Prima noi?

Il loro discorso è chiaro e anche molto attuale: prima noi, poi gli altri. Prima Nazareth, se sei di Nazareth, o prima gli italiani se sei italiano, e così via. È la legge della natura, che spinge a salvare prima i propri cuccioli e la propria razza. La legge di Dio spinge invece a salvare chi ha più bisogno, fosse pure di altra nazionalità. Ma è dura a cambiare, me ne accorgo in questi primissimi giorni di rientro in Italia dopo quasi due mesi a Timor Est. Più volte mi è stato detto: “Chissà che situazione che hai trovato! Però anche qui non è certo meglio…”. È l’istinto, non l’intelligenza, che ci fa parlare così. L’intelligenza ci farebbe vedere, calcolare, soppesare, valutare ed infine esclamare “Grazie Signore, anche questa volta sono più fortunato! Cosa posso fare per gli altri?”. L’istinto tribale, per non dire razziale, ci pone invece in difensiva: “Anche qui la situazione è disperata, non certo migliore che laggiù, dunque siamo noi quelli da aiutare”. Medico, cura te stesso. Quanto abbiamo udito che accadde a Cafàrnao, fallo anche qui, nella tua patria!”. Ma non importa, bisogna mettersi in cammino, passando in mezzo a queste cose, senza prendersela. D’altra parte, se la miseria aumenta ci saranno pur dei motivi. Uno di questi è certamente che molti medici si credono pazienti e, anziché curare chi soffre, curano se stessi.

Vi anticipiamo che sta per prendere il via l’operazione “un dollaro al giorno”.

Lc 4,16-30 Gesù venne a Nàzaret, dove era cresciuto, e secondo il suo solito, di sabato, entrò nella sinagoga e si alzò a leggere. Gli fu dato il rotolo del profeta Isaìa; aprì il rotolo e trovò il passo dove era scritto:
«Lo Spirito del Signore è sopra di me;
per questo mi ha consacrato con l’unzione
e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio,
a proclamare ai prigionieri la liberazione
e ai ciechi la vista;
a rimettere in libertà gli oppressi
e proclamare l’anno di grazia del Signore».
Riavvolse il rotolo, lo riconsegnò all’inserviente e sedette. Nella sinagoga, gli occhi di tutti erano fissi su di lui. Allora cominciò a dire loro: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato».
Tutti gli davano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca e dicevano: «Non è costui il figlio di Giuseppe?». Ma egli rispose loro: «Certamente voi mi citerete questo proverbio: “Medico, cura te stesso. Quanto abbiamo udito che accadde a Cafàrnao, fallo anche qui, nella tua patria!”». Poi aggiunse: «In verità io vi dico: nessun profeta è bene accetto nella sua patria. Anzi, in verità io vi dico: c’erano molte vedove in Israele al tempo di Elìa, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; ma a nessuna di esse fu mandato Elìa, se non a una vedova a Sarèpta di Sidòne. C’erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Elisèo; ma nessuno di loro fu purificato, se non Naamàn, il Siro».
All’udire queste cose, tutti nella sinagoga si riempirono di sdegno. Si alzarono e lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù. Ma egli, passando in mezzo a loro, si mise in cammino.