Chi sono?

Ciò che Giovanni ci diceva ieri, che cioè non conosciamo Gesù né Dio che vive in noi, lo diceva per esperienza personale. Io non lo conoscevo, ci dice infatti oggi. Certo, lo conosceva prima ancora di venire alla luce, come ci racconta il vangelo di Luca. Anche noi conosciamo da tempo molte persone, da tutta una vita chi vive con noi e abbiamo messo al mondo. Ma non basta. Dobbiamo chiedere a Dio Spirito Santo di aprirci gli occhi e il cuore per conoscere e riconoscere la sua stessa presenza nelle altre persone. Perché ogni giorno tutti cambiamo, come l’albero che resta lo stesso eppure cresce, fiorisce, muta. Lo Spirito fa crescere ciascuno di noi e, se non poniamo resistenza, ci fa crescere anche in fretta. Siamo sempre tutti da riscoprire, a partire da noi stessi. Io non mi conoscevo, ma lo Spirito che è in me mi ha svelato chi sono, chi debbo diventare.

Gv 1,29-24   Giovanni Battista, vedendo Gesù venire verso di lui, disse: «Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo! Egli è colui del quale ho detto: “Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me”. Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare nell’acqua, perché egli fosse manifestato a Israele».
Giovanni testimoniò dicendo: «Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui. Io non lo conoscevo, ma proprio colui che mi ha inviato a battezzare nell’acqua mi disse: “Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo”. E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio».

Chi sei?

La Bibbia narra che quando Mosè chiese a Dio come si chiamasse, lo colse impreparato e la prese come scusa per non tornare in Egitto. Come avrebbe potuto presentarsi al faraone in nome di un dio anonimo? Allora Dio si inventò un nome: Io Sono, senza aggiungere altro. Giovanni invece insiste a dire io non sono. Non sono il Cristo, né Elia né un profeta. Non è poco essere consapevoli di ciò che non si è, soprattutto in questa società di onnisapienti. Qualcosa però ancora non lo conosciamo. Giovanni ci dice: in mezzo a voi sta uno che voi non conoscete. Possiamo così completare il nome di Dio. Non più soltanto Io Sono ma Io Sono in mezzo a voi. Ecco chi è Dio, ecco come si chiama. Nei momenti difficili come nella serenità, ripetiamo costantemente il nome di Dio: Io Sono in te. Noi non conosciamo Dio, ma Dio è in noi.

Gv1,19-28  Questa è la testimonianza di Giovanni, quando i Giudei gli inviarono da Gerusalemme sacerdoti e levìti a interrogarlo: «Tu, chi sei?». Egli confessò e non negò. Confessò: «Io non sono il Cristo». Allora gli chiesero: «Chi sei, dunque? Sei tu Elìa?». «Non lo sono», disse. «Sei tu il profeta?». «No», rispose. Gli dissero allora: «Chi sei? Perché possiamo dare una risposta a coloro che ci hanno mandato. Che cosa dici di te stesso?». Rispose: «Io sono voce di uno che grida nel deserto: Rendete diritta la via del Signore, come disse il profeta Isaìa».
Quelli che erano stati inviati venivano dai farisei. Essi lo interrogarono e gli dissero: «Perché dunque tu battezzi, se non sei il Cristo, né Elìa, né il profeta?». Giovanni rispose loro: «Io battezzo nell’acqua. In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete, colui che viene dopo di me: a lui io non sono degno di slegare il laccio del sandalo».
Questo avvenne in Betània, al di là del Giordano, dove Giovanni stava battezzando.

Spera sempre

“Spera. Sempre spera! Non arrenderti alla notte. Vivi, ama, sogna, credi. E, con la grazia Dio, non disperare mai”. Papa Francesco

I nostri più veri auguri di un anno vissuto nella certa speranza di non essere soli nel fare il bene. Gesù è sempre con noi. E noi con lui.

Da leggere, stampare, tenere con sé, ogni giorno di questo anno. https://www.vatican.va/content/francesco/it/audiences/2017/documents/papa-francesco_20170920_udienza-generale.html

Principio e fine

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L’ultimo giorno dell’anno leggiamo la prima pagina del vangelo di Giovanni. L’ultimo giorno non leggiamo “all’inizio” ma in principio. Non è di tempo che si parla ma di origine. La luce nascosta in ogni attimo di vita, in ogni atomo di materia. Il verbo è Dio. Dio è dunque azione, è costante creazione e noi ne facciamo parte. Al principio di ogni nostra idea c’è un’idea di Dio. Dio è nascosto in noi e in noi pensa, sogna, immagina. Se non facciamo resistenza, ciò che Dio pensa diventa realtà, verbo fatto carne. Se ai suoi sogni sovrapponiamo i nostri, rallentiamo la creazione di Dio e la pesante materia invecchia e non matura, come un campo di fiori coperto da macerie di guerra.

Gv1,1-18     In principio era il Verbo,
e il Verbo era presso Dio
e il Verbo era Dio.
Egli era, in principio, presso Dio:
tutto è stato fatto per mezzo di lui
e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste.
In lui era la vita
e la vita era la luce degli uomini;
la luce splende nelle tenebre
e le tenebre non l’hanno vinta.
Venne un uomo mandato da Dio:
il suo nome era Giovanni.
Egli venne come testimone
per dare testimonianza alla luce,
perché tutti credessero per mezzo di lui.
Non era lui la luce,
ma doveva dare testimonianza alla luce.
Veniva nel mondo la luce vera,
quella che illumina ogni uomo.
Era nel mondo
e il mondo è stato fatto per mezzo di lui;
eppure il mondo non lo ha riconosciuto.
Venne fra i suoi,
e i suoi non lo hanno accolto.
A quanti però lo hanno accolto
ha dato potere di diventare figli di Dio:
a quelli che credono nel suo nome,
i quali, non da sangue
né da volere di carne
né da volere di uomo,
ma da Dio sono stati generati.
E il Verbo si fece carne
e venne ad abitare in mezzo a noi;
e noi abbiamo contemplato la sua gloria,
gloria come del Figlio unigenito
che viene dal Padre,
pieno di grazia e di verità.
Giovanni gli dà testimonianza e proclama:
«Era di lui che io dissi:
Colui che viene dopo di me
è avanti a me,
perché era prima di me».
Dalla sua pienezza
noi tutti abbiamo ricevuto:
grazia su grazia.
Perché la Legge fu data per mezzo di Mosè,
la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo.
Dio, nessuno lo ha mai visto:
il Figlio unigenito, che è Dio
ed è nel seno del Padre,
è lui che lo ha rivelato.

Per questa pace

Le cose rare si notano, quelle comuni passano inosservate. A quei tempi una coppia con un neonato non destava certo stupore. Anna però li nota e inizia a lodare Dio e a parlare del bambino. Statisticamente sono gli imprevisti che ci spingono verso Dio. La sofferenza ci fa scoprire deboli, i problemi ci fanno sentire impotenti, e con fede cerchiamo l’aiuto di Dio Amore. Quando la giornata scorre serena, tutto ci pare così normale da credere di farcela da soli. È più difficile che ci ricordiamo di Dio nella gioia e nella tranquillità. La fede però non è solo quella forza con cui chiediamo credendo fermamente che riceveremo aiuto. La fede è anche fedeltà quotidiana a Dio, notte e giorno, e se la giornata non ha incidenti né allarmi, se è tranquilla come una coppia con un neonato, tanto meglio. Ringrazieremo e loderemo Dio per questa pace.

Lc 2,36-40  Maria e Giuseppe portarono il bambino a Gerusalemme per presentarlo al Signore. C’era una profetessa, Anna, figlia di Fanuèle, della tribù di Aser. Era molto avanzata in età, aveva vissuto con il marito sette anni dopo il suo matrimonio, era poi rimasta vedova e ora aveva ottantaquattro anni. Non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere. Sopraggiunta in quel momento, si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme.
Quando ebbero adempiuto ogni cosa secondo la legge del Signore, fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nàzaret. Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di lui.

Famiglia santa

Certo, a vederli nella nicchia dei santi o nella perfezione del presepe verrebbe da invidiarli. Nelle nostre famiglie la vita non è così armonica. Ognuno ha i suoi guai, più o meno gravi, le sue ferite magari impossibili da sanare. Questa pagina ci consola e normalizza l’idea astratta che abbiamo della santa famiglia. Insomma, erano come noi, con momenti di intesa e altri di incomprensione. Di certo però si amavano. Un amore forte, perché sempre continuamente scelto e riscelto. Era come se Maria e Giuseppe si sposassero di continuo, ogni giorno scegliendosi a vicenda, ogni giorno accogliendo quel figlio misterioso. Un figlio tutto loro e ad un tempo tutto d’altri, tutto dell’infinitamente Altro. Un figlio che, arrivando nella loro vita, li aveva spinti a decidere da che parte stare. I primi discepoli di Gesù furono certo Maria e Giuseppe che con il loro sì reciproco, con la loro vicendevole rinnovata fiducia, resero possibile l’incarnazione in terra del Figlio di Dio.

Santa Famiglia  Lc 2,41-52   I genitori di Gesù si recavano ogni anno a Gerusalemme per la festa di Pasqua. Quando egli ebbe dodici anni, vi salirono secondo la consuetudine della festa. Ma, trascorsi i giorni, mentre riprendevano la via del ritorno, il fanciullo Gesù rimase a Gerusalemme, senza che i genitori se ne accorgessero. Credendo che egli fosse nella comitiva, fecero una giornata di viaggio, e poi si misero a cercarlo tra i parenti e i conoscenti; non avendolo trovato, tornarono in cerca di lui a Gerusalemme.
Dopo tre giorni lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai maestri, mentre li ascoltava e li interrogava. E tutti quelli che l’udivano erano pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue risposte.
Al vederlo restarono stupiti, e sua madre gli disse: «Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo». Ed egli rispose loro: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?». Ma essi non compresero ciò che aveva detto loro.
Scese dunque con loro e venne a Nàzaret e stava loro sottomesso. Sua madre custodiva tutte queste cose nel suo cuore. E Gesù cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini.

Innocenti

Alcune pagine di vangelo sono difficili da immaginare, altre più facili. Moltiplicare il pane, camminare sul lago, sanare un lebbroso, come rappresentarle nella mente? La pagina di oggi invece la troviamo in foto su internet. Sono migliaia di scatti, così tanti che non ci fanno più né caldo né freddo. Bimbi migranti annegati, bimbi morti a Gaza, a Kiev, o bimbi zombie che attendono la morte per fame. Io stesso, sul canale Facebook che uso con Timor, vedo spesso foto di genitori in pianto che stringono tra le braccia un neonato morto. Che effetto potrà mai farci la strage degli innocenti di Erode? Forse tutte queste immagini ci hanno vaccinato l’anima e la morte dei bimbi non ci sconvolge più se sono lontani e non li vediamo, al punto che abortire un bambino è da molti considerato un diritto*. Ma noi non vogliamo abituarci alla morte dei bambini. Mai. Che Dio ci doni di piangere insonni piuttosto che divenire insensibili.

*L’aborto tecnicamente non è un diritto ma un reato, se compiuto fuori dalle circostanze previste dalla legge. Se invece è nei limiti di legge non è punibile col carcere in quanto non costituisce reato. In Francia invece è stato recentemente dichiarato diritto costituzionale. Al pari di libertà, uguaglianza, fraternità e del diritto alla vita.

Santi Innocenti  Mt 2,13-18  I Magi erano appena partiti, quando un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: «Àlzati, prendi con te il bambino e sua madre, fuggi in Egitto e resta là finché non ti avvertirò: Erode infatti vuole cercare il bambino per ucciderlo».
Egli si alzò, nella notte, prese il bambino e sua madre e si rifugiò in Egitto, dove rimase fino alla morte di Erode, perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta:
«Dall’Egitto ho chiamato mio figlio».
Quando Erode si accorse che i Magi si erano presi gioco di lui, si infuriò e mandò a uccidere tutti i bambini che stavano a Betlemme e in tutto il suo territorio e che avevano da due anni in giù, secondo il tempo che aveva appreso con esattezza dai Magi.
Allora si compì ciò che era stato detto per mezzo del profeta Geremìa:
«Un grido è stato udito in Rama,
un pianto e un lamento grande:
Rachele piange i suoi figli
e non vuole essere consolata,
perché non sono più».

In corsa

Poco prima di Natale avevamo incontrato Maria che in fretta raggiungeva Elisabetta. Oggi siamo al capo opposto dei racconti, alla fine del vangelo di Giovanni che oggi festeggiamo. E siamo di nuovo in corsa. Corre Maddalena, corre Pietro, corre più veloce Giovanni. Il vangelo è una corsa, è una luce, un’energia. È un seguire Gesù oggi, adesso, senza attendere tempi migliori perché è sempre il momento giusto per scendere dal divano e rimettersi a seguire il Maestro. Senza mai scoraggiarsi, senza mai ritirarsi, sempre ricominciando. Attenzione però: il vangelo è una corsa ma non è una gara. Nessuno perde. Tutti arrivano al sepolcro vuoto e da lì ripartono ad annunciare con la vita che l’amore ha vinto.

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S. Giovanni evangelista Gv 20,2-8  Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala corse e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!».
Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò.
Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte.
Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette.

In terra

Ieri ho ricevuto questa foto dalla capitale di Timor Est. Mi piacciono i colori che si rincorrono. Negli angoli l’azzurro della bottiglia e del cielo. Il giallo della frutta si prolunga nella striscia gialla che delimita la ciclabile appena aperta. Il cemento della pista richiama il colore della maglietta della bimba mentre la sua pelle è come le rocce alle sue spalle. Non vedo biciclette né auto. Vedo una bimba a terra che vende piccole confezioni di frutta. Più che il volto di una bambina serena vedo quello di una donna preoccupata. Ieri, davanti a Gesù bambino, parlavamo del dono della fraternità. Oggi parliamo del giovane martire Stefano. Il fratello farà morire il fratello, chi sta bene si dimenticherà di chi sta male. Ma chi avrà perseverato fino alla fine sarà salvato e salverà altri. Dunque perseveriamo nella nostra resistenza a questa allucinazione di benessere che produce miseria. Una resistenza non violenta, che non giudica e non si preoccupa di come o cosa dire. Una resistenza fatta di azioni, non di lapidazioni. Per fare una foto così bisogna fermarsi, sedersi in terra, comprare la frutta, chiacchierare con la bimba finché non sorride. Allora si può proseguire, felici di aver salvato almeno per un attimo un giovane martire della povertà.

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Santo Stefano primo martire Mt 10,17-20  Gesù disse ai suoi apostoli:
«Guardatevi dagli uomini, perché vi consegneranno ai tribunali e vi flagelleranno nelle loro sinagoghe; e sarete condotti davanti a governatori e re per causa mia, per dare testimonianza a loro e ai pagani.
Ma, quando vi consegneranno, non preoccupatevi di come o di che cosa direte, perché vi sarà dato in quell’ora ciò che dovrete dire: infatti non siete voi a parlare, ma è lo Spirito del Padre vostro che parla in voi.
Il fratello farà morire il fratello e il padre il figlio, e i figli si alzeranno ad accusare i genitori e li uccideranno. Sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Ma chi avrà perseverato fino alla fine sarà salvato».

Vero uomo vero Dio

Ieri un mio amico* poneva una domanda strana: Gesù è un dono o un regalo? Oggi tantissime persone si scambieranno regali, ma saranno tutti doni? Un regalo può essere fatto anche senza metterci il cuore, per formalità, addirittura per paura di sfigurare. Un regalo può essere riciclato, anonimo, fatto per tornaconto. Nel dono invece, per piccolo che sia, c’è parte di te. Gesù è il dono di Dio a ciascuno di noi. Qualcuno disse che Dio si fece uomo per farci diventare Dio. Oggi forse sentiamo più forte il bisogno di tornare ad essere uomini. La nostra umanità sta diminuendo e Dio ci dona l’uomo Gesù perché possiamo tornare ad essere veri uomini e vere donne. Gesù è un uomo di perfetta fraternità e dunque il grado della tua umanità si misura sulla tua fraternità. L’uomo perfetto è fratello di tutti e noi, nemici persino di chi ha il nostro sangue, abbiamo bisogno di riscoprirla.

Buon Natale fraterno a tutti i nostri cari lettori! 🌲✨

* dalle parole di don Alberto Barin, omelia della Messa di ieri sera, Santuario della Vittoria, Lecco.

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