
DILI, TIMOR EST Vicino a casa mia c’è questo falegname. Tra armadi e sedie ci sono sempre varie casse da morto in preparazione. Molte sono bianche. Ogni volta che ci passo è un “memento mori”. Spesso in Italia molti osservano che per la gente di Timor il rapporto con la morte è diverso. È vero. Non che sia meno dolorosa solo perché più frequente. È però più presente, si è più consapevoli della sua esistenza. Da noi si vive come non ci fosse, salvo poi affrontarla come un incidente imprevisto capitato solo a noi. Qui capita di vedere grandi assembramenti di persone, numerose auto parcheggiate alla rinfusa lungo la strada. Che succede? Sarà morto qualcuno e tutti vanno a fargli visita e portarlo alla tomba. Sì, dunque è vero. Qui il rapporto con la morte e con il morto è diverso. Si deve assolutamente partecipare al funerale e si deve piangere, salvo che in un momento. Durante la chiusura della cassa le lacrime possono cadere ma in silenzio. Si rovinerebbe la serenità del defunto che in quel momento chiude con questa vita ed entra nell’altra dicendoci Non piangere!
Lc 7,11-17 Gesù si recò in una città chiamata Nain, e con lui camminavano i suoi discepoli e una grande folla.
Quando fu vicino alla porta della città, ecco, veniva portato alla tomba un morto, unico figlio di una madre rimasta vedova; e molta gente della città era con lei.
Vedendola, il Signore fu preso da grande compassione per lei e le disse: «Non piangere!». Si avvicinò e toccò la bara, mentre i portatori si fermarono. Poi disse: «Ragazzo, dico a te, àlzati!». Il morto si mise seduto e cominciò a parlare. Ed egli lo restituì a sua madre.
Tutti furono presi da timore e glorificavano Dio, dicendo: «Un grande profeta è sorto tra noi», e: «Dio ha visitato il suo popolo». Questa fama di lui si diffuse per tutta quanta la Giudea e in tutta la regione circostante.