Distanza

Lo capiamo benissimo Gesù, che si rifugia su una barca per non essere schiacciato dalla folla che gli si getta addosso per toccarlo. Quante volte vorremmo essere in mezzo al mare, isolati e invisibili. Non ci coglie forse un senso di sollievo quando il telefono non ha campo e finalmente nessuno ci raggiunge? Ma guardiamo Gesù: la sua è una fuga o un modo per operare meglio? Non dobbiamo liberarci degli altri, solamente non farci schiacciare. Solo restando vivi potremo aiutarli ancora. Cerchiamo dunque una barca, un momento nella giornata per prendere una certa distanza dagli affanni e ricomporci mettendo a tacere i demoni e riordinando pensieri e azioni.

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Mc 3,7-12  Gesù, con i suoi discepoli si ritirò presso il mare e lo seguì molta folla dalla Galilea. Dalla Giudea e da Gerusalemme, dall’Idumea e da oltre il Giordano e dalle parti di Tiro e Sidòne, una grande folla, sentendo quanto faceva, andò da lui.
Allora egli disse ai suoi discepoli di tenergli pronta una barca, a causa della folla, perché non lo schiacciassero. Infatti aveva guarito molti, cosicché quanti avevano qualche male si gettavano su di lui per toccarlo.
Gli spiriti impuri, quando lo vedevano, cadevano ai suoi piedi e gridavano: «Tu sei il Figlio di Dio!». Ma egli imponeva loro severamente di non svelare chi egli fosse.

Tendi la mano

Siamo un po’ tutti come lui, l’uomo dalla mano paralizzata. “Date sempre la mano ai detenuti – ci istruiva il cappellano di San Vittore – nessuno dà loro la mano. Non abbiate paura, tendete la mano!“. E me lo vedo ancora nel gesto che avrei imitato tante volte, col braccio infilato in cella fino alla spalla, tra le sbarre, a voler raggiungere tutti. Tendi la mano! dice Gesù. Non aver paura, tendi la mano. Per dare, per chiedere. Perché anche chiedere è faticoso e occorre umiltà. Siamo paralizzati dalla paura d’essere sfruttati, ingannati, derisi. E così stiamo nel mezzo della sinagoga, attorniati da credenti e Parola di Dio, bloccati. Tendi la mano, saluta, fai ciao, benedici tutti e accogli tutto ciò che capita. Ma inerte mai. E invoca la guarigione se ti accorgi d’avere il braccino corto, la mano bloccata, troppe scuse per giustificare il rinvio. Tendi la mano e sègnati col segno della croce, fallo anche in pubblico prima di mangiare. Non vergognarti di appartenere a chi in Croce ci è salito spogliato e deriso. Tendi la mano, non temere, non ti accadrà nulla di male.

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Mc 3,1-6   Gesù entrò di nuovo nella sinagoga. Vi era lì un uomo che aveva una mano paralizzata, e stavano a vedere se lo guariva in giorno di sabato, per accusarlo.
Egli disse all’uomo che aveva la mano paralizzata: «Àlzati, vieni qui in mezzo!». Poi domandò loro: «È lecito in giorno di sabato fare del bene o fare del male, salvare una vita o ucciderla?». Ma essi tacevano. E guardandoli tutt’intorno con indignazione, rattristato per la durezza dei loro cuori, disse all’uomo: «Tendi la mano!». Egli la tese e la sua mano fu guarita.
E i farisei uscirono subito con gli erodiani e tennero consiglio contro di lui per farlo morire.

Regolarmente

La Legge di Mosè sopra ogni cosa, si diceva, rischiando di farne un assoluto. Noi forse, da queste parti, corriamo il rischio opposto, col viziaccio sempre più diffuso di mettere tutto in discussione. Ogni elementare regola va giustificata e ridiscussa, in un costante “a me non va” che fa somigliare la città ad una classe di adolescenti. Pensare che è così comodo avere regole già pronte! Guardare l’orologio sapendo che è già regolato e non occorre calcolare la posizione del sole. Le regole servono per rilassarsi, non discutere, non cercare daccapo una soluzione a problemi comuni. Certo, le regole sono in costante rinnovamento, ma senza non si può. Anche la vita dello Spirito richiede regolarità. Pregare ogni tanto, leggere il vangelo quando si può, compiere opere di misericordia quando capita, non porta a nulla. Basta guardarsi attorno per capirlo.

Mc 2,23-28  di sabato Gesù passava fra campi di grano e i suoi discepoli, mentre camminavano, si misero a cogliere le spighe.
I farisei gli dicevano: «Guarda! Perché fanno in giorno di sabato quello che non è lecito?». Ed egli rispose loro: «Non avete mai letto quello che fece Davide quando si trovò nel bisogno e lui e i suoi compagni ebbero fame? Sotto il sommo sacerdote Abiatàr, entrò nella casa di Dio e mangiò i pani dell’offerta, che non è lecito mangiare se non ai sacerdoti, e ne diede anche ai suoi compagni!».
E diceva loro: «Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato! Perciò il Figlio dell’uomo è signore anche del sabato».

Nuovo

Che bello leggere questa pagina di Marco dopo aver ascoltato ieri Giovanni raccontare delle nozze di Cana. Il nostro cuore è ancora al banchetto, con gli sposi, la festa e i seicento litri di vino nuovo. Questi invece parlano di digiuno, fanno confronti, sembrano completamente su un’altra lunghezza d’onda. Lo sono. Il messaggio di Gesù è in continuità ed è frutto della Scrittura che noi chiamiamo Antico Testamento. Ma vi è anche un forte salto. Il vino viene dall’uva e può esserne considerato figlio. Ma è pur vero che vi è un’enorme differenza tra i due e si può mangiare uva senza bere vino. Per seguire Gesù bisogna avere il coraggio di fare un salto. Nessuno versa vino nuovo in otri vecchi. Vino nuovo in otri nuovi.

Mc 2,18-22    i discepoli di Giovanni e i farisei stavano facendo un digiuno. Vennero da Gesù e gli dissero: «Perché i discepoli di Giovanni e i discepoli dei farisei digiunano, mentre i tuoi discepoli non digiunano?».
Gesù disse loro: «Possono forse digiunare gli invitati a nozze, quando lo sposo è con loro? Finché hanno lo sposo con loro, non possono digiunare. Ma verranno giorni quando lo sposo sarà loro tolto: allora, in quel giorno, digiuneranno.
Nessuno cuce un pezzo di stoffa grezza su un vestito vecchio; altrimenti il rattoppo nuovo porta via qualcosa alla stoffa vecchia e lo strappo diventa peggiore. E nessuno versa vino nuovo in otri vecchi, altrimenti il vino spaccherà gli otri, e si perdono vino e otri. Ma vino nuovo in otri nuovi!».

Acqua in vino

Non hanno vino, dice Maria a Gesù. Lo ripete anche oggi: non hanno vino, i tuoi non hanno vino. Le loro giornate sono piene fino all’orlo come le grandi anfore a Cana. Ma è acqua, non vino. Non hanno vino perché non non sanno cercarlo, non sanno salvare un tempo per Dio nella loro giornata. Ritagli, gli danno solo ritagli di tempo. Sempre più piccoli, sempre più rari. Una goccia di vino dispersa in centinaia di litri d’acqua. Tutto qui. Fanno grandi propositi, partono bene, resistono un po’ di tempo ma poi si annacqua tutto e non li vedi più. Riempiono le loro giornate fino ad affogarci, arrivano esausti a sera e non hanno ancora dato tempo a Te. I più resistenti mormorano una preghierina sotto le coperte, poi un’ultima occhiata al telefono e crollano. Persino i preti giungono a Messa con l’aria di chi ha altro per la testa. Non hanno vino, non hanno più la forza di decidersi per te. Sembra non sappiano che se non riservano ogni giorno uno spazio di qualità a Dio la loro vita va alla malora per davvero, peggio di una festa di matrimonio senza vino. Ma coraggio! Ancora ad ogni Messa si brinda a Dio quando il prete alza  il calice al Cielo: “a Te Dio Padre Onnipotente ogni onore e gloria nei secoli dei secoli!”. Ecco il vino, ecco il sangue di Cristo, ecco ciò di cui abbiamo bisogno. Che scorra nelle nostre vene il tuo sangue, la tua passione, il tuo amore!

Gv 2,1-11  vi fu una festa di nozze a Cana di Galilea e c’era la madre di Gesù. Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli.
Venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: «Non hanno vino». E Gesù le rispose: «Donna, che vuoi da me? Non è ancora giunta la mia ora». Sua madre disse ai servitori: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela».
Vi erano là sei anfore di pietra per la purificazione rituale dei Giudei, contenenti ciascuna da ottanta a centoventi litri. E Gesù disse loro: «Riempite d’acqua le anfore»; e le riempirono fino all’orlo. Disse loro di nuovo: «Ora prendetene e portatene a colui che dirige il banchetto». Ed essi gliene portarono.
Come ebbe assaggiato l’acqua diventata vino, colui che dirigeva il banchetto – il quale non sapeva da dove venisse, ma lo sapevano i servitori che avevano preso l’acqua – chiamò lo sposo e gli disse: «Tutti mettono in tavola il vino buono all’inizio e, quando si è già bevuto molto, quello meno buono. Tu invece hai tenuto da parte il vino buono finora».
Questo, a Cana di Galilea, fu l’inizio dei segni compiuti da Gesù; egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui.

Seguimi

Forse una delle imprese più ardue è correggere un linguaggio appreso in modo errato. Ci hanno insegnato che i ladri rubano, gli assassini uccidono e i drogati si drogano. Così diciamo semplicemente “ladro” anziché “uomo che ha rubato”, “pedofilo” e non “uomo che ha commesso atti di pedofilia”, “prostituta” invece di “donna che si prostituisce”. Non ce ne accorgiamo ma, parlando così, identifichiamo il peccato col peccatore, la malattia col malato, il mestiere con chi lo svolge. Se dunque uno si dovesse prendere un caffè con un uomo che ha commesso rapine, si direbbe che frequenta rapinatori e ne approva la condotta. Così era per Gesù, che mangiava coi peccatori. Ma lui non mangiava con i peccatori bensì con uomini e donne che avevano commesso molti peccati e che però l’avevano invitato a pranzo, cucinando cose buone per lui e volendogli molto bene. Iniziarono così a riscoprire essi stessi il proprio nome, a separarsi dai loro peccati e dai loro mestieri indecenti. Presero a chiamarsi Levi, Matteo, Maddalena o Paolo e non più esattore, o peccatrice o fariseo. E lo seguirono. Perché chi ci chiama con il nostro nome e non con quello delle nostre colpe, va seguito e mai più perduto.

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Mc 2,13-17   Gesù uscì di nuovo lungo il mare; tutta la folla veniva a lui ed egli insegnava loro. Passando, vide Levi, il figlio di Alfeo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi». Ed egli si alzò e lo seguì.
Mentre stava a tavola in casa di lui, anche molti pubblicani e peccatori erano a tavola con Gesù e i suoi discepoli; erano molti infatti quelli che lo seguivano. Allora gli scribi dei farisei, vedendolo mangiare con i peccatori e i pubblicani, dicevano ai suoi discepoli: «Perché mangia e beve insieme ai pubblicani e ai peccatori?».
Udito questo, Gesù disse loro: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori».

L’amica

Cos’è l’amicizia se non questo? Caricarsi in spalla l’amico, così com’è, e fare di tutto perché si rialzi. Ed è solo quando si è pesanti che si capisce chi ti è davvero amico e chi invece ti amava solo quando eri leggero, interessante e piacevole. Che siano malattie o peccati a renderci brutti non fa molta differenza. Così come il vero amico non ne fa. Ti ama sempre così come sei, bloccato nei tuoi mali e, senza che tu lo sappia, prega per te portandoti ai piedi di Gesù sicuro che lui ti guarirà. Attenderà davanti a Lui finché non lo sentirà dirti Figlio, alzati!

Mc 2,1-12   Gesù entrò di nuovo a Cafàrnao, dopo alcuni giorni. Si seppe che era in casa e si radunarono tante persone che non vi era più posto neanche davanti alla porta; ed egli annunciava loro la Parola.
Si recarono da lui portando un paralitico, sorretto da quattro persone. Non potendo però portarglielo innanzi, a causa della folla, scoperchiarono il tetto nel punto dove egli si trovava e, fatta un’apertura, calarono la barella su cui era adagiato il paralitico. Gesù, vedendo la loro fede, disse al paralitico: «Figlio, ti sono perdonati i peccati».
Erano seduti là alcuni scribi e pensavano in cuor loro: «Perché costui parla così? Bestemmia! Chi può perdonare i peccati, se non Dio solo?». E subito Gesù, conoscendo nel suo spirito che così pensavano tra sé, disse loro: «Perché pensate queste cose nel vostro cuore? Che cosa è più facile: dire al paralitico “Ti sono perdonati i peccati”, oppure dire “Àlzati, prendi la tua barella e cammina”? Ora, perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere di perdonare i peccati sulla terra, dico a te – disse al paralitico –: àlzati, prendi la tua barella e va’ a casa tua».
Quello si alzò e subito prese la sua barella, sotto gli occhi di tutti se ne andò, e tutti si meravigliarono e lodavano Dio, dicendo: «Non abbiamo mai visto nulla di simile!».

Compassione

È tutta questione di compassione. Ne abbiamo tanta paura perché sappiamo che ci porta lontano. Lontano dal nostro modo di pensare, lontano dalla tranquillità che a fatica abbiamo ottenuto. Se anche noi sentissimo compassione ad ogni incontro, non avremmo più pace e non potremmo più entrare in una città ed immergerci nella folla perché ovunque posassimo lo sguardo sentiremmo compassione. Ci accorgeremmo di ciò che sta attraversando il cuore di chi è lì davanti a noi. Rischio enorme, che potrebbe farci piangere più volte al giorno o toglierci il sonno o portarci a lottare con la rabbia che grida in noi “perché, perché non facciamo qualcosa?”. Tu Gesù sei compassione, il tuo nome è Compassione. La passione di Cristo sei tu. Lui è appassionato di te. Lui patisce le tue fatiche e gioisce le tue gioie.

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Mc 1,40-45  venne da Gesù un lebbroso, che lo supplicava in ginocchio e gli diceva: «Se vuoi, puoi purificarmi!». Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse: «Lo voglio, sii purificato!». E subito, la lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato.
E, ammonendolo severamente, lo cacciò via subito e gli disse: «Guarda di non dire niente a nessuno; va’, invece, a mostrarti al sacerdote e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha prescritto, come testimonianza per loro».
Ma quello si allontanò e si mise a proclamare e a divulgare il fatto, tanto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma rimaneva fuori, in luoghi deserti; e venivano a lui da ogni parte.

Malumore

Ci siamo immaginati così il dialogo tra un demone anziano e il suo novizio.

“A volte un leggero mal di testa ben assestato può risolvere tutto. Non occorre sforzarsi di prendere possesso di un corpo umano, ci sono molte complicazioni e bisogna chiedere autorizzazioni che non vengono mai concesse. Te lo ripeto: un mal di testa va benissimo. In alternativa un lieve mal di stomaco o un dolore articolare. Che sia lieve però, quelle due lineette di febbre che ti sfiancano ma non ti consentono di darti malato. Vedi, la malattia conclamata, fosse solo un febbrone da influenza, suscita spesso la compassione e l’aiuto altrui. Persino il Nazareno guarì la suocera di Pietro dalla febbre ed ella poi si mise a servirli. Tutto ciò è contro di noi. Malumore, dobbiamo creare malumore. È il nostro migliore alleato perché rende sgradevoli le persone e le allontana. Una volta che uno è isolato, il nostro gioco è fatto.” 

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Mc 1,29-39   Gesù, uscito dalla sinagoga, subito andò nella casa di Simone e Andrea, in compagnia di Giacomo e Giovanni. La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei. Egli si avvicinò e la fece alzare prendendola per mano; la febbre la lasciò ed ella li serviva.
Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. Tutta la città era riunita davanti alla porta. Guarì molti che erano affetti da varie malattie e scacciò molti demòni; ma non permetteva ai demòni di parlare, perché lo conoscevano.
Al mattino presto si alzò quando ancora era buio e, uscito, si ritirò in un luogo deserto, e là pregava. Ma Simone e quelli che erano con lui, si misero sulle sue tracce. Lo trovarono e gli dissero: «Tutti ti cercano!». Egli disse loro: «Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!».
E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i demòni.

Il messaggio

Cosa ci fa perdere il gusto di ascoltare il vangelo? Forse la sensazione di sapere già come andrà a finire, non l’episodio narrato quanto il commento. “Predica” è ormai sinonimo di ciò che già sappiamo ma viene inutilmente ripetuto. Scatta allora il desiderio di essere originali ad ogni costo, alternativi, fuori dagli schemi. YouTube, TikTok, Instagram, sono pieni di preti e suore che ce la mettono tutta per conquistare una fetta di pubblico che ormai non ascolta più le prediche ordinarie. Lo sforzo è da applauso, ma spesso il messaggio non desta alcun senso di novità. Con mezzi ed espressioni del tutto nuovi, si ripetono frasi da manuale. In pochi secondi di video si risolvono questioni enormi. Eutanasia, divorzio, consacrazione, confessione… tutto è risolto in due battute che di errato non hanno nulla, ma nemmeno di convincente. È un parlare da studenti, da seminaristi con trenta e lode, come scribi che ripetono ciò che hanno letto. Quando restiamo colpiti allora? Quando veniamo messi in crisi da domande più che zittiti da risposte esatte. Quando chi ci parla, parla del suo, e senti che gli studi fatti da ragazzino li ha purificati e scavati con la vita, la sofferenza, le crisi e interminabili ore di preghiera. Questa è l’autorevolezza di Gesù che, non a caso, pur essendo il Figlio di Dio, attese trent’anni prima di insegnare. E mai dalla cattedra.

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Mc 1,21-28  Gesù, entrato di sabato nella sinagoga, [a Cafarnao,] insegnava. Ed erano stupìti del suo insegnamento: egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità, e non come gli scribi.
Ed ecco, nella loro sinagoga vi era un uomo posseduto da uno spirito impuro e cominciò a gridare, dicendo: «Che vuoi da noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci? Io so chi tu sei: il santo di Dio!». E Gesù gli ordinò severamente: «Taci! Esci da lui!». E lo spirito impuro, straziandolo e gridando forte, uscì da lui.
Tutti furono presi da timore, tanto che si chiedevano a vicenda: «Che è mai questo? Un insegnamento nuovo, dato con autorità. Comanda persino agli spiriti impuri e gli obbediscono!».
La sua fama si diffuse subito dovunque, in tutta la regione della Galilea.