Sì o no?

da Dili, Timor Est       Avevano detto sì, Signore. Erano i capi dei sacerdoti e gli anziani del popolo, gli uomini del sì a Dio, del sì per sempre. Eppure nelle azioni erano un no, ogni volta che Dio proponeva loro un piccolo cambio di mentalità, inviando loro molte occasioni. Altri invece erano le persone del no a Dio. Pubblicamente si erano messi dalla parte sbagliata: pubblicani, prostitute, persone che preferivano stare fuori. Eppure era bastata una parola di Giovanni Battista per fargli cambiare idea.     Diciamo di voler la pace nel mondo ma finanziamo armamenti, vorremmo risolvere la povertà ma siamo avidi, invochiamo serenità ma non facciamo che stressarci. C’è sempre sulla scrivania quel libro da leggere, c’è la dieta da cominciare, l’amico da sentire, c’è sempre il proposito di settembre che rimarrà lì tutto l’anno. Con la mente diciamo sì, ma nei fatti ci rifiutiamo. A volte il nostro stesso corpo si rifiuta ammalandosi e l’anima ci ammonisce: hai detto un sì che non volevi dire, fèrmati dunque e guàrdati. Forse tante cose non ci interessano davvero, non ci riguardano, non ci crediamo fino in fondo. Altrimenti, oltre a dire che sono importanti, le faremmo. Forse è meglio ammettere che non ne abbiamo voglia. Da questa sincerità, da questa presa di coscienza, verrà la forza di andare a lavorare nella vigna.

Mt 21,28-32  Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: “Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna”. Ed egli rispose: “Non ne ho voglia”. Ma poi si pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: “Sì, signore”. Ma non vi andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Risposero: «Il primo».
E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli».

Papa Leone a Parigi  https://www.vaticannews.va/it/papa/news/2026-09/papa-leone-xiv-messa-place-de-la-concorde-parigi-cronaca.html

Commovente intervista a don Angelo Casati su Carlo Maria Martini    https://fondazionecarlomariamartini.it/intervista-a-don-angelo-casati/

https://youtu.be/vr_leX5iuF0?si=aHGovlHfWojdYYPv

Misteriose

da Dili, Timor Leste    Le parole di ammirazione non le udivi nemmeno, perché eri totalmente concentrato nella tua missione, nella tua disposizione a essere consegnato agli uomini, a non tradire mai l’amore incondizionato. I tuoi però non capivano le tue parole perché le altre, quelle di ammirazione, li distraevano. Non capivano perché non ti gustassi quel successo e ancor meno capivano cosa volevi dire parlando di passione. Avevano paura a farti domande su questo argomento. Avevano paura di capire, preferivano rimanere nell’ignoranza perché, come dicevamo ieri, se avessero fatto le domande giuste avrebbero dovuto ascoltarne la risposta. Abbiamo sempre paura di interrogarci su certi argomenti, abbiamo paura di parlarne con gli altri. Si va avanti da millenni a panem et circenses, a cellulare e gossip. Anche qui è un gran bazar di parate commemorative e negozi cinesi, mentre gli ospedali è come non ci fossero e la gente va avanti nella sua ignoranza, a curarsi i tumori con quattro erbe. Ma forse è più comodo per tutti. Dio suggerisce le domande giuste e svela a poco a poco le risposte. Ma noi forse abbiamo paura.

Lc 9,43-45   mentre tutti erano ammirati di tutte le cose che faceva, Gesù disse ai suoi discepoli: «Mettetevi bene in mente queste parole: il Figlio dell’uomo sta per essere consegnato nelle mani degli uomini».
Essi però non capivano queste parole: restavano per loro così misteriose che non ne coglievano il senso, e avevano timore di interrogarlo su questo argomento.

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Orientamento

da Dili, Timor Est   Un giorno Gesù si trovava in un luogo solitario a pregare. Durante la preghiera nacque in lui una domanda: le folle che dicono che io sia? Nella pagina precedente è narrato che Gesù aveva moltiplicato il pane per la folla, quella folla che era ancora presente nel suo cuore mentre pregava. Forse troppo spesso nella preghiera cerchiamo risposte ai nostri dubbi, alle perplessità e ai dolori: perché, perché Signore? Ma più che risposte esatte, son da cercare le domande giuste. Ci sono infatti domande sbagliate, che contengono già una risposta, un preconcetto o delle aspettative. Forse non avremo mai risposte esatte ed esaustive, ma le domande giuste ci aiuteranno a imboccare la strada giusta, ad essere attratti da ciò che vale la pena di inseguire. Chi dice la gente che io sia? Cosa vedono quando passo in questa città, tra queste baracche, un ricco, un fuggitivo, un volontario? Cosa dici tu di me, Signore, tu che mi conosci meglio di me stesso? Dimmi di me.     Non solo quindi le nostre richieste, ma pure le nostre domande devono passare nella preghiera ed esserci suggerite da Dio stesso. Sono infatti le domande e le attese che orientano la nostra vita. Se si attende il sole girati verso ovest, non arriverà mai.

Lc 9,18-22    Un giorno Gesù si trovava in un luogo solitario a pregare. I discepoli erano con lui ed egli pose loro questa domanda: «Le folle, chi dicono che io sia?». Essi risposero: «Giovanni il Battista; altri dicono Elìa; altri uno degli antichi profeti che è risorto».
Allora domandò loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Pietro rispose: «Il Cristo di Dio».
Egli ordinò loro severamente di non riferirlo ad alcuno. «Il Figlio dell’uomo – disse – deve soffrire molto, essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e risorgere il terzo giorno».

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Ripiegato

da Dili, Timor Est     Anche noi tante volte non sappiamo cosa pensare ascoltando gli avvenimenti del mondo. Guerre, distruzioni, difficoltà di relazione e incomprensioni tra persone che si amano: non sappiamo che cosa pensare. Giovanni l’ho fatto decapitare io, diceva Erode. Lo diceva come niente fosse, ma chissà quante altre volte nella vita l’avrebbe ripetuto con un forte rimorso in cuore. L’ho fatto decapitare proprio io. Non sappiamo cosa pensare degli avvenimenti, ma sappiamo cosa pensare di noi stessi. Siamo sempre pronti ad autocommiserarci, a fare l’elenco delle stupidaggini commesse, delle scelte che non ripeteremmo. Non cadiamo nell’autocommiserazione perché non c’entra nulla con il pentimento profondo che invece ci rasserena e ci fa sentire abbracciati dal Signore. L’autocommiserazione invece ci piega su noi stessi come Erode che cercava di vedere Gesù ma non gli riusciva.

Lc 9,7-9   il tetràrca Erode sentì parlare di tutti questi avvenimenti e non sapeva che cosa pensare, perché alcuni dicevano: «Giovanni è risorto dai morti», altri: «È apparso Elìa», e altri ancora: «È risorto uno degli antichi profeti».
Ma Erode diceva: «Giovanni, l’ho fatto decapitare io; chi è dunque costui, del quale sento dire queste cose?». E cercava di vederlo.

Segni e polvere

da Dili, Timor Est    Me ne stavo pensieroso sul nuovo tetto della casa in ampliamento, mentre i miei cari amici da Milano mi inviavano le foto dei lavori nell’appartamento in cui mi hanno dato da abitare per lungo tempo e che han venduto per contribuire a questa missione. Immediatamente sono riaffiorate le parole di alcuni giovani di qui che, scherzando, dicevano che non ho più casa ma almeno ho un auto per viverci. Ieri però l’auto non l’avevo perché occorreva ad altre persone e me ne andavo in giro in motorino. Immerso in un fiume di scooter e polvere, mi domandavo che ci facessi lì dentro, se fossi stato davvero mandato o se in fondo fosse stata una scelta tutta mia. Nel mio quartiere, il motorino che mi precedeva andava davvero piano e poi ho capito perché: una bimba minuscola, di sei/otto mesi, era tenuta salda dalla mamma, a sua volta aggrappata al marito che guidava tra le buche. Era buffa la bimba, con una fascia azzurra per capelli che la faceva sembrare una piccola principessa. Mi fissava a bocca spalancata: chi sarà questo marziano che mi segue? Abbiamo iniziato a sorriderci a vicenda, poi ha steso il braccino puntando l’indice e lo sguardo al cielo. È rimasta così, fissa al cielo, fino a quando i nostri sguardi si sono lasciati con un sorriso e lei ha proseguito per la sua strada. Giunto a casa, di polvere ai piedi ne avevo molta, ma non l’ho scossa affatto. A volte Dio ci risponde con segni silenziosi come polvere.

Lc 9,1-6    Gesù convocò i Dodici e diede loro forza e potere su tutti i demòni e di guarire le malattie. E li mandò ad annunciare il regno di Dio e a guarire gli infermi.
Disse loro: «Non prendete nulla per il viaggio, né bastone, né sacca, né pane, né denaro, e non portatevi due tuniche. In qualunque casa entriate, rimanete là, e di là poi ripartite. Quanto a coloro che non vi accolgono, uscite dalla loro città e scuotete la polvere dai vostri piedi come testimonianza contro di loro».
Allora essi uscirono e giravano di villaggio in villaggio, ovunque annunciando la buona notizia e operando guarigioni.

Stanno fuori

da Dili, Timor Est    Perché sua madre e i suoi fratelli stavano fuori? Forse si sentivano esclusi o volevano essere cercati con un qualche riguardo. Oppure, viceversa, avevano timore di disturbare ed interrompere un momento importante. Ma per Gesù nessuno resta fuori. Ne aveva costruite tante di case con suo padre Giuseppe, ne aveva alzati di muri. Ma per lui erano solo ripari alla vita personale, non barriere d’esclusione. La porta per lui è sempre aperta, come le porte delle chiese: altissime, enormi, sproporzionate, per dire che tutti possono entrare. Nell’antica cultura di questa isola non esistono veri e propri templi dove adorare Dio. Fuori dal villaggio si nota spesso una casa isolata, priva di pareti. È la uma lulik o uma lisan, la casa sacra. Simbolo dell’invisibile, punto di contatto con chi vive nell’Aldilà, nell’infinito senza pareti, dove la comunicazione è immediata e il limite della materia non si fa sentire. Dove ascoltare la parola è sinonimo di metterla in pratica e tutti si è fratelli, sorelle, madri e padri.

Lc 8,19-2    andarono da Gesù la madre e i suoi fratelli, ma non potevano avvicinarlo a causa della folla.
Gli fecero sapere: «Tua madre e i tuoi fratelli stanno fuori e desiderano vederti».
Ma egli rispose loro: «Mia madre e miei fratelli sono questi: coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica».

Segui me

da Dili, Timor Est    Quando il tuo mestiere è così odioso che diventa un insulto. Stava seduto al banco delle imposte, faceva l’impostore al servizio dei romani. Era quindi un pubblico peccatore, un pubblicano. Per Gesù però, impostore non era il nome di un peccato né un insulto. Era una malattia. Vide un uomo chiamato Matteo, seduto al banco delle imposte. Vide un uomo malato. Lo chiamò per guarirlo. Non fu facile, non guarì in un istante. Alti e bassi si susseguivano, il passato lo perseguitava, la strada fu lunga. Ma non lasciò mai Gesù e si fidò di lui. Forse non siamo tutti pubblici peccatori, ufficialmente molti di noi sono regolari. Ma peccatori lo siamo lo stesso, nel segreto. Qui, da dove scrivo, vedo ogni giorno quanto la miseria abrutisca le persone, le faccia ammalare di avidità e di invidia, come ci diceva il vangelo ieri. Se non ci guardiamo con occhi di medico, diventiamo dei giudici spietati anche verso noi stessi. Mettiamoci davanti a Gesù chiedendogli di curarci e guarirci. Da impostori diventeremo evangelisti.

San Matteo Apostolo ed Evangelista  Mt 9,9-13   mentre andava via, Gesù, vide un uomo, chiamato Matteo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi». Ed egli si alzò e lo seguì.
Mentre sedeva a tavola nella casa, sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e se ne stavano a tavola con Gesù e con i suoi discepoli. Vedendo ciò, i farisei dicevano ai suoi discepoli: «Come mai il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?».
Udito questo, disse: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Andate a imparare che cosa vuol dire: “Misericordia io voglio e non sacrifici”. Io non sono venuto infatti a chiamare i giusti, ma i peccatori».

Un soldo

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da Dili, Timor Est   “Non c’è nulla che sia ingiusto quanto far parti uguali fra disuguali» (Lorenzo Milani).

Mt 20,1-16 Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola:
«Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: “Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò”. Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno e verso le tre, e fece altrettanto. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: “Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?”. Gli risposero: “Perché nessuno ci ha presi a giornata”. Ed egli disse loro: “Andate anche voi nella vigna”.
Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: “Chiama i lavoratori e dai loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi”. Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero ciascuno un denaro. Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone dicendo: “Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo”.
Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: “Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”. Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi».

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Terreni

da Dili, Timor Est   Quando guido in questa città mi sembra di essere in questa parabola. La strada è scorrevole, a due corsie, asfaltata. Se non fosse che si guida sulla sinistra, direi di essere a Milano. Poi si entra nei vicoli e non sono che buche, polvere, bimbi che giocano nelle pozzanghere. Se si esce dalla città, le strade si arrampicano su montagne meravigliose, mentre laggiù il tramonto è di una bellezza indescrivibile. La pista fangosa si apre tra praterie verdissime e si guida tra i bufali che ti guardano calmi. Tanti terreni, tante situazioni diverse, così come gli attimi della giornata, così come noi. A tratti ascoltiamo, ci entusiasmiamo, dimentichiamo, portiamo frutto o ci pentiamo di aver perso un’altra occasione. Ma non siamo soli. Dio è un agricoltore paziente. Se lo vogliamo, se ci fidiamo, colmerà le buche, dissoderà il terreno, porterà frutto in noi.

Lc 8,4-15    poiché una grande folla si radunava e accorreva a lui gente da ogni città, Gesù disse con una parabola: «Il seminatore uscì a seminare il suo seme. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada e fu calpestata, e gli uccelli del cielo la mangiarono. Un’altra parte cadde sulla pietra e, appena germogliata, seccò per mancanza di umidità. Un’altra parte cadde in mezzo ai rovi e i rovi, cresciuti insieme con essa, la soffocarono. Un’altra parte cadde sul terreno buono, germogliò e fruttò cento volte tanto». Detto questo, esclamò: «Chi ha orecchi per ascoltare, ascolti!».
I suoi discepoli lo interrogavano sul significato della parabola. Ed egli disse: «A voi è dato conoscere i misteri del regno di Dio, ma agli altri solo con parabole, affinché
vedendo non vedano
e ascoltando non comprendano.
Il significato della parabola è questo: il seme è la parola di Dio. I semi caduti lungo la strada sono coloro che l’hanno ascoltata, ma poi viene il diavolo e porta via la Parola dal loro cuore, perché non avvenga che, credendo, siano salvati. Quelli sulla pietra sono coloro che, quando ascoltano, ricevono la Parola con gioia, ma non hanno radici; credono per un certo tempo, ma nel tempo della prova vengono meno. Quello caduto in mezzo ai rovi sono coloro che, dopo aver ascoltato, strada facendo si lasciano soffocare da preoccupazioni, ricchezze e piaceri della vita e non giungono a maturazione. Quello sul terreno buono sono coloro che, dopo aver ascoltato la Parola con cuore integro e buono, la custodiscono e producono frutto con perseveranza.

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E alcune donne

da Dili, Timor Est     Chissà se Cuza, amministratore di Erode, era tra gli invitati al banchetto quando il re si fece portare la testa di Giovanni. Ora sua moglie Giovanna seguiva niente meno che Gesù e a Cuza veniva mal di testa. Questo può bastare per capire quanto dirompente fosse la presenza di Gesù nella vita delle persone, quanto attraente fosse il suo messaggio e quanto è vero che si rivolgeva a tutte le categorie della società. In questa pagina è scritto che il suo era un gruppo misto di predicatori itineranti. Ne facevan parte i Dodici e alcune donne. Persone con varie storie e varie situazioni familiari: da Pietro, sposato sulle rive del Lago di Galilea, alla facoltosa Giovanna, a Maria Maddalena dalla quale erano usciti sette demoni. E noi siamo ancora qui, con una Chiesa retta da vecchi maschi celibi e le donne con ruoli subalterni, quando c’è tutto un Vangelo da annunciare in un mondo che ne ha estremamente bisogno. Un mondo che tende sempre a separare ciò che Dio ha unito, ponendo barriere tra uomo e donna.

Lc 8,1-3   Gesù se ne andava per città e villaggi, predicando e annunciando la buona notizia del regno di Dio.
C’erano con lui i Dodici e alcune donne che erano state guarite da spiriti cattivi e da infermità: Maria, chiamata Maddalena, dalla quale erano usciti sette demòni; Giovanna, moglie di Cuza, amministratore di Erode; Susanna e molte altre, che li servivano con i loro beni.