
L’abbiamo già detto molte volte, ma ci fa bene ripeterlo. Gesù non ce l’aveva con chi legittimamente vendeva nel tempio gli animali da offrire in sacrificio. Ce l’aveva piuttosto con l’idea che questi sacrifici bastassero a comprare la grazia di Dio: Non fate della casa del Padre mio un mercato! E non fate di Dio un mercante. Non c’è alcun Dio di cui comprarsi il favore a suon di sacrifici. Il salmo infatti già diceva: Se ho fame a te non lo dico; mio è il mondo e quanto contiene; mangio forse la carne dei tori? bevo forse il sangue dei capri? Offri a Dio un sacrificio di lode! Invocami nelle prove e io sarò la tua salvezza (dal Salmo 49). Dio ci aiuta perché ci ama, non perché gli offriamo qualcosa. Gesù è venuto nel mondo a dirci questo, confermandolo con il suo stesso modo di vivere. La sua vita è il segno che lui ha mostrato. È la strada che ha tracciato perché la seguissimo.
Gv 2,13-22 Si avvicinava la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme.
Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe e, là seduti, i cambiamonete.
Allora fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori del tempio, con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: «Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!».
I suoi discepoli si ricordarono che sta scritto: «Lo zelo per la tua casa mi divorerà».
Allora i Giudei presero la parola e gli dissero: «Quale segno ci mostri per fare queste cose?». Rispose loro Gesù: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere». Gli dissero allora i Giudei: «Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?». Ma egli parlava del tempio del suo corpo.
Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù.