“Dio ci vuole bene, Dio vi ama tutti, e il male non prevarrà! Siamo tutti nelle mani di Dio. Pertanto, senza paura, uniti mano nella mano con Dio e tra di noi andiamo avanti. Siamo discepoli di Cristo. Cristo ci precede. Il mondo ha bisogno della sua luce. L’umanità necessita di Lui come il ponte per essere raggiunta da Dio e dal suo amore. Aiutateci anche voi, poi gli uni gli altri a costruire ponti, con il dialogo, con l’incontro, unendoci tutti per essere un solo popolo sempre in pace. Grazie a Papa Francesco!”. Papa Leone XIV
Gv 6,52-59 Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?». Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno». Gesù disse queste cose, insegnando nella sinagoga a Cafàrnao.
Siamo abituati a dire che Gesù ci parla di Dio e ci insegna a chiamarlo Padre. È vero, è così. È però vero anche l’opposto, cioè che è Dio a istruirci su Gesù, ad attrarci a Gesù e spingerci a divenire suoi discepoli. Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre. In questi giorni di Conclave, molti immaginano che sia in corso la usuale corsa alla vittoria, con tanto di candidature e manovre per attrarre a sé i voti. In realtà è questione di essere istruiti da Dio. Infatti “si tratta di scegliere colui che Dio ha scelto”.
Gv 6,44-51 disse Gesù alla folla: «Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Sta scritto nei profeti: “E tutti saranno istruiti da Dio”. Chiunque ha ascoltato il Padre e ha imparato da lui, viene a me. Non perché qualcuno abbia visto il Padre; solo colui che viene da Dio ha visto il Padre. In verità, in verità io vi dico: chi crede ha la vita eterna. Io sono il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia. Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».
Non perdiamoci nulla di questa vita. Viviamola tutta, senza scarti. Anche ciò che va in modo diverso dai nostri piani, accettiamolo. Manteniamo un dialogo interiore costante con Gesù, perché chiunque va a lui non verrà mai mandato via. Più la giornata pare soffocarci, più urge sostare un istante, quanto basta ad invocare il suo nome, a ricentrare tutto in lui. Credo in te, credo nel Padre, credo nello Spirito. Mi fido completamente.
Gv 6,35-40 disse Gesù alla folla: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai! Vi ho detto però che voi mi avete visto, eppure non credete. Tutto ciò che il Padre mi dà, verrà a me: colui che viene a me, io non lo caccerò fuori, perché sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato. E questa è la volontà di colui che mi ha mandato: che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma che lo risusciti nell’ultimo giorno. Questa infatti è la volontà del Padre mio: che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno».
Come dicevamo ieri. L’incontro è avvenuto, il pane è stato distribuito. Nessuno è stato mandato a casa digiuno. Ora la folla è disposta all’ascolto, a parlare di pane del cielo. Gesù dice direttamente: io sono il pane di Dio. Siamo molto attenti ad una corretta alimentazione, noi che ci possiamo permettere di decidere cosa mangiare. Eppure passiamo ore ingoiando messaggi, video, trasmissioni e chiacchiere prive di alcun nutrimento. Se le idiozie che ci entrano nel cervello e nel cuore fossero cibo, saremmo già seriamente malati se non morti stecchiti. Occorre regolare la dieta, eliminare ciò che ci intossica e altera i valori. Occorre insomma riparare la carenza di Spirito frequentando più intensamente Gesù, il vero cibo di Dio.
Gv 6,30-35 la folla disse a Gesù: «Quale segno tu compi perché vediamo e ti crediamo? Quale opera fai? I nostri padri hanno mangiato la manna nel deserto, come sta scritto: “Diede loro da mangiare un pane dal cielo”». Rispose loro Gesù: «In verità, in verità io vi dico: non è Mosè che vi ha dato il pane dal cielo, ma è il Padre mio che vi dà il pane dal cielo, quello vero. Infatti il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo». Allora gli dissero: «Signore, dacci sempre questo pane». Gesù rispose loro: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai!».
Voi mi cercate perché avete mangiato quei pani, dice Gesù alla gente per cui aveva moltiplicato pani e pesci. È proprio così: più dai più torneranno a chiedere. Forse per questo a chi ci chiede pane diamo consigli e a chi ci chiede consigli diciamo di fare come crede. La fatica di gestire le richieste, di saper dire dei no, di sgobbare per continuare ad aiutare, è troppo grande e mette paura. Meglio citare saggi proverbi: “se doni un pesce a un uomo lo sfamerai per un giorno; se gli insegni a pescare lo sfamerai per una vita”. Gesù dunque sbagliò a sfamare le folle per un giorno con pani e pesci? Avrebbe dovuto piuttosto chiedere a Pietro e agli altri di dare lezioni di pesca a quella gente? Fece entrambe le cose. Sfamò la gente e poi parlò di eternità e Dio. La gente va incontrata nel suo bisogno. I bisogni sono un ponte tra il cuore di chi chiede e di chi può dare. Poi avviene l’incontro.
Gv 6,22-29 Il giorno dopo (aver moltiplicato il pane), la folla, rimasta dall’altra parte del mare, vide che c’era soltanto una barca e che Gesù non era salito con i suoi discepoli sulla barca, ma i suoi discepoli erano partiti da soli. Altre barche erano giunte da Tiberìade, vicino al luogo dove avevano mangiato il pane, dopo che il Signore aveva reso grazie. Quando dunque la folla vide che Gesù non era più là e nemmeno i suoi discepoli, salì sulle barche e si diresse alla volta di Cafàrnao alla ricerca di Gesù. Lo trovarono di là dal mare e gli dissero: «Rabbì, quando sei venuto qua?». Gesù rispose loro: «In verità, in verità io vi dico: voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell’uomo vi darà. Perché su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo». Gli dissero allora: «Che cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio?». Gesù rispose loro: «Questa è l’opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato».
Giovanni non riusciva a terminare il vangelo, come Gesù non riusciva a smettere di chiedere e riconfermare l’amore di Pietro. Questa pagina è la seconda finale del vangelo di Giovanni e racconta appunto di questo dialogo di Pietro e il Risorto. Se ci fermassimo un istante a immaginare di passeggiare in riva al lago con Gesù risorto! Concediamoci questo dono oggi, troviamo del silenzio e della calma e, chiusi gli occhi, sognamo a mente vigile. Una riva di lago o di mare. Tu e lui. Solo voi due. Signore, ti voglio bene. Inizia a immaginare di dirgli questo. Poi ascolta…
Gv 21 Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli sul mare di Tiberìade. E si manifestò così: si trovavano insieme Simon Pietro, Tommaso detto Dìdimo, Natanaèle di Cana di Galilea, i figli di Zebedèo e altri due discepoli. Disse loro Simon Pietro: «Io vado a pescare». Gli dissero: «Veniamo anche noi con te». Allora uscirono e salirono sulla barca; ma quella notte non presero nulla. Quando già era l’alba, Gesù stette sulla riva, ma i discepoli non si erano accorti che era Gesù. Gesù disse loro: «Figlioli, non avete nulla da mangiare?». Gli risposero: «No». Allora egli disse loro: «Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete». La gettarono e non riuscivano più a tirarla su per la grande quantità di pesci. Allora quel discepolo che Gesù amava disse a Pietro: «È il Signore!». Simon Pietro, appena udì che era il Signore, si strinse la veste attorno ai fianchi, perché era svestito, e si gettò in mare. Gli altri discepoli invece vennero con la barca, trascinando la rete piena di pesci: non erano infatti lontani da terra se non un centinaio di metri. Appena scesi a terra, videro un fuoco di brace con del pesce sopra, e del pane. Disse loro Gesù: «Portate un po’ del pesce che avete preso ora». Allora Simon Pietro salì nella barca e trasse a terra la rete piena di centocinquantatré grossi pesci. E benché fossero tanti, la rete non si squarciò. Gesù disse loro: «Venite a mangiare». E nessuno dei discepoli osava domandargli: «Chi sei?», perché sapevano bene che era il Signore. Gesù si avvicinò, prese il pane e lo diede loro, e così pure il pesce. Era la terza volta che Gesù si manifestava ai discepoli, dopo essere risorto dai morti. Quand’ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami più di costoro?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pasci i miei agnelli». Gli disse di nuovo, per la seconda volta: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pascola le mie pecore». Gli disse per la terza volta: «Simone, figlio di Giovanni, mi vuoi bene?». Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli domandasse: «Mi vuoi bene?», e gli disse: «Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene». Gli rispose Gesù: «Pasci le mie pecore. In verità, in verità io ti dico: quando eri più giovane ti vestivi da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi». Questo disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E, detto questo, aggiunse: «Seguimi».
Qualunque cosa chiederete nel mio nome, la farò, perché il Padre sia glorificato nel Figlio. Se mi chiederete qualche cosa nel mio nome, io la farò. Una frase piena del mistero dell’unità di Padre e Figlio. Chiedere al Padre e a Gesù nel nome di Gesù, perché Gesù è nel Padre e il Padre in Gesù. Ancora più bello è constatare che otterremo qualunque cosa perché il Padre sia glorificato. In altre parole: il vanto di Dio è fare qualcosa per noi. Non dunque noi facciamo qualcosa per dar gloria a Dio, ma Lui è glorificato quando noi gli chiediamo qualunque cosa nel nome di Gesù. Ogni preghiera, durante la Messa, termina con “per Cristo nostro Signore”. Quel “per” non è italiano ma latino e significa “attraverso”, quindi anche “nel nome di”.
Gv 14,6-14 disse Gesù a Tommaso: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto». Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire: “Mostraci il Padre”? Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me stesso; ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere. Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me. Se non altro, credetelo per le opere stesse. In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre. E qualunque cosa chiederete nel mio nome, la farò, perché il Padre sia glorificato nel Figlio. Se mi chiederete qualche cosa nel mio nome, io la farò».
Tutto al contrario. Nel vangelo va veramente tutto al contrario di come vanno di solito le cose. Nel mondo degli umani la generosità si attiva se qualcosa avanza. Piuttosto che buttarlo lo si ricicla dandolo a chi ha bisogno. Per questo è molto difficile trovare qualcuno che doni denaro. Essendo fatto proprio per essere speso in futuro, il denaro non può mai avanzare! Ci vuole coraggio, forza, consapevolezza, per riconoscere un margine di denaro da cui possiamo distaccarci. Qui è narrato che il paneavanzato non è quello da cui si è iniziata la distribuzione ma piuttosto quello moltiplicato. È narrato pure che i cinque pani e due pesci non avanzavano al ragazzo ma erano il suo pasto. È pure detto che nemmeno con la cifra da fortuna di duecento denari si sarebbe potuto dare un boccone a testa a quella folla enorme. Eppure Gesù non si domanda “come” ma dove potremo comprare il pane. Insomma, la generosità umana è grandiosa e si basa sulla distribuzione del sovrappiù. La generosità ispirata da Dio è un atto di fede: si inizia a dare prima di avere perché si è certi che basterà e avanzerà. Gesù diceva così per metterlo alla prova; infatti sapeva quello che stava per compiere.
Gv 6,1-15 Gesù passò all’altra riva del mare di Galilea, cioè di Tiberìade, e lo seguiva una grande folla, perché vedeva i segni che compiva sugli infermi. Gesù salì sul monte e là si pose a sedere con i suoi discepoli. Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei. Allora Gesù, alzàti gli occhi, vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo: «Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?». Diceva così per metterlo alla prova; egli infatti sapeva quello che stava per compiere. Gli rispose Filippo: «Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo». Gli disse allora uno dei suoi discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro: «C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma che cos’è questo per tanta gente?». Rispose Gesù: «Fateli sedere». C’era molta erba in quel luogo. Si misero dunque a sedere ed erano circa cinquemila uomini. Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li diede a quelli che erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, quanto ne volevano. E quando furono saziati, disse ai suoi discepoli: «Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto». Li raccolsero e riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d’orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato. Allora la gente, visto il segno che egli aveva compiuto, diceva: «Questi è davvero il profeta, colui che viene nel mondo!». Ma Gesù, sapendo che venivano a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sul monte, lui da solo.
Scriviamo sempre che Giuseppe era falegname, ma in realtà τέκτων (tektōn) significa anche carpentiere, costruttore. Con molta probabilità quindi Giuseppe non si limitava a fare tavoli e sedie (che peraltro in Israele non si usavano) ma costruiva in legno la parte esterna delle case che prolungava quella scavata nella roccia. Un costruttore di case insomma, la prima delle quali fu preparata per Maria e il bambino Gesù, il figlio del carpentiere. Crescendo, possiamo immaginare che Gesù apprese il mestiere del padre, non poi così diverso da quello del Padre che sta nei cieli. Costruire, ecco il lavoro di Dio e di chi lo segue. Costruire un mondo migliore. Che si avveri allora per tutti noi la profezia: Ti chiameranno riparatore di brecce, restauratore di case in rovina per abitarvi (Isaia 58). Buon lavoro dunque, ricordando che non è previsto il pensionamento!
San Giuseppe lavoratore Mt 13,54-58 Gesù, venuto nella sua patria, insegnava nella loro sinagoga e la gente rimaneva stupita e diceva: «Da dove gli vengono questa sapienza e i prodigi? Non è costui il figlio del falegname? E sua madre, non si chiama Maria? E i suoi fratelli, Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? E le sue sorelle, non stanno tutte da noi? Da dove gli vengono allora tutte queste cose?». Ed era per loro motivo di scandalo. Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria e in casa sua». E lì, a causa della loro incredulità, non fece molti prodigi.
Chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto. In altre parole: chi non crede in Gesù non sa cosa si perde. Perdere Gesù è la peggiore condanna che un uomo può autoinfliggersi. Gesù infatti non condanna ma salva in nome di un Dio che ci ama tanto. Se questa è la realtà, perché tanti se la perdono e non credono? Forse perché, facendo il male, odiano la luce. Forse invece perché, pur cercando la luce, hanno sentito sempre parlare di Gesù come giudice severo, figlio di un Dio dipinto sempre vecchio ed imbronciato.
Gv 3,16-21 Gesù disse a Nicodèmo: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio. E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate. Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio».