A chi non ha

LOSPALOS, TIMOR EST      É proprio vero che a chiunque ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha. Che bisogno aveva il gigante indonesiano di soggiogare un milione scarso di timoresi? Eppure per venticinque anni cercò di vincere la loro resistenza, riducendo la popolazione alla metà. Ventisei anni fa, come oggi, i superstiti del genocidio si recavano a votare sotto il controllo ONU: indipendenza o annessione all’Indonesia? Ieri sera ho partecipato ad una delle tante manifestazioni commemorative. Danze, bancarelle, testimonianze dei veterani. Tra la folla questa bambina. Ignara della storia del suo popolo, figlia di una rinascita, sembra domandarsi se tutto questo sacrificio le darà occasione di sviluppare i suoi talenti. O se invece, dopo tutta questa sanguinosa resistenza, non le resterà che sognare un visto per andare a raccogliere frutta in Australia, a servire caffè a Londra o a rifare i letti dei turisti in un albergo di Bali, nientemeno che in Indonesia…

Mt 25,14-30 Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola:
«Avverrà come a un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno; poi partì.
Subito colui che aveva ricevuto cinque talenti andò a impiegarli, e ne guadagnò altri cinque. Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone.
Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò e volle regolare i conti con loro.
Si presentò colui che aveva ricevuto cinque talenti e ne portò altri cinque, dicendo: “Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque”. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”.
Si presentò poi colui che aveva ricevuto due talenti e disse: “Signore, mi hai consegnato due talenti; ecco, ne ho guadagnati altri due”. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”.
Si presentò infine anche colui che aveva ricevuto un solo talento e disse: “Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso. Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra: ecco ciò che è tuo”.
Il padrone gli rispose: “Servo malvagio e pigro, tu sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse. Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché a chiunque ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha. E il servo inutile gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”».

Volentieri

DILI, TIMOR EST    Un compagno di studi, nello scorso millennio, spesso mi diceva che non riusciva a capire da dove prendessi certi miei ragionamenti. Lo facevo sentire – diceva – come Erode col Battista che nell’ascoltarlo restava molto perplesso, tuttavia lo ascoltava volentieri. Andò però in crisi quando mi vide con altri pregare col capo appoggiato al muro del pianto a Gerusalemme. Forse volevamo cambiare religione? Dopo qualche mese Giovanni Paolo II fece lo stesso gesto. Ritagliata la foto dal giornale, la feci trovare all’amico che cambiò colore e scoppiò a ridere dicendo cose che qui non posso scrivere. Molto perplesso, continuò ad ascoltarmi volentieri. Forse anche voi, leggendomi qui, a volte restate perplessi. Ma non perdete tempo a capire per chi o per cosa scrivo. Io, a fine giornata, prendo il vangelo e lascio che si mescoli come lievito con la giornata che va chiudendosi. E se volete saperlo, a volte ciò che vivo e vedo qui lascia molto perplesso anche me. Tuttavia lo ascolto volentieri. Così è la vita, così sono gli altri. Tra perplessità e certezze si cammina.

Mc 6,17-29 Erode aveva mandato ad arrestare Giovanni e lo aveva messo in prigione a causa di Erodìade, moglie di suo fratello Filippo, perché l’aveva sposata. Giovanni infatti diceva a Erode: «Non ti è lecito tenere con te la moglie di tuo fratello». Per questo Erodìade lo odiava e voleva farlo uccidere, ma non poteva, perché Erode temeva Giovanni, sapendolo uomo giusto e santo, e vigilava su di lui; nell’ascoltarlo restava molto perplesso, tuttavia lo ascoltava volentieri.
Venne però il giorno propizio, quando Erode, per il suo compleanno, fece un banchetto per i più alti funzionari della sua corte, gli ufficiali dell’esercito e i notabili della Galilea. Entrata la figlia della stessa Erodìade, danzò e piacque a Erode e ai commensali. Allora il re disse alla fanciulla: «Chiedimi quello che vuoi e io te lo darò». E le giurò più volte: «Qualsiasi cosa mi chiederai, te la darò, fosse anche la metà del mio regno». Ella uscì e disse alla madre: «Che cosa devo chiedere?». Quella rispose: «La testa di Giovanni il Battista». E subito, entrata di corsa dal re, fece la richiesta, dicendo: «Voglio che tu mi dia adesso, su un vassoio, la testa di Giovanni il Battista». Il re, fattosi molto triste, a motivo del giuramento e dei commensali non volle opporle un rifiuto.
E subito il re mandò una guardia e ordinò che gli fosse portata la testa di Giovanni. La guardia andò, lo decapitò in prigione e ne portò la testa su un vassoio, la diede alla fanciulla e la fanciulla la diede a sua madre. I discepoli di Giovanni, saputo il fatto, vennero, ne presero il cadavere e lo posero in un sepolcro.

State pronti

DILI, TIMOR EST    Accidenti, non mi ero concesso molto. Era solo un panino, ma non andava giù. Essendo solo, mi ero scelto un posto affacciato sul mare, ma in realtà vedevo loro. Mi fissavano e non riuscivo a mangiare alla loro presenza. Gli avevo già comprato le banane fritte che vendevano e avevamo parlato un po’, ma loro avevano fame e  non andavano via. Nell’ora che non immagini vengono i figli degli uomini, i figli di questa umanità e di questa miseria. Allora l’ho fatto, l’ho fatto per me, per poter mandar giù il panino. Ma l’ho fatto anche perché ci credo. Credo che non si debba fare tanti ragionamenti e a chi ha fame devi servire la razione di cibo a tempo debito. Soprattutto se è un bambino che sta lavorando, dopo la scuola, per tornare a casa con qualche moneta. Ho chiesto al cameriere di portare loro qualcosa e di segnarlo sul mio conto. Nulla di eroico, ma bisogna tenersi pronti perché è un attimo perdere l’occasione. Ti giri e non ci sono più, e te li sogni per anni. L’ho fatto anche a nome vostro, perché l’avreste fatto anche voi. E poi, a pensarci bene, loro erano lì a ricordarmi che io sono qui per un motivo. E il motivo sono loro.   https://lalocandadellaparola.com/2025/08/24/alla-presenza-2/

Mt 24,42-51 Gesù disse ai suoi discepoli:
«Vegliate, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà. Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa. Perciò anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo.
Chi è dunque il servo fidato e prudente, che il padrone ha messo a capo dei suoi domestici per dare loro il cibo a tempo debito? Beato quel servo che il padrone, arrivando, troverà ad agire così! Davvero io vi dico: lo metterà a capo di tutti i suoi beni.
Ma se quel servo malvagio dicesse in cuor suo: “Il mio padrone tarda”, e cominciasse a percuotere i suoi compagni e a mangiare e a bere con gli ubriaconi, il padrone di quel servo arriverà un giorno in cui non se l’aspetta e a un’ora che non sa, lo punirà severamente e gli infliggerà la sorte che meritano gli ipocriti: là sarà pianto e stridore di denti».

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Non basta

DILI, TIMOR EST    Lo constato frequentando enormi magazzini cinesi di materiale edilizio: non basta un’imbiancata ai muri per rendere nuova una casa. Se si vuole costruire qualcosa di sano bisogna avere pazienza e andare in profondità. Una spolverata di belle parole, una esperienza forte estiva, una pagina toccante, una foto commovente, tutto ciò non basta a renderci vivi dentro e non solo in apparenza. Questi ultimi giorni d’agosto sono spesso quelli dei buoni propositi per immaginare una ripresa post ferie meno faticosa e un anno più solido. Sappiamo tutti com’è andata finora tuttavia, se abbiamo intuito che ci sono scelte da compiere per migliorare le nostre giornate, così sia. Che le parole siano azioni! Ci sono molti aggiustamenti da apportare alle nostre giornate, all’uso del tempo, dei soldi, del cibo e alla qualità delle nostre relazioni.

Mt 23,27-32   Gesù parlò dicendo: «Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che assomigliate a sepolcri imbiancati: all’esterno appaiono belli, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni marciume. Così anche voi: all’esterno apparite giusti davanti alla gente, ma dentro siete pieni di ipocrisia e di iniquità.
Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che costruite le tombe dei profeti e adornate i sepolcri dei giusti, e dite: “Se fossimo vissuti al tempo dei nostri padri, non saremmo stati loro complici nel versare il sangue dei profeti”. Così testimoniate, contro voi stessi, di essere figli di chi uccise i profeti. Ebbene, voi colmate la misura dei vostri padri».

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La polvere

DILI, TIMOR EST    Ieri, dall’auto, ho notato questo uomo intento a bagnare la strada sterrata per ridurre un poco la polvere. Allargando lo sguardo però la scena aveva un che di tragico comico, come potete vedere.

La casa fatiscente e priva di forma, il canale stagnante d’acqua di fogna. Lui si occupava della polvere all’angolo della casa, ma ben altre erano le cose da fare, senza tralasciare quella. Così diceva Gesù a chi si accaniva su di un particolare della legge religiosa, trascurando cose ben più importanti. Così Gesù ripete a noi, quando riversiamo energie preziose su ciò che è importante ma non centrale. Se qualcosa nella giornata non va alla perfezione, allarghiamo lo sguardo e troveremo altro da fare. C’è un mondo intero che vive nella polvere della povertà e vi assicuro che non è facile.

Mt 23,23-26   Gesù parlò dicendo:
«Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che pagate la decima sulla menta, sull’anéto e sul cumìno, e trasgredite le prescrizioni più gravi della Legge: la giustizia, la misericordia e la fedeltà. Queste invece erano le cose da fare, senza tralasciare quelle. Guide cieche, che filtrate il moscerino e ingoiate il cammello!
Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che pulite l’esterno del bicchiere e del piatto, ma all’interno sono pieni di avidità e d’intemperanza. Fariseo cieco, pulisci prima l’interno del bicchiere, perché anche l’esterno diventi pulito!».

Come in scatola

DILI, TIMOR EST    Dopo un po’ si ha la nausea di queste “zinc”, le lamiere con cui qui si fa un po’ tutto. Dico nausea perché è urtante vedere persone vivere in scatole di lamiera. Ancor peggio, dice il vangelo oggi, è vedere coscienze bloccate da rigidità mentali che impediscono di crescere e dunque capire il mistero di Dio. Il cielo resta lassù, fuori dalla vita, e dentro non c’è che buio e caldo soffocante degno della Geenna. Quando gli uomini religiosi non trasmettono altro che un sistema di paure, chiudono il regno dei cieli davanti alla gente e impediscono di entrare a quelli che vorrebbero. Dove c’è paura, non c’è Spirito. Perché dove c’è lo Spirito, c’è la gioia. Che sia il catechista cattolico o il veggente delle foreste di Timor, poco cambia. Se si infonde paura non si infonde Spirito. Dunque è meglio vivere in una baracca con una coscienza libera che vivere nel benessere prigionieri di un’anima impaurita.

Mt 23,13-23   Gesù parlò dicendo:
«Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che chiudete il regno dei cieli davanti alla gente; di fatto non entrate voi, e non lasciate entrare nemmeno quelli che vogliono entrare.
Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che percorrete il mare e la terra per fare un solo prosèlito e, quando lo è divenuto, lo rendete degno della Geènna due volte più di voi.
Guai a voi, guide cieche, che dite: “Se uno giura per il tempio, non conta nulla; se invece uno giura per l’oro del tempio, resta obbligato”. Stolti e ciechi! Che cosa è più grande: l’oro o il tempio che rende sacro l’oro? E dite ancora: “Se uno giura per l’altare, non conta nulla; se invece uno giura per l’offerta che vi sta sopra, resta obbligato”. Ciechi! Che cosa è più grande: l’offerta o l’altare che rende sacra l’offerta? Ebbene, chi giura per l’altare, giura per l’altare e per quanto vi sta sopra; e chi giura per il tempio, giura per il tempio e per Colui che lo abita. E chi giura per il cielo, giura per il trono di Dio e per Colui che vi è assiso».

Alla presenza

DILI, TIMOR EST    Non è questione di quanti si salvano, ma di come salvarsi. L’importante cioè è riuscire a passare per la porta stretta e l’unico modo ovviamente è farsi piccoli. Più si è grandi, più la porta risulterà stretta. Nell’immagine usata da Gesù, queste persone si autoaccusano: abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze. Appunto. Ci vuole un bel coraggio a mangiare in faccia a Gesù senza invitarlo. Avevo fame e non mi avete dato da mangiare… Farsi piccoli è riuscire a entrare anche nei cuori più chiusi, nelle situazioni più dure, riconoscendovi la presenza di Gesù. Allora saremo operatori di misericordia, non operatori di ingiustizia.

Lc 13,22-30    Gesù passava insegnando per città e villaggi, mentre era in cammino verso Gerusalemme.
Un tale gli chiese: «Signore, sono pochi quelli che si salvano?».
Disse loro: «Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, io vi dico, cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno.
Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, voi, rimasti fuori, comincerete a bussare alla porta, dicendo: “Signore, aprici!”. Ma egli vi risponderà: “Non so di dove siete”. Allora comincerete a dire: “Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze”. Ma egli vi dichiarerà: “Voi, non so di dove siete. Allontanatevi da me, voi tutti operatori di ingiustizia!”.
Là ci sarà pianto e stridore di denti, quando vedrete Abramo, Isacco e Giacobbe e tutti i profeti nel regno di Dio, voi invece cacciati fuori.
Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio. Ed ecco, vi sono ultimi che saranno primi, e vi sono primi che saranno ultimi».

Fratelli

DILI, TIMOR EST   Non era un sacerdote della sua religione. Gesù di Nazareth era un laico. Predicava e compiva miracoli girando di villaggio in villaggio e sconfinando in terre e case straniere. Insegnava a pregare e ad instaurare un rapporto personale con Dio, basato sulla profonda fiducia d’essere da lui amati. Praticava la propria religione ma anche da essa sconfinava, ritenendola un punto di partenza più che una meta. Gesù stesso era ed è incontenibile negli schemi religiosi e nelle liturgie che infatti si adeguano ai tempi e alla conoscenza del mistero di Dio raggiunta in ogni epoca. Invano Gesù ci ha sempre messo in guardia dal fascino del clericalismo, dalla tentazione di costruire una casta sacerdotale non dissimile da quelle di altre religioni. Ci siamo cascati quasi subito e ora è tutto un padre, guida, maestro, dove invece Gesù voleva che ci fossero solo fratelli. Un vero peccato perché di religioni e sacerdoti è pieno il mondo, ma di fraternità evangelica c’è ancora una grande sete. Sia nei paesi poveri che in quelli ricchi.

Mt 23,1-12   Gesù si rivolse alla folla e ai suoi discepoli dicendo:
«Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. Praticate e osservate tutto ciò che vi dicono, ma non agite secondo le loro opere, perché essi dicono e non fanno. Legano infatti fardelli pesanti e difficili da portare e li pongono sulle spalle della gente, ma essi non vogliono muoverli neppure con un dito.
Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dalla gente: allargano i loro filattèri e allungano le frange; si compiacciono dei posti d’onore nei banchetti, dei primi seggi nelle sinagoghe, dei saluti nelle piazze, come anche di essere chiamati “rabbì” dalla gente.
Ma voi non fatevi chiamare “rabbì”, perché uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli. E non chiamate “padre” nessuno di voi sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello celeste. E non fatevi chiamare “guide”, perché uno solo è la vostra Guida, il Cristo.
Chi tra voi è più grande, sarà vostro servo; chi invece si esalterà, sarà umiliato e chi si umilierà sarà esaltato».

Ardenti

DILI, TIMOR EST     Rispose: amerai. Non altro. Amerai Dio, gli altri, te stesso, senza differenze. Non riusciresti nemmeno ad amare solo Dio o solo te stesso o gli altri. Quando lo fai, ti accorgi che qualcosa non va, che l’amore è sbilanciato. Qui è più facile accorgersi che per fare il bene bisogna stare bene. Se non ci si prende cura di sé, le forze rapidamente calano, gli altri diventano un ingombro e Dio è presto trascurato. Ciò che conta è essere ardenti d’amore.

Mt 22,23-40    I farisei, avendo udito che Gesù aveva chiuso la bocca ai sadducèi, si riunirono insieme e uno di loro, un dottore della Legge, lo interrogò per metterlo alla prova: «Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?».
Gli rispose: «“Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente”. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti».

Incrociandosi

DILI, TIMOR EST    È una parabola, dunque i personaggi sono caricati, eccessivi, hanno lo scopo di svegliarci. È la vicenda di chi non si accorge della grazia che lo circonda, di chi non accetta l’invito di un Dio o di una persona che vuole solo amarci. È la parabola di chi non si rende conto di essere stato ripescato molte volte e chiama casi le coincidenze della vita volute con forza da Qualcuno. E così non ha mai il vestito della festa, che è la gratitudine, e non assapora la giornata che è lì, servita gratis come un invito a nozze. Vero, non sempre tutto va come vorremmo, a volte gli invitati non vengono ma altri sconosciuti arrivano. A volte cammini e lì, ai crocicchi delle strade, ti cambia la vita. L’uomo della foto stava seduto nel furgone fuori da un negozio, sperando che i clienti chiedessero un trasporto. Una ragazza che lavora con me, uscendo dal negozio l’ha incrociato dandogli lavoro. Da allora è il nostro tuttofare e, tra un sacco di cemento e uno scarico mattoni, si parla, si racconta, si mangia pesce arrostito in riva al mare, e il duro lavoro diventa festa. Non era prevista la nostra conoscenza, non ci eravamo invitati. Ma le vite a volte si incrociano così, ai crocicchi delle strade.

Mt 22,1-14 Gesù, riprese a parlare con parabole [ai capi dei sacerdoti e ai farisei] e disse:
«Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio. Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non volevano venire.
Mandò di nuovo altri servi con quest’ordine: “Dite agli invitati: Ecco, ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e gli animali ingrassati sono già uccisi e tutto è pronto; venite alle nozze!”. Ma quelli non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero. Allora il re si indignò: mandò le sue truppe, fece uccidere quegli assassini e diede alle fiamme la loro città.
Poi disse ai suoi servi: “La festa di nozze è pronta, ma gli invitati non erano degni; andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze”. Usciti per le strade, quei servi radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempì di commensali.
Il re entrò per vedere i commensali e lì scorse un uomo che non indossava l’abito nuziale. Gli disse: “Amico, come mai sei entrato qui senza l’abito nuziale?”. Quello ammutolì. Allora il re ordinò ai servi: “Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”.
Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti».