Non si può

da DILI TIMOR EST Non voglio diventare come le cerniere del mio zaino fotografico, a tenuta d’acqua. Quando si viene a vivere in una terra, come un seme che cade, non si può restare incolumi. Ci si potrebbe riparare dietro i vetri di un albergo o i finestrini di un’auto con l’aria condizionata al massimo. Ma non siamo qui per preservare intatta la nostra vita. Siamo qui per dare frutto. Occorre andare dove il maestro va: chi mi vuole servire mi segua. E io intendo: chi mi vuole servire a qualcosa, chi vuole essermi utile, chi mi vuole dare una mano, vada dove vado io. E ieri sera, ne sono certo, era tra le migliaia di persone che affollavano la strada vendendo e comprando. Gente che cerca di salvare la vita dei propri figli. Gente che chiede ai figli di aiutare a salvarsi tutti. Si stringe il cuore a vedere bambini che passano la sera a vendere per portare a casa qualche moneta. E il mattino, all’alba, a scuola. Ma questa è la vita che devono vivere. Non è la vita che hanno scelto, ma quella che noi scegliamo per loro ogni volta che preserviamo la nostra sensibilità e la orientiamo su altro. Forse dovremmo abbassare le difese, non temere di piangere. Non siamo in terra per rimanere intatti e giovani, ma per invecchiare bene con un cuore sempre più grande, capace di scendere tra gli ultimi.

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Gv 12,24-26     Gesù disse ai suoi discepoli:
«In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto.
Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna.
Se uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore. Se uno serve me, il Padre lo onorerà».