In cielo

DINTORNI DI LOSPALOS, TIMOR EST  Ciò che legherete sulla terra sarà legato in cielo. Restano, restano per sempre gli intrecci dei giorni vissuti insieme. Il passaggio della morte rende i legami invisibili ma non meno veri anzi, forse nel profondo della preghiera si può dialogare con più facilità. Cos’è la vita, cos’è la famiglia, se non un intreccio di amore, di cura reciproca, di incomprensioni superate dall’umiltà del perdono. È tutto un intessere e riannodare affetti. I nostri cari defunti sono vivi e le risposte arrivano se parliamo loro, se preghiamo per loro e con loro. Non dubitiamo, la vita non è un pugno d’anni che vanno in nulla. Abbiamo un’eternità per stare insieme.

INTERESSANTE Qui a Timor non si ha la minima idea di cosa sia Halloween. Il ricordo dei defunti è vissuto molto seriamente, senza zucche o maschere da fantasma. I cimiteri si illuminano di candele e la gente si ritrova presso la tomba dei cari defunti o in casa mangiando. Si apparecchia, si serve il cibo, ma non si cena. Si attende, come se loro ancora una volta cenassero. Poi è il turno di chi è ancora quaggiù. Nessuna atmosfera triste ma nemmeno nessun penoso tentativo di trasformare la morte in carnevale, dimenticando di pregare per i defunti e di chiedere loro una mano dal cielo.

Commemorazione dei defunti Gv 6,37-40 Gesù disse alla folla:
«Tutto ciò che il Padre mi dà, verrà a me: colui che viene a me, io non lo caccerò fuori, perché sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato.
E questa è la volontà di colui che mi ha mandato: che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma che lo risusciti nell’ultimo giorno.
Questa infatti è la volontà del Padre mio: che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno».

Il gusto dell’attimo

LOSPALOS, TIMOR EST Solo nel bisogno smettiamo gli abiti dei forti ed attendiamo aiuto. Solo nel pianto apprezziamo un minimo gesto di consolazione. È nella notte che anche la più flebile luce è un dono. Nella miseria si gusta anche un respiro. Ecco i beati, i santi, quelli che ne hanno passate tante da imparare a vedere l’amore nascosto in ciò che, agli occhi di chi sta bene, è solo un atto dovuto. E allora gustano il sapore della vita, dell’attimo. Come quando si è stranieri e in quel poco che si riesce a dire ci si mette tutto l’amore del mondo, con la certezza che un giorno parleremo la stessa lingua. Già la possiamo parlare. Sono infatti le opere, più che le parole, a renderci una cosa sola, una sola santità.

Tutti i Santi Mt 5,1-12  vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:
«Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati quelli che sono nel pianto,
perché saranno consolati.
Beati i miti,
perché avranno in eredità la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi,
perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore,
perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per la giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».

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Ogni giorno

DILI, TIMOR EST   Che effetto ci fa leggere un episodio come questo? Qui ciò che la psicologia chiama tabù esiste ancora. Qualcosa di assolutamente vietato o doveroso che non si immagina nemmeno di mettere in discussione. Lulik, sacro, intoccabile. Fa davvero impressione stare con giovani in jeans e cellulare che ancora si orientano così. Ancora per poco purtroppo e sempre meno, perché il nostro mondo arriva. Il mondo senza tabù né leggi divine, senza sabati. Un mondo a cui questa pagina non fa né caldo né freddo. Abbiamo sostituito il sabato con il “secondo me”. L’unica legge tabù è esattamente quella che li vieta. Gesù combatteva l’ottusità e la rigidità mentale, non certo la sacralità del sabato riservato a Dio. Anzi, proprio perché era giorno di Dio doveva essere giorno operoso di misericordia. È lecito o no guarire qualcuno di sabato? E allora, visto che nel nostro mondo si può, cambiamo nome pure ai giorni e ripetiamo ancora: ogni giorno è sabato. Ogni giorno è del Signore.

Lc 14,1-6    Un sabato Gesù si recò a casa di uno dei capi dei farisei per pranzare ed essi stavano a osservarlo. Ed ecco, davanti a lui vi era un uomo malato di idropisìa.
Rivolgendosi ai dottori della Legge e ai farisei, Gesù disse: «È lecito o no guarire di sabato?». Ma essi tacquero. Egli lo prese per mano, lo guarì e lo congedò.
Poi disse loro: «Chi di voi, se un figlio o un bue gli cade nel pozzo, non lo tirerà fuori subito in giorno di sabato?». E non potevano rispondere nulla a queste parole.

Materni

Non siamo abituati a questa versione di Gesù “mamma chioccia”. Siamo più abituati a considerarlo maestro, rabbì, Signore. Ormai non occorre una laurea in psicologia per sapere che anche in un uomo vi è una forza femminile (e viceversa nella donna una maschile). Dunque oggi incontriamo un Gesù materno. Quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come una chioccia i suoi pulcini sotto le ali. Lasciamoci prendere sotto le ali di Gesù, lasciamo che si curi di noi come una mamma. Parliamogli, confidiamogli ogni pensiero che ci attraversa la mente, certi d’essere capiti. Sfoghiamo nel suo abbraccio le nostre preoccupazioni. Che non dica anche di noi che non abbiamo voluto, perché noi lo vogliamo. Lo vogliamo con tutto il cuore.

Lc 13,31-35   si avvicinarono a Gesù alcuni farisei a dirgli: «Parti e vattene via di qui, perché Erode ti vuole uccidere».
Egli rispose loro: «Andate a dire a quella volpe: “Ecco, io scaccio demòni e compio guarigioni oggi e domani; e il terzo giorno la mia opera è compiuta. Però è necessario che oggi, domani e il giorno seguente io prosegua nel cammino, perché non è possibile che un profeta muoia fuori di Gerusalemme”.
Gerusalemme, Gerusalemme, tu che uccidi i profeti e lapidi quelli che sono stati mandati a te: quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come una chioccia i suoi pulcini sotto le ali, e voi non avete voluto! Ecco, la vostra casa è abbandonata a voi! Vi dico infatti che non mi vedrete, finché verrà il tempo in cui direte: “Benedetto colui che viene nel nome del Signore!”».

Pochi?

DILI, TIMOR EST   Sono pochi quelli che si salvano? Sì, pochissimi. Perché sono tantissimi quelli che mangiano e bevono alla presenza di chi ha bisogno e se ne infischiano. Non importa quale sia il bisogno: la ricca signora bisognosa di compagnia nel salottino milanese e il bambino scalzo nella polvere di Dili sono entrambi difficili da amare. In pochi si salvano, i più vengono lasciati morire. Di fame, di malattia, di guerra, di depressione e disperazione, di morte fisica o dell’anima. Sono pochi quelli che si salvano per opera nostra. E meno ne salviamo, meno salveremo noi stessi. Non chiedere al Signore se sono tanti o pochi quelli che si salvano. È lui che lo chiede a te, perché la sua salvezza passa attraverso le tue opere d’amore.

Lc 13,22-30    Gesù passava insegnando per città e villaggi, mentre era in cammino verso Gerusalemme. Un tale gli chiese: «Signore, sono pochi quelli che si salvano?».
Disse loro: «Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, io vi dico, cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno.
Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, voi, rimasti fuori, comincerete a bussare alla porta, dicendo: “Signore, aprici!”. Ma egli vi risponderà: “Non so di dove siete”. Allora comincerete a dire: “Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze”. Ma egli vi dichiarerà: “Voi, non so di dove siete. Allontanatevi da me, voi tutti operatori di ingiustizia!”. Là ci sarà pianto e stridore di denti, quando vedrete Abramo, Isacco e Giacobbe e tutti i profeti nel regno di Dio, voi invece cacciati fuori.
Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio. Ed ecco, vi sono ultimi che saranno primi, e vi sono primi che saranno ultimi».

Corri incontro

DILI, TIMOR EST     Da lui usciva una forza che guariva tutti. Perché passava le notti pregando Dio. Gesù uomo aveva bisogno di pregare per rimanere unito a Dio. Era l’unico modo per rimanere Dio, uno con Lui. Così era un canale senza alcuna resistenza, attraverso cui l’amore di Dio si poteva riversare sulla terra senza freni. Da lui usciva una forza che guariva tutti. Per questo tutti cercavano di toccarlo, perché chi lo toccava, toccava Dio e chi tocca Dio è salvo. Lasciamoci toccare da Lui, dal suo Spirito. Abbiamo troppe ferite inconsce che ci comandano e deviano ogni pensiero, filtrano ogni emozione. Lasciamoci toccare dalla mano di Dio e saremo sanati nel profondo. Gettiamoci su Gesù, corriamogli incontro e non lasciamolo mai.

Santi Simone e Giuda Apostoli    Lc 6,2-19   Gesù se ne andò sul monte a pregare e passò tutta la notte pregando Dio. Quando fu giorno, chiamò a sé i suoi discepoli e ne scelse dodici, ai quali diede anche il nome di apostoli: Simone, al quale diede anche il nome di Pietro; Andrea, suo fratello; Giacomo, Giovanni, Filippo, Bartolomeo, Matteo, Tommaso; Giacomo, figlio di Alfeo; Simone, detto Zelota; Giuda, figlio di Giacomo; e Giuda Iscariota, che divenne il traditore.
Disceso con loro, si fermò in un luogo pianeggiante. C’era gran folla di suoi discepoli e gran moltitudine di gente da tutta la Giudea, da Gerusalemme e dal litorale di Tiro e di Sidòne, che erano venuti per ascoltarlo ed essere guariti dalle loro malattie; anche quelli che erano tormentati da spiriti impuri venivano guariti. Tutta la folla cercava di toccarlo, perché da lui usciva una forza che guariva tutti.

Grazie a chi ci aiuta! Mi scuso se non sempre riesco a ringraziare chi dona ma è perché non ho alcun contatto https://buonodentrobuonofuori.com/come-aiutarci/

Sino ai confini

DILI, TIMOR EST   Non possiamo capire questa pagina di Vangelo perché ormai per noi tutto è stato ridotto alla razionalità scientifica. Non possiamo credere che sia possibile guarire una persona imponendole le mani. Al tempo di Gesù invece era normale ma – proprio perché era un’attività di lavoro – non andava fatta nel giorno di sabato. Qui, da dove vi scrivo, è assolutamente normale avere un legame con l’aldilà, con le forze di guarigione e purtroppo anche di maledizione. È normale interpellare i cari defunti prima di intraprendere un viaggio o un’importante decisione. È assolutamente normale avere paura che qualcuno ti maledica e ti faccia ammalare usando poteri tanto invisibili quanto efficaci. Liberaci dal male, diceva sempre Gesù pregando. Lui passava guarendo tutti, liberando i malati tenuti ricurvi su se stessi da Satana. Siamo tutti ricurvi, a contemplare i nostri problemi, a cercare distrazione in uno schermo stretto in mano come un naufrago stringe una tavola in mare. Ogni giorno è sabato, è giorno del Signore, giorno buono per essere liberati e alzarsi dai nostri divani e camminare a testa alta. Non la testa alta dei presuntuosi ma quella di chi guarda lontano, fino ai confini del mondo, per vedere se vi sia qualcuno da liberare dal male.

Lc 13,10-17 Gesù stava insegnando in una sinagoga in giorno di sabato. C’era là una donna che uno spirito teneva inferma da diciotto anni; era curva e non riusciva in alcun modo a stare diritta.
Gesù la vide, la chiamò a sé e le disse: «Donna, sei liberata dalla tua malattia». Impose le mani su di lei e subito quella si raddrizzò e glorificava Dio.
Ma il capo della sinagoga, sdegnato perché Gesù aveva operato quella guarigione di sabato, prese la parola e disse alla folla: «Ci sono sei giorni in cui si deve lavorare; in quelli dunque venite a farvi guarire e non in giorno di sabato».
Il Signore gli replicò: «Ipocriti, non è forse vero che, di sabato, ciascuno di voi slega il suo bue o l’asino dalla mangiatoia, per condurlo ad abbeverarsi? E questa figlia di Abramo, che Satana ha tenuto prigioniera per ben diciotto anni, non doveva essere liberata da questo legame nel giorno di sabato?».
Quando egli diceva queste cose, tutti i suoi avversari si vergognavano, mentre la folla intera esultava per tutte le meraviglie da lui compiute.

La presunzione

DILI, TIMOR EST   il problema non è parlare a Dio in piedi, senza battersi il petto, ringraziando del bene che si riesce a fare. Anzi, questo è ciò che Gesù ci insegna. Il problema è l’intima presunzione d’essere giusti e disprezzare gli altri. Degli altri noi non sappiamo nulla. Nemmeno dei loro pubblici peccati conosciamo l’origine. Tantomeno sappiamo della loro sofferenza, dei loro rimorsi, del loro pentimento costante. Non ci resta che chiedere a Dio di smascherare le nostre presunzioni e inconsce convinzioni e darci la forza di rispettare la travagliata storia altrui. “Rendi cosciente l’inconscio, altrimenti sarà l’inconscio a guidare la tua vita e tu lo chiamerai destino” (C.G.Jung)

Lc 18,9-14    Gesù disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri:
«Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano.
Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: “O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo”.
Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”.
Io vi dico: questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato».

Ricominciare

DILI, TIMOR EST    Quando ci pare d’essere dei buoni a nulla, come un grande albero che non produce frutti, allora ricordiamoci che eravamo un piccolo germoglio. Servirà a non scoraggiarci, a credere con fede che come siamo arrivati sin qui, così potremo crescere ancora. Il vangelo ci ha guidato sinora, convertendo la rotta ogni giorno e non sciupando occasioni di crescita. Nella parabola, Dio non è il padrone ma il vignaiolo. Parlò così perché sapeva cosa avrebbe potuto fare alla pianta per portarla a far frutti entro un anno. Se lo vogliamo, Dio ci cambia il cuore. Se lo crediamo, sarà Lui a renderci persone mature. Pare che Nazareth significhi “germoglio”. Noi seguiamo il nazareno, possiamo germogliare nuovamente ogni giorno. Questo significa convertirsi.

Lc 13,1-9    si presentarono alcuni a riferire a Gesù il fatto di quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva fatto scorrere insieme a quello dei loro sacrifici. Prendendo la parola, Gesù disse loro: «Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subìto tale sorte? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. O quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Sìloe e le uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo».
Diceva anche questa parabola: «Un tale aveva piantato un albero di fichi nella sua vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. Allora disse al vignaiolo: “Ecco, sono tre anni che vengo a cercare frutti su quest’albero, ma non ne trovo. Tàglialo dunque! Perché deve sfruttare il terreno?”. Ma quello gli rispose: “Padrone, lascialo ancora quest’anno, finché gli avrò zappato attorno e avrò messo il concime. Vedremo se porterà frutti per l’avvenire; se no, lo taglierai”».

Cosa resta

DILI, TIMOR EST   Lungo la strada, fuori dalla bottega del falegname che costruisce le bare. Un grande compensato è ancora fresco di vernice bianca. Vi hanno appoggiato una croce per dipingerla. Un’altra giovane vita è finita. Intravvedo tracce di altre croci, altri dolori. Passiamo la vita a litigare, discutere, commentare qualsiasi cosa. Contiamo i nostri debitori, li trasciniamo in tribunale. Facciamo pagare fino all’ultimo spicciolo anche una sola parola errata. Sappiamo valutare l’aspetto del cielo e della terra, ma questo tempo, il tempo presente, l’attimo presente, non lo sappiamo valutare, non lo sappiamo apprezzare. Se lo sapessimo, vivremmo oggi come il primo, l’ultimo, l’unico giorno di vita. Prima o poi un falegname preparerà una croce col nostro nome. Di tutte le nostre valutazioni e avversioni e sentenze cosa resterà? Resta solo ciò che vivo alla Presenza di Dio, consapevole e certo che lui conosce tutto ciò che sto vivendo.

Lc 12,54-59    Gesù diceva alle folle:
«Quando vedete una nuvola salire da ponente, subito dite: “Arriva la pioggia”, e così accade. E quando soffia lo scirocco, dite: “Farà caldo”, e così accade. Ipocriti! Sapete valutare l’aspetto della terra e del cielo; come mai questo tempo non sapete valutarlo? E perché non giudicate voi stessi ciò che è giusto?
Quando vai con il tuo avversario davanti al magistrato, lungo la strada cerca di trovare un accordo con lui, per evitare che ti trascini davanti al giudice e il giudice ti consegni all’esattore dei debiti e costui ti getti in prigione. Io ti dico: non uscirai di là finché non avrai pagato fino all’ultimo spicciolo».