da Dili, Timor Est Ho dovuto attraversare un cimitero per arrivare in riva a questo meraviglioso mare. Un po’ come nella vita, bisogna attraversare molte difficoltà e vedere molto male. Se si resiste, si giunge alla riva della pace. Forse è questa la santità, forse questi sono i santi: coloro che hanno attraversato e visto molte tribolazioni, proprie e altrui, e non hanno perso né fede né speranza né amore.
Tutti i santi Mt 5 vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo: «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati. Beati i miti, perché avranno in eredità la terra. Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati. Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia. Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio. Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli. Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».
da Dili, Timor Est Da dove verrà questo bisogno di primeggiare? Forse dalla legge della natura e della sua selezione spietata. Fatto sta che non guariremo mai dal bisogno di cercare il primo posto, di ricevere onori e attenzioni. Siamo in costante competizione dal primo istante di vita. Abbiamo paura di valer di meno, di restare indietro. Se fossimo certi di avere un nostro valore personale, non saremmo in gara con colleghi, amici e persino familiari o fratelli di fede, in un costante feroce confronto. La fame, la fame ci rende disposti a scavalcare chiunque. Fame di ricevere un po’ d’attenzione. Se sapessimo con quanta cura è preparato il nostro posto nel mondo, attimo per attimo, smetteremmo di controllare gli altri, di temere che ce lo rubino semplicemente perché non possono farlo. Ognuno ha il suo percorso da compiere, le sue tappe, la sua strada su questa terra. Del resto, dicono che umiltà venga da humus, terra. Umile è chi percorre il proprio cammino, passo dopo passo, sulla strada dove Dio l’ha messo. Senza avversari da superare. Strada facendo, predicate che il regno dei cieli è vicino. Guarite i malati, sanate i lebbrosi, risuscitate i morti, cacciate i demoni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date.
Lc 14,7-11 Diceva agli invitati una parabola, notando come sceglievano i primi posti: «Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto, perché non ci sia un altro invitato più degno di te, e colui che ha invitato te e lui venga a dirti: “Cédigli il posto!”. Allora dovrai con vergogna occupare l’ultimo posto. Invece, quando sei invitato, va’ a metterti all’ultimo posto, perché quando viene colui che ti ha invitato ti dica: “Amico, vieni più avanti!”. Allora ne avrai onore davanti a tutti i commensali. Perché chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato».
da Dili, Timor Est Glielo avevano messo lì, a pranzo, servito su un piatto d’argento questo omone idropico, gonfio di liquidi. Usavano un povero malato, nel giorno del Signore, per provocare Gesù. Non c’era bisogno di nessuna provocazione, ma solo di un po’ di cuore e di tanta logica: Chi di voi, se un figlio gli cade nel pozzo, non lo tira fuori di sabato? La religione può magari chiedere eroismi, ma mai può essere contro la ragione. Il cervello umano, non dimentichiamolo, è una delle più belle creature di Dio. Come si potrebbe, di sabato, pranzare tranquillamente in faccia a un malato ritenendo che Dio non permetta di guarirlo? Gesù, è bellissimo il tuo gesto di prenderlo per mano, guarirlo e congedarlo. Mandarlo via da quella casa dove era stato invitato solo come esca. Un’esca tanto grande quanto inutile, perché avrebbero dovuto già saperlo che Dio guarisce sempre e non vieta mai la compassione. Eppure è tanto comodo costruire dei limiti alla misericordia, trasformare l’amore in lavoro, dare orari anche a Dio così che, se Lui è in ferie, possiamo anche noi chiudere gli occhi di fronte ai bisogni altrui. Ma l’infinito, logicamente, non può essere limitato.
Lc 14,1-6 Gesù si recò a casa di uno dei capi dei farisei per pranzare ed essi stavano a osservarlo. Ed ecco, davanti a lui vi era un uomo malato di idropisìa. Rivolgendosi ai dottori della Legge e ai farisei, Gesù disse: «È lecito o no guarire di sabato?». Ma essi tacquero. Egli lo prese per mano, lo guarì e lo congedò. Poi disse loro: «Chi di voi, se un figlio o un bue gli cade nel pozzo, non lo tirerà fuori subito in giorno di sabato?». E non potevano rispondere nulla a queste parole.
da Dili, Timor EstOggi, domani e il giorno seguente è necessario che io proseguaascacciare i demoni e guarire i malati. Ecco quello che faceva Gesù, era un liberatore da ogni forma di male e di malessere. Nulla poteva indurlo a smettere. Non ci riuscì Erode padre, quando era un piccolo bambino innocente, non ci riuscì Erode figlio. Chissà poi cosa avrà capito questo re della complessa risposta di Gesù. Somiglia a me, quando vado ad acquistare materiale edilizio accompagnato da un muratore indonesiano, che parla col cinese del negozio interpretato in tetun dai commessi timoresi accorsi numerosi allo spettacolo di un europeo che compra cemento anziché souvenir. Alla fine l’affare si fa ed è pure buono, in una gara tra volpi asiatiche e milanesi, dopo qualche fatica e molte risate. Anche noi leggiamo e rileggiamo questa pagina con la sensazione di non cogliere tutto eppure di capire. Ci piace seguire Gesù così misterioso e deciso, con un programma che non ha nulla a che fare con i nostri appuntamenti. Guarire e liberare a costo della vita, rimanendo in una città che non lo vuole. Il re ti voleva uccidere e il popolo rifiutava di essere raccolto sotto le tue ali. Nessuno ti voleva. Perché allora restavi? Per chi? Anche questo dell’amore non visto e non colto è un grande mistero. Come l’Eucarestia, rinchiusa nel tabernacolo di una chiesa vuota o il profumo del fiore in cima a una montagna. Perché? Per chi? Per te, nel caso ti fermassi. Dio è sempre pronto per te.
Lc 13,31-35 si avvicinarono a Gesù alcuni farisei a dirgli: «Parti e vattene via di qui, perché Erode ti vuole uccidere». Egli rispose loro: «Andate a dire a quella volpe: “Ecco, io scaccio demòni e compio guarigioni oggi e domani; e il terzo giorno la mia opera è compiuta. Però è necessario che oggi, domani e il giorno seguente io prosegua nel cammino, perché non è possibile che un profeta muoia fuori di Gerusalemme”. Gerusalemme, Gerusalemme, tu che uccidi i profeti e lapidi quelli che sono stati mandati a te: quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come una chioccia i suoi pulcini sotto le ali, e voi non avete voluto! Ecco, la vostra casa è abbandonata a voi! Vi dico infatti che non mi vedrete, finché verrà il tempo in cui direte: “Benedetto colui che viene nel nome del Signore!”».
da Dili, Timor EstTutta la folla cercava di toccarlo, perché da lui usciva una forza che guariva tutti. Mi impressionano sempre queste parole. Tante volte è Gesù a toccare le persone malate ma qui il movimento è l’opposto. Tutti cercano di toccarloperché da lui esce una forza che guarisce indipendentemente dalla sua volontà. Come un profumo che si espande, come una luce al passaggio di una fiaccola, così la sua energia divina, la sua purezza, la sua pace. Il fuoco che portava in sé era talmente forte da curare in un istante chiunque lo toccasse con fede, come la donna che gli rubò la guarigione toccandogli il mantello di spalle. Chissà se la gente che tocca noi si sente meglio, se ne va sollevata e rallegrata o addirittura guarita. Ahimè, vale anche il contrario. Quando si accumula nervosismo, cattiveria e malumore, chi ci tocca si brucia, o se ne va depresso, appesantito e umiliato. Stiamo dunque attenti a cosa trasmettiamo. Quanto tempo dedichiamo in una giornata a ripulire mente e anima e ricaricarla di luce divina? Quanto a stare in contatto con Lui, per essere guariti e divenire guaritori?
Santi Simone e Giuda Apostoli Lc 6,2-19 Gesù se ne andò sul monte a pregare e passò tutta la notte pregando Dio. Quando fu giorno, chiamò a sé i suoi discepoli e ne scelse dodici, ai quali diede anche il nome di apostoli: Simone, al quale diede anche il nome di Pietro; Andrea, suo fratello; Giacomo, Giovanni, Filippo, Bartolomeo, Matteo, Tommaso; Giacomo, figlio di Alfeo; Simone, detto Zelota; Giuda, figlio di Giacomo; e Giuda Iscariota, che divenne il traditore. Disceso con loro, si fermò in un luogo pianeggiante. C’era gran folla di suoi discepoli e gran moltitudine di gente da tutta la Giudea, da Gerusalemme e dal litorale di Tiro e di Sidòne, che erano venuti per ascoltarlo ed essere guariti dalle loro malattie; anche quelli che erano tormentati da spiriti impuri venivano guariti. Tutta la folla cercava di toccarlo, perché da lui usciva una forza che guariva tutti.
Un altro amico se n’è andato poco fa. José era maestro ad Atauro, nel villaggio di Maqili, dove ho vissuto 40 giorni nel 2018. Con lui ho passato ore in classe, pomeriggi a camminare nella torrida foresta, serate a chiacchierare e giocare con i suoi figli Anton e Andre e la moglie Lita. Molte delle mie foto le ho scattate con lui al fianco, guida sicura nei villaggi più remoti. Il suo unico volo in aereo l’ha fatto per andare a Jakarta in un inutile tentativo di cure.
da Dili, Timor EstIl regno di Dio non è un luogo ma una realtà, una forza, una presenza. Ed è una forza nascosta, un potenziale di forza, come un seme che attende di potersi sviluppare, come lievito che attende di essere impastato e dare il suo effetto. Il regno di Dio dunque è una possibilità che noi abbiamo e che possiamo lasciare lì, come un seme non gettato nel terreno. Il regno di Dio è un big bang di creatività che attende in noi, una forza che espande la nostra stessa capacità di amare. Mentre la voce del nemico ci umilia dicendo che non possiamo fare molto, che non siamo in grado e non siamo capaci, il regno di Dio ci dice che dobbiamo solo crederci e vedremo lievitare le nostre forze e allargarsi lo sguardo. Basta gettare il seme nel cuore di Dio ed aspettare, mescolare il lievito dello Spirito nella polvere del nostro lavoro quotidiano e lasciare che abbia il suo effetto. Basta crederci e la pace torna nel cuore. Basta dire di sì e tutto si calma e cresce.
Lc 13,18-21 diceva Gesù: «A che cosa è simile il regno di Dio, e a che cosa lo posso paragonare? È simile a un granello di senape, che un uomo prese e gettò nel suo giardino; crebbe, divenne un albero e gli uccelli del cielo vennero a fare il nido fra i suoi rami». E disse ancora: «A che cosa posso paragonare il regno di Dio? È simile al lievito, che una donna prese e mescolò in tre misure di farina, finché non fu tutta lievitata».
da Dili, Timor Est “Ricordiamo che il giorno di sabato non è possibile effettuare guarigioni e imposizioni delle mani, per parlare con un operatore digita 9”. Ve la immaginate una segreteria telefonica del genere in una delle nostre moderne parrocchie? Suonava allo stesso modo il lamento di questo capo sinagoga: Ci sono sei giorni in cui si deve lavorare; in quelli dunque venite a farvi guarire e non in giorno di sabato. Gesù poi discute con lui sul fatto che invece anche di sabato sia giusto far miracoli. Ma a noi del sabato non interessa, perché a miracoli di questo tipo fondamentalmente non crediamo. Non abbiamo mai saputo di guarigioni in chiesa e, se qualcuno ce lo racconta, rimaniamo un po’ perplessi e per finezza tacciamo. Leggendo il Vangelo, a ogni pagina si trovano fatti del genere. Allora ci chiediamo perché la nostra fede è salita tutta nella testa. Perché, con tutta la miseria, la povertà e le malattie che ci sono, non ci sfiora l’idea di imporre le mani e guarire qualcuno nel nome del Signore. Eppure per lui e gli apostoli era attività quotidiana. Come mai abbiamo perso questo potere? O meglio: come mai, pur avendolo, non sappiamo da che parte si cominci? Vi è poi la via di mezzo tra il solo parlare e il curare all’istante. È quell’imporre le mani ripetutamente, nonostante la fatica e la scarsità di risultati. Cucinare ogni giorno, guidare fino all’ufficio, telefonare, correggere i compiti, pulire i bagni, prendere le medicine, pagare la spesa a sé e ad altri e così via. Se non sappiamo più compiere miracoli istantanei, proviamo almeno a compiere quelli nascosti, costanti e quotidiani. Proviamo a compiere opere di misericordia.
Lc 13,10-17 Gesù stava insegnando in una sinagoga in giorno di sabato. C’era là una donna che uno spirito teneva inferma da diciotto anni; era curva e non riusciva in alcun modo a stare diritta. Gesù la vide, la chiamò a sé e le disse: «Donna, sei liberata dalla tua malattia». Impose le mani su di lei e subito quella si raddrizzò e glorificava Dio. Ma il capo della sinagoga, sdegnato perché Gesù aveva operato quella guarigione di sabato, prese la parola e disse alla folla: «Ci sono sei giorni in cui si deve lavorare; in quelli dunque venite a farvi guarire e non in giorno di sabato». Il Signore gli replicò: «Ipocriti, non è forse vero che, di sabato, ciascuno di voi slega il suo bue o l’asino dalla mangiatoia, per condurlo ad abbeverarsi? E questa figlia di Abramo, che Satana ha tenuto prigioniera per ben diciotto anni, non doveva essere liberata da questo legame nel giorno di sabato?». Quando egli diceva queste cose, tutti i suoi avversari si vergognavano, mentre la folla intera esultava per tutte le meraviglie da lui compiute.
da Dili, Timor Est Che c’è di nuovo nella risposta che Gesù dà al fariseo dottore della Legge? Amerai il Signore Dio tuo. Se ami qualcuno, lo ascolti, ti fidi e fai volentieri ciò che ti chiede: ama il prossimotuo come te stesso.
Mt 22,34-40 i farisei, avendo udito che Gesù aveva chiuso la bocca ai sadducèi, si riunirono insieme e uno di loro, un dottore della Legge, lo interrogò per metterlo alla prova: «Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?». Gli rispose: «“Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente”. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti».
da Dili, Timor Est Un fico sterile in una vigna. Nella simbologia biblica significa una religiosità totalmente priva di frutti, una formalità fine a se stessa. Come quella di chi va da Gesù e, invece di piangere di fronte al male, cerca il colpevole nelle vittime stesse. Gesù chiede conversione e spera che, una buona volta, portiamo un frutto di dolcezza e la smettiamo di attribuire la povertà alle pigrizie dei poveri, le malattie ai malati, le fatiche agli affaticati. Chissà che un giorno, accuditi e nutriti dalla pazienza del Padre, riusciamo a vedere gli altri proprio come un albero che non fa frutto non perché è cattivo ma perché non ne ha ancora avuto la forza. Nutriamoci a vicenda, come un contadino fa col suo campo, anziché tagliare e buttare le relazioni quando perdono interesse. Domandiamoci con quale Amore possiamo nutrire e superare la sterilità che ci circonda. Perché poi, se qualcuno ci butta via allo stesso modo, allora ci pentiamo e invochiamo pazienza non sentendoci capiti. Non scoraggiamoci mai se ci sentiamo poco fruttuosi, il Padre fa di tutto per farci crescere.
Lc 13,1-9 si presentarono alcuni a riferire a Gesù il fatto di quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva fatto scorrere insieme a quello dei loro sacrifici. Prendendo la parola, Gesù disse loro: «Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subìto tale sorte? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. O quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Sìloe e le uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo». Diceva anche questa parabola: «Un tale aveva piantato un albero di fichi nella sua vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. Allora disse al vignaiolo: “Ecco, sono tre anni che vengo a cercare frutti su quest’albero, ma non ne trovo. Tàglialo dunque! Perché deve sfruttare il terreno?”. Ma quello gli rispose: “Padrone, lascialo ancora quest’anno, finché gli avrò zappato attorno e avrò messo il concime. Vedremo se porterà frutti per l’avvenire; se no, lo taglierai”».
da Dili, Timor Est Come adolescenti arrabbiati gridiamo “Non è giusto, non è giusto!”, ma non sappiamo dire cosa. Come maiquesto tempo non sappiamo giudicarlo? Forse perché, come diceva San Francesco Bergoglio, non è un tempo di cambiamenti ma è un cambiamento di tempo. Stiamo entrando in un nuovo evo. Per capire ciò che è giusto non riusciamo più a usare le vecchie categorie. Per fare tornare i conti non basta farsi ripagare il male fino all’ultimo centesimo. Qui a Timor le stagioni erano due: era semplice dire arriva la pioggia o farà caldo. Ora non più. Tutto è in radicale cambiamento. O dunque ci disperiamo, rimpiangendo i bei tempi in cui tutto era chiaro, oppure gioiamo perché tutto questo ci aiuta e ci spinge ad avere come unico criterio di discernimento il Vangelo, letto con gli occhi dello Spirito Santo che agisce in noi in ogni momento e ci rende una cosa sola tra noi e con lui. Allora non passiamo più il tempo a cercare di capire perché succedono le cose, ma ci immergiamo nelle cose che succedono cercando di capire come le vivrebbe e le vive il nostro unico maestro Gesù.
Lc 12,54-59 Gesù diceva alle folle: «Quando vedete una nuvola salire da ponente, subito dite: “Arriva la pioggia”, e così accade. E quando soffia lo scirocco, dite: “Farà caldo”, e così accade. Ipocriti! Sapete valutare l’aspetto della terra e del cielo; come mai questo tempo non sapete valutarlo? E perché non giudicate voi stessi ciò che è giusto? Quando vai con il tuo avversario davanti al magistrato, lungo la strada cerca di trovare un accordo con lui, per evitare che ti trascini davanti al giudice e il giudice ti consegni all’esattore dei debiti e costui ti getti in prigione. Io ti dico: non uscirai di là finché non avrai pagato fino all’ultimo spicciolo».