Chi lavora

DILI, TIMOR EST   Chi lavora ha diritto alla sua ricompensa. Anche noi qui, agli operai che lavorano alla nostra casa, diamo da mangiare e da bere quello che abbiamo. Si apparecchia la tavola e si mangia insieme. Alcuni di loro però, timoresi, messo il cibo nel piatto accennano ad alzarsi per mangiare fuori, da soli. I loro colleghi indonesiani ci spiegavano che fanno così ovunque: “La timidezza e l’imbarazzo sono troppo forti per loro. Si sentono diversi, poveri, sporchi, e non sono a loro agio a tavola con noi”. Siamo altrettanto impolverati, vestiti come capita, per nulla formali, ma non si muta in un pranzo la memoria di un popolo terrorizzato e asservito ai bianchi per secoli.* Certo sarà anche cultura, sarà indole, in ogni caso non bastano le migliori intenzioni, bisognerebbe cambiare la storia. Non potendolo fare, iniziamo a cambiare il presente seminando un futuro di maggior fraternità. Questo è il primo vangelo da portare.

San Luca Evangelista Lc 19,1-9   il Signore designò altri settantadue e li inviò a due a due davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi.
Diceva loro: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe! Andate: ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi; non portate borsa, né sacca, né sandali e non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada.
In qualunque casa entriate, prima dite: “Pace a questa casa!”. Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi. Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché chi lavora ha diritto alla sua ricompensa. Non passate da una casa all’altra.
Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà offerto, guarite i malati che vi si trovano, e dite loro: “È vicino a voi il regno di Dio”».

*Basti pensare che qui il prete è chiamato con l’appellativo portoghese “amo” (nel parlato “amu”). Questo termine era usato nelle colonie portoghesi brasiliane per rivolgersi al guardiano degli schiavi. No comment.

Più dei passeri

DILI, TIMOR EST   Ieri, tra un lavoro e l’altro, mi sono concesso un attimo di pausa e ho aperto il cancello che dà sulla strada. Avevo notato dei passeri sul tetto del vicino ed avevo il telefono pronto per fare qualche foto. Appena ho varcato il cancello, da lontano, mi sono sentito chiamare “malai, malai!”. Erano dei bambini così piccoli che non li vedevo. “Mai mai!”, venite venite, e hanno iniziato una corsa sfrenata che ho potuto filmare (vedi sotto). Io stavo solo guardando dei passeri. Questi bimbi non so chi siano. Mi sono corsi incontro come fossi loro papà tornato da un lungo viaggio. È la gioia di essere amici di uno straniero, di poter raccontare a casa di avermi parlato. È l’innocenza di cui parla Gesù, è la capacità di fidarsi. Attraverso di loro Dio parla e ci dice: tu vali più di molti passeri!

Lc 12,1-7   si erano radunate migliaia di persone, al punto che si calpestavano a vicenda, e Gesù cominciò a dire anzitutto ai suoi discepoli:
«Guardatevi bene dal lievito dei farisei, che è l’ipocrisia. Non c’è nulla di nascosto che non sarà svelato, né di segreto che non sarà conosciuto. Quindi ciò che avrete detto nelle tenebre sarà udito in piena luce, e ciò che avrete detto all’orecchio nelle stanze più interne sarà annunciato dalle terrazze.
Dico a voi, amici miei: non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo e dopo questo non possono fare più nulla. Vi mostrerò invece di chi dovete aver paura: temete colui che, dopo aver ucciso, ha il potere di gettare nella Geènna. Sì, ve lo dico, temete costui.
Cinque passeri non si vendono forse per due soldi? Eppure nemmeno uno di essi è dimenticato davanti a Dio. Anche i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non abbiate paura: valete più di molti passeri!».

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Il tarlo del sospetto

DILI, TIMOR EST   Volevano sorprenderlo in qualche parola uscita dalla sua stessa bocca. Non ci interessa tanto quello che l’altro dice, quanto quello che gli possiamo rispondere. A volte non ascoltiamo nemmeno con attenzione quello che ci viene detto e, attraverso il filtro delle nostre paure, cogliamo ciò che sembra rivolto contro di noi. Qui sono straniero, mi rendo conto che capire solo una parola su venti rende un po’ sospettosi come i sordi. Bisogna dunque scegliere: o ritenere che gli altri parlino ostilmente oppure fidarsi. Stanno solo chiacchierando! Ascoltiamo dunque con limpidezza ciò che gli altri cercano di comunicare. Altrimenti le nostre relazioni saranno tarlate dal sospetto e da domande insidiose.

Lc 11,47-54   il Signore disse: «Guai a voi, che costruite i sepolcri dei profeti, e i vostri padri li hanno uccisi. Così voi testimoniate e approvate le opere dei vostri padri: essi li uccisero e voi costruite.
Per questo la sapienza di Dio ha detto: “Manderò loro profeti e apostoli ed essi li uccideranno e perseguiteranno”, perché a questa generazione sia chiesto conto del sangue di tutti i profeti, versato fin dall’inizio del mondo: dal sangue di Abele fino al sangue di Zaccarìa, che fu ucciso tra l’altare e il santuario. Sì, io vi dico, ne sarà chiesto conto a questa generazione.
Guai a voi, dottori della Legge, che avete portato via la chiave della conoscenza; voi non siete entrati, e a quelli che volevano entrare voi l’avete impedito».
Quando fu uscito di là, gli scribi e i farisei cominciarono a trattarlo in modo ostile e a farlo parlare su molti argomenti, tendendogli insidie, per sorprenderlo in qualche parola uscita dalla sua stessa bocca.

Basta un dito

DILI, TIMOR EST   La vita è dura, sia qui che in Europa. Difficoltà diverse, ma sempre pesanti. Se anche il Vangelo diventa un peso insopportabile, perde la sua funzione. Il mio carico è leggero, diceva Gesù, il mio giogo è dolce. Che almeno Dio non sia un burocrate, ma che ci aiuti a volare alti e leggeri sopra le fatiche nostre e altrui, sopra gli sbagli. Gli apparati, le apparenze, le compiacenze, lasciamole agli altri. A noi importa non lasciare da parte la giustizia e l’amore. A noi importa muovere almeno un dito per scaricare gli altri dai pesi della vita. Quel dito che basta per fare una telefonata, suonare un campanello, avviare la lavatrice. Quel dito che basta per dire okay, va tutto bene, non avere paura.

Lc 11,42-46  il Signore disse: «Guai a voi, farisei, che pagate la decima sulla menta, sulla ruta e su tutte le erbe, e lasciate da parte la giustizia e l’amore di Dio. Queste invece erano le cose da fare, senza trascurare quelle. Guai a voi, farisei, che amate i primi posti nelle sinagoghe e i saluti sulle piazze. Guai a voi, perché siete come quei sepolcri che non si vedono e la gente vi passa sopra senza saperlo».
Intervenne uno dei dottori della Legge e gli disse: «Maestro, dicendo questo, tu offendi anche noi». Egli rispose: «Guai anche a voi, dottori della Legge, che caricate gli uomini di pesi insopportabili, e quei pesi voi non li toccate nemmeno con un dito!».

Nel piatto

DILI, TIMOR EST    Quando qualcuno mi chiede quale sia il piatto tipico di questo paese, mostro un piatto vuoto. Al di là delle provocazioni, ho posto la domanda ad una ragazza che, commuovendomi, ha risposto “il riso”. Come  dire che il piatto italiano è il pane. La sua risposta dice tutto. Date in elemosina quello che avete nel piatto, ci dice Gesù. Lo dice proprio lui, virgolettato. Naturalmente vale anche per il bicchiere e via dicendo fino ad arrivare alle tasche e al portafoglio. Non significa che dobbiamo gettare monete ai primi passanti che ce ne chiedono. Significa molto di più: non possiamo non avere qualcuno che sosteniamo nei suoi bisogni materiali. La vita ci indicherà chi, ma non possiamo discutere sul se. Il piatto tipico del cristiano non si distingue perché è kosher o halal o hindu ma perché, qualunque cosa contenga, è sempre apparecchiato con doppie posate.

Lc 11,37-41 mentre Gesù stava parlando, un fariseo lo invitò a pranzo. Egli andò e si mise a tavola. Il fariseo vide e si meravigliò che non avesse fatto le abluzioni prima del pranzo.
Allora il Signore gli disse: «Voi farisei pulite l’esterno del bicchiere e del piatto, ma il vostro interno è pieno di avidità e di cattiveria. Stolti! Colui che ha fatto l’esterno non ha forse fatto anche l’interno? Date piuttosto in elemosina quello che c’è dentro, ed ecco, per voi tutto sarà puro».

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Segni

DILI, TIMOR EST   Mi fa sempre effetto notare le innumerevoli cicatrici che segnano piedi, gambe e altre parti del corpo della gente di qui. Una caduta da piccoli, una ferita al lavoro, una malattia, tutto un segno. Poi ci sono i segni invisibili, quelli che tutti portiamo. Esperienze, incontri e traumi che hanno lasciato il segno. Non si esce indenni dalla vita. A nostra volta vorremmo lasciare solo segni positivi nel cuore altrui, ma non è così. Molte parole vorremmo non averle mai dette, molte ferite mai inferte. È dura guardare chi ci ha segnato male. Più dura vedere le cicatrici che abbiamo lasciato ad altri. Ma tutti siamo sotto lo stesso segno, il segno di Giona, il segno della resurrezione. Nemmeno la resurrezione cancellò il segno dei chiodi. Eppure era vivo, e ci perdonò tutti. E quel segno di morte divenne segno d’amore.

Lc 11,29-32   mentre le folle si accalcavano, Gesù cominciò a dire:
«Questa generazione è una generazione malvagia; essa cerca un segno, ma non le sarà dato alcun segno, se non il segno di Giona. Poiché, come Giona fu un segno per quelli di Nìnive, così anche il Figlio dell’uomo lo sarà per questa generazione.
Nel giorno del giudizio, la regina del Sud si alzerà contro gli uomini di questa generazione e li condannerà, perché ella venne dagli estremi confini della terra per ascoltare la sapienza di Salomone. Ed ecco, qui vi è uno più grande di Salomone.
Nel giorno del giudizio, gli abitanti di Nìnive si alzeranno contro questa generazione e la condanneranno, perché essi alla predicazione di Giona si convertirono. Ed ecco, qui vi è uno più grande di Giona».

Gratitudine

DILI, TIMOR EST   È raro sentirsi dire grazie, come è raro dirlo. Questa pagina sembra dirci che ringraziamo una volta su dieci e, aggiungo io, ci lamentiamo cento volte tanto. La lamentela, diceva Papa Francesco, va allontanata immediatamente perché rende ciechi di fronte ai miracoli che ci accadono. Coltivare la gratitudine porta invece a diventare persone eucaristiche, che sono in costante rendimento di grazie. Non solo lodano Dio quando tutto va bene, ma anche se le cose vanno diversamente dalle aspettative.

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Lc 17,11-19 Lungo il cammino verso Gerusalemme, Gesù attraversava la Samarìa e la Galilea.
Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi, che si fermarono a distanza e dissero ad alta voce: «Gesù, maestro, abbi pietà di noi!». Appena li vide, Gesù disse loro: «Andate a presentarvi ai sacerdoti». E mentre essi andavano, furono purificati.
Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce, e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo. Era un Samaritano.
Ma Gesù osservò: «Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?». E gli disse: «Àlzati e va’; la tua fede ti ha salvato!».

Sognare di crescere

DILI, TIMOR EST   Glielo invidiavano proprio un figlio così a Maria. Beata tua madre! grida a Gesù questa donna, magari madre di un figlio un po’ meno santo. Eh sì, si invidia sempre la situazione altrui. Chissà se quella donna, vedendo poi Maria sotto la croce del figlio detenuto e condannato, è rimasta della stessa idea. Ci immaginiamo sempre che la vita degli altri sia più facile, poi scopriamo che non è così. In ogni caso qui nessuno per ora mi ha detto beata tua madre, semmai beato te che hai una madre bianca. Con tutto il male che i bianchi han fatto a questa terra, ancora si vorrebbe essere figli loro. Sì perché in passato da occidente arrivavano i conquistatori, ma oggi i soldi. Basta andare all’agenzia Western Union di Dili per vedere  decine di persone che ritirano i soldi inviati da un parente emigrato in Europa o altrove. Quando si nasce nella Repubblica più povera del sud est asiatico, qualunque altro paese è più ricco. A volte è quasi fastidioso sentir parlare solo di soldi e ricevere domande solo su questo argomento. Ma dev’essere più irritante ancora vedermi aprire il portafoglio e offrire un caffè senza pormi problemi. Mi rendo conto che non abbiamo la benché minima idea di cosa significhi nascere in povertà, in un paese dove anche lo Stato è povero, carente e inesperto in ogni forma di intervento economico e sociale. E tu sei solo, coi tuoi sogni, su un’isola sconosciuta ai più.

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Lc 11,27-28 mentre Gesù parlava, una donna dalla folla alzò la voce e gli disse: «Beato il grembo che ti ha portato e il seno che ti ha allattato!».
Ma egli disse: «Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano!».

Raccogliersi

DILI, TIMOR EST      Chi non raccoglie con me, disperde. Disperde forze e tempo, disperde e sciupa occasioni. Raccogliersi con Gesù è l’unica via. Ieri sera, davanti a casa, è passata una grande folla. Tutti raccolti per portare la statua della Madonnina nel rione del quartiere. Certo lo sappiamo, non è sufficiente, non deve fermarsi qui l’azione della Chiesa specialmente in un paese così povero, con enormi problemi sociali. Ma da qui si può partire, da questo raccoglimento si può ricostruire un popolo intero. Religiosità popolare non significa minore, significa di tutti. Quella fede che si manifesta con gesti religiosi partecipati da tutti perché appartengono a tutti. Ieri sera non si stava al balcone a veder passare monsignore. Di preti non ce n’era. Semplicemente si camminava con la Madonnina. Anni fa mi stupii della forte partecipazione della gente e Padre Luis mi disse: “Sei in un paese dove Dio esiste ancora ed è al centro. Buoni o cattivi, nessuno ne mette in discussione l’esistenza. Questo è un problema solo nostro”. Camminare, cantare, accendere candele, danzare. Solo se si è raccolti insieme si può. Diversamente ci si disperde, ognuno sdraiato sul divano nel suo appartamento, sprecando tempo col cellulare per poi lamentarsi di non trovare dieci minuti di raccoglimento in preghiera.

Lc 11,15-26 dopo che Gesù ebbe scacciato un demonio, alcuni dissero: «È per mezzo di Beelzebùl, capo dei demòni, che egli scaccia i demòni». Altri poi, per metterlo alla prova, gli domandavano un segno dal cielo.
Egli, conoscendo le loro intenzioni, disse: «Ogni regno diviso in se stesso va in rovina e una casa cade sull’altra. Ora, se anche Satana è diviso in se stesso, come potrà stare in piedi il suo regno? Voi dite che io scaccio i demòni per mezzo di Beelzebùl. Ma se io scaccio i demòni per mezzo di Beelzebùl, i vostri figli per mezzo di chi li scacciano? Per questo saranno loro i vostri giudici. Se invece io scaccio i demòni con il dito di Dio, allora è giunto a voi il regno di Dio.
Quando un uomo forte, bene armato, fa la guardia al suo palazzo, ciò che possiede è al sicuro. Ma se arriva uno più forte di lui e lo vince, gli strappa via le armi nelle quali confidava e ne spartisce il bottino.
Chi non è con me, è contro di me, e chi non raccoglie con me, disperde.
Quando lo spirito impuro esce dall’uomo, si aggira per luoghi deserti cercando sollievo e, non trovandone, dice: “Ritornerò nella mia casa, da cui sono uscito”. Venuto, la trova spazzata e adorna. Allora va, prende altri sette spiriti peggiori di lui, vi entrano e vi prendono dimora. E l’ultima condizione di quell’uomo diventa peggiore della prima».

DILEXI TE, Esortazione apostolica di Papa Leone XIV sull’amore per i poveri https://www.vatican.va/content/leo-xiv/it/apost_exhortations/documents/20251004-dilexi-te.html

Anche voi

DILI, TIMOR EST  Ecco la luna che ieri sera sorgeva sul mar di Timor. Anche tra la miseria sorge la bellezza. Voi che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli. È questo quello che ci stupisce, ci sfida e ci toglie ogni scusa. Che siamo cattivi lo sappiamo. Magari nessuno può permettersi di dircelo ma noi lo pensiamo di continuo: non vado bene, non sono abbastanza bravo, sono sbagliato. Ciò che però ci sembra strano è che Gesù stesso affermi che siamo capaci di dare cose buone ai nostri figli. Siamo capaci di fare il bene. Lo stiamo già facendo, mentre siamo cattivi, non occorre aspettare di essere buoni. Anche se è notte, anche se è buio, diamo agli altri ciò che ci chiedono. Magari sbuffando, magari di malavoglia, ma facciamo cose buone. Su queste braci, ardenti sotto la cenere dei nostri “no”, lo Spirito soffia per riaccendere un grande fuoco. Non lasciamoci fermare dal buio che c’è in noi. Il sole di notte non si vede ma da lontano illumina la luna tanto da farla sembrare calda come lui. Così è lo Spirito che il Padre nostro dona a chi glielo chiede.

Lc11,5-13 Gesù disse ai discepoli:
«Se uno di voi ha un amico e a mezzanotte va da lui a dirgli: “Amico, prestami tre pani, perché è giunto da me un amico da un viaggio e non ho nulla da offrirgli”, e se quello dall’interno gli risponde: “Non m’importunare, la porta è già chiusa, io e i miei bambini siamo a letto, non posso alzarmi per darti i pani”, vi dico che, anche se non si alzerà a darglieli perché è suo amico, almeno per la sua invadenza si alzerà a dargliene quanti gliene occorrono.
Ebbene, io vi dico: chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chiunque chiede riceve e chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto.
Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pesce, gli darà una serpe al posto del pesce? O se gli chiede un uovo, gli darà uno scorpione? Se voi dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro del cielo darà lo Spirito Santo a quelli che glielo chiedono!».