
Qualche mese fa ero sotto la tettoia di Uma Matak* con gli insegnanti e si chiacchierava durante il pranzo mentre fuori diluviava. Uno di loro mi raccontò che nel suo villaggio gli anziani, quando la pioggia non cessa per giorni, si mettono a digiunare evitando anche di bere e di usare acqua per qualunque necessità finché la pioggia non cessa. Voi cosa fate? mi chiedeva. Rispondevo sorridendo che, quando piove, noi apriamo l’ombrello. I discepoli di Giovanni e dei farisei digiunavano molte volte, ma perché lo facevano? Per abituarsi a condividere il cibo con gli altri? Forse invece per ingraziarsi Dio strappandogli una grazia a suon di lacrime e borbottii di stomaco? I discepoli di Gesù non digiunavano finché lui era con loro, perché lui era il loro cibo. Si nutrivano della sua presenza. Verranno giorni in cui lo sposo verrà loro tolto, e allora digiuneranno. Il nostro vero digiuno è non essere fisicamente con Gesù, pur sapendo che lui è vivo e risorto. Come tutti i veri digiuni, anche questo ha il fine di nutrire gli altri, di amarli nel nome di Gesù ed essere per loro la presenza di Gesù. Quella presenza nutriente di cui noi facciamo digiuno.
Mt 9,14-17 si avvicinarono a Gesù i discepoli di Giovanni e gli dissero: «Perché noi e i farisei digiuniamo molte volte, mentre i tuoi discepoli non digiunano?».
E Gesù disse loro: «Possono forse gli invitati a nozze essere in lutto finché lo sposo è con loro? Ma verranno giorni quando lo sposo sarà loro tolto, e allora digiuneranno. Nessuno mette un pezzo di stoffa grezza su un vestito vecchio, perché il rattoppo porta via qualcosa dal vestito e lo strappo diventa peggiore. Né si versa vino nuovo in otri vecchi, altrimenti si spaccano gli otri e il vino si spande e gli otri vanno perduti. Ma si versa vino nuovo in otri nuovi, e così l’uno e gli altri si conservano».







