Le pietre

Che sia la malattia o la Legge, una lapide o una lapidazione, c’è sempre una pietra pronta a chiuderci fuori dal mondo dei vivi. Oggi la liturgia ci presenta la giovane donna, destinata alla morte per adulterio e, in rito ambrosiano, Lazzaro morto di malattia. E Gesù sempre a comandare alle pietre. Togliete la pietra dal sepolcro! Chi non ha peccato scagli la pietra contro di lei. Gesù è la pietra d’angolo della nuova umanità, fatta di chi salva la vita e non condanna mai. Fatta di chi chiama i morti fuori dalla tomba della solitudine e del giudizio.

Gv 8,1-11   Gesù si avviò verso il monte degli Ulivi. Ma al mattino si recò di nuovo nel tempio e tutto il popolo andava da lui. Ed egli sedette e si mise a insegnare loro.
Allora gli scribi e i farisei gli condussero una donna sorpresa in adulterio, la posero in mezzo e gli dissero: «Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?». Dicevano questo per metterlo alla prova e per avere motivo di accusarlo.
Ma Gesù si chinò e si mise a scrivere col dito per terra. Tuttavia, poiché insistevano nell’interrogarlo, si alzò e disse loro: «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei». E, chinatosi di nuovo, scriveva per terra. Quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani.
Lo lasciarono solo, e la donna era là in mezzo. Allora Gesù si alzò e le disse: «Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?». Ed ella rispose: «Nessuno, Signore». E Gesù disse: «Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più».

Dove vai

Sappiamo bene che Gesù nacque a Betlemme dalla stirpe di Davide. Le parole di questi farisei ci fanno dunque sorridere. Credevano infatti che fosse galileo di nascita. Del resto madre Teresa di Calcutta non è di Calcutta ma kosovara e  Sant’Antonio da Padova è di Lisbona. Insomma, non solo nessuno sceglie dove nascere, come dicevamo ieri, ma spesso gli altri ignorano le nostre origini esatte. Converrà lasciar perdere da dove veniamo. Meglio pensare dove andiamo e dove ci portano gli altri. Seguimi, diceva sempre Gesù. Non mi importa da dove vieni, ma dove vai. Seguimi.

Gv 7,40-53    all’udire le parole di Gesù, alcuni fra la gente dicevano: «Costui è davvero il profeta!». Altri dicevano: «Costui è il Cristo!». Altri invece dicevano: «Il Cristo viene forse dalla Galilea? Non dice la Scrittura: “Dalla stirpe di Davide e da Betlemme, il villaggio di Davide, verrà il Cristo”?». E tra la gente nacque un dissenso riguardo a lui.
Alcuni di loro volevano arrestarlo, ma nessuno mise le mani su di lui. Le guardie tornarono quindi dai capi dei sacerdoti e dai farisei e questi dissero loro: «Perché non lo avete condotto qui?». Risposero le guardie: «Mai un uomo ha parlato così!». Ma i farisei replicarono loro: «Vi siete lasciati ingannare anche voi? Ha forse creduto in lui qualcuno dei capi o dei farisei? Ma questa gente, che non conosce la Legge, è maledetta!».
Allora Nicodèmo, che era andato precedentemente da Gesù, ed era uno di loro, disse: «La nostra Legge giudica forse un uomo prima di averlo ascoltato e di sapere ciò che fa?». Gli risposero: «Sei forse anche tu della Galilea? Studia, e vedrai che dalla Galilea non sorge profeta!». E ciascuno tornò a casa sua.

Scelta tua?

Certo, voi mi conoscete e sapete di dove sono. Ma anche no, perché non sono venuto da me stesso e voi non conoscete chi mi ha mandato, dice Gesù. Vale anche per noi, a cui han fatto credere che siamo artefici delle nostre scelte e delle nostre idee. Sarà vero ma chissà, forse non così come crediamo. Cosa abbiamo scelto noi davvero? Forse di nascere, forse l’aspetto fisico, i genitori, la nazionalità? Se la smettessimo di crederci autori di tutto ciò che siamo, smetteremmo di giudicare gli altri come fossero responsabili di tutto ciò che sono. “Si sa che voi zingari vendete i bambini”, disse un giudice di Milano ad una imputata. “Non l’ho scelto io di nascere zingara! – gli urlò la donna – non l’ho scelto io ma Dio! Non può impuntarmi d’essere zingara. Indaghi sui fatti, non sulla mia origine. Crede che sia felice d’esser nata in una roulotte? Vorrebbe essere al mio posto?”. Ma il giudice, convinto d’aver scelto d’esser nato a Milano da padre magistrato, dall’alto dei suoi meriti le diede una ventina d’anni.

Ricordati di diffondere la Locanda della Parola

Gv 7     Gesù se ne andava per la Galilea; infatti non voleva più percorrere la Giudea, perché i Giudei cercavano di ucciderlo.
Si avvicinava intanto la festa dei Giudei, quella delle Capanne. Quando i suoi fratelli salirono per la festa, vi salì anche lui: non apertamente, ma quasi di nascosto.
Alcuni abitanti di Gerusalemme dicevano: «Non è costui quello che cercano di uccidere? Ecco, egli parla liberamente, eppure non gli dicono nulla. I capi hanno forse riconosciuto davvero che egli è il Cristo? Ma costui sappiamo di dov’è; il Cristo invece, quando verrà, nessuno saprà di dove sia».
Gesù allora, mentre insegnava nel tempio, esclamò: «Certo, voi mi conoscete e sapete di dove sono. Eppure non sono venuto da me stesso, ma chi mi ha mandato è veritiero, e voi non lo conoscete. Io lo conosco, perché vengo da lui ed egli mi ha mandato».
Cercavano allora di arrestarlo, ma nessuno riuscì a mettere le mani su di lui, perché non era ancora giunta la sua ora.

Luce che arde

Ci sono persone che nella nostra vita sono state e sono come una lampada che arde e risplende. Sono un faro puntato sulla verità, sul vangelo, e con loro ci sentiamo illuminati. Poi viene il momento di lasciarle. La morte, gli eventi della vita, il tempo, forse anche qualche delusione, ci portano su strade diverse. Non importa, rendiamo grazie per la luce ricevuta, per il tratto di strada fatto insieme, e proseguiamo. Abbiamo tante luci, tanti maestri, molte testimonianze. Non dimentichiamo che la testimonianza superiore a tutte è Gesù stesso, le opere da lui compiute e le opere che compie ora, invisibile ma presente. Dunque non facciamo gli sconvolti se uno dei nostri maestri ne combina una sbagliata. Cosa ci aspettavamo da un essere umano, forse la perfezione assoluta? Se ci aspettavamo questo vuol dire che ne avevamo fatto un idolo. Siamo solo fratelli gli uni per gli altri, ora guide ora guidati, ora luci ora illuminati. Ringraziamo dunque per le belle testimonianze ricevute. E se non arrivano, cerchiamo d’avere in noi l’amore di Dio per essere noi buoni testimoni.

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Gv 5,31-47   Gesù disse ai Giudei:
«Se fossi io a testimoniare di me stesso, la mia testimonianza non sarebbe vera. C’è un altro che dà testimonianza di me, e so che la testimonianza che egli dà di me è vera.
Voi avete inviato dei messaggeri a Giovanni ed egli ha dato testimonianza alla verità. Io non ricevo testimonianza da un uomo; ma vi dico queste cose perché siate salvati. Egli era la lampada che arde e risplende, e voi solo per un momento avete voluto rallegrarvi alla sua luce.
Io però ho una testimonianza superiore a quella di Giovanni: le opere che il Padre mi ha dato da compiere, quelle stesse opere che io sto facendo, testimoniano di me che il Padre mi ha mandato.
E anche il Padre, che mi ha mandato, ha dato testimonianza di me. Ma voi non avete mai ascoltato la sua voce né avete mai visto il suo volto, e la sua parola non rimane in voi; infatti non credete a colui che egli ha mandato.
Voi scrutate le Scritture, pensando di avere in esse la vita eterna: sono proprio esse che danno testimonianza di me. Ma voi non volete venire a me per avere vita.
Io non ricevo gloria dagli uomini. Ma vi conosco: non avete in voi l’amore di Dio. Io sono venuto nel nome del Padre mio e voi non mi accogliete; se un altro venisse nel proprio nome, lo accogliereste. E come potete credere, voi che ricevete gloria gli uni dagli altri, e non cercate la gloria che viene dall’unico Dio?
Non crediate che sarò io ad accusarvi davanti al Padre; vi è già chi vi accusa: Mosè, nel quale riponete la vostra speranza. Se infatti credeste a Mosè, credereste anche a me; perché egli ha scritto di me. Ma se non credete ai suoi scritti, come potrete credere alle mie parole?».

Distacco

Sintonia perfetta, ecco la sensazione che suscita in noi questa pagina. Totale unità, pieno accordo. Gesù riusciva a vedere quello che Dio stava facendo istante per istante. Vedendolo, si univa alla sua opera: il Figlio da se stesso non può fare nulla, se non ciò che vede fare dal Padre; quello che egli fa, anche il Figlio lo fa allo stesso modo. Si tratta quindi di spostare la nostra attenzione sulla presenza di Dio nella giornata. Si tratta di coglierne le azioni, di percepire le “coincidenze non casuali”, gli intrecci di quanto accade. Più vediamo Dio all’opera più acquistiamo fiducia in lui e i problemi perdono forza. Le fatiche restano, le difficoltà ci sono, ma non hanno più la parte del protagonista. E la giornata passa dalla morte alla vita, dall’ansia alla speranza, dalla tensione alla pace. Vedi Dio e ti distacchi da tutto ciò che non lo è. Ma è difficile vedere Dio operare quaggiù, non abbiamo occhi abbastanza puri e luminosi. Però abbiamo te Gesù, sappiamo cosa hai fatto tu, come hai vissuto. E allora seguiremo te e ciò che tu fai anche noi lo faremo allo stesso modo. E così facendo impareremo a vedere il Padre tuo che opera sempre.

Gv 5,17-30   Gesù disse ai Giudei: «Il Padre mio agisce anche ora e anch’io agisco». Per questo i Giudei cercavano ancor più di ucciderlo, perché non soltanto violava il sabato, ma chiamava Dio suo Padre, facendosi uguale a Dio.
Gesù riprese a parlare e disse loro: «In verità, in verità io vi dico: il Figlio da se stesso non può fare nulla, se non ciò che vede fare dal Padre; quello che egli fa, anche il Figlio lo fa allo stesso modo. Il Padre infatti ama il Figlio, gli manifesta tutto quello che fa e gli manifesterà opere ancora più grandi di queste, perché voi ne siate meravigliati.
Come il Padre risuscita i morti e dà la vita, così anche il Figlio dà la vita a chi egli vuole. Il Padre infatti non giudica nessuno, ma ha dato ogni giudizio al Figlio, perché tutti onorino il Figlio come onorano il Padre. Chi non onora il Figlio, non onora il Padre che lo ha mandato.
In verità, in verità io vi dico: chi ascolta la mia parola e crede a colui che mi ha mandato, ha la vita eterna e non va incontro al giudizio, ma è passato dalla morte alla vita. In verità, in verità io vi dico: viene l’ora – ed è questa – in cui i morti udranno la voce del Figlio di Dio e quelli che l’avranno ascoltata, vivranno.
Come infatti il Padre ha la vita in se stesso, così ha concesso anche al Figlio di avere la vita in se stesso, e gli ha dato il potere di giudicare, perché è Figlio dell’uomo. Non meravigliatevi di questo: viene l’ora in cui tutti coloro che sono nei sepolcri udranno la sua voce e usciranno, quanti fecero il bene per una risurrezione di vita e quanti fecero il male per una risurrezione di condanna.
Da me, io non posso fare nulla. Giudico secondo quello che ascolto e il mio giudizio è giusto, perché non cerco la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato.

Diffondi la Locanda della Parola

Àlzati

No, non voleva guarire. Credeva di volerlo, ma non era così. In un certo modo si era abituato alla malattia, ormai vivere paralizzato in barella era normale. Leggete bene il testo, ditemi se trovate una supplica: guariscimi ti prego! Macché. Rileggete di nuovo e ditemi: chi riferisce ai guidei che era stato Gesù a guarirlo di sabato? Lui, il malato che non aveva gradito la guarigione perché in realtà gli piaceva un mondo lagnarsi. Lo faceva da trentotto anni. Chissà, forse ci assomiglia un po’. Ognuno di noi ha la sua barella sulla quale ama giacere rinviando a domani la decisione di cambiare. Àlzati, prendi la tua barella e cammina.

Gv 5,1-16   Ricorreva una festa dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. A Gerusalemme, presso la porta delle Pecore, vi è una piscina, chiamata in ebraico Betzatà, con cinque portici, sotto i quali giaceva un grande numero di infermi, ciechi, zoppi e paralitici.
Si trovava lì un uomo che da trentotto anni era malato. Gesù, vedendolo giacere e sapendo che da molto tempo era così, gli disse: «Vuoi guarire?». Gli rispose il malato: «Signore, non ho nessuno che mi immerga nella piscina quando l’acqua si agita. Mentre infatti sto per andarvi, un altro scende prima di me». Gesù gli disse: «Àlzati, prendi la tua barella e cammina». E all’istante quell’uomo guarì: prese la sua barella e cominciò a camminare.
Quel giorno però era un sabato. Dissero dunque i Giudei all’uomo che era stato guarito: «È sabato e non ti è lecito portare la tua barella». Ma egli rispose loro: «Colui che mi ha guarito mi ha detto: “Prendi la tua barella e cammina”». Gli domandarono allora: «Chi è l’uomo che ti ha detto: “Prendi e cammina”?». Ma colui che era stato guarito non sapeva chi fosse; Gesù infatti si era allontanato perché vi era folla in quel luogo.
Poco dopo Gesù lo trovò nel tempio e gli disse: «Ecco: sei guarito! Non peccare più, perché non ti accada qualcosa di peggio». Quell’uomo se ne andò e riferì ai Giudei che era stato Gesù a guarirlo. Per questo i Giudei perseguitavano Gesù, perché faceva tali cose di sabato.

Le visite alla Locanda sono calate. Se la apprezzi diffondila!

All’istante

Magari è successo anche a te ciò che è raccontato in questa pagina di vangelo. Parlo di una risposta istantanea di Dio ad una richiesta. A volte il Signore ci vuole stupire, vuole farsi sentire presente e vivo lì al nostro fianco. Ci vede sempre un po’ preoccupati, un po’ affannati e titubanti. Lui è lì e noi non lo vediamo. È lì e spera che ci rivolgiamo a lui in ogni situazione, grave o banale. A volte per darci una mano ha bisogno di altre persone e i tempi si allungano. Altre volte riesce a far accadere all’istante ciò di cui abbiamo bisogno. Ne gioisce perché sa che se non vediamo segni e prodigi non crediamo e la nostra fede si indebolisce. Allora ci rinforza lasciandoci sbalorditi.

Gv 4,43-54   Gesù partì [dalla Samarìa] per la Galilea. Gesù stesso infatti aveva dichiarato che un profeta non riceve onore nella propria patria. Quando dunque giunse in Galilea, i Galilei lo accolsero, perché avevano visto tutto quello che aveva fatto a Gerusalemme, durante la festa; anch’essi infatti erano andati alla festa.
Andò dunque di nuovo a Cana di Galilea, dove aveva cambiato l’acqua in vino. Vi era un funzionario del re, che aveva un figlio malato a Cafàrnao. Costui, udito che Gesù era venuto dalla Giudea in Galilea, si recò da lui e gli chiedeva di scendere a guarire suo figlio, perché stava per morire.
Gesù gli disse: «Se non vedete segni e prodigi, voi non credete». Il funzionario del re gli disse: «Signore, scendi prima che il mio bambino muoia». Gesù gli rispose: «Va’, tuo figlio vive». Quell’uomo credette alla parola che Gesù gli aveva detto e si mise in cammino.
Proprio mentre scendeva, gli vennero incontro i suoi servi a dirgli: «Tuo figlio vive!». Volle sapere da loro a che ora avesse cominciato a star meglio. Gli dissero: «Ieri, un’ora dopo mezzogiorno, la febbre lo ha lasciato». Il padre riconobbe che proprio a quell’ora Gesù gli aveva detto: «Tuo figlio vive», e credette lui con tutta la sua famiglia.
Questo fu il secondo segno, che Gesù fece quando tornò dalla Giudea in Galilea.

Vederci

Il rito ambrosiano ci racconta di un figlio nato cieco. Quello romano di un figlio che credeva di vederci benissimo. Ma siamo tutti ciechi, tutti incapaci di vedere l’altro e capirlo. Tutti abbiamo bisogno di avere occhi nuovi, che ci facciano vedere le necessità e le sofferenze dei fratelli. Allora saremo operatori di misericordia, aiutandoci a vicenda a ripartire. Vai a lavarti gli occhi nell’acqua del Cristo. Allora torneremo a vederci, senza bisogno di scappare di casa, di abbandonarci a vicenda. Torneremo ad essere persone credenti e credibili.

Lc 15    si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro».
Ed egli disse loro questa parabola: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da suo padre.
Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa.
Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”».

Pescando da 11 anni

Ieri una fedele lettrice mi ricordava che la Locanda della Parola compiva 11 anni. Oggi, per coincidenza, il vangelo è lo stesso del 29 marzo 2014 e vi ripropongo qui si seguito il commento di allora. Così, per un po’ di nostalgia da compleanno.  https://lalocandadellaparola.com/2014/03/29/giustificato/ Sono tanti undici anni, soprattutto pensando che la Locanda è uscita ogni giorno, senza mai mancarne uno. Nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia, abbiamo sempre ricevuto forza sufficiente per fermarci e farci spiegare le Scritture dal Risorto, come i due viandanti nella locanda di Emmaus (da qui il nome del sito). Ringraziamolo! Qualcuno poi chiede come mostrare gratitudine a me per questo servizio quotidiano. Nulla mi è dovuto, se però insistete posso suggerirvi un regalo: diffondete la Locanda, senza paura. Da lettori fatevi evangelizzatori!  Basterebbe ad esempio inviare ogni giorno il link a qualche amico. Alcuni già lo fanno con ammirevole costanza. Qualcuno poi mi dice che dovrei farmi pagare ma non posso, dato che nemmeno gli evangelisti lo fecero… Se però vi sentite in debito economico con il vangelo, sdebitatevi aiutando i poveri che tanto spesso ispirano la Locanda https://buonodentrobuonofuori.com/come-aiutarci/   

Lc 18,9-14  Gesù disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri:
«Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano.
Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: “O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo”.
Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”.
Io vi dico: questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato».

Come te stesso

Non ti vendicherai e non serberai rancore ma amerai il tuo prossimo come te stesso (Lv 19,18). Parole antichissime della Bibbia, che Gesù aveva ascoltato e letto sin da bambino e fatte sue. Amerai il tuo prossimo come te stesso, considererai il vicino un altro te stesso. Quanto accadrà a lui, lo sentirai come accaduto a te. Nulla a che vedere con quanto avviene attorno a noi. Giorno dopo giorno ci stiamo abituando a termini che erano tabù. La parola guerra l’avevo sentita solo dai nonni, che però ne parlavano sempre al passato: “mi ricordo in tempo di guerra”. Ormai invece è cronaca. Un’imbarazzante Hadja Lahbib, commissaria europea per la gestione della crisi, si è improvvisata attrice per pubblicizzare la sua “borsa della resilienza”. È uno zainetto con un kit per sopravvivere 72 ore in caso di guerra. Adesso siamo tutti più tranquilli. Cosa poi centri con la resilienza e cosa resilienza significhi qualcuno me lo dica a questo punto. A me basta ama il tuo prossimo come te stesso che da tremila anni risuona invano nel mondo. Non invano del tutto, perché almeno uno l’ascoltò e lo visse questo comando. Gesù amò tutti come se stesso. E noi lo vogliamo seguire.

Mc 12,28-34   uno degli scribi gli domandò: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?».
Gesù rispose: «Il primo è: “Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore; amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza”. Il secondo è questo: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Non c’è altro comandamento più grande di questi».
Lo scriba gli disse: «Hai detto bene, Maestro, e secondo verità, che Egli è unico e non vi è altri all’infuori di lui; amarlo con tutto il cuore, con tutta l’intelligenza e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso vale più di tutti gli olocàusti e i sacrifici».
Vedendo che egli aveva risposto saggiamente, Gesù gli disse: «Non sei lontano dal regno di Dio». E nessuno aveva più il coraggio di interrogarlo