Solitudine

DILI, TIMOR EST    Ti guardi e ti vedi solo. Ti senti solo. Perché lo sei. Te ne accorgi quando sei straniero, quando non hai un mezzo se non i tuoi piedi, quando se qualcuno non traduce tu ti esprimi come un bambino piccolo. Ti guardi e ti vedi solo, anche se sei in famiglia, anche se il tuo coniuge è lì davanti a te. Sei solo al lavoro, solo mentre guidi, mentre sei preoccupato per i figli e la salute, mentre le uniche telefonate che ricevi sono quelle dei call-center. La realtà è invisibile, altrimenti non ti sentiresti solo. Eppure è una bella occasione, la solitudine che punge, per chiudere gli occhi e scendere dentro di te, dove tutti siamo uno, dove Dio Amore ti parla. Se riesci ad incontrarlo, ad incontrare tutti lì, non saprai più cosa sia sentirsi soli. La tua vita resterà quella di prima, eppure sarà trasfigurata e tu cambierai aspetto.

Trasfigurazione Lc 9,28-36  Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare.
Mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante. Ed ecco, due uomini conversavano con lui: erano Mosè ed Elìa, apparsi nella gloria, e parlavano del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme.
Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno; ma, quando si svegliarono, videro la sua gloria e i due uomini che stavano con lui.
Mentre questi si separavano da lui, Pietro disse a Gesù: «Maestro, è bello per noi essere qui. Facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elìa». Egli non sapeva quello che diceva.
Mentre parlava così, venne una nube e li coprì con la sua ombra. All’entrare nella nube, ebbero paura. E dalla nube uscì una voce, che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo!».
Appena la voce cessò, restò Gesù solo. Essi tacquero e in quei giorni non riferirono a nessuno ciò che avevano visto.

Vieni!

DILI, TIMOR EST  Il bello d’essere ricchi è che si può provare ad essere poveri. Basta non avere paura di farlo, lasciare la barca delle proprie sicurezze e camminare a piedi nudi sull’acqua o lì dove Gesù ti dice Vieni! Tutto qui. Per i poveri invece è più complicato, perché non possono provare ad essere ricchi. Possono solo immaginarlo, ma immaginare di mangiare non sazia anzi, rende più affamati. La miseria non ha poesia, è madre dell’invidia e dell’avidità. La miseria genera paura di non farcela, ansia di affondare in una tempesta di fantasmi. Entrare in contatto con un ricco, sfiorare qualcuno che viene dall’altro mondo, può essere bello ma pure aumentare il senso di umiliazione. Dipende dal ricco. Dipende se sta solo giocando a fare il povero o se ha scoperto che, ancora una volta, è lui quello che si sta arricchendo. Toccare almeno il lembo della condizione di vita di molte persone può bastare per guarire, per avviare quel processo interiore che si chiama conversione.

Mt 14,22-36 Dopo che la folla ebbe mangiato, subito Gesù costrinse i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva, finché non avesse congedato la folla. Congedata la folla, salì sul monte, in disparte, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava lassù, da solo.
La barca intanto distava già molte miglia da terra ed era agitata dalle onde: il vento infatti era contrario. Sul finire della notte egli andò verso di loro camminando sul mare. Vedendolo camminare sul mare, i discepoli furono sconvolti e dissero: «È un fantasma!» e gridarono dalla paura. Ma subito Gesù parlò loro dicendo: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!».
Pietro allora gli rispose: «Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque». Ed egli disse: «Vieni!». Pietro scese dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù. Ma, vedendo che il vento era forte, s’impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami!». E subito Gesù tese la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?».
Appena saliti sulla barca, il vento cessò. Quelli che erano sulla barca si prostrarono davanti a lui, dicendo: «Davvero tu sei Figlio di Dio!».
Compiuta la traversata, approdarono a Gennèsaret. E la gente del luogo, riconosciuto Gesù, diffuse la notizia in tutta la regione; gli portarono tutti i malati e lo pregavano di poter toccare almeno il lembo del suo mantello. E quanti lo toccarono furono guariti.

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Tutto il necessario

DILI, TIMOR EST   Lo dicevamo ieri, la vita dipende dal cibo e da quello che abbiamo e Gesù lo sapeva bene. Questa pagina ce lo dimostra, come del resto tutto il vangelo. Date loro da mangiare, dice Gesù. Quante volte, prima di sedersi a tavola, sentiamo preghiere del tipo “Grazie Signore per questo cibo, danne anche a chi non ne ha”. Sarebbe bello udire in risposta una voce dal cielo: voi stessi date loro da mangiare! Sì, perché è compito nostro occuparci degli altri così come è compito degli altri occuparsi di noi. Non perché affetti da sindrome di Superman, ma perché fiduciosi che il Padre ci darà tutto il pane quotidiano necessario per distribuirlo a chi ha fame. Pane, pesci, tempo, idee, pazienza, intelligenza e così via, secondo i bisogni della folla che incontriamo.

Mt 14,13-21   avendo udito della morte di Giovanni Battista Gesù partì di là su una barca e si ritirò in un luogo deserto, in disparte.
Ma le folle, avendolo saputo, lo seguirono a piedi dalle città. Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, sentì compassione per loro e guarì i loro malati.
Sul far della sera, gli si avvicinarono i discepoli e gli dissero: «Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare». Ma Gesù disse loro: «Non occorre che vadano; voi stessi date loro da mangiare». Gli risposero: «Qui non abbiamo altro che cinque pani e due pesci!». Ed egli disse: «Portatemeli qui».
E, dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull’erba, prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli, e i discepoli alla folla.
Tutti mangiarono a sazietà, e portarono via i pezzi avanzati: dodici ceste piene. Quelli che avevano mangiato erano circa cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini.

Il messaggio

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DILI, TIMOR EST    “Anak miskin cari hidup untuk mencapai cita citanya masa depan”, bimbo povero cerca una vita per realizzare i suoi sogni futuri. L’ho trovato inciso in indonesiano sul cemento della casa che stiamo ristrutturando. Un’incisione degli anni 90, di chissà quale bambino o bambina. Un messaggio che viene da un tempo passato, di guerra e genocidio, e ci rende responsabili. Qui dove abito ora c’è stato chi ha sognato e sperato di realizzare i suoi sogni. Questo messaggio è il miglior commento al vangelo di oggi. La tua vita non dipende dai tuoi beni, dice Gesù. È vero? Vi scrivo da un luogo in cui la miseria mi dimostra che chi ha poco campa male e campa poco. Un luogo in cui persino nel cemento trovo scritte richieste d’aiuto. La vita quindi dipende dai beni! Gesù si è sempre occupato dei bisogni altrui. Qui sta rispondendo a due fratelli in lotta per l’eredità e mette in guardia dalla cupidigia. Vuole dirci: il senso della tua vita non dipende dai tuoi beni ma dal bene che fai. Con i tuoi beni puoi realizzare i sogni degli altri. Solo allora la tua vita sarà piena. C’è sempre un bimbo che sogna una vita diversa, che spera che qualcuno lo aiuti prima che il tempo sia troppo breve e il grande gioco della vita passi ad altri.

Lc 12,13-21     uno della folla disse a Gesù: «Maestro, di’ a mio fratello che divida con me l’eredità». Ma egli rispose: «O uomo, chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?».
E disse loro: «Fate attenzione e tenetevi lontani da ogni cupidigia perché, anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede».
Poi disse loro una parabola: «La campagna di un uomo ricco aveva dato un raccolto abbondante. Egli ragionava tra sé: “Che farò, poiché non ho dove mettere i miei raccolti? Farò così – disse –: demolirò i miei magazzini e ne costruirò altri più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni. Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; ripòsati, mangia, bevi e divèrtiti!”. Ma Dio gli disse: “Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?”. Così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio».

Chi si fida

DILI, TIMOR EST   Quando si vuole apparire retti ma non lo si è: ecco Erode. Convivente con la cognata e attratto dalla nipote, ma rispettosissimo del giuramento. C’è da ridere. C’è da piangere, perché è ancora così nei rapporti tra Stati o semplici persone. Pur di mantenere gli accordi, si compie il male. Ma il problema è proprio questo: non il giuramento, ma il motivo per cui si giura. Il fatto è che abbiamo troppa paura di essere giudicati sbagliati, spergiuri, traditori, infami. L’unica promessa da fare, semmai, è quella di non giurare affatto come diceva Gesù. È Dio che giura amore eterno e incondizionato a noi. Noi possiamo solo sperare di arrivare a sera credendoci ancora, curando ancora chi si fida di noi non per il nostro giuramento, ma per il nostro abbraccio.

Mt 14,1-12 al tetrarca Erode giunse notizia della fama di Gesù. Egli disse ai suoi cortigiani: «Costui è Giovanni il Battista. È risorto dai morti e per questo ha il potere di fare prodigi!».
Erode infatti aveva arrestato Giovanni e lo aveva fatto incatenare e gettare in prigione a causa di Erodìade, moglie di suo fratello Filippo. Giovanni infatti gli diceva: «Non ti è lecito tenerla con te!». Erode, benché volesse farlo morire, ebbe paura della folla perché lo considerava un profeta.
Quando fu il compleanno di Erode, la figlia di Erodìade danzò in pubblico e piacque tanto a Erode che egli le promise con giuramento di darle quello che avesse chiesto. Ella, istigata da sua madre, disse: «Dammi qui, su un vassoio, la testa di Giovanni il Battista».
Il re si rattristò, ma a motivo del giuramento e dei commensali ordinò che le venisse data e mandò a decapitare Giovanni nella prigione. La sua testa venne portata su un vassoio, fu data alla fanciulla e lei la portò a sua madre.
I suoi discepoli si presentarono a prendere il cadavere, lo seppellirono e andarono a informare Gesù.

Straniero

DILI, TIMOR EST    Le banane colte fresche nella foresta cuociono nel fuoco di bamboo e cocco. Tutto dice che non sono nella mia patria. Lontano da casa è più facile evangelizzare, dice Gesù, ma non basta certo per essere un evangelizzatore giusto. Papa Francesco lo diceva spesso: non confondiamo la missione con il proselitismo, col tirare dalla propria parte religiosa intere popolazioni che hanno già le loro credenze. Si evangelizza con la vita, con l’esempio silenzioso. Si evangelizza lasciandosi evangelizzare da chi abita da secoli quella terra che per te è sempre nuova, quella terra che fa di te uno straniero. Il colore non te lo puoi cambiare, i tuoi lineamenti non danno scampo. Ogni sera percorro la stessa via e trovo un vecchietto, secco e ossuto, con i baffi bianchi e gli occhiali dorati. “Bonoite”, mi dice sempre gentilissimo. Mi saluta perché sono “malae”, straniero, e gli stranieri vanno salutati.  Chi dunque di noi due è evangelizzatore? Ero straniero e mi avete accolto.

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Mt 13,54-58    Gesù, venuto nella sua patria, insegnava nella loro sinagoga e la gente rimaneva stupita e diceva: «Da dove gli vengono questa sapienza e i prodigi? Non è costui il figlio del falegname? E sua madre, non si chiama Maria? E i suoi fratelli, Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? E le sue sorelle, non stanno tutte da noi? Da dove gli vengono allora tutte queste cose?». Ed era per loro motivo di scandalo.
Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria e in casa sua». E lì, a causa della loro incredulità, non fece molti prodigi.

Decidere

DILI, TIMOR EST   La giornata è tutta un cercare di capire ciò che è giusto fare e ciò che non lo è. Lo compro o non lo compro? Parlo o taccio? Gli do una moneta o un sorriso? Poi vi sono le decisioni più forti, che segnano una svolta. Un nuovo lavoro,  un cambio di casa, un matrimonio, una consacrazione.  Siamo come pescatori che separano i pesci buoni dai cattivi. Ignazio di Loyola, grandissimo uomo, chiamava tutto ciò “discernimento degli spiriti”. Insomma: l’idea che mi ronza in testa è suggerita dallo Spirito Santo o da uno spirito cattivo? Dato che la nostra specialità è cambiare idea in corso d’opera, converrà annotare questa regola ignaziana: “Mai, in tempo di agitazione, cambiare le decisioni prese in tempo di calma”. Tornata la calma, si può discernere se occorre un cambiamento di rotta. Ma ciò non va mai fatto con un temporale in corso. Non si va avanti solo se va tutto bene. Si va avanti perché è bene.

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S. Ignazio di Loyola fondatore dei gesuiti. Ringraziamo S.Ignazio perché attraverso il suo carisma abbiamo avuto grandi maestri spirituali tra cui i gesuiti Card Martini e Papa Francesco     Mt 13,47-53 Gesù disse ai suoi discepoli:
«Ancora, il regno dei cieli è simile a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci. Quando è piena, i pescatori la tirano a riva, si mettono a sedere, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi. Così sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti.
Avete compreso tutte queste cose?». Gli risposero: «Sì». Ed egli disse loro: «Per questo ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche».
Terminate queste parabole, Gesù partì di là.

Pieno di gioia

DILI, TIMOR EST   Il regno dei cieli rende felici. Quando si scopre che si può vivere in costante relazione con un Dio buono, la vita cambia. L’ansia per il domani diminuisce, i rimpianti del passato diventano gratitudine, il presente è assaporato con più gusto. Il regno dei cieli non è dunque una questione di religione ma di relazione. Quando lo si scopre, si scopre un tesoro, una perla preziosa, un nuovo modo di vivere ogni istante di vita. Quando lo si trova, si trova la gioia. Non la allegria di un momento, ma la gioia costante. Si torna come bambini, diceva Gesù. Come loro capaci di giocare sempre, di vivere il presente, di fidarsi che qualcuno provvederà. Per questo quando vediamo un bimbo povero che ride, cadiamo in trappola: “Non hanno nulla ma sono più felici di noi”. Non sono più felici perché non hanno nulla. Sono più felici perché sono bambini, ecco perché. Poi crescono, a volte troppo in fretta, pensano al domani, e lo sguardo si rabbuia.

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Mt 13,44-46   Gesù disse ai suoi discepoli:
«Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde; poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo.
Il regno dei cieli è simile anche a un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra».

Ai suoi piedi

DILI, TIMOR EST   Forse Maria quel giorno era così, con lo sguardo altrove. Il fuoco, le pentole, il pranzo (per Gesù!) non bastavano a richiamarla alla realtà. La sua realtà era un’altra fiamma, un calore indescrivibile ai sensi. Gesù la rasserenava, con lui non si sentiva mai sotto quel costante giudizio al quale amiamo sottoporci a vicenda. La parte migliore che non ci sarà tolta non è altro che quella vita che solo noi possiamo vivere. Concentriamoci dunque sulla nostra parte in questa terra, non su quella altrui. Senza dimenticare che Uno solo è in grado di suggerircela senza farci sentire giudicati. Stiamo ai suoi piedi non come schiavi impauriti ma come discepoli ammirati.

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Santi Marta, Maria e Lazzaro Lc 10    mentre erano in cammino, Gesù entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo ospitò.
Ella aveva una sorella, di nome Maria, la quale, seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola. Marta invece era distolta per i molti servizi.
Allora si fece avanti e disse: «Signore, non t’importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti». Ma il Signore le rispose: «Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c’è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta».

Ci parla in parabole

Dintorni di LOSPALOS, TIMOR EST     Dal giardino di casa, prima di partire, avevo raccolto con cura i semi dei fiori preferiti di mia nonna. Li volevo porre sulla tomba di una madre che conoscevo da anni e che avevo sperato invano di poter riabbracciare. Così li ho portati sin qui, in un villaggio introvabile persino sulle mappe. Mi domandavo dove il vento li avrebbe portati e se mai fossero adatti a questo clima. Rialzandomi ho notato che una piantina era già lì, fiorita ai piedi della tomba, a dirmi che i semi avevano un futuro. A volte crediamo di portare i semi del regno di Dio, ma poi scopriamo che Lui ha già seminato ed è lì che ci attende. Quando i nostri semi sono come i suoi, allora ci sentiamo in perfetta sintonia, nella sua piena volontà. Ogni giornata è una parabola di coincidenze che raccontano di un Dio che ci suggerisce le sue stesse idee e ad ogni istante ci fa sentire d’essere presente.

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Mt 13,31-35 Gesù espose alla folla un’altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un granello di senape, che un uomo prese e seminò nel suo campo. Esso è il più piccolo di tutti i semi ma, una volta cresciuto, è più grande delle altre piante dell’orto e diventa un albero, tanto che gli uccelli del cielo vengono a fare il nido fra i suoi rami».
Disse loro un’altra parabola: «Il regno dei cieli è simile al lievito, che una donna prese e mescolò in tre misure di farina, finché non fu tutta lievitata».
Tutte queste cose Gesù disse alle folle con parabole e non parlava ad esse se non con parabole, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta:
«Aprirò la mia bocca con parabole,
proclamerò cose nascoste fin dalla fondazione del mondo».