Il cuore

Cosa significa: “Misericordia io voglio e non sacrifici”? Sono  parole di Dio stesso, pronunciate attraverso il profeta Osea: Il vostro amore è come una nube del mattino,
come la rugiada che all’alba svanisce … poiché voglio l’amore e non il sacrificio,
la conoscenza di Dio più degli olocausti. Insomma, puoi sacrificare gli animali più belli sull’altare del tempio di Gerusalemme; puoi donare tutte le tue cose e persino i tuoi soldi; puoi essere in regola assoluta di fronte alla tua religione, qualsiasi essa sia; ma se non hai amore, se l’unico grande sacrificio non sei tu stesso che ti immoli per amore, a nulla tutto questo vale. Perché io voglio l’amore e non sacrifici formali, voglio la misericordia e non la consumazione di gesti che non coinvolgono il tuo cuore.

Mt 12,1-8   Gesù passò, in giorno di sabato, fra campi di grano e i suoi discepoli ebbero fame e cominciarono a cogliere delle spighe e a mangiarle.
Vedendo ciò, i farisei gli dissero: «Ecco, i tuoi discepoli stanno facendo quello che non è lecito fare di sabato».
Ma egli rispose loro: «Non avete letto quello che fece Davide, quando lui e i suoi compagni ebbero fame? Egli entrò nella casa di Dio e mangiarono i pani dell’offerta, che né a lui né ai suoi compagni era lecito mangiare, ma ai soli sacerdoti. O non avete letto nella Legge che nei giorni di sabato i sacerdoti nel tempio vìolano il sabato e tuttavia sono senza colpa? Ora io vi dico che qui vi è uno più grande del tempio. Se aveste compreso che cosa significhi: “Misericordia io voglio e non sacrifici”, non avreste condannato persone senza colpa. Perché il Figlio dell’uomo è signore del sabato».

Leggero

Vi è la stanchezza del corpo e della mente, a cui si può rimediare con qualche giorno di vacanza e svago. Vi è poi una stanchezza più profonda, dovuto al carico interiore che ci opprime, da cui solo Gesù può salvarci. “Ti basta la mia Grazia, ma devi riceverla giorno per giorno. Se ti preoccupi del futuro, accumuli pesi sulle tue esili spalle. Barcollerai sotto un fardello che non ho mai voluto farti portare. Getta via con lo slancio della fede questo carico opprimente. Ci sono ancora pensieri ansiosi che vagano nella tua mente e la infestano. Proclama la tua fede, gli ostacoli e le preoccupazioni svaniranno all’istante”.* Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Il mio peso infatti è leggero.

Mt 11,28-30   Gesù disse:
«Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro.
Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».

*Sarah Young, Io sono con te.

Bonaventura

“Bona ventura!”, che fortuna, che grazia, esclamò Francesco d’Assisi quando guarì un bambino che fu poi chiamato Bonaventura. Divenne poi frate minore, superiore generale dell’Ordine dei francescani, vescovo e cardinale, Santo e Dottore della Chiesa. Ma la sua fortuna più grande, la fortuna più grande per ciascuno di noi, non è avere grandi titoli ed essere riconosciuti per quello che sappiamo. La più grande fortuna è essere istruiti dal Padre e dal Figlio che ci parlano l’uno dell’altro e ci attirano a sé. La più grande fortuna è capire che Dio lo si conosce nella semplicità e non nella complicazione. Gli esseri umani, invece, spesso amano complicare la vita al prossimo, rendendosi difficili nei rapporti e nella soluzione dei problemi. Chi decide di seguire la via dell’Amore diventa una persona semplice, che va dritto al cuore delle cose e riesce a intuire i bisogni altrui, senza bisogno di troppe complicate spiegazioni. Frequentare Gesù, il Figlio, porta a conoscere il Padre, il Dio della semplicità.

San Bonaventura dottore della Chiesa  Mt 11,25-27    Gesù disse:
«Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza.
Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo».

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Per molto meno

Nato a Cafàrnao, figlio di Giovanni detto Giona; coniugato, residente a Betsàida, Galilea. Questo sarebbe scritto sui documenti di identità di Simone, detto Pietro. Si sarà sentito piuttosto coinvolto dalle parole di Gesù che leggiamo oggi: Cafàrnao e Betsàida contro Tiro-Sidòne e Sòdoma. I sodomiti, per molto meno si sono convertiti molto prima di voi. Un confronto pesantissimo, che sfiora l’insulto e che di certo è una fortissima provocazione. Anni fa mi raccontarono di un prete che andò dal suo vescovo per sollecitarlo a far visita a un sacerdote detenuto. Il vescovo tentennava, allora il prete incalzò: “Eccellenza, mi permetto di ricordarle che le mamme dei delinquenti fanno visita ai loro figli. Lei ha un figlio in carcere”. Non sappiamo se il vescovo fece visita al figlio. Sappiamo che il prete non fece carriera.

Mt 11,20-24    Gesù si mise a rimproverare le città nelle quali era avvenuta la maggior parte dei suoi prodigi, perché non si erano convertite:
«Guai a te, Corazìn! Guai a te, Betsàida! Perché, se a Tiro e a Sidòne fossero avvenuti i prodigi che ci sono stati in mezzo a voi, già da tempo esse, vestite di sacco e cosparse di cenere, si sarebbero convertite. Ebbene, io vi dico: nel giorno del giudizio, Tiro e Sidòne saranno trattate meno duramente di voi.
E tu, Cafàrnao, sarai forse innalzata fino al cielo? Fino agli inferi precipiterai! Perché, se a Sòdoma fossero avvenuti i prodigi che ci sono stati in mezzo a te, oggi essa esisterebbe ancora! Ebbene, io vi dico: nel giorno del giudizio, la terra di Sòdoma sarà trattata meno duramente di te!».

In solitaria

Incontriamo oggi un discorso molto aspro che, per essere compreso, va contestualizzato leggendo tutto il capitolo 10. In ogni caso resta questa riflessione da compiere: il Vangelo è innestato nel tuo cuore, è un richiamo forte dell’anima che bussa a te. Vi è dunque un momento, prima o poi, in cui tu scegli in solitudine se seguire il Vangelo, costi quello che costi. Scegli se seguire quella voce che ti chiama, che ti spinge o se, per buona pace delle relazioni familiari o affettive, rinvii e rinvii rischiando magari di non essere del tutto felice ma di certo vivendo tranquillo. In questo senso Gesù non è venuto a portare pace ma divisione, cioè scelta, decisione. Ogni decisione, alla fin alla fine, la dobbiamo prendere guardando negli occhi noi stessi. Anche la decisione di perdere la vita per qualcuno è una decisione che prendiamo senza costui. Ci sono momenti insomma in cui ti accorgi che il Vangelo è una attraversata in solitaria.

Mt 10   Gesù disse ai suoi apostoli:
«Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; sono venuto a portare non pace, ma spada. Sono infatti venuto a separare l’uomo da suo padre e la figlia da sua madre e la nuora da sua suocera; e nemici dell’uomo saranno quelli della sua casa.
Chi ama padre o madre più di me, non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me, non è degno di me; chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me.
Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà.
Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato.
Chi accoglie un profeta perché è un profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto perché è un giusto, avrà la ricompensa del giusto.
Chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere d’acqua fresca a uno di questi piccoli perché è un discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa».
Quando Gesù ebbe terminato di dare queste istruzioni ai suoi dodici discepoli, partì di là per insegnare e predicare nelle loro città.

Ascoltare

Dicono che con Dio non si può avere una relazione molto diversa da quella che si ha con le altre persone e viceversa. Non per niente, amare Dio e amare il prossimo sono un unico comandamento. Se dunque vogliamo avere un’idea della nostra capacità di ascolto di Dio, non c’è che osservare come ci ascoltiamo. Ormai è innegabile: la nostra capacità di ascoltare è malata. Che siano giovani o anziani, che siano amici o incontri occasionali, si constata sempre più spesso una soglia di ascolto vicina allo zero. Mentre parliamo anche di cose importanti, dolori, preoccupazioni, grandi gioie e scelte di vita, gli occhi del nostro interlocutore ogni cinque secondi vanno al telefonino (sempre che non abbia il cattivo gusto di usarlo). Anche nei rari casi in cui l’attenzione è totale, senza alcun disturbo, capita sempre più spesso di rendersi conto, a distanza di breve tempo, che l’altro ha totalmente dimenticato ciò che gli avevamo confidato, magari con le lacrime agli occhi. È così, siamo diventati così. E se questa è la nostra capacità di ascoltare e trattenere ciò che ci viene consegnato dagli altri, possiamo immaginare cosa succede con ciò che Dio ci dice attraverso una pagina di Vangelo, una intuizione, un sogno o le parole di qualcuno. Appunto. Chi ha orecchi, ascolti. E chi ascolta, trattenga.

Mt 13,1-9   Quel giorno Gesù uscì di casa e sedette in riva al mare. Si radunò attorno a lui tanta folla che egli salì su una barca e si mise a sedere, mentre tutta la folla stava sulla spiaggia.
Egli parlò loro di molte cose con parabole. E disse: «Ecco, il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. Un’altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c’era molta terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il sole fu bruciata e, non avendo radici, seccò. Un’altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono. Un’altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno. Chi ha orecchi, ascolti».

Rito Ambrosiano Lc13 Il Signore Gesù passava insegnando per città e villaggi, mentre era in cammino verso Gerusalemme. Un tale gli chiese: «Signore, sono pochi quelli che si salvano?». Disse loro: «Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, io vi dico, cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno. Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, voi, rimasti fuori, comincerete a bussare alla porta, dicendo: “Signore, aprici!”. Ma egli vi risponderà: “Non so di dove siete”. Allora comincerete a dire: “Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze”. Ma egli vi dichiarerà: “Voi, non so di dove siete. Allontanatevi da me, voi tutti operatori di ingiustizia!”. Là ci sarà pianto e stridore di denti, quando vedrete Abramo, Isacco e Giacobbe e tutti i profeti nel regno di Dio, voi invece cacciati fuori. Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio. Ed ecco, vi sono ultimi che saranno primi, e vi sono primi che saranno ultimi».

Lasciare e ritrovare

Ora et labora et noli contristari. Prega e lavora e non rattristarti. Ecco la regola completa di San Benedetto, il padre del monachesimo occidentale e patrono d’Europa. Di solito ci fermiamo a “ora et labora” e ci chiediamo come questo motto possa avere affascinato migliaia e migliaia di giovani per migliaia di anni. In realtà, letta per intero, la regola benedettina è affascinante. Non rattristarti mai, non scoraggiarti. Don’t give up. Allo stesso modo ci pare strano che l’invito di Gesù a lasciare tutto abbia avuto successo. Lasciare gli affetti più cari e più naturali per seguire Gesù non è forse eccessivo? Come può, lui che è l’amore, chiederci di rinunciare e di lasciare coloro che più ci hanno amato e che più amiamo? Lui lasciò sua madre Maria? Non la lasciò, né lei lasciò lui. Lo seguì fin sotto la croce. Lasciare allora non è abbandonare. Lasciare è rinunciare ad essere possessivi e controllori nelle relazioni. Lasciare che quelli che amiamo seguano la voce della propria anima. Lasciare a Gesù, rimettere a lui e vivere in lui, tutte le nostre più care relazioni. Allora si troverà la gioia di amare tutti come si amano i propri cari. E la tua famiglia sarà cento volte tanto più grande.

San Benedetto monaco Mt 19,27-29 Pietro, disse a Gesù: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito; che cosa dunque ne avremo?».
E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: voi che mi avete seguito, quando il Figlio dell’uomo sarà seduto sul trono della sua gloria, alla rigenerazione del mondo, siederete anche voi su dodici troni a giudicare le dodici tribù d’Israele. Chiunque avrà lasciato case, o fratelli, o sorelle, o padre, o madre, o figli, o campi per il mio nome, riceverà cento volte tanto e avrà in eredità la vita eterna».

In mezzo a lupi

Ieri Gesù aveva conferito ai suoi e a tutti noi il potere di scacciare i demoni e guarire le malattie. Oggi prosegue il discorso ma parla di debolezza, non di potere. Sembra dirci che il male è una cosa seria, non si scherza. Siamo come pecore in mezzo a lupi, non bisogna sottovalutare gli inganni del nemico e i suoi raggiri per rovinare la nostra pace e la nostra dedizione alla missione del Vangelo. Siate dunque prudenti come i serpenti e docili come le colombe. “Astuzia e dolcezza, astuzia e dolcezza”, ci ripeteva sempre don Luigi, il vecchio cappellano di San Vittore. Mi pare ancora di vederlo camminare nei bui corridoi del carcere, con la sua lunga veste talare, sorridente e intelligente, compiendo di nascosto miracoli.*

Mt 10,16-23 disse Gesù ai suoi apostoli:
«Ecco: io vi mando come pecore in mezzo a lupi; siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe.
Guardatevi dagli uomini, perché vi consegneranno ai tribunali e vi flagelleranno nelle loro sinagoghe; e sarete condotti davanti a governatori e re per causa mia, per dare testimonianza a loro e ai pagani. Ma, quando vi consegneranno, non preoccupatevi di come o di che cosa direte, perché vi sarà dato in quell’ora ciò che dovrete dire: infatti non siete voi a parlare, ma è lo Spirito del Padre vostro che parla in voi.
Il fratello farà morire il fratello e il padre il figlio, e i figli si alzeranno ad accusare i genitori e li uccideranno. Sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Ma chi avrà perseverato fino alla fine sarà salvato.
Quando sarete perseguitati in una città, fuggite in un’altra; in verità io vi dico: non avrete finito di percorrere le città d’Israele, prima che venga il Figlio dell’uomo».

*il 10 luglio di otto anni fa moriva don Luigi Melesi, santo cappellano del carcere di San Vittore.

Qui racconta la resa dei brigatisti al Card. Martini ⬇️

https://youtu.be/cTr9evRA-Gk?is=CUtkzdWFpnw0sRgX

Strada facendo

Strada facendo, predicate. Cioè predicate prima di essere arrivati, senza aspettare le condizioni perfette di chi ormai ha trovato un posto sicuro. Predicate strada facendo, mentre ancora siete in cammino dietro il maestro. Siete dei predicatori discepoli: ciò che predicate oggi non è ciò che predicherete domani perché, se veramente state camminando, ogni giorno crescete. Strada facendo, predicate che il regno di Dio è vicino e la miglior predica è quella delle azioni. Per questo predicate scacciando i demoni, allontanando le malattie, sanando chi è ghettizzato dalle varie lebbre sociali. Tutto questo però non nel vostro nome ma nel mio. Gratuitamente avete ricevuto il potere spirituale, gratuitamente usatelo per dare vita a chi incontrate strada facendo.

Mt 10,7-15    disse Gesù ai suoi apostoli:
«Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni.
Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date. Non procuratevi oro né argento né denaro nelle vostre cinture, né sacca da viaggio, né due tuniche, né sandali, né bastone, perché chi lavora ha diritto al suo nutrimento.
In qualunque città o villaggio entriate, domandate chi là sia degno e rimanetevi finché non sarete partiti.
Entrando nella casa, rivolgetele il saluto. Se quella casa ne è degna, la vostra pace scenda su di essa; ma se non ne è degna, la vostra pace ritorni a voi. Se qualcuno poi non vi accoglie e non dà ascolto alle vostre parole, uscite da quella casa o da quella città e scuotete la polvere dei vostri piedi. In verità io vi dico: nel giorno del giudizio la terra di Sòdoma e Gomorra sarà trattata meno duramente di quella città».

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Con le mani

Il potere ha sempre il suo fascino. Eppure quel giorno in cui ricevettero potere, per gli apostoli finì il tempo del ricevere senza dare e iniziò il tempo del dare per poter ricevere, il tempo del far uscire da sé un potere di guarigione e di annuncio. Forse più tardi avrebbero rimpianto il tempo in cui erano semplicemente dei discepoli e potevano rilassarsi ascoltando il maestro e ammirando i suoi prodigi. Divenuti apostoli sperimentarono ben presto la responsabilità di rimanere sempre connessi a lui, per dare a lui la possibilità di guarire e scacciare il male attraverso le loro mani.

Mt 10,1-7   chiamati a sé i suoi dodici discepoli, Gesù diede loro potere sugli spiriti impuri per scacciarli e guarire ogni malattia e ogni infermità.
I nomi dei dodici apostoli sono: primo, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello; Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello; Filippo e Bartolomeo; Tommaso e Matteo il pubblicano; Giacomo, figlio di Alfeo, e Taddeo; Simone il Cananeo e Giuda l’Iscariota, colui che poi lo tradì.
Questi sono i Dodici che Gesù inviò, ordinando loro: «Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani; rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d’Israele. Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino».