Non temere

Forse con ancora in mano le monete di Zaccheo, Gesù racconta questa parabola. Una parabola sulla paura: avevo paura di te, che sei un uomo severo. In realtà non vi è traccia di severità in quel padrone che invece è generoso nel ricompensare i servi. Dieci città per dieci monete non è cosa da poco. Ma ognuno attira nella vita ciò che teme. La paura è un magnete implacabile, un filtro attraverso cui guardiamo tutto e tutti. Ho avuto paura, disse Adamo a Dio. Ho avuto paura, dice questo servo a cui il padrone, di riflesso, dà motivo di temere. Non abbiate paura, ripete Gesù molte volte nei Vangeli. Non abbiate paura perché dalla paura nasce ogni errore, ogni visione distorta, ogni feroce difesa e sospetto. L’amore perfetto scaccia il timore. Ma ci chiediamo: quale profonda paura abita il mio cuore?

Lc 19,11- 28   Gesù disse una parabola, perché era vicino a Gerusalemme ed essi pensavano che il regno di Dio dovesse manifestarsi da un momento all’altro.
Disse dunque: «Un uomo di nobile famiglia partì per un paese lontano, per ricevere il titolo di re e poi ritornare. Chiamati dieci dei suoi servi, consegnò loro dieci monete d’oro, dicendo: “Fatele fruttare fino al mio ritorno”. Ma i suoi cittadini lo odiavano e mandarono dietro di lui una delegazione a dire: “Non vogliamo che costui venga a regnare su di noi”. Dopo aver ricevuto il titolo di re, egli ritornò e fece chiamare quei servi a cui aveva consegnato il denaro, per sapere quanto ciascuno avesse guadagnato.
Si presentò il primo e disse: “Signore, la tua moneta d’oro ne ha fruttate dieci”. Gli disse: “Bene, servo buono! Poiché ti sei mostrato fedele nel poco, ricevi il potere sopra dieci città”.
Poi si presentò il secondo e disse: “Signore, la tua moneta d’oro ne ha fruttate cinque”. Anche a questo disse: “Tu pure sarai a capo di cinque città”.
Venne poi anche un altro e disse: “Signore, ecco la tua moneta d’oro, che ho tenuto nascosta in un fazzoletto; avevo paura di te, che sei un uomo severo: prendi quello che non hai messo in deposito e mieti quello che non hai seminato”. Gli rispose: “Dalle tue stesse parole ti giudico, servo malvagio! Sapevi che sono un uomo severo, che prendo quello che non ho messo in deposito e mieto quello che non ho seminato: perché allora non hai consegnato il mio denaro a una banca? Al mio ritorno l’avrei riscosso con gli interessi”. Disse poi ai presenti: “Toglietegli la moneta d’oro e datela a colui che ne ha dieci”. Gli risposero: “Signore, ne ha già dieci!”. “Io vi dico: A chi ha, sarà dato; invece a chi non ha, sarà tolto anche quello che ha. E quei miei nemici, che non volevano che io diventassi loro re, conduceteli qui e uccideteli davanti a me”».
Dette queste cose, Gesù camminava davanti a tutti salendo verso Gerusalemme.

Scendi

Subito dopo aver guarito il cieco, Gesù si imbatte in Zaccheo. I tempi erano maturi perché il frutto cadesse dall’albero. A volte le cose accadono al momento giusto. Paolo cadde da cavallo, Zaccheo scese dal sicomoro, Gesù sa quando farci scendere dai nostri piedestalli e lasciarci guardare per quel che siamo. Quando ci si percepisce amati, cadono le maschere, si abbassano le difese. Quando Zaccheo, in casa, si alzò e promise di dare la metà dei suoi beni a poveri, non si sentì più né basso né alto. Era finalmente semplicemente se stesso. Parlava a Gesù così com’era, sapendo che lui conosceva già tutto. Quando ci si sente conosciuti e capiti da Gesù, che altro serve?

Lc 19,1-10  Gesù entrò nella città di Gèrico e la stava attraversando, quand’ecco un uomo, di nome Zacchèo, capo dei pubblicani e ricco, cercava di vedere chi era Gesù, ma non gli riusciva a causa della folla, perché era piccolo di statura. Allora corse avanti e, per riuscire a vederlo, salì su un sicomòro, perché doveva passare di là.
Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo e gli disse: «Zacchèo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua». Scese in fretta e lo accolse pieno di gioia. Vedendo ciò, tutti mormoravano: «È entrato in casa di un peccatore!».
Ma Zacchèo, alzatosi, disse al Signore: «Ecco, Signore, io do la metà di ciò che possiedo ai poveri e, se ho rubato a qualcuno, restituisco quattro volte tanto».
Gesù gli rispose: «Oggi per questa casa è venuta la salvezza, perché anch’egli è figlio di Abramo. Il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto».

Esigente

Sarà stato cieco, ma vedeva benissimo quello che voleva. Voleva guarire e sapeva che Gesù l’avrebbe guarito. Avendo chiari in sé stesso i suoi desideri, agì senza indugi. Non si curò di quelli che lo rimproveravano perché tacesse gridando ancora più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!». E alla domanda di Gesù Che cosa vuoi che io faccia per te? rispose senza esitare. Una domanda che è rivolta anche a te, ad ogni istante. Che cosa vuoi che io faccia per te? Una domanda a cui molti non sanno rispondere ed è un vero peccato, un’occasione persa. Sì, è vero, il Vangelo di Gesù è molto esigente. Ma Lui ci  invita ad essere altrettanto esigenti con lui: chiedete e vi sarà dato. Cosa vuoi che io faccia per te?

Lc 18,35-43   Mentre Gesù si avvicinava a Gèrico, un cieco era seduto lungo la strada a mendicare. Sentendo passare la gente, domandò che cosa accadesse. Gli annunciarono: «Passa Gesù, il Nazareno!».
Allora gridò dicendo: «Gesù, figlio di Davide, abbi pietà di me!». Quelli che camminavano avanti lo rimproveravano perché tacesse; ma egli gridava ancora più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!».
Gesù allora si fermò e ordinò che lo conducessero da lui. Quando fu vicino, gli domandò: «Che cosa vuoi che io faccia per te?». Egli rispose: «Signore, che io veda di nuovo!». E Gesù gli disse: «Abbi di nuovo la vista! La tua fede ti ha salvato».
Subito ci vide di nuovo e cominciò a seguirlo glorificando Dio. E tutto il popolo, vedendo, diede lode a Dio.

Venga il tuo regno

La fine del mondo fa sempre paura, eppure dovrebbe farcene di più il mondo stesso. Questo mondo fatto di guerre, terremoti, carestie e pestilenze, non vogliamo che finisca e che inizi un mondo nuovo? Ben venga dunque la fine del mondo, venga il regno di Dio. Sia Dio a regnare, non i potenti del mondo. Dio regnerà senza trono. Lo diciamo spesso: Dio regna dentro il nostro cuore, se glielo permettiamo. Quando ciascuno di noi avrà per re Dio Amore, il vecchio mondo finirà. Venga il tuo regno, vieni e regna in me. Trasforma la mia vita nella tua vita in me.

Lc 21,5-19   mentre alcuni parlavano del tempio, che era ornato di belle pietre e di doni votivi, Gesù disse: «Verranno giorni nei quali, di quello che vedete, non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta».
Gli domandarono: «Maestro, quando dunque accadranno queste cose e quale sarà il segno, quando esse staranno per accadere?». Rispose: «Badate di non lasciarvi ingannare. Molti infatti verranno nel mio nome dicendo: “Sono io”, e: “Il tempo è vicino”. Non andate dietro a loro! Quando sentirete di guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate, perché prima devono avvenire queste cose, ma non è subito la fine».
Poi diceva loro: «Si solleverà nazione contro nazione e regno contro regno, e vi saranno in diversi luoghi terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandiosi dal cielo.
Ma prima di tutto questo metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e governatori, a causa del mio nome. Avrete allora occasione di dare testimonianza. Mettetevi dunque in mente di non preparare prima la vostra difesa; io vi darò parola e sapienza, cosicché tutti i vostri avversari non potranno resistere né controbattere.
Sarete traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici, e uccideranno alcuni di voi; sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Ma nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto.
Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita».

Ricevere

Pregare sempre, senza stancarsi mai, fino a stancare Dio ed ottenere il suo intervento. Gesù insiste sul valore della preghiera martellante,  esasperante come il capriccio di un bambino che sfianca il genitore fino a farlo cedere. Eppure in altre pagine dice di non moltiplicare le parole perché il Padre sa già di cosa avete bisogno ancora prima che lo chiediate. Forse però siamo noi a non saperlo. L’insistenza serve a noi, ci consente di scavare a capire. Se ti ritrovi a pregare con insistenza per una persona, per una difficoltà o per un dono, allora ti chiederai perché. All’inizio chiederai questo e quello e spiegherai a Dio ciò che deve fare per te o per l’altro. Poi, perseverando nella preghiera, sarà solo un sussurrare un nome. E poi sarà silenzio, sarà ascolto. Sarà un mettere tra te e Dio quella situazione, quella richiesta, quel volto. Non sarà più chiedere. Sarà ricevere.

Lc 18,1-8    Gesù diceva ai suoi discepoli una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai:
«In una città viveva un giudice, che non temeva Dio né aveva riguardo per alcuno. In quella città c’era anche una vedova, che andava da lui e gli diceva: “Fammi giustizia contro il mio avversario”.
Per un po’ di tempo egli non volle; ma poi disse tra sé: “Anche se non temo Dio e non ho riguardo per alcuno, dato che questa vedova mi dà tanto fastidio, le farò giustizia perché non venga continuamente a importunarmi”».
E il Signore soggiunse: «Ascoltate ciò che dice il giudice disonesto. E Dio non farà forse giustizia ai suoi eletti, che gridano giorno e notte verso di lui? Li farà forse aspettare a lungo? Io vi dico che farà loro giustizia prontamente. Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?».

Accorgersi

Tutti indaffarati e dunque colti alla sprovvista. La gran parte della sofferenza umana è causata dalle omissioni. Semplicemente non ci si accorge di quel che passano gli altri e dunque non si fa nulla. Che sia una guerra “dimenticata” o il vicino di casa, è sempre un essere così immersi negli affari nostri da non vedere altro. Mangiavano, bevevano, compravano, vendevano, piantavano, costruivano e morirono tutti. Morirono perché concentrati nei loro interessi. Come se il tempo fosse infinito, come se il mondo fosse nostro. Persino i criceti di tanto in tanto scendono dalla ruota e si fermano. Se non ci fermiamo, moriremo ruotando su noi stessi, credendo d’essere l’asse di rotazione del pianeta Terra. Invece siamo miliardi.

Lc 17,26-37    Gesù disse ai suoi discepoli:
«Come avvenne nei giorni di Noè, così sarà nei giorni del Figlio dell’uomo: mangiavano, bevevano, prendevano moglie, prendevano marito, fino al giorno in cui Noè entrò nell’arca e venne il diluvio e li fece morire tutti.
Come avvenne anche nei giorni di Lot: mangiavano, bevevano, compravano, vendevano, piantavano, costruivano; ma, nel giorno in cui Lot uscì da Sòdoma, piovve fuoco e zolfo dal cielo e li fece morire tutti. Così accadrà nel giorno in cui il Figlio dell’uomo si manifesterà.
In quel giorno, chi si troverà sulla terrazza e avrà lasciato le sue cose in casa, non scenda a prenderle; così, chi si troverà nel campo, non torni indietro. Ricordatevi della moglie di Lot.
Chi cercherà di salvare la propria vita, la perderà; ma chi la perderà, la manterrà viva.
Io vi dico: in quella notte, due si troveranno nello stesso letto: l’uno verrà portato via e l’altro lasciato; due donne staranno a macinare nello stesso luogo: l’una verrà portata via e l’altra lasciata».
Allora gli chiesero: «Dove, Signore?». Ed egli disse loro: «Dove sarà il cadavere, lì si raduneranno insieme anche gli avvoltoi».

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L’intreccio

È sempre questione di guardarsi dentro, di scendere in noi stessi. Dio è dentro di noi, non fuori. Il regno di Dio è in mezzo a voi, non qui o là. È nel profondo del cuore che Dio regna. Se vuoi parlare con il Re, scendi in te stesso. Fermati e scendi. Lui non ti farà aspettare, non ci sarà anticamera né fila d’attesa. Perché sei figlio, sei figlia, hai udienza diretta. È vero, è difficile vivere ogni istante con questa consapevolezza. Solo Gesù ci riusciva, ecco perché era una cosa sola con il Padre. Ma vedrai, ogni giorno aumenterà in te il senso della sua Presenza. Sarai di tanto in tanto folgorato in un istante dalla certezza che Lui è lì per te, che ti sente e ti risponde. All’inizio ti parranno solo casuali coincidenze, poi capirai che si tratta di dialogo reale, di relazione vera. Devi solo crederci, stare al gioco. Più crederai, più te ne darà motivo. E l’intreccio dei giorni sarà intessuto di serenità.

Lc 17,20-25     i farisei domandarono a Gesù: «Quando verrà il regno di Dio?». Egli rispose loro: «Il regno di Dio non viene in modo da attirare l’attenzione, e nessuno dirà: “Eccolo qui”, oppure: “Eccolo là”. Perché, ecco, il regno di Dio è in mezzo a voi!».
Disse poi ai discepoli: «Verranno giorni in cui desidererete vedere anche uno solo dei giorni del Figlio dell’uomo, ma non lo vedrete. Vi diranno: “Eccolo là”, oppure: “Eccolo qui”; non andateci, non seguiteli. Perché come la folgore, guizzando, brilla da un capo all’altro del cielo, così sarà il Figlio dell’uomo nel suo giorno. Ma prima è necessario che egli soffra molto e venga rifiutato da questa generazione».

Le fatiche

Anche su questo episodio ci siamo già fermati un mese fa, ma la nostra riflessione continua. Samaritani e giudei erano cane e gatto, si sa. Eppure in quel gruppo di lebbrosi non si facevano distinzioni. Il male comune azzerava gli odi religiosi e razziali: lebbrosi, ecco l’unica cosa che erano. Spesso capita anche a noi che la sofferenza e la fatica abbattano le distanze. In un letto d’ospedale, in una cella di carcere, nei disagi di un volo cancellato, nelle più disparate situazioni faticose, ci si scopre a darsi del tu, ad aiutarsi, a solidarizzare. Ecco perché è importante da ragazzi vivere esperienze di condivisione di fatica. Scalare la stessa montagna, camminare sotto il sole, partecipare ad iniziative di volontariato ecc sono occasioni per allentare le diffidenze e oltrepassare le differenze. Se ci pensiamo, le nostre più belle amicizie, quelle che ci accompagnano tutta la vita, sono nate dalla condivisione di fatiche se non addirittura di sofferenze. La lebbra aveva fatto di dieci sconosciuti un gruppo in cerca di Gesù. La guarigione li divise. Ma chissà, forse il samaritano raggiunse i nove e li portò da Gesù.

Lc 17,11-19 Lungo il cammino verso Gerusalemme, Gesù attraversava la Samarìa e la Galilea.
Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi, che si fermarono a distanza e dissero ad alta voce: «Gesù, maestro, abbi pietà di noi!». Appena li vide, Gesù disse loro: «Andate a presentarvi ai sacerdoti». E mentre essi andavano, furono purificati.
Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce, e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo. Era un Samaritano.
Ma Gesù osservò: «Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?». E gli disse: «Àlzati e va’; la tua fede ti ha salvato!».

Sempre pronti

L’abbiamo già detto: non saremo mai servi inutili, mai fuori servizio. Non ci sarà mai un momento in cui potremo dire di aver fatto tutto quanto dovevamo fare. Finché ci sarà un uomo vivente in questo mondo, lì ci sarà bisogno di noi. Ed è difficile sapere con anticipo quali siano questi bisogni. Sono gli altri infatti, è la vita, a stabilire il bisogno, non noi. Forse per questo le religioni tendono a creare formule precise, quantificano con esattezza quanto si deve fare. Fatto questo, ci si può sentire a posto, fuori servizio. Gesù invece non fissa percentuali di elemesina, numero di preghiere, tempi di digiuno. È tutto un ascolto della sua voce, tutto un dialogare con lui. Se ti dice “vai da loro”, andrai. Se ti dice “riposati, manderò un altro”, tu riposerai. La misura la sa lui. Tu solo tieniti pronto. Estote parati. E poi non dimentichiamo che non dirà mai “vai” ma sempre “andiamo”, seguimi. Non ci chiede nulla che non sia il primo a fare.

Lc 17,7-10    Gesù disse:
«Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà, quando rientra dal campo: “Vieni subito e mettiti a tavola”? Non gli dirà piuttosto: “Prepara da mangiare, strìngiti le vesti ai fianchi e sérvimi, finché avrò mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai tu”? Avrà forse gratitudine verso quel servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti?
Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”».

Impauriti

Sette volte al giorno significa ogni volta. Perdonare non significa cercare di dimenticare, perché più si cerca di dimenticare qualcosa, più la si pensa. E più la si pensa meno sarà facile perdonare. Il perdono non viene dunque dallo sforzo di cancellare la memoria ma dal guardare con misericordia chi ci ha offeso. Siamo assediati da mille paure che ci mettono sulla difensiva e ci portano a reagire difendendoci. Paura d’esser giudicati, non capiti, accusati, lasciati soli e tante altre ancora. Dicono che ogni cattiva azione viene dalla paura. Se guardassimo chi ci ha offeso con occhi diversi, se cercassimo di capire perché si è impaurito, forse riusciremmo a perdonare. Perché, anche se è dura ammetterlo, sappiamo bene che anche noi non siamo che bimbi impauriti.

Lc 17,1-6   Gesù disse ai suoi discepoli:
«È inevitabile che vengano scandali, ma guai a colui a causa del quale vengono. È meglio per lui che gli venga messa al collo una macina da mulino e sia gettato nel mare, piuttosto che scandalizzare uno di questi piccoli. State attenti a voi stessi!
Se il tuo fratello commetterà una colpa, rimproveralo; ma se si pentirà, perdonagli. E se commetterà una colpa sette volte al giorno contro di te e sette volte ritornerà a te dicendo: “Sono pentito”, tu gli perdonerai».
Gli apostoli dissero al Signore: «Accresci in noi la fede!». Il Signore rispose: «Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: “Sràdicati e vai a piantarti nel mare”, ed esso vi obbedirebbe».