
da DILI, TIMOR EST Ancora una domanda diretta e giudicante. Eppure comprensibile. Mangiare dallo stesso piatto di chi pubblicamente conduce una vita non condivisibile è come minimo incoerente. Ma sarebbe altrettanto incoerente essere medico e tenersi alla larga dai malati. Insomma, tutta questione di identità. Gesù e i suoi si sentivano guaritori e lo erano davvero. Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Se dunque ci sentiamo sbagliati, se troviamo in noi stessi qualcosa di malato, ricordiamoci che Gesù non ha paura di chi non è nella sua forma migliore. Non è urlando che guariremo la gente. Le fatiche della vita, i traumi, lo stress del mondo consumistico o della povertà, tutto può causare comportamenti sbagliati. Se iniziassimo a chiamarli comportamenti “malati”, forse sorgerebbe in noi un briciolo di misericordia verso chi non sempre ci piace. Ora è forse fin troppo di moda giustificare ogni errore attribuendolo ad un trauma remoto, quasi non avessimo responsabilità delle nostre colpe. No. Ci sono malattie colpevoli, causate da cattivi comportamenti. Non si tratta quindi di eliminare il senso del peccato e la responsabilità delle nostre azioni, ma di vedere il peccatore come una persona bisognosa di cure. E la medicina migliore è l’amore che ti chiama. Non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori perché si convertano.
Lc 5,27-32 Gesù vide un pubblicano di nome Levi, seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi!». Ed egli, lasciando tutto, si alzò e lo seguì.
Poi Levi gli preparò un grande banchetto nella sua casa. C’era una folla numerosa di pubblicani e d’altra gente, che erano con loro a tavola. I farisei e i loro scribi mormoravano e dicevano ai suoi discepoli: «Come mai mangiate e bevete insieme ai pubblicani e ai peccatori?». Gesù rispose loro: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori perché si convertano».
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