Immaginiamo che tutto finisca qui, davanti ad una lapide. Viviamo questo giorno come si vivono i momenti dolorosi del rientro da un funerale, quando ti chiedi “e adesso? Come sarà la vita da domani, come vivrò le giornate senza di lei, senza di lui?”. Come sarebbe la mia vita senza Gesù? Se stanotte non ci fosse alcuna pietra rotolata, domani all’alba nessuna Maddalena a gridare l’ho visto! e il corpo di Gesù restasse lì sotto la sindone, io come sarei? L’esistenza di Gesù fa la differenza nella mia vita? Questa è la domanda e non c’è giorno migliore di oggi per trovare risposta. Oggi Gesù è nel sepolcro. Non c’è più. Se fosse così per sempre, cosa cambierebbe nella vita?
SABATO SANTO Mc 15 Venuta ormai la sera, poiché era la Parasceve, cioè la vigilia del sabato, Giuseppe d’Arimatea, membro autorevole del sinedrio, che aspettava anch’egli il regno di Dio, con coraggio andò da Pilato e chiese il corpo di Gesù. Pilato si meravigliò che fosse già morto e, chiamato il centurione, gli domandò se era morto da tempo. Informato dal centurione, concesse la salma a Giuseppe. Egli allora, comprato un lenzuolo, lo depose dalla croce, lo avvolse con il lenzuolo e lo mise in un sepolcro scavato nella roccia. Poi fece rotolare una pietra all’entrata del sepolcro. Maria di Màgdala e Maria madre di Ioses stavano a osservare dove veniva posto.
Ci sono le leggi, uguali per tutti e, secondo la legge romana, Gesù era innocente. Non trovo in lui alcuna colpa, dice il giudice Pilato ben due volte. Ci sono le leggi e poi ci sono le regole. Le regole del sistema, le regole dell’economia, della politica, della carriera. Se liberi costui, non sei amico di Cesare! rispondono a Pilato i sacerdoti. Allora lo consegnò loro perché fosse crocifisso. Perché la regola della tranquillità personale ebbe la meglio sulla legge. Potremo scrivere leggi perfette ma per avere un mondo giusto dovremo prima stanare le regole che di fatto agiscono nelle vite della gente. Potremo fare solenni promesse divine, ma alla prova dei fatti un gallo verrà a ricordarci come ci siamo regolati veramente.
VENERDÌ SANTO Gv 18 Pilato uscì di nuovo verso i Giudei e disse loro: «Io non trovo in lui colpa alcuna. Vi è tra voi l’usanza che, in occasione della Pasqua, io rimetta uno in libertà per voi: volete dunque che io rimetta in libertà per voi il re dei Giudei?». Allora essi gridarono di nuovo: «Non costui, ma Barabba!». Barabba era un brigante. Allora Pilato fece prendere Gesù e lo fece flagellare. E i soldati, intrecciata una corona di spine, gliela posero sul capo e gli misero addosso un mantello di porpora. Poi gli si avvicinavano e dicevano: «Salve, re dei Giudei!». E gli davano schiaffi. Pilato uscì fuori di nuovo e disse loro: «Ecco, io ve lo conduco fuori, perché sappiate che non trovo in lui colpa alcuna».
Da quella sera il gesto non si è più interrotto, il pane non ha cessato di moltiplicarsi né il vino d’essere versato. Fate questo in memoria di me. Che significa tenetemi vivo in questo gesto, in questo dare vita a tutti, fino all’ultima goccia di sangue, all’ultima cellula di corpo. Tenetemi vivo in voi, in una vita vissuta come me, donata come la mia, bella come è bella la vita di chi ama come io vi ho amato. Siamo pronti a dire Amen, a entrare in comunione di vita con questa scelta di Gesù? Desideriamo con tutto il cuore essere un altro Cristo in terra? Allora mangiamo questo pane e beviamo a questo calice per fare entrare in noi la vita stessa di Gesù.
GIOVEDÌ SANTO 1Cor11 Fratelli, io ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso: il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: «Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me». Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: «Questo calice è la Nuova Alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me». Ogni volta infatti che mangiate questo pane e bevete al calice, voi annunciate la morte del Signore, finché egli venga.
Due immagini contrastanti. Due modi d’essere, di vivere la vita. I discepoli preparano la Pasqua mentre Giuda cercal’occasione propizia per consegnare Gesù. Hanno un obiettivo, un lavoro, una festa da celebrare. Giuda aspetta, cerca di capire, è teso in agguato. Loro preparano qualcosa di bello per il loro Maestro. Lui avrà trenta monete d’argento per consegnarlo. Quanto mi dai, quanto ci guadagno, è la costante domanda che guida ogni azione in questo mondo dove tutto ha un prezzo e dove tutto è lecito purché abbia un prezzo. La Pasqua con Gesù invece non ha prezzo. Dove vuoi che prepari la Pasqua, Signore? Dove la devo vivere, con chi, con quale preghiera in cuore? Sto preparando me stesso alla Pasqua?
Mt 26,14-25 Uno dei Dodici, chiamato Giuda Iscariòta, andò dai capi dei sacerdoti e disse: «Quanto volete darmi perché io ve lo consegni?». E quelli gli fissarono trenta monete d’argento. Da quel momento cercava l’occasione propizia per consegnare Gesù. Il primo giorno degli Ázzimi, i discepoli si avvicinarono a Gesù e gli dissero: «Dove vuoi che prepariamo per te, perché tu possa mangiare la Pasqua?». Ed egli rispose: «Andate in città da un tale e ditegli: “Il Maestro dice: Il mio tempo è vicino; farò la Pasqua da te con i miei discepoli”». I discepoli fecero come aveva loro ordinato Gesù, e prepararono la Pasqua. Venuta la sera, si mise a tavola con i Dodici. Mentre mangiavano, disse: «In verità io vi dico: uno di voi mi tradirà». Ed essi, profondamente rattristati, cominciarono ciascuno a domandargli: «Sono forse io, Signore?». Ed egli rispose: «Colui che ha messo con me la mano nel piatto, è quello che mi tradirà. Il Figlio dell’uomo se ne va, come sta scritto di lui; ma guai a quell’uomo dal quale il Figlio dell’uomo viene tradito! Meglio per quell’uomo se non fosse mai nato!». Giuda, il traditore, disse: «Rabbì, sono forse io?». Gli rispose: «Tu l’hai detto».
Credevano che Giuda andasse a comprare qualcosa per la festa ebraica di Pasqua o che andasse a dare qualche cosa ai poveri. Non andava a comprare né a donare. Andava a vendere. Tutti in quei giorni si dovevano procurare un agnello e Giuda andava a vendere Gesù agnello di Dio. Una coincidenza non casuale che Gesù, chiamato agnello di Dio da Giovanni Battista, sia venduto e sacrificato proprio nei giorni del sacrificio degli agnelli. Il sangue di un agnello senza macchia era usato per benedire il popolo. È sempre l’innocenza che ci salva. Il sangue dei colpevoli non ci turba anzi, ci fa sentire giusti. Ma il sangue degli innocenti ci scuote e ci converte, ci salva dal crederci gente a posto. È la morte innocente che ci spinge a cambiare il mondo, cominciando dal cambiare noi stessi. Dove vai Signore, quo vadis? – chiede Pietro – voglio seguirti. Dove io vado, tu per ora non puoi seguirmi; mi seguirai più tardi, quando avrai visto morire l’agnello di Dio. Quando il gallo ti avrà cantato che anche tu hai avuto la tua parte nella sua morte. Allora ti convertirai e inizierai a seguirmi piangendo amaramente.
Gv 13 mentre era a mensa con i suoi discepoli,] Gesù fu profondamente turbato e dichiarò: «In verità, in verità io vi dico: uno di voi mi tradirà». I discepoli si guardavano l’un l’altro, non sapendo bene di chi parlasse. Ora uno dei discepoli, quello che Gesù amava, si trovava a tavola al fianco di Gesù. Simon Pietro gli fece cenno di informarsi chi fosse quello di cui parlava. Ed egli, chinandosi sul petto di Gesù, gli disse: «Signore, chi è?». Rispose Gesù: «È colui per il quale intingerò il boccone e glielo darò». E, intinto il boccone, lo prese e lo diede a Giuda, figlio di Simone Iscariòta. Allora, dopo il boccone, Satana entrò in lui. Gli disse dunque Gesù: «Quello che vuoi fare, fallo presto». Nessuno dei commensali capì perché gli avesse detto questo; alcuni infatti pensavano che, poiché Giuda teneva la cassa, Gesù gli avesse detto: «Compra quello che ci occorre per la festa», oppure che dovesse dare qualche cosa ai poveri. Egli, preso il boccone, subito uscì. Ed era notte. Quando fu uscito, Gesù disse: «Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui. Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito. Figlioli, ancora per poco sono con voi; voi mi cercherete ma, come ho detto ai Giudei, ora lo dico anche a voi: dove vado io, voi non potete venire». Simon Pietro gli disse: «Signore, dove vai?». Gli rispose Gesù: «Dove io vado, tu per ora non puoi seguirmi; mi seguirai più tardi». Pietro disse: «Signore, perché non posso seguirti ora? Darò la mia vita per te!». Rispose Gesù: «Darai la tua vita per me? In verità, in verità io ti dico: non canterà il gallo, prima che tu non m’abbia rinnegato tre volte».
È vero (speriamo) che i poveri li abbiamo sempre con noi. Ciascuno di noi ha i suoi poveri, si è preso in carico una particolare situazione di bisogno. Un malato da andare a trovare, un bimbo adottato a distanza, un vicino da ascoltare con pazienza. L’elenco delle opere di misericordia è lungo e di certo nessuno di noi è privo di poveri da seguire. Ma non sempre abbiamo Gesù. Triste ma vero. Senza Gesù anche la più nobile causa sociale può essere vissuta con protagonismo, diventando un idolo, una lotta di classe, una crociata. Il bene, anche il più eroico gesto di donazione, dev’essere fatto con Gesù. I poveri, quale che sia la loro povertà, non sono nostri. Sono di Gesù. Lui ci invia a loro, nel suo nome li amiamo.
Gv 12,1-11 Sei giorni prima della Pasqua, Gesù andò a Betània, dove si trovava Làzzaro, che egli aveva risuscitato dai morti. E qui fecero per lui una cena: Marta serviva e Làzzaro era uno dei commensali. Maria allora prese trecento grammi di profumo di puro nardo, assai prezioso, ne cosparse i piedi di Gesù, poi li asciugò con i suoi capelli, e tutta la casa si riempì dell’aroma di quel profumo. Allora Giuda Iscariòta, uno dei suoi discepoli, che stava per tradirlo, disse: «Perché non si è venduto questo profumo per trecento denari e non si sono dati ai poveri?». Disse questo non perché gli importasse dei poveri, ma perché era un ladro e, siccome teneva la cassa, prendeva quello che vi mettevano dentro. Gesù allora disse: «Lasciala fare, perché ella lo conservi per il giorno della mia sepoltura. I poveri infatti li avete sempre con voi, ma non sempre avete me». Intanto una grande folla di Giudei venne a sapere che egli si trovava là e accorse, non solo per Gesù, ma anche per vedere Làzzaro che egli aveva risuscitato dai morti. I capi dei sacerdoti allora decisero di uccidere anche Làzzaro, perché molti Giudei se ne andavano a causa di lui e credevano in Gesù.
Inizia la settimana santa con due pagine e due immagini. L’ingresso di Gesù a Gerusalemme, con gente che strappa rami d’ulivo e palme e li agita in festa al passaggio di Gesù. In rito ambrosiano si legge di Maria, Marta e Lazzaro a cena con Gesù. E Maria che versa trecento grammi di profumo di nardo sui piedi di Gesù. Rami strappati e profumo versato. Due immagini di spreco. Uno spreco santo, come quello della giovane vita di Gesù che sta per essere offerta. Uno spreco solo apparente, uno spreco che in realtà è un dono prezioso.
Cosa vuol dire che Gesù doveva morire per riunire tutti i figli di Dio? Che significa doveva? Forse Dio desiderava la sua morte per poterci tutti perdonare. Ma come potrebbe un Dio così essere chiamato Amore? Affermare che Gesù doveva morire non significa che la volontà di Dio fosse questa. Semmai significa il contrario, cioè che altre forze gli avrebbero fatto pagare con la vita il suo sforzo di riunire in una sola umanità i figli di Dio dispersi. Il messaggio di Gesù portava all’unità degli uomini tra loro e con Dio. Andava direttamente contro il Divisore. Andava contro le logiche del mondo e del potere che ci dividono in ricchi e poveri, buoni e cattivi, uomini e donne. Era giocoforza che avrebbe pagato caro. Era giocoforza che non l’avrebbe scampata. Ecco come va tradotto ἔδει ἀποθανεῖν : era giocoforza che morisse, andava messa in conto la morte. Gesù sapeva di dover morire, perché sapeva bene che si era cacciato tra le gambe del diavolo, il Divisore dell’umanità, per farlo cadere. La sua reazione sarebbe stata feroce e senza limiti.
Gb 11,45-56 molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di ciò che Gesù aveva compiuto, [ossia la risurrezione di Làzzaro,] credettero in lui. Ma alcuni di loro andarono dai farisei e riferirono loro quello che Gesù aveva fatto. Allora i capi dei sacerdoti e i farisei riunirono il sinèdrio e dissero: «Che cosa facciamo? Quest’uomo compie molti segni. Se lo lasciamo continuare così, tutti crederanno in lui, verranno i Romani e distruggeranno il nostro tempio e la nostra nazione». Ma uno di loro, Caifa, che era sommo sacerdote quell’anno, disse loro: «Voi non capite nulla! Non vi rendete conto che è conveniente per voi che un solo uomo muoia per il popolo, e non vada in rovina la nazione intera!». Questo però non lo disse da se stesso, ma, essendo sommo sacerdote quell’anno, profetizzò che Gesù doveva morire per la nazione; e non soltanto per la nazione, ma anche per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi. Da quel giorno dunque decisero di ucciderlo. Gesù dunque non andava più in pubblico tra i Giudei, ma da lì si ritirò nella regione vicina al deserto, in una città chiamata Èfraim, dove rimase con i discepoli. Era vicina la Pasqua dei Giudei e molti dalla regione salirono a Gerusalemme prima della Pasqua per purificarsi. Essi cercavano Gesù e, stando nel tempio, dicevano tra loro: «Che ve ne pare? Non verrà alla festa?».
È vero, Giovanni Battista non aveva compiuto nessun segno miracoloso. Chi gli aveva creduto l’aveva fatto sulla parola. Parola confermata dalle opere di Gesù: tutto quello che Giovanni ha detto di costui era vero! Se il Battista non avesse spinto le folle da Gesù, molti non l’avrebbero mai seguito. Se Gesù non fosse stato ciò che il Battista diceva, l’avrebbe smentito. Siamo vicendevolmente responsabili. Giovanni non si tenne Gesù tutto per sé ma ne parlò con forte convinzione a tutti. Gesù, da parte sua, rispose alle aspettative. Noi non ci accontentiamo di esser bravi da soli, di fare buone letture ed ascoltare bravi predicatori. Noi ci sentiamo in dovere di diffondere e far conoscere ad altri ciò che fa bene a noi. Siamo ad un tempo evangelizzati ed evangelizzatori, discepoli ed apostoli, ascoltatori e predicatori. Siamo responsabili di diffondere ciò che riceviamo.
Gv 10,31-42 Giudei raccolsero delle pietre per lapidare Gesù. Gesù disse loro: «Vi ho fatto vedere molte opere buone da parte del Padre: per quale di esse volete lapidarmi?». Gli risposero i Giudei: «Non ti lapidiamo per un’opera buona, ma per una bestemmia: perché tu, che sei uomo, ti fai Dio». Disse loro Gesù: «Non è forse scritto nella vostra Legge: “Io ho detto: voi siete dèi”? Ora, se essa ha chiamato dèi coloro ai quali fu rivolta la parola di Dio – e la Scrittura non può essere annullata –, a colui che il Padre ha consacrato e mandato nel mondo voi dite: “Tu bestemmi”, perché ho detto: “Sono Figlio di Dio”? Se non compio le opere del Padre mio, non credetemi; ma se le compio, anche se non credete a me, credete alle opere, perché sappiate e conosciate che il Padre è in me, e io nel Padre». Allora cercarono nuovamente di catturarlo, ma egli sfuggì dalle loro mani. Ritornò quindi nuovamente al di là del Giordano, nel luogo dove prima Giovanni battezzava, e qui rimase. Molti andarono da lui e dicevano: «Giovanni non ha compiuto nessun segno, ma tutto quello che Giovanni ha detto di costui era vero». E in quel luogo molti credettero in lui.
Gesù era felice di vivere su questa terra tra noi. Ne era felice, ma di certo era faticoso. Anche incarnato in un corpo, riusciva a mantenere un’unità perfetta e costante con Dio Padre. Ma non poterla comunicare era il suo dramma. Essere uno con l’amore di Dio e non essere creduto. Essere amato da Dio e sentirsi circondato da persone che di Dio avevano paura e che in nome di Dio condannavano. Conoscere Dio e volerlo far conoscere a tutti eppure non essere creduto, questo lo faceva soffrire. Io conosco Dio, voi non lo conoscete ma dite “è nostro Dio”.
Gv 8,51-59 Gesù disse ai Giudei: «In verità, in verità io vi dico: “Se uno osserva la mia parola, non vedrà la morte in eterno”». Gli dissero allora i Giudei: «Ora sappiamo che sei indemoniato. Abramo è morto, come anche i profeti, e tu dici: “Se uno osserva la mia parola, non sperimenterà la morte in eterno”. Sei tu più grande del nostro padre Abramo, che è morto? Anche i profeti sono morti. Chi credi di essere?». Rispose Gesù: «Se io glorificassi me stesso, la mia gloria sarebbe nulla. Chi mi glorifica è il Padre mio, del quale voi dite: “È nostro Dio!”, e non lo conoscete. Io invece lo conosco. Se dicessi che non lo conosco, sarei come voi: un mentitore. Ma io lo conosco e osservo la sua parola. Abramo, vostro padre, esultò nella speranza di vedere il mio giorno; lo vide e fu pieno di gioia». Allora i Giudei gli dissero: «Non hai ancora cinquant’anni e hai visto Abramo?». Rispose loro Gesù: «In verità, in verità io vi dico: prima che Abramo fosse, Io Sono». Allora raccolsero delle pietre per gettarle contro di lui; ma Gesù si nascose e uscì dal tempio.