da DILI, TIMOR EST Loro si stupivano che lui potesse parlare liberamente, noi ci stupiamo che per loro fosse normale cercare di ucciderlo. E purtroppo lo è ancora. A furia di chiamare giusta la guerra e vederla come unica via di pace, adesso siamo circondati da guerre innescate come fosse un gioco. La violenza non va mai accettata, non ci sono compromessi. La violenza è sempre bugiarda: promette soluzioni ma porta solo guai. Qui sono in una terra dove si è consumato il genocidio più grande della storia moderna*. La paura è scolpita nel profondo di ogni animo. Anche per questo a Uma Matak non si accetta alcuna forma di violenza, pur in germe, pur travestita da fucile giocattolo. Anche arrivare in ritardo è una forma di violenza che costringe l’altro ad aspettare, a ripetere, a lavorare al posto tuo. La pace va disciplinata, va seminata, va difesa con instancabile non violenta fermezza.
Gv 7 Gesù se ne andava per la Galilea; infatti non voleva più percorrere la Giudea, perché i Giudei cercavano di ucciderlo. Si avvicinava intanto la festa dei Giudei, quella delle Capanne. Quando i suoi fratelli salirono per la festa, vi salì anche lui: non apertamente, ma quasi di nascosto. Alcuni abitanti di Gerusalemme dicevano: «Non è costui quello che cercano di uccidere? Ecco, egli parla liberamente, eppure non gli dicono nulla. I capi hanno forse riconosciuto davvero che egli è il Cristo? Ma costui sappiamo di dov’è; il Cristo invece, quando verrà, nessuno saprà di dove sia». Gesù allora, mentre insegnava nel tempio, esclamò: «Certo, voi mi conoscete e sapete di dove sono. Eppure non sono venuto da me stesso, ma chi mi ha mandato è veritiero, e voi non lo conoscete. Io lo conosco, perché vengo da lui ed egli mi ha mandato». Cercavano allora di arrestarlo, ma nessuno riuscì a mettere le mani su di lui, perché non era ancora giunta la sua ora.
*si intende in termini di percentuale. Le forze d’occupazione indonesiane, dal 1975 al 2000, provocarono la morte di circa il 48% della popolazione timorese che ai tempi contava circa un milione di persone.
da DILI, TIMOR ESTTuo padre ed io ti cercavamo. Queste parole di Maria dicono tutto di lei e Giuseppe. Una vera coppia unita. Giuseppe si comportava, di fatto, come il vero padre di Gesù. Gli avranno mai detto che non era il padre biologico? Forse fu Giuseppe stesso a dirlo a Gesù: non sono io che ti ho generato. Tu sei figlio dello Spirito. E raccontò dello shock, poi della notte oscura che la sua anima attraversò, roso da dubbi e domande, col cuore spezzato tra amore e legge. Poi la luce in un sogno che illumina tutto: il bambino è frutto dello Spirito, non dell’adulterio, non temere. E iniziò a credere a Maria e la sposò. E noi ti abbiamo umiliato per millenni, Giuseppe, dipingendoti come un vecchione impotente. Non abbiamo trovato un modo meno volgare di garantire l’integrità di Maria. Sempre così ossessionati dalla cintola in giù, i vecchi celibi ecclesiastici. Sempre a indagare l’intimità delle coppie prima durante e dopo. Perdonaci Giuseppe, tu che sei suo marito. Colui che la faceva sentire capita anche nelle più impossibili giornate.
San Giuseppe Lc 2 i genitori di Gesù si recavano ogni anno a Gerusalemme per la festa di Pasqua. Quando egli ebbe dodici anni, vi salirono secondo la consuetudine della festa. Ma, trascorsi i giorni, mentre riprendevano la via del ritorno, il fanciullo Gesù rimase a Gerusalemme, senza che i genitori se ne accorgessero. Credendo che egli fosse nella comitiva, fecero una giornata di viaggio, e poi si misero a cercarlo tra i parenti e i conoscenti; non avendolo trovato, tornarono in cerca di lui a Gerusalemme. Dopo tre giorni lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai maestri, mentre li ascoltava e li interrogava. E tutti quelli che l’udivano erano pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue risposte. Al vederlo restarono stupiti, e sua madre gli disse: «Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo». Ed egli rispose loro: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?». Ma essi non compresero ciò che aveva detto loro. Scese dunque con loro e venne a Nàzaret e stava loro sottomesso.
da DILI, TIMOR EST “Qual è il suo pensiero?”, chiesero in un’intervista al Card Martini. “Io non ho un pensiero mio, cerco di avere il pensiero di Dio”, rispose quasi facendo eco alle parole di Gesù. Da me, io non posso fare nulla. Giudico secondo quello che ascolto e il mio giudizio è giusto, perché non cerco la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato. E noi, circondati da gente che urla per far prevalere la propria idea, restiamo meravigliati. Dobbiamo sempre avere un’opinione su tutto e parliamo come se non avessimo più nulla da imparare. Torniamo ad essere alunni, tutti. Discepoli ai primi passi, in cammino dietro al Maestro. L’unico che, a sua volta, fonda la sua sicurezza sull’ascolto del Padre di ogni amore.
Gv 5,17-30 Gesù disse ai Giudei: «Il Padre mio agisce anche ora e anch’io agisco». Per questo i Giudei cercavano ancor più di ucciderlo, perché non soltanto violava il sabato, ma chiamava Dio suo Padre, facendosi uguale a Dio. Gesù riprese a parlare e disse loro: «In verità, in verità io vi dico: il Figlio da se stesso non può fare nulla, se non ciò che vede fare dal Padre; quello che egli fa, anche il Figlio lo fa allo stesso modo. Il Padre infatti ama il Figlio, gli manifesta tutto quello che fa e gli manifesterà opere ancora più grandi di queste, perché voi ne siate meravigliati. Come il Padre risuscita i morti e dà la vita, così anche il Figlio dà la vita a chi egli vuole. Il Padre infatti non giudica nessuno, ma ha dato ogni giudizio al Figlio, perché tutti onorino il Figlio come onorano il Padre. Chi non onora il Figlio, non onora il Padre che lo ha mandato. In verità, in verità io vi dico: chi ascolta la mia parola e crede a colui che mi ha mandato, ha la vita eterna e non va incontro al giudizio, ma è passato dalla morte alla vita. In verità, in verità io vi dico: viene l’ora – ed è questa – in cui i morti udranno la voce del Figlio di Dio e quelli che l’avranno ascoltata, vivranno. Come infatti il Padre ha la vita in se stesso, così ha concesso anche al Figlio di avere la vita in se stesso, e gli ha dato il potere di giudicare, perché è Figlio dell’uomo. Non meravigliatevi di questo: viene l’ora in cui tutti coloro che sono nei sepolcri udranno la sua voce e usciranno, quanti fecero il bene per una risurrezione di vita e quanti fecero il male per una risurrezione di condanna. Da me, io non posso fare nulla. Giudico secondo quello che ascolto e il mio giudizio è giusto, perché non cerco la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato.
da DILI, TIMOR EST Ognuno si lamenta del suo male: il povero della povertà, il malato della malattia, chi è solo della solitudine. Eppure accade qualcosa di misterioso. Il male con cui siamo costretti a convivere per anni ci diventa a tal punto familiare che, quando siamo vicini a distaccarcene, non ci riusciamo. Il povero torna ai suoi cenci, il malato non segue i consigli e chi è solo rifiuta gli inviti. Forse più che la sofferenza ci spaventa la novità. Ci mette meno angoscia un dolore noto di un futuro di libertà che però non conosciamo. Sono meccanismi inconsci ma, se li scopriamo, ce ne possiamo liberare e guarire davvero. Guardate questo uomo come risponde a Gesù che gli domanda se vuol guarire. Non gli dice né sì né no, ma gli elenca il suo male, il suo compagno di vita. L’unica cosa per lui certa era la barella. Gesù gliela toglie e lo rimette in piedi completamente sano, con un futuro tutto da ricostruire dopo trentotto anni. Leggete fino alla fine questo vangelo. Quell’uomo non gradisce la guarigione e denuncia Gesù a coloro che da quel giorno iniziano a perseguitarlo.
Gv 5,1-16 Ricorreva una festa dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. A Gerusalemme, presso la porta delle Pecore, vi è una piscina, chiamata in ebraico Betzatà, con cinque portici, sotto i quali giaceva un grande numero di infermi, ciechi, zoppi e paralitici. Si trovava lì un uomo che da trentotto anni era malato. Gesù, vedendolo giacere e sapendo che da molto tempo era così, gli disse: «Vuoi guarire?». Gli rispose il malato: «Signore, non ho nessuno che mi immerga nella piscina quando l’acqua si agita. Mentre infatti sto per andarvi, un altro scende prima di me». Gesù gli disse: «Àlzati, prendi la tua barella e cammina». E all’istante quell’uomo guarì: prese la sua barella e cominciò a camminare. Quel giorno però era un sabato. Dissero dunque i Giudei all’uomo che era stato guarito: «È sabato e non ti è lecito portare la tua barella». Ma egli rispose loro: «Colui che mi ha guarito mi ha detto: “Prendi la tua barella e cammina”». Gli domandarono allora: «Chi è l’uomo che ti ha detto: “Prendi e cammina”?». Ma colui che era stato guarito non sapeva chi fosse; Gesù infatti si era allontanato perché vi era folla in quel luogo. Poco dopo Gesù lo trovò nel tempio e gli disse: «Ecco: sei guarito! Non peccare più, perché non ti accada qualcosa di peggio». Quell’uomo se ne andò e riferì ai Giudei che era stato Gesù a guarirlo. Per questo i Giudei perseguitavano Gesù, perché faceva tali cose di sabato.
da DILI TIMOR EST Scrivo da una terra stracolma di credenze d’ogni genere, alcune fondate su una certa sperimentabilità, altre che mi paiono pure fantasie. Questo uomo crede in Gesù, ma controlla l’ora. Facendolo, può essere certo che Gesù è la causa della guarigione del figlio. Un po’ di certezze scientifiche non guastano mai alla fede. Credere non significa essere creduloni. Gesù non è una favola. Riconobbe che proprio a quell’ora Gesù gli aveva detto: «Tuo figlio vive», e credette lui con tutta la sua famiglia. La guarigione avvenne perché lui ebbe fede. La fede aumentò perché ne vide gli effetti. È il circolo virtuoso del credere. Più apri gli occhi, più vedi. Più vedi, più guardi. Se invece non credi, non crederai.
Gv 4,43-54 Gesù partì [dalla Samarìa] per la Galilea. Gesù stesso infatti aveva dichiarato che un profeta non riceve onore nella propria patria. Quando dunque giunse in Galilea, i Galilei lo accolsero, perché avevano visto tutto quello che aveva fatto a Gerusalemme, durante la festa; anch’essi infatti erano andati alla festa. Andò dunque di nuovo a Cana di Galilea, dove aveva cambiato l’acqua in vino. Vi era un funzionario del re, che aveva un figlio malato a Cafàrnao. Costui, udito che Gesù era venuto dalla Giudea in Galilea, si recò da lui e gli chiedeva di scendere a guarire suo figlio, perché stava per morire. Gesù gli disse: «Se non vedete segni e prodigi, voi non credete». Il funzionario del re gli disse: «Signore, scendi prima che il mio bambino muoia». Gesù gli rispose: «Va’, tuo figlio vive». Quell’uomo credette alla parola che Gesù gli aveva detto e si mise in cammino. Proprio mentre scendeva, gli vennero incontro i suoi servi a dirgli: «Tuo figlio vive!». Volle sapere da loro a che ora avesse cominciato a star meglio. Gli dissero: «Ieri, un’ora dopo mezzogiorno, la febbre lo ha lasciato». Il padre riconobbe che proprio a quell’ora Gesù gli aveva detto: «Tuo figlio vive», e credette lui con tutta la sua famiglia. Questo fu il secondo segno, che Gesù fece quando tornò dalla Giudea in Galilea.
da DILI, TIMOR EST Nasciamo con una visione parziale delle cose. Se presumiamo di vedere la totalità della realtà non siamo che ciechi.
Gv 9,1-41 Gesù passando vide un uomo cieco dalla nascita e i suoi discepoli lo interrogarono: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?». Rispose Gesù: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio. Bisogna che noi compiamo le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può agire. Finché io sono nel mondo, sono la luce del mondo». Detto questo, sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: «Va’ a lavarti nella piscina di Sìloe», che significa “Inviato”. Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva. Allora i vicini e quelli che lo avevano visto prima, perché era un mendicante, dicevano: «Non è lui quello che stava seduto a chiedere l’elemosina?». Alcuni dicevano: «È lui»; altri dicevano: «No, ma è uno che gli assomiglia». Ed egli diceva: «Sono io!». Allora gli domandarono: «In che modo ti sono stati aperti gli occhi?». Egli rispose: «L’uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango, me lo ha spalmato sugli occhi e mi ha detto: “Va’ a Sìloe e làvati!”. Io sono andato, mi sono lavato e ho acquistato la vista». Gli dissero: «Dov’è costui?». Rispose: «Non lo so». Condussero dai farisei quello che era stato cieco: era un sabato, il giorno in cui Gesù aveva fatto del fango e gli aveva aperto gli occhi. Anche i farisei dunque gli chiesero di nuovo come aveva acquistato la vista. Ed egli disse loro: «Mi ha messo del fango sugli occhi, mi sono lavato e ci vedo». Allora alcuni dei farisei dicevano: «Quest’uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato». Altri invece dicevano: «Come può un peccatore compiere segni di questo genere?». E c’era dissenso tra loro. Allora dissero di nuovo al cieco: «Tu, che cosa dici di lui, dal momento che ti ha aperto gli occhi?». Egli rispose: «È un profeta!». Ma i Giudei non credettero di lui che fosse stato cieco e che avesse acquistato la vista, finché non chiamarono i genitori di colui che aveva ricuperato la vista. E li interrogarono: «È questo il vostro figlio, che voi dite essere nato cieco? Come mai ora ci vede?». I genitori di lui risposero: «Sappiamo che questo è nostro figlio e che è nato cieco; ma come ora ci veda non lo sappiamo, e chi gli abbia aperto gli occhi, noi non lo sappiamo. Chiedetelo a lui: ha l’età, parlerà lui di sé». Questo dissero i suoi genitori, perché avevano paura dei Giudei; infatti i Giudei avevano già stabilito che, se uno lo avesse riconosciuto come il Cristo, venisse espulso dalla sinagoga. Per questo i suoi genitori dissero: «Ha l’età: chiedetelo a lui!». Allora chiamarono di nuovo l’uomo che era stato cieco e gli dissero: «Da’ gloria a Dio! Noi sappiamo che quest’uomo è un peccatore». Quello rispose: «Se sia un peccatore, non lo so. Una cosa io so: ero cieco e ora ci vedo». Allora gli dissero: «Che cosa ti ha fatto? Come ti ha aperto gli occhi?». Rispose loro: «Ve l’ho già detto e non avete ascoltato; perché volete udirlo di nuovo? Volete forse diventare anche voi suoi discepoli?». Lo insultarono e dissero: «Suo discepolo sei tu! Noi siamo discepoli di Mosè! Noi sappiamo che a Mosè ha parlato Dio; ma costui non sappiamo di dove sia». Rispose loro quell’uomo: «Proprio questo stupisce: che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi. Sappiamo che Dio non ascolta i peccatori, ma che, se uno onora Dio e fa la sua volontà, egli lo ascolta. Da che mondo è mondo, non si è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato. Se costui non venisse da Dio, non avrebbe potuto far nulla». Gli replicarono: «Sei nato tutto nei peccati e insegni a noi?». E lo cacciarono fuori. Gesù seppe che l’avevano cacciato fuori; quando lo trovò, gli disse: «Tu, credi nel Figlio dell’uomo?». Egli rispose: «E chi è, Signore, perché io creda in lui?». Gli disse Gesù: «Lo hai visto: è colui che parla con te». Ed egli disse: «Credo, Signore!». E si prostrò dinanzi a lui. Gesù allora disse: «È per un giudizio che io sono venuto in questo mondo, perché coloro che non vedono, vedano e quelli che vedono, diventino ciechi». Alcuni dei farisei che erano con lui udirono queste parole e gli dissero: «Siamo ciechi anche noi?». Gesù rispose loro: «Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: “Noi vediamo”, il vostro peccato rimane». Parola del Signore.
da DILI TIMOR EST Due intime presunzioni convivono in noi pur essendo opposte tra loro. Quella di essere giusti e quella d’essere sbagliati. La prima ci fa pregare come questo fariseo o, se non pregare, giudicare e farsi forti della debolezza altrui. Più l’atro è difettoso, più io risulto a posto: grazie che non sono come lui! L’altra presunzione ci fa pensare costantemente d’essere insufficienti. La vita è una competizione costante, una corsa a chi arriva prima non si sa dove e c’è sempre qualcuno che ci lascia indietro. Dovremmo proprio smetterla di sentirci in gara. Siamo tutti campioni del nostro personale unico viaggio. Ciò che chiamiamo fallimento è invece parte del percorso, aggancio per nuove scelte, stimolo a rialzarsi e cercare un nuovo senso. Lasciamoci giustificare da Dio. Lui ci rende giusti, che significa capaci di amare.
Lc 18,9-14 Gesù disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri: «Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano. Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: “O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo”. Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”. Io vi dico: questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato».
da DILI, TIMOR EST Ieri questa giovane insegnante, durante la pausa, mi ha chiesto quale fosse il mio libro della Bibbia preferito. Ripresomi dallo stupore (in Europa non mi è mai stato chiesto nulla di simile, tantomeno da una ventiquattrenne) le ho subito risposto. Sono molto appassionato dei libri sapienziali, mentre altri li trovo veramente noiosi. Ad esempio il Levitico, pieno di regole e regolette ormai superate. Detto fatto. Leggendo il vangelo di oggi ho dovuto ricredermi. Il comandamento Amerai il prossimo tuo come te stesso è scritto nella Legge di Dio, libro del Levitico 19,18. Eh sì, proprio così. Siamo cresciuti convinti che ama il prossimo tuo come te stesso sia il comando nuovo di Gesù, mentre è il comando del Padre suo. Dunque dove sta dunque la novità di Gesù? Nell’ultima cena dirà Vi do un comando nuovo: amatevi come io vi ho amato. Gli evangelisti insomma ci propongono la vita stessa di Gesù come l’unica interpretazione autentica della Legge che il Maestro non è venuto ad abolire ma a compiere. Se vogliamo sapere cosa significa amare il prossimo come noi stessi, dobbiamo guardare a Gesù di Nazareth. Diventare come lui. Per questo dobbiamo assumere familiarità con la sua storia, la sua figura, le sue parole.
Mc 12,28-34 Si avvicinò a Gesù uno degli scribi e gli domandò: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?». Gesù rispose: «Il primo è: “Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore; amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza”. Il secondo è questo: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Non c’è altro comandamento più grande di questi». Lo scriba gli disse: «Hai detto bene, Maestro, e secondo verità, che Egli è unico e non vi è altri all’infuori di lui; amarlo con tutto il cuore, con tutta l’intelligenza e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso vale più di tutti gli olocàusti e i sacrifici». Vedendo che egli aveva risposto saggiamente, Gesù gli disse: «Non sei lontano dal regno di Dio». E nessuno aveva più il coraggio di interrogarlo.
da DILI TIMOR EST Lo dicevamo ieri e lo sa perfino il diavolo che dividersi non va mai bene. Se anche satana è diviso in se stesso, come potrà stare in piedi il suo regno? osserva Gesù. Magari Satana fosse diviso! Magari fosse possibile approfittare delle sue lotte interne per mettere un diavolo contro l’altro. Eppure non succede. È curioso, sembra che il male unisca più facilmente. Chi ha un progetto di bene invece, sarà tentato dal divisore. Le opere di misericordia infatti non ricevono quasi mai immediata ricompensa e lo scoraggiamento è sempre in agguato. Occorre tenacia, occorre rimotivarsi costantemente attingendo al pozzo profondo del cuore, di cui parlavamo domenica. D’altra parte, se satana si preoccupa e ci tenta è perché ci teme. È dunque difficile sempre, in tutti i contesti, nel benessere europeo e nella miseria che c’è qui. Vedo che la povertà è un ottimo terreno per ogni tipo degenerazione. Invidie, depressioni, violenze e abrutimenti tra le pareti di casa… Innestare germogli di istruzione, gratuità, volontariato, educazione, non può che portare qualche cruccio al principe di ogni bruttezza. Ma se raccogliamo con Gesù, non ci disperderemo e nessuno fermerà la corsa del vangelo.
Lc 11,14-23 Gesù stava scacciando un demonio che era muto. Uscito il demonio, il muto cominciò a parlare e le folle furono prese da stupore. Ma alcuni dissero: «È per mezzo di Beelzebùl, capo dei demòni, che egli scaccia i demòni». Altri poi, per metterlo alla prova, gli domandavano un segno dal cielo. Egli, conoscendo le loro intenzioni, disse: «Ogni regno diviso in se stesso va in rovina e una casa cade sull’altra. Ora, se anche satana è diviso in se stesso, come potrà stare in piedi il suo regno? Voi dite che io scaccio i demòni per mezzo di Beelzebùl. Ma se io scaccio i demòni per mezzo di Beelzebùl, i vostri figli per mezzo di chi li scacciano? Per questo saranno loro i vostri giudici. Se invece io scaccio i demòni con il dito di Dio, allora è giunto a voi il regno di Dio. Quando un uomo forte, bene armato, fa la guardia al suo palazzo, ciò che possiede è al sicuro. Ma se arriva uno più forte di lui e lo vince, gli strappa via le armi nelle quali confidava e ne spartisce il bottino. Chi non è con me è contro di me, e chi non raccoglie con me, disperde».
da DILI, TIMOR EST C’è sempre la tentazione del confronto. Il divisore, che si dice diavolo, cerca sempre un passaggio per intromettersi tra chi è unito. Divide et impera, dicevano i romani, dividili e li comanderai. Dunque fuggire, sempre fuggire, mai ascoltare chi ci confronta ai fratelli e dice di preferirci a loro. È legittimo avere preferenze, ma è pericoloso dirlo. Chissà se qualcuno aveva ingenuamente e sinceramente detto a Gesù “tu mi ispiri mentre quello che chiami Padre mi intimorisce, i tuoi insegnamenti sono semplici mentre quelli della Legge non mi danno nulla”. Insomma: Gesù fu tentato di sentirsi migliore di Dio? Subito conferma l’unità col Padre suo: Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento. Gesù fugge e zittisce chi, pur in buona fede lo vorrebbe seguire in alternativa al Dio d’Israele. Era uno-con-Dio, inseparabile.
Mt 5,17-19 Gesù disse ai suoi discepoli: «Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento. In verità io vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà un solo iota o un solo trattino della Legge, senza che tutto sia avvenuto. Chi dunque trasgredirà uno solo di questi minimi precetti e insegnerà agli altri a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà, sarà considerato grande nel regno dei cieli».