Di tutti

Scelse, vide chiaro, capì quale Messia sarebbe stato. Non un Messia nazionale, eroe dell’indipendenza del proprio popolo dai romani. Non un Messia sacerdote, vittorioso sulle altre religioni o inquisitore che avrebbe fatto pulizia degli eretici. Dichiarò che sarebbe stato un Messia medico, curatore di ogni male e di ogni malato. Il Messia di tutti, senza confini. Tutti avrebbero potuto seguirlo e il Dio d’Israele sarebbe diventato l’unico Dio di tutti.

Lc 1    Poiché molti hanno cercato di raccontare con ordine gli avvenimenti che si sono compiuti in mezzo a noi, come ce li hanno trasmessi coloro che ne furono testimoni oculari fin da principio e divennero ministri della Parola, così anch’io ho deciso di fare ricerche accurate su ogni circostanza, fin dagli inizi, e di scriverne un resoconto ordinato per te, illustre Teòfilo, in modo che tu possa renderti conto della solidità degli insegnamenti che hai ricevuto.     (….)in quel tempo, Gesù ritornò in Galilea con la potenza dello Spirito e la sua fama si diffuse in tutta la regione. Insegnava nelle loro sinagoghe e gli rendevano lode.
Venne a Nàzaret, dove era cresciuto, e secondo il suo solito, di sabato, entrò nella sinagoga e si alzò a leggere. Gli fu dato il rotolo del profeta Isaìa; aprì il rotolo e trovò il passo dove era scritto:
«Lo Spirito del Signore è sopra di me;
per questo mi ha consacrato con l’unzione
e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio,
a proclamare ai prigionieri la liberazione
e ai ciechi la vista;
a rimettere in libertà gli oppressi
e proclamare l’anno di grazia del Signore».
Riavvolse il rotolo, lo riconsegnò all’inserviente e sedette. Nella sinagoga, gli occhi di tutti erano fissi su di lui. Allora cominciò a dire loro: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato».

La strada giusta

Non sappiamo se Paolo cadde da cavallo, certo è che cadde a terra, abbagliato da una grande luce. Di cadute ne aveva certo già fatte molte, come tutti noi nella vita e, come per noi, le più brutte erano state causate da sgambetti e spintoni. Ancora più umilianti sono le cadute causate da passi falsi, perché non possiamo far altro che incolpar noi stessi. E così, a furia di cadere, si impara a stare in piedi fin troppo e si rischia di diventar così sicuri di sé da credersi sempre nel giusto. Poi viene il momento della luce sfolgorante e cadi di nuovo, ma è diverso. Nessuno ti ha toccato e ti trovi a terra, spinto dalla luce. Non eri poi così stabile come credevi. Uno si crede forte per i soldi, l’altro per la bellezza, l’altro per la religiosità, ma basta una luce a buttarti giù, un fascio di energia a farti capire quanto sei debole. Poi inizi a vedere, a capire, a riconoscere la strada giusta. Arriva per tutti il momento di cadere. Alcuni lo chiamano fallimento. Altri la chiamano conversione.

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Conversione di San Paolo Atti 22  Paolo disse al popolo:
«Io sono un Giudeo, nato a Tarso in Cilìcia, ma educato in questa città, formato alla scuola di Gamalièle nell’osservanza scrupolosa della Legge dei padri, pieno di zelo per Dio, come oggi siete tutti voi. Io perseguitai a morte questa Via, incatenando e mettendo in carcere uomini e donne, come può darmi testimonianza anche il sommo sacerdote e tutto il collegio degli anziani. Da loro avevo anche ricevuto lettere per i fratelli e mi recai a Damasco per condurre prigionieri a Gerusalemme anche quelli che stanno là, perché fossero puniti.
Mentre ero in viaggio e mi stavo avvicinando a Damasco, verso mezzogiorno, all’improvviso una grande luce dal cielo sfolgorò attorno a me; caddi a terra e sentii una voce che mi diceva: “Saulo, Saulo, perché mi perséguiti?”. Io risposi: “Chi sei, o Signore?”. Mi disse: “Io sono Gesù il Nazareno, che tu perséguiti”. Quelli che erano con me videro la luce, ma non udirono la voce di colui che mi parlava. Io dissi allora: “Che devo fare, Signore?”. E il Signore mi disse: “Àlzati e prosegui verso Damasco; là ti verrà detto tutto quello che è stabilito che tu faccia”. E poiché non ci vedevo più, a causa del fulgore di quella luce, guidato per mano dai miei compagni giunsi a Damasco.

Ogni giorno

Ieri, durante un incontro formativo a scuola, ci hanno consegnato tre post-it per scrivere le risposte a queste tre domande. Quando ho saputo incoraggiare? Quando ho ricevuto incoraggiamento? Quando mi sono scoraggiato? Era fine giornata e la stanchezza si sentiva, ma quelle domande non erano banali e meritavano attenzione. La vita intera non poteva starci in tre post-it. Poi la risposta è arrivata, uguale per ogni domanda: ogni giorno. Ogni giorno mi sono scoraggiato, ogni giorno ho ricevuto incoraggiamento e ne ho saputo dare. Questa è la vita di chi è mandato a predicare l’amore  scacciando i demoni. Questa è la vita di chi sta con Lui, di chi cammina alla presenza invisibile ma tangibile di Gesù di Nazareth.

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Mc 3,13-19 Gesù salì sul monte, chiamò a sé quelli che voleva ed essi andarono da lui. Ne costituì Dodici – che chiamò apostoli –, perché stessero con lui e per mandarli a predicare con il potere di scacciare i demòni.
Costituì dunque i Dodici: Simone, al quale impose il nome di Pietro, poi Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni fratello di Giacomo, ai quali diede il nome di Boanèrghes, cioè “figli del tuono”; e Andrea, Filippo, Bartolomeo, Matteo, Tommaso, Giacomo, figlio di Alfeo, Taddeo, Simone il Cananeo e Giuda Iscariota, il quale poi lo tradì.

Distanza

Lo capiamo benissimo Gesù, che si rifugia su una barca per non essere schiacciato dalla folla che gli si getta addosso per toccarlo. Quante volte vorremmo essere in mezzo al mare, isolati e invisibili. Non ci coglie forse un senso di sollievo quando il telefono non ha campo e finalmente nessuno ci raggiunge? Ma guardiamo Gesù: la sua è una fuga o un modo per operare meglio? Non dobbiamo liberarci degli altri, solamente non farci schiacciare. Solo restando vivi potremo aiutarli ancora. Cerchiamo dunque una barca, un momento nella giornata per prendere una certa distanza dagli affanni e ricomporci mettendo a tacere i demoni e riordinando pensieri e azioni.

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Mc 3,7-12  Gesù, con i suoi discepoli si ritirò presso il mare e lo seguì molta folla dalla Galilea. Dalla Giudea e da Gerusalemme, dall’Idumea e da oltre il Giordano e dalle parti di Tiro e Sidòne, una grande folla, sentendo quanto faceva, andò da lui.
Allora egli disse ai suoi discepoli di tenergli pronta una barca, a causa della folla, perché non lo schiacciassero. Infatti aveva guarito molti, cosicché quanti avevano qualche male si gettavano su di lui per toccarlo.
Gli spiriti impuri, quando lo vedevano, cadevano ai suoi piedi e gridavano: «Tu sei il Figlio di Dio!». Ma egli imponeva loro severamente di non svelare chi egli fosse.

Tendi la mano

Siamo un po’ tutti come lui, l’uomo dalla mano paralizzata. “Date sempre la mano ai detenuti – ci istruiva il cappellano di San Vittore – nessuno dà loro la mano. Non abbiate paura, tendete la mano!“. E me lo vedo ancora nel gesto che avrei imitato tante volte, col braccio infilato in cella fino alla spalla, tra le sbarre, a voler raggiungere tutti. Tendi la mano! dice Gesù. Non aver paura, tendi la mano. Per dare, per chiedere. Perché anche chiedere è faticoso e occorre umiltà. Siamo paralizzati dalla paura d’essere sfruttati, ingannati, derisi. E così stiamo nel mezzo della sinagoga, attorniati da credenti e Parola di Dio, bloccati. Tendi la mano, saluta, fai ciao, benedici tutti e accogli tutto ciò che capita. Ma inerte mai. E invoca la guarigione se ti accorgi d’avere il braccino corto, la mano bloccata, troppe scuse per giustificare il rinvio. Tendi la mano e sègnati col segno della croce, fallo anche in pubblico prima di mangiare. Non vergognarti di appartenere a chi in Croce ci è salito spogliato e deriso. Tendi la mano, non temere, non ti accadrà nulla di male.

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Mc 3,1-6   Gesù entrò di nuovo nella sinagoga. Vi era lì un uomo che aveva una mano paralizzata, e stavano a vedere se lo guariva in giorno di sabato, per accusarlo.
Egli disse all’uomo che aveva la mano paralizzata: «Àlzati, vieni qui in mezzo!». Poi domandò loro: «È lecito in giorno di sabato fare del bene o fare del male, salvare una vita o ucciderla?». Ma essi tacevano. E guardandoli tutt’intorno con indignazione, rattristato per la durezza dei loro cuori, disse all’uomo: «Tendi la mano!». Egli la tese e la sua mano fu guarita.
E i farisei uscirono subito con gli erodiani e tennero consiglio contro di lui per farlo morire.

Regolarmente

La Legge di Mosè sopra ogni cosa, si diceva, rischiando di farne un assoluto. Noi forse, da queste parti, corriamo il rischio opposto, col viziaccio sempre più diffuso di mettere tutto in discussione. Ogni elementare regola va giustificata e ridiscussa, in un costante “a me non va” che fa somigliare la città ad una classe di adolescenti. Pensare che è così comodo avere regole già pronte! Guardare l’orologio sapendo che è già regolato e non occorre calcolare la posizione del sole. Le regole servono per rilassarsi, non discutere, non cercare daccapo una soluzione a problemi comuni. Certo, le regole sono in costante rinnovamento, ma senza non si può. Anche la vita dello Spirito richiede regolarità. Pregare ogni tanto, leggere il vangelo quando si può, compiere opere di misericordia quando capita, non porta a nulla. Basta guardarsi attorno per capirlo.

Mc 2,23-28  di sabato Gesù passava fra campi di grano e i suoi discepoli, mentre camminavano, si misero a cogliere le spighe.
I farisei gli dicevano: «Guarda! Perché fanno in giorno di sabato quello che non è lecito?». Ed egli rispose loro: «Non avete mai letto quello che fece Davide quando si trovò nel bisogno e lui e i suoi compagni ebbero fame? Sotto il sommo sacerdote Abiatàr, entrò nella casa di Dio e mangiò i pani dell’offerta, che non è lecito mangiare se non ai sacerdoti, e ne diede anche ai suoi compagni!».
E diceva loro: «Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato! Perciò il Figlio dell’uomo è signore anche del sabato».

Nuovo

Che bello leggere questa pagina di Marco dopo aver ascoltato ieri Giovanni raccontare delle nozze di Cana. Il nostro cuore è ancora al banchetto, con gli sposi, la festa e i seicento litri di vino nuovo. Questi invece parlano di digiuno, fanno confronti, sembrano completamente su un’altra lunghezza d’onda. Lo sono. Il messaggio di Gesù è in continuità ed è frutto della Scrittura che noi chiamiamo Antico Testamento. Ma vi è anche un forte salto. Il vino viene dall’uva e può esserne considerato figlio. Ma è pur vero che vi è un’enorme differenza tra i due e si può mangiare uva senza bere vino. Per seguire Gesù bisogna avere il coraggio di fare un salto. Nessuno versa vino nuovo in otri vecchi. Vino nuovo in otri nuovi.

Mc 2,18-22    i discepoli di Giovanni e i farisei stavano facendo un digiuno. Vennero da Gesù e gli dissero: «Perché i discepoli di Giovanni e i discepoli dei farisei digiunano, mentre i tuoi discepoli non digiunano?».
Gesù disse loro: «Possono forse digiunare gli invitati a nozze, quando lo sposo è con loro? Finché hanno lo sposo con loro, non possono digiunare. Ma verranno giorni quando lo sposo sarà loro tolto: allora, in quel giorno, digiuneranno.
Nessuno cuce un pezzo di stoffa grezza su un vestito vecchio; altrimenti il rattoppo nuovo porta via qualcosa alla stoffa vecchia e lo strappo diventa peggiore. E nessuno versa vino nuovo in otri vecchi, altrimenti il vino spaccherà gli otri, e si perdono vino e otri. Ma vino nuovo in otri nuovi!».

Acqua in vino

Non hanno vino, dice Maria a Gesù. Lo ripete anche oggi: non hanno vino, i tuoi non hanno vino. Le loro giornate sono piene fino all’orlo come le grandi anfore a Cana. Ma è acqua, non vino. Non hanno vino perché non non sanno cercarlo, non sanno salvare un tempo per Dio nella loro giornata. Ritagli, gli danno solo ritagli di tempo. Sempre più piccoli, sempre più rari. Una goccia di vino dispersa in centinaia di litri d’acqua. Tutto qui. Fanno grandi propositi, partono bene, resistono un po’ di tempo ma poi si annacqua tutto e non li vedi più. Riempiono le loro giornate fino ad affogarci, arrivano esausti a sera e non hanno ancora dato tempo a Te. I più resistenti mormorano una preghierina sotto le coperte, poi un’ultima occhiata al telefono e crollano. Persino i preti giungono a Messa con l’aria di chi ha altro per la testa. Non hanno vino, non hanno più la forza di decidersi per te. Sembra non sappiano che se non riservano ogni giorno uno spazio di qualità a Dio la loro vita va alla malora per davvero, peggio di una festa di matrimonio senza vino. Ma coraggio! Ancora ad ogni Messa si brinda a Dio quando il prete alza  il calice al Cielo: “a Te Dio Padre Onnipotente ogni onore e gloria nei secoli dei secoli!”. Ecco il vino, ecco il sangue di Cristo, ecco ciò di cui abbiamo bisogno. Che scorra nelle nostre vene il tuo sangue, la tua passione, il tuo amore!

Gv 2,1-11  vi fu una festa di nozze a Cana di Galilea e c’era la madre di Gesù. Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli.
Venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: «Non hanno vino». E Gesù le rispose: «Donna, che vuoi da me? Non è ancora giunta la mia ora». Sua madre disse ai servitori: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela».
Vi erano là sei anfore di pietra per la purificazione rituale dei Giudei, contenenti ciascuna da ottanta a centoventi litri. E Gesù disse loro: «Riempite d’acqua le anfore»; e le riempirono fino all’orlo. Disse loro di nuovo: «Ora prendetene e portatene a colui che dirige il banchetto». Ed essi gliene portarono.
Come ebbe assaggiato l’acqua diventata vino, colui che dirigeva il banchetto – il quale non sapeva da dove venisse, ma lo sapevano i servitori che avevano preso l’acqua – chiamò lo sposo e gli disse: «Tutti mettono in tavola il vino buono all’inizio e, quando si è già bevuto molto, quello meno buono. Tu invece hai tenuto da parte il vino buono finora».
Questo, a Cana di Galilea, fu l’inizio dei segni compiuti da Gesù; egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui.

Seguimi

Forse una delle imprese più ardue è correggere un linguaggio appreso in modo errato. Ci hanno insegnato che i ladri rubano, gli assassini uccidono e i drogati si drogano. Così diciamo semplicemente “ladro” anziché “uomo che ha rubato”, “pedofilo” e non “uomo che ha commesso atti di pedofilia”, “prostituta” invece di “donna che si prostituisce”. Non ce ne accorgiamo ma, parlando così, identifichiamo il peccato col peccatore, la malattia col malato, il mestiere con chi lo svolge. Se dunque uno si dovesse prendere un caffè con un uomo che ha commesso rapine, si direbbe che frequenta rapinatori e ne approva la condotta. Così era per Gesù, che mangiava coi peccatori. Ma lui non mangiava con i peccatori bensì con uomini e donne che avevano commesso molti peccati e che però l’avevano invitato a pranzo, cucinando cose buone per lui e volendogli molto bene. Iniziarono così a riscoprire essi stessi il proprio nome, a separarsi dai loro peccati e dai loro mestieri indecenti. Presero a chiamarsi Levi, Matteo, Maddalena o Paolo e non più esattore, o peccatrice o fariseo. E lo seguirono. Perché chi ci chiama con il nostro nome e non con quello delle nostre colpe, va seguito e mai più perduto.

Spera. Autobiografia di Papa Francesco https://amzn.eu/d/grumSk6

Mc 2,13-17   Gesù uscì di nuovo lungo il mare; tutta la folla veniva a lui ed egli insegnava loro. Passando, vide Levi, il figlio di Alfeo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi». Ed egli si alzò e lo seguì.
Mentre stava a tavola in casa di lui, anche molti pubblicani e peccatori erano a tavola con Gesù e i suoi discepoli; erano molti infatti quelli che lo seguivano. Allora gli scribi dei farisei, vedendolo mangiare con i peccatori e i pubblicani, dicevano ai suoi discepoli: «Perché mangia e beve insieme ai pubblicani e ai peccatori?».
Udito questo, Gesù disse loro: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori».

L’amica

Cos’è l’amicizia se non questo? Caricarsi in spalla l’amico, così com’è, e fare di tutto perché si rialzi. Ed è solo quando si è pesanti che si capisce chi ti è davvero amico e chi invece ti amava solo quando eri leggero, interessante e piacevole. Che siano malattie o peccati a renderci brutti non fa molta differenza. Così come il vero amico non ne fa. Ti ama sempre così come sei, bloccato nei tuoi mali e, senza che tu lo sappia, prega per te portandoti ai piedi di Gesù sicuro che lui ti guarirà. Attenderà davanti a Lui finché non lo sentirà dirti Figlio, alzati!

Mc 2,1-12   Gesù entrò di nuovo a Cafàrnao, dopo alcuni giorni. Si seppe che era in casa e si radunarono tante persone che non vi era più posto neanche davanti alla porta; ed egli annunciava loro la Parola.
Si recarono da lui portando un paralitico, sorretto da quattro persone. Non potendo però portarglielo innanzi, a causa della folla, scoperchiarono il tetto nel punto dove egli si trovava e, fatta un’apertura, calarono la barella su cui era adagiato il paralitico. Gesù, vedendo la loro fede, disse al paralitico: «Figlio, ti sono perdonati i peccati».
Erano seduti là alcuni scribi e pensavano in cuor loro: «Perché costui parla così? Bestemmia! Chi può perdonare i peccati, se non Dio solo?». E subito Gesù, conoscendo nel suo spirito che così pensavano tra sé, disse loro: «Perché pensate queste cose nel vostro cuore? Che cosa è più facile: dire al paralitico “Ti sono perdonati i peccati”, oppure dire “Àlzati, prendi la tua barella e cammina”? Ora, perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere di perdonare i peccati sulla terra, dico a te – disse al paralitico –: àlzati, prendi la tua barella e va’ a casa tua».
Quello si alzò e subito prese la sua barella, sotto gli occhi di tutti se ne andò, e tutti si meravigliarono e lodavano Dio, dicendo: «Non abbiamo mai visto nulla di simile!».