
DILI, TIMOR EST Noite, dico a un ragazzino incrociandolo nel buio della stradina che porta a casa mia. Osan, mi risponde, soldi. Chi dice la gente che io sia? Cosa vedono in me quando passo? Indosso una maglietta e un paio di pantaloni corti comprati al mercato dell’usato per un totale di due dollari, ma il ragazzino non li vede. Vede la mia pelle, vede osan. Tutto gli ha insegnato che chi è bianco non ha certamente le tasche vuote. Ed è così, poche storie. Ciò mi umilia, certo, ma sempre meno che dover chiedere una moneta. “Pedro”, mi sento chiamare entrando al bar. Era il bimbo di cui vi ho raccontato in agosto, quello a cui avevo offerto da mangiare. Non ricordavo nemmeno di avergli detto il mio nome. Chi dice la gente che io sia? La gente dice di te quello che crede di sapere: Elia, il Battista, un profeta, o un ricco, un turista, un bianco straniero. Ma il tuo nome lo ricorda solo chi hai amato.
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Lc 9,18-22 Un giorno Gesù si trovava in un luogo solitario a pregare. I discepoli erano con lui ed egli pose loro questa domanda: «Le folle, chi dicono che io sia?». Essi risposero: «Giovanni il Battista; altri dicono Elìa; altri uno degli antichi profeti che è risorto».
Allora domandò loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Pietro rispose: «Il Cristo di Dio».
Egli ordinò loro severamente di non riferirlo ad alcuno. «Il Figlio dell’uomo – disse – deve soffrire molto, essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e risorgere il terzo giorno».