Avevo fame

“Noi europei siamo i più poveri tra i poveri perché la nostra è povertà dell’anima, che ci farà perdere la vita eterna, non solo quella terrena”. Me lo scriveva ieri una lettrice. Sono discorsi complessi che ti sfidano con un messaggio su WhatsApp nei primi giorni di lavoro, come una tegola in testa. Semplicemente perché, detta così, l’affermazione è del tutto condivisibile ma pure totalmente da respingere. Nasconde due significati opposti. Cosa faceva Gesù dall’alba al calar del sole? Guariva le persone da varie malattie e le liberava dai demoni. Nei vangeli è narrato ben sei volte che Gesù moltiplicò il pane per la folla affamata e a Cana mutò l’acqua in vino per gli sposi. È innegabile che Gesù, Dio incarnato in un corpo, si preoccupasse della salute fisica delle persone. Non predicò il digiuno, non insegnò a trascurare il corpo né a ritenerlo fonte di peccato. Lui il corpo lo curò, pure il suo che uscì vivo dalla tomba. Dai vangeli capiamo che secondo Gesù, un’anima povera e inaridita è esattamente quella che non si preoccupa dei bisogni altrui. È questa l’anima che perde la vita eterna: via, maledetti, nel fuoco eterno, perché avevo fame e non mi avete dato da mangiare, sete e non mi avete dato da bere, nudo e non mi avete vestito… Dunque sì, il più povero tra i poveri è chi non ha un’anima che lo spinge a curare il fratello, a dividere il pane con lui, partecipando alle sue necessità reali. Se invece confrontassimo la povertà d’anima con quella di cibo, concludendo che quest’ultima non è poi così grave e dunque non meritevole di tutta la nostra immediata attenzione… Be’, se fosse così, l’unico modo per curare la nostra ipocrisia sarebbe prendere il nostro corpo, metterlo su un aereo e partire per uno dei tanti paesi “in via di sviluppo”. Scopriremmo anzitutto che non si stanno affatto sviluppando. E poi capiremmo che la miseria materiale è ad un tempo figlia e madre della miseria dell’anima. Capiremmo poi che non si possono dividere anima e corpo, vita terrena ed eterna, ma che prendersi cura di uno è prendersi cura dell’altro. Così come nutrire un uomo mortale è nutrire Dio Eterno: Il Re dirà loro: avevo fame e mi avete dato da mangiare.

Sullo stesso argomento https://lalocandadellaparola.com/2023/07/29/lo-scarto/

Lc 4,38-44 Gesù, uscito dalla sinagoga, entrò nella casa di Simone. La suocera di Simone era in preda a una grande febbre e lo pregarono per lei. Si chinò su di lei, comandò alla febbre e la febbre la lasciò. E subito si alzò in piedi e li serviva.
Al calar del sole, tutti quelli che avevano infermi affetti da varie malattie li condussero a lui. Ed egli, imponendo su ciascuno le mani, li guariva. Da molti uscivano anche demòni, gridando: «Tu sei il Figlio di Dio!». Ma egli li minacciava e non li lasciava parlare, perché sapevano che era lui il Cristo.
Sul far del giorno uscì e si recò in un luogo deserto. Ma le folle lo cercavano, lo raggiunsero e tentarono di trattenerlo perché non se ne andasse via. Egli però disse loro: «È necessario che io annunci la buona notizia del regno di Dio anche alle altre città; per questo sono stato mandato».
E andava predicando nelle sinagoghe della Giudea.