La legge da seguire

Le leggi, si sa, anche se scritte bene sono sempre soggette all’interpretazione personale. Non c’è giudice che applichi la stessa legge allo stesso caso in maniera identica al collega. Si può dire lo stesso della legge di Dio, scritta nella Bibbia. Ai tempi di Gesù vi erano tante interpretazioni quanti erano gli esperti. Anche oggi è così. Chi dunque interpreterà in modo completo e giusto la legge? Quale tipo di interpretazione cerchiamo? L’unica credibile interpretazione della legge è quella pratica, quella di chi traduce in azioni la legge di parole. Sono venuto a dare pieno compimento alla legge, dice Gesù. La vita di Gesù di Nazareth è l’interpretazione autentica della legge di Dio.

Mt 5,17-19 Gesù disse ai suoi discepoli:
«Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento.
In verità io vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà un solo iota o un solo trattino della Legge, senza che tutto sia avvenuto.
Chi dunque trasgredirà uno solo di questi minimi precetti e insegnerà agli altri a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà, sarà considerato grande nel regno dei cieli».

Luce

Curioso. I nostri figli sono disposti a tutto pur di essere al centro dell’attenzione e noi non siamo da meno. Vogliamo che qualcuno, almeno uno, punti una luce su di noi come attori illuminati al centro della scena. Questa pagina di Vangelo non ci consola dicendo che Dio punta su di noi la sua luce. No, non dice così. Dice di più, dice che noi siamo la luce. Noi siamo la luce del mondo. La luce non perde tempo a farsi illuminare. La luce si preoccupa di non spegnersi. L’unico modo per ardere è stare sempre a contatto con il fuoco inestinguibile dello Spirito di Dio. Allontanarsene porta, prima o poi, a perdere forza, perdere luce. Aggrappiamoci a quegli spazi quotidiani che ci fanno riprendere fiamma. Non facciamoci sconti, non rinviamoli mai a domani. Allontaniamoci da chi e da ciò che estingue il nostro ardore.

Mt 5,13-16. Gesù disse ai suoi discepoli:
«Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente.
Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli».

Beato lui?

Come può dire cose del genere, un uomo che ha speso la vita a combattere malattie e miseria, a sfamare le folle e asciugare lacrime? Come può dire beati voi che piangete? O forse la domanda è un’altra: come possiamo noi restare così in superficie e non capire queste parole? Come abbiamo potuto, per secoli, usare e abusare questa pagina per indurre al silenzio rassegnato i poveri e gli sfruttati del mondo? Non è un inno alla miseria, non è il manifesto del masochismo spirituale. Allora cos’è, cos’è questa beatitudine di cui parla Gesù?

Mt 5,1-12 vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:
«Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati quelli che sono nel pianto,
perché saranno consolati.
Beati i miti,
perché avranno in eredità la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi,
perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore,
perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per la giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti perseguitarono i profeti che furono prima di voi».

Grazie a chi ha partecipato e a chi ci ha sostenuto a distanza con il pensiero e l’amicizia

Corpus Domini

Avremo il coraggio di dire amen davanti a questo pane e questo vino? Cosa accadrà al nostro animo, se ce ne nutriremo con consapevolezza, con desiderio profondo? Entrare in comunione con te, Gesù, cosa significa?

Corpus Domini Gv 6,51-58 Gesù disse alla folla:
«Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».
Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?».
Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda.
Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».

Ciò che conta

Sapeva contare anche lui, Gesù. Sapeva benissimo che con un’offerta più sostanziosa si sostengono più bisognosi. Quella monetina valeva più di tutte non certo per potere d’acquisto ma per potere spirituale. La generosità senza limiti della vedova rivela infatti un’altrettanta fede nella provvidenza di Dio. Se io mi occupo dei miei fratelli, Dio si occuperà di me attraverso altri fratelli. È il circolo virtuoso dell’amore. Tutto l’opposto degli scribi che, già ricchi, non si accontentano e divorano le case delle vedove anziché aiutarle. Essi sono l’emblema non solo della avidità ma pure della mancanza di fede e speranza. Eppure gli scribi erano gli esperti di Sacra Scrittura. Non bastano le parole, occorrono le opere.

Mc 12,38-44 Gesù nel tempio diceva alla folla nel suo insegnamento: «Guardatevi dagli scribi, che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti. Divorano le case delle vedove e pregano a lungo per farsi vedere. Essi riceveranno una condanna più severa».
Seduto di fronte al tesoro, osservava come la folla vi gettava monete. Tanti ricchi ne gettavano molte. Ma, venuta una vedova povera, vi gettò due monetine, che fanno un soldo.
Allora, chiamati a sé i suoi discepoli, disse loro: «In verità io vi dico: questa vedova, così povera, ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. Tutti infatti hanno gettato parte del loro superfluo. Lei invece, nella sua miseria, vi ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere».

Chi è

Se Cristo è figlio di Davide, perché Davide lo chiama Signore? In effetti la domanda merita risposta, ma non è facile trovarla. Chi è insomma Gesù Cristo? Figlio di Davide o figlio di Dio? Uomo o Dio? Quel giorno, nel tempio, Gesù pose alla gente la questione della sua stessa identità. La parte della teologia che cerca di rispondere è la cristologia, lo studio della identità di Gesù Cristo, vero uomo e vero Dio. Non si tratta di questioni di poco conto e nemmeno di argomenti riservati a pochi amanti del pensiero complicato. Si tratta di capire in chi crediamo, chi seguiamo. Si tratta di rispondere ad una domanda che Gesù stesso pose. E voi, chi dite che io sia?

Mc 12,35-37 insegnando nel tempio, Gesù diceva: «Come mai gli scribi dicono che il Cristo è figlio di Davide? Disse infatti Davide stesso, mosso dallo Spirito Santo:
“Disse il Signore al mio Signore:
Siedi alla mia destra,
finché io ponga i tuoi nemici
sotto i tuoi piedi”.
Davide stesso lo chiama Signore: da dove risulta che è suo figlio?».
E la folla numerosa lo ascoltava volentieri.

Cielo e terra

Ho letto da qualche parte che ci sono due fondamentali tipi di anime: quelle che hanno forte nostalgia di cielo e quelle che avvertono maggiormente nostalgia di terra. Le prime si rifugiano nella parte alta del proprio corpo, si ritirano nel cuore e nella testa. Possono passare ore a meditare, pregare, leggere e contemplare le altezze e i valori assoluti. Non sono necessariamente monaci o consacrati, semplicemente hanno nostalgia di cielo, di amare Dio con tutto il cuore. Ci sono poi quelli che hanno nostalgia di terra, di umanità, di darsi da fare per gli altri. È più facile per loro amare il prossimo come se stessi piuttosto che un Dio invisibile, misterioso, enigmatico nei suoi piani. Il primo di tutti i comandamenti è però composto da due: amare Dio e amare il prossimo. È il Dio d’amore che ci invia ad amare il prossimo e che ci insegna cosa sia vero amore.

Mc 12,28-34 si avvicinò a Gesù uno degli scribi e gli domandò: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?».
Gesù rispose: «Il primo è: “Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore; amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza”. Il secondo è questo: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Non c’è altro comandamento più grande di questi».
Lo scriba gli disse: «Hai detto bene, Maestro, e secondo verità, che Egli è unico e non vi è altri all’infuori di lui; amarlo con tutto il cuore, con tutta l’intelligenza e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici».
Vedendo che egli aveva risposto saggiamente, Gesù gli disse: «Non sei lontano dal regno di Dio».
E nessuno aveva più il coraggio di interrogarlo.

Tra un mese esatto sarò “in cielo”, in volo verso la terra Timor Est. Ringrazio di cuore chi ha già inviato il suo aiuto per la gente che incontrerò https://lalocandadellaparola.com/bdbf-onlus/

E poi?

È sempre così. Quando una cosa ci pare troppo seria, ci spaventiamo. E l’unico modo che troviamo per vincere la paura è buttare tutto in ridicolo. La vita dopo la morte? Troppo impegnativo parlarne. Meglio farci una barzelletta: quaggiù vedova sette volte, lassù moglie un giorno a settimana. Sia chiaro: ridere è bello! Essere spiritosi è da Dio, che è Spirito. Diverso però è nascondersi costantemente dietro battute, comicità grossolane, ironie mal riuscite, pur di non affrontare direttamente l’argomento, pur di non esprimere una parola diretta.

Mc 12,18-27 vennero da Gesù alcuni sadducei – i quali dicono che non c’è risurrezione – e lo interrogavano dicendo: «Maestro, Mosè ci ha lasciato scritto che, se muore il fratello di qualcuno e lascia la moglie senza figli, suo fratello prenda la moglie e dia una discendenza al proprio fratello. C’erano sette fratelli: il primo prese moglie, morì e non lasciò discendenza. Allora la prese il secondo e morì senza lasciare discendenza; e il terzo egualmente, e nessuno dei sette lasciò discendenza. Alla fine, dopo tutti, morì anche la donna. Alla risurrezione, quando risorgeranno, di quale di loro sarà moglie? Poiché tutti e sette l’hanno avuta in moglie».
Rispose loro Gesù: «Non è forse per questo che siete in errore, perché non conoscete le Scritture né la potenza di Dio? Quando risorgeranno dai morti, infatti, non prenderanno né moglie né marito, ma saranno come angeli nei cieli. Riguardo al fatto che i morti risorgono, non avete letto nel libro di Mosè, nel racconto del roveto, come Dio gli parlò dicendo: “Io sono il Dio di Abramo, il Dio di Isacco e il Dio di Giacobbe”? Non è Dio dei morti, ma dei viventi! Voi siete in grave errore».

In faccia

Non guardi in faccia a nessuno, gli dissero credendo di fargli un complimento. Certo, se si è abituati a considerare le persone come monete, allora è ovvio che non le guardiamo. Hanno infatti tutte la stessa faccia. Se invece ogni persona è per noi unica, la guardiamo in faccia eccome. Al mondo ci sono milioni di specie di esseri viventi, assai diverse tra loro. All’interno della stessa specie però, gli individui sono pressoché identici. La specie umana, homo sapiens, è una sola. Non vi sono varie razze umane. Eppure è l’unica specie all’interno della quale è possibile distinguere ogni singolo individuo anche solo dal volto. Altro che monete…

Mc 12,13-17 mandarono da Gesù alcuni farisei ed erodiani, per coglierlo in fallo nel discorso.
Vennero e gli dissero: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno, ma insegni la via di Dio secondo verità. È lecito o no pagare il tributo a Cesare? Lo dobbiamo dare, o no?».
Ma egli, conoscendo la loro ipocrisia, disse loro: «Perché volete mettermi alla prova? Portatemi un denaro: voglio vederlo». Ed essi glielo portarono.
Allora disse loro: «Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?». Gli risposero: «Di Cesare». Gesù disse loro: «Quello che è di Cesare rendetelo a Cesare, e quello che è di Dio, a Dio».
E rimasero ammirati di lui.

La vita

Sentirsi padroni e non essere che affittuari è causa di tanti errori. La vigna non era di proprietà dei vignaioli, ma se ne erano dimenticati al punto che la difesero fino alla morte come ne fossero i padroni, come se l’avessero creata loro quella terra. La vita, il corpo stesso, ci sono dati in uso e crediamo di esserne gli assoluti padroni e creatori. Siamo fatti con elementi tratti dalla terra. Mangiandone i frutti, manteniamo il nostro corpo ogni giorno. È il piccolo giardino di Eden che abitiamo da anni, affidatoci per compiere opere di misericordia. Senza, non potremmo fare nulla. Ogni sera il Figlio viene a ritirare il raccolto, il frutto dell’amore compiuto con le nostre mani, con il nostro cammino, con le parole della nostra bocca e l’ascolto dei nostri orecchi. La vita non è nostra creazione. La vita ci è data per amare.

Mc 12,1-12 Gesù si mise a parlare con parabole ai capi dei sacerdoti, agli scribi e agli anziani:
«Un uomo piantò una vigna, la circondò con una siepe, scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano.
Al momento opportuno mandò un servo dai contadini a ritirare da loro la sua parte del raccolto della vigna. Ma essi lo presero, lo bastonarono e lo mandarono via a mani vuote. Mandò loro di nuovo un altro servo: anche quello lo picchiarono sulla testa e lo insultarono. Ne mandò un altro, e questo lo uccisero; poi molti altri: alcuni li bastonarono, altri li uccisero.
Ne aveva ancora uno, un figlio amato; lo inviò loro per ultimo, dicendo: “Avranno rispetto per mio figlio!”. Ma quei contadini dissero tra loro: “Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e l’eredità sarà nostra”. Lo presero, lo uccisero e lo gettarono fuori della vigna.
Che cosa farà dunque il padrone della vigna? Verrà e farà morire i contadini e darà la vigna ad altri. Non avete letto questa Scrittura: “La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d’angolo; questo è stato fatto dal Signore ed è una meraviglia ai nostri occhi”?».
E cercavano di catturarlo, ma ebbero paura della folla; avevano capito infatti che aveva detto quella parabola contro di loro. Lo lasciarono e se ne andarono.