è certa è l’esistenza oltre la morte. Una certezza assoluta, al punto che la vita quaggiù si svolge sotto il costante sguardo di chi è già passato oltre, uno sguardo che a volte è addirittura temuto. Qui nessuno mette in dubbio che i propri cari siano vivi e non semplicemente spariti. Ciò che si teme, ciò di cui ci si preoccupa, è che stiano bene e che siano in pace con noi. E mentre in Occidente cerchiamo con il cervello di convincerci che qualcosa possa esistere oltre la materia, qui tutti gli sforzi sono concentrati nel cogliere i messaggi che giungono dall’aldilà. Se da noi è tutto un “chissà, forse”, qui non è inusuale sentir dire che “il nonno si è arrabbiato; la mamma mi ha perdonato; mio padre dice che posso partire”. Ed è meglio non sorridere e non chiamarla ingenuità, perché forse è più ingenuo credere che tutto finisca con l’ultimo respiro del corpo. Il respiro, lo spirito, non cessa mai, semplicemente si sposta. Chi non ha perso l’uso dei sensi interiori può continuare a udirne i messaggi.

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Commemorazione di tutti i defunti   Gv 6,37-40   Gesù disse alla folla:
«Tutto ciò che il Padre mi dà, verrà a me: colui che viene a me, io non lo caccerò fuori, perché sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato.
E questa è la volontà di colui che mi ha mandato: che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma che lo risusciti nell’ultimo giorno.
Questa infatti è la volontà del Padre mio: che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno».

Santità

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da Dili, Timor Est    Ho dovuto attraversare un cimitero per arrivare in riva a questo meraviglioso mare. Un po’ come nella vita, bisogna attraversare molte difficoltà e vedere molto male. Se si resiste, si giunge alla riva della pace. Forse è questa la santità, forse questi sono i santi: coloro che hanno attraversato e visto molte tribolazioni, proprie e altrui, e non hanno perso né fede né speranza né amore.

Tutti i santi    Mt 5    vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:
«Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati quelli che sono nel pianto,
perché saranno consolati.
Beati i miti,
perché avranno in eredità la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi,
perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore,
perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per la giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».

La strada

da Dili, Timor Est  Da dove verrà questo bisogno di primeggiare? Forse dalla legge della natura e della sua selezione spietata. Fatto sta che non guariremo mai dal bisogno di cercare il primo posto, di ricevere onori e attenzioni. Siamo in costante competizione dal primo istante di vita. Abbiamo paura di valer di meno, di restare indietro. Se fossimo certi di avere un nostro valore personale, non saremmo in gara con colleghi, amici e persino familiari o fratelli di fede, in un costante feroce confronto. La fame, la fame ci rende disposti a scavalcare chiunque. Fame di ricevere un po’ d’attenzione. Se sapessimo con quanta cura è preparato il nostro posto nel mondo, attimo per attimo, smetteremmo di controllare gli altri, di temere che ce lo rubino semplicemente perché non possono farlo. Ognuno ha il suo percorso da compiere, le sue tappe, la sua strada su questa terra. Del resto, dicono che umiltà venga da humus, terra. Umile è chi percorre il proprio cammino, passo dopo passo, sulla strada dove Dio l’ha messo. Senza avversari da superare. Strada facendo, predicate che il regno dei cieli è vicino. Guarite i malati, sanate i lebbrosi, risuscitate i morti, cacciate i demoni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date.

Lc 14,7-11 Diceva agli invitati una parabola, notando come sceglievano i primi posti: «Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto, perché non ci sia un altro invitato più degno di te, e colui che ha invitato te e lui venga a dirti: “Cédigli il posto!”. Allora dovrai con vergogna occupare l’ultimo posto. Invece, quando sei invitato, va’ a metterti all’ultimo posto, perché quando viene colui che ti ha invitato ti dica: “Amico, vieni più avanti!”. Allora ne avrai onore davanti a tutti i commensali. Perché chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato».

Illimitato

da Dili, Timor Est      Glielo avevano messo lì, a pranzo, servito su un piatto d’argento questo omone idropico, gonfio di liquidi. Usavano un povero malato, nel giorno del Signore, per provocare Gesù. Non c’era bisogno di nessuna provocazione, ma solo di un po’ di cuore e di tanta logica: Chi di voi, se un figlio gli cade nel pozzo, non lo tira fuori di sabato? La religione può magari chiedere eroismi, ma mai può essere contro la ragione. Il cervello umano, non dimentichiamolo, è una delle più belle creature di Dio. Come si potrebbe, di sabato, pranzare tranquillamente in faccia a un malato ritenendo che Dio non permetta di guarirlo? Gesù, è bellissimo il tuo gesto di prenderlo per mano, guarirlo e congedarlo. Mandarlo via da quella casa dove era stato invitato solo come esca. Un’esca tanto grande quanto inutile, perché avrebbero dovuto già saperlo che Dio guarisce sempre e non vieta mai la compassione. Eppure è tanto comodo costruire dei limiti alla misericordia, trasformare l’amore in lavoro, dare orari anche a Dio così che, se Lui è in ferie, possiamo anche noi chiudere gli occhi di fronte ai bisogni altrui. Ma l’infinito, logicamente, non può essere limitato.

Lc 14,1-6   Gesù si recò a casa di uno dei capi dei farisei per pranzare ed essi stavano a osservarlo. Ed ecco, davanti a lui vi era un uomo malato di idropisìa.
Rivolgendosi ai dottori della Legge e ai farisei, Gesù disse: «È lecito o no guarire di sabato?». Ma essi tacquero. Egli lo prese per mano, lo guarì e lo congedò.
Poi disse loro: «Chi di voi, se un figlio o un bue gli cade nel pozzo, non lo tirerà fuori subito in giorno di sabato?». E non potevano rispondere nulla a queste parole.

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Oggi e domani, per te

da Dili, Timor Est      Oggi, domani e il giorno seguente è necessario che io prosegua a scacciare i demoni e guarire i malati. Ecco quello che faceva Gesù, era un liberatore da ogni forma di male e di malessere. Nulla poteva indurlo a smettere. Non ci riuscì Erode padre, quando era un piccolo bambino innocente, non ci riuscì Erode figlio. Chissà poi cosa avrà capito questo re della complessa risposta di Gesù. Somiglia a me, quando vado ad acquistare materiale edilizio accompagnato da un muratore indonesiano, che parla col cinese del negozio interpretato in tetun dai commessi timoresi accorsi numerosi allo spettacolo di un europeo che compra cemento anziché souvenir. Alla fine l’affare si fa ed è pure buono, in una gara tra volpi asiatiche e milanesi, dopo qualche fatica e molte risate. Anche noi leggiamo e rileggiamo questa pagina con la sensazione di non cogliere tutto eppure di capire. Ci piace seguire Gesù così misterioso e deciso, con un programma che non ha nulla a che fare con i nostri appuntamenti. Guarire e liberare a costo della vita, rimanendo in una città che non lo vuole. Il re ti voleva uccidere e il popolo rifiutava di essere raccolto sotto le tue ali. Nessuno ti voleva. Perché allora restavi? Per chi? Anche questo dell’amore non visto e non colto è un grande mistero. Come l’Eucarestia, rinchiusa nel tabernacolo di una chiesa vuota o il profumo del fiore in cima a una montagna. Perché? Per chi? Per te, nel caso ti fermassi. Dio è sempre pronto per te.

Lc 13,31-35     si avvicinarono a Gesù alcuni farisei a dirgli: «Parti e vattene via di qui, perché Erode ti vuole uccidere».
Egli rispose loro: «Andate a dire a quella volpe: “Ecco, io scaccio demòni e compio guarigioni oggi e domani; e il terzo giorno la mia opera è compiuta. Però è necessario che oggi, domani e il giorno seguente io prosegua nel cammino, perché non è possibile che un profeta muoia fuori di Gerusalemme”.
Gerusalemme, Gerusalemme, tu che uccidi i profeti e lapidi quelli che sono stati mandati a te: quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come una chioccia i suoi pulcini sotto le ali, e voi non avete voluto! Ecco, la vostra casa è abbandonata a voi! Vi dico infatti che non mi vedrete, finché verrà il tempo in cui direte: “Benedetto colui che viene nel nome del Signore!”».

Tutti

da Dili, Timor Est    Tutta la folla cercava di toccarlo, perché da lui usciva una forza che guariva tutti. Mi impressionano sempre queste parole. Tante volte è Gesù a toccare le persone malate ma qui il movimento è l’opposto. Tutti cercano di toccarlo perché da lui esce una forza che guarisce indipendentemente dalla sua volontà. Come un profumo che si espande, come una luce al passaggio di una fiaccola, così la sua energia divina, la sua purezza, la sua pace. Il fuoco che portava in sé era talmente forte da curare in un istante chiunque lo toccasse con fede, come la donna che gli rubò la guarigione toccandogli il mantello di spalle. Chissà se la gente che tocca noi si sente meglio, se ne va sollevata e rallegrata o addirittura guarita. Ahimè, vale anche il contrario. Quando si accumula nervosismo, cattiveria e malumore, chi ci tocca si brucia, o se ne va depresso, appesantito e umiliato. Stiamo dunque attenti a cosa trasmettiamo. Quanto tempo dedichiamo in una giornata a ripulire mente e anima e ricaricarla di luce divina? Quanto a stare in contatto con Lui, per essere guariti e divenire guaritori?

Santi Simone e Giuda Apostoli   Lc 6,2-19    Gesù se ne andò sul monte a pregare e passò tutta la notte pregando Dio. Quando fu giorno, chiamò a sé i suoi discepoli e ne scelse dodici, ai quali diede anche il nome di apostoli: Simone, al quale diede anche il nome di Pietro; Andrea, suo fratello; Giacomo, Giovanni, Filippo, Bartolomeo, Matteo, Tommaso; Giacomo, figlio di Alfeo; Simone, detto Zelota; Giuda, figlio di Giacomo; e Giuda Iscariota, che divenne il traditore.
Disceso con loro, si fermò in un luogo pianeggiante. C’era gran folla di suoi discepoli e gran moltitudine di gente da tutta la Giudea, da Gerusalemme e dal litorale di Tiro e di Sidòne, che erano venuti per ascoltarlo ed essere guariti dalle loro malattie; anche quelli che erano tormentati da spiriti impuri venivano guariti. Tutta la folla cercava di toccarlo, perché da lui usciva una forza che guariva tutti.

Un altro amico se n’è andato poco fa. José era maestro ad Atauro, nel villaggio di Maqili, dove ho vissuto 40 giorni nel 2018. Con lui ho passato ore in classe, pomeriggi a camminare nella torrida foresta, serate a chiacchierare e giocare con i suoi figli Anton e Andre e la moglie Lita. Molte delle mie foto le ho scattate con lui al fianco, guida sicura nei villaggi più remoti. Il suo unico volo in aereo l’ha fatto per andare a Jakarta in un inutile tentativo di cure.

Come lievito nella polvere

da Dili, Timor Est      Il regno di Dio non è un luogo ma una realtà, una forza, una presenza. Ed è una forza nascosta, un potenziale di forza, come un seme che attende di potersi sviluppare, come lievito che attende di essere impastato e dare il suo effetto. Il regno di Dio dunque è una possibilità che noi abbiamo e che possiamo lasciare lì, come un seme non gettato nel terreno. Il regno di Dio è un big bang di creatività che attende in noi, una forza che espande la nostra stessa capacità di amare. Mentre la voce del nemico ci umilia dicendo che non possiamo fare molto, che non siamo in grado e non siamo capaci, il regno di Dio ci dice che dobbiamo solo crederci e vedremo lievitare le nostre forze e allargarsi lo sguardo. Basta gettare il seme nel cuore di Dio ed aspettare, mescolare il lievito dello Spirito nella polvere del nostro lavoro quotidiano e lasciare che abbia il suo effetto. Basta crederci e la pace torna nel cuore. Basta dire di sì e tutto si calma e cresce.

Lc 13,18-21  diceva Gesù: «A che cosa è simile il regno di Dio, e a che cosa lo posso paragonare? È simile a un granello di senape, che un uomo prese e gettò nel suo giardino; crebbe, divenne un albero e gli uccelli del cielo vennero a fare il nido fra i suoi rami».
E disse ancora: «A che cosa posso paragonare il regno di Dio? È simile al lievito, che una donna prese e mescolò in tre misure di farina, finché non fu tutta lievitata».