
da Dili, Timor Est Quando il tuo mestiere è così odioso che diventa un insulto. Stava seduto al banco delle imposte, faceva l’impostore al servizio dei romani. Era quindi un pubblico peccatore, un pubblicano. Per Gesù però, impostore non era il nome di un peccato né un insulto. Era una malattia. Vide un uomo chiamato Matteo, seduto al banco delle imposte. Vide un uomo malato. Lo chiamò per guarirlo. Non fu facile, non guarì in un istante. Alti e bassi si susseguivano, il passato lo perseguitava, la strada fu lunga. Ma non lasciò mai Gesù e si fidò di lui. Forse non siamo tutti pubblici peccatori, ufficialmente molti di noi sono regolari. Ma peccatori lo siamo lo stesso, nel segreto. Qui, da dove scrivo, vedo ogni giorno quanto la miseria abrutisca le persone, le faccia ammalare di avidità e di invidia, come ci diceva il vangelo ieri. Se non ci guardiamo con occhi di medico, diventiamo dei giudici spietati anche verso noi stessi. Mettiamoci davanti a Gesù chiedendogli di curarci e guarirci. Da impostori diventeremo evangelisti.
San Matteo Apostolo ed Evangelista Mt 9,9-13 mentre andava via, Gesù, vide un uomo, chiamato Matteo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi». Ed egli si alzò e lo seguì.
Mentre sedeva a tavola nella casa, sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e se ne stavano a tavola con Gesù e con i suoi discepoli. Vedendo ciò, i farisei dicevano ai suoi discepoli: «Come mai il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?».
Udito questo, disse: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Andate a imparare che cosa vuol dire: “Misericordia io voglio e non sacrifici”. Io non sono venuto infatti a chiamare i giusti, ma i peccatori».







