
Alla faccia della tanto sbandierata privacy, oggi più che mai ci si fa i fatti altrui senza ritegno. Ma è sempre la vittima a creare il carnefice. Siamo noi che divulghiamo foto, stati, video di tutto ciò che stiamo facendo, lamentandoci poi di dover rendere conto a tutti della nostra vita privata. Anche in comunità cristiane, gruppi o movimenti, può accadere di confondere la fraternità con la assenza di riservatezza e intimità. Insomma, non tutto va per forza detto a tutti. Pensiamo a Maria di Nazareth: quando e a chi avrà confidato come andarono le cose? Non avrà certo detto a tutta Nazareth che “ieri è stato da me l’arcangelo Gabriele”. Neanche io vi dico perché faccio queste cose, dirà suo figlio Gesù nientemeno che ai capi dei sacerdoti. Distinguere a chi e quando raccontare di noi è dono dello Spirito da chiedere e custodire.
Mt 21,23-27 Gesù entrò nel tempio e, mentre insegnava, gli si avvicinarono i capi dei sacerdoti e gli anziani del popolo e dissero: «Con quale autorità fai queste cose? E chi ti ha dato questa autorità?».
Gesù rispose loro: «Anch’io vi farò una sola domanda. Se mi rispondete, anch’io vi dirò con quale autorità faccio questo. Il battesimo di Giovanni da dove veniva? Dal cielo o dagli uomini?».
Essi discutevano fra loro dicendo: «Se diciamo: “Dal cielo”, ci risponderà: “Perché allora non gli avete creduto?”. Se diciamo: “Dagli uomini”, abbiamo paura della folla, perché tutti considerano Giovanni un profeta».
Rispondendo a Gesù dissero: «Non lo sappiamo». Allora anch’egli disse loro: «Neanch’io vi dico con quale autorità faccio queste cose».