Abbiamo già incontrato più volte questo episodio realmente accaduto sotto gli occhi attoniti di Gesù. La povera vedova che offre tutto quello che ha. Ci ha già colpito ed irritato vedere i ricchi donare una parte del superfluo. Abbiamo già constatato che spesso siamo disposti a donare solo ciò che abbiamo usato a sufficienza: “Non lo uso più, sarebbe un peccato buttarlo, tanto vale darlo a chi ne ha bisogno”. È chiaro che questa coscienza della lotta allo spreco va diffusa e sostenuta. Gesù però fu colpito dalla vedova perché stava compiendo un gesto totalmente differente, forse anche scriteriato: la donna stava dando tutto quanto aveva per vivere. Davanti al bisogno altrui, dimentica se stessa. Anche lei però, come noi, non dona il nuovo ma l’usato. Nulla infatti è più di seconda mano del denaro…
Lc 21,1-4 Gesù, alzàti gli occhi, vide i ricchi che gettavano le loro offerte nel tesoro del tempio. Vide anche una vedova povera, che vi gettava due monetine, e disse: «In verità vi dico: questa vedova, così povera, ha gettato più di tutti. Tutti costoro, infatti, hanno gettato come offerta parte del loro superfluo. Ella invece, nella sua miseria, ha gettato tutto quello che aveva per vivere».
Siamo tutti Pilato, tutti a non capire cosa intendesse Gesù dicendo d’essere re. Sono forse io giudeo?, sbotta Pilato. Sono forse io un re di quaggiù?, risponde Gesù, vedi le mie guardie pronte a liberarmi? Ma noi siamo come Pilato, basta studiare la storia. Appena l’imperatore si battezzò, la sua corona divenne sacra, con tanto di reliquia della croce incastonata tra le perle e gli ori. Non ce la facciamo, noi umani, ad associare la regalità all’amore. Per noi resterà sempre un segno di potere e comandare gli altri ci incanta. Dal presidente al parcheggiatore abusivo, ciò che conta è dirigere il prossimo. Ma la vera forza è l’amore. Il più grande potere è l’amore. L’universo si regge sull’attrazione, sul movimento, sullo scambio d’energia: l’universo si regge sull’amore. Gesù è il re dell’universo perché il suo è il regno dell’amore incondizionato.
Cristo Re dell’universo Gv 18,33-37 Pilato disse a Gesù: «Sei tu il re dei Giudei?». Gesù rispose: «Dici questo da te, oppure altri ti hanno parlato di me?». Pilato disse: «Sono forse io Giudeo? La tua gente e i capi dei sacerdoti ti hanno consegnato a me. Che cosa hai fatto?». Rispose Gesù: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù». Allora Pilato gli disse: «Dunque tu sei re?». Rispose Gesù: «Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce».
Non ci soffermiamo a lungo sulla domanda che questi pongono a Gesù, buttando in ridicolo e in volgare una questione invece importantissima. È la questione quella della vedova rimasta senza nessuno che se ne faccia carico. Ai tempi non esisteva reversibilità di stipendio e pensione, non era organizzata l’assistenza sociale e perdere il marito significava perdere l’unica fonte di sostentamento. Dunque la regola del “levirato”. Regola saggia, divina e umana: il parente più prossimo del defunto (il fratello) si faccia carico della vedova e dei figli. Come se fosse sua moglie, come se fossero i suoi figli. Che cos’è questo se non famiglia? Oggi la domanda per noi non è chi vivrà e dormirà con la vedova in paradiso ma di chi, in questo inferno di vita, ci siamo fatti carico. E poi: chi si è fatto carico di noi? Perché, se non ce ne accorgiamo, rischiamo ingratitudine. Apriamo gli occhi e apprezziamo il lavoro fatto da chi ci ha preceduto costruendo una società ed una legislazione che protegge dalla fame e dalla miseria chi si ritrova da solo. Non ovunque nel mondo la Bibbia e il Vangelo hanno lasciato una tale profonda traccia. Ciò che spesso ci sembra un ovvio diritto affonda le radici in millenni di spiritualità.
Lc 20,27-40 si avvicinarono a Gesù alcuni sadducèi – i quali dicono che non c’è risurrezione – e gli posero questa domanda: «Maestro, Mosè ci ha prescritto: “Se muore il fratello di qualcuno che ha moglie, ma è senza figli, suo fratello prenda la moglie e dia una discendenza al proprio fratello”. C’erano dunque sette fratelli: il primo, dopo aver preso moglie, morì senza figli. Allora la prese il secondo e poi il terzo e così tutti e sette morirono senza lasciare figli. Da ultimo morì anche la donna. La donna dunque, alla risurrezione, di chi sarà moglie? Poiché tutti e sette l’hanno avuta in moglie». Gesù rispose loro: «I figli di questo mondo prendono moglie e prendono marito; ma quelli che sono giudicati degni della vita futura e della risurrezione dai morti, non prendono né moglie né marito: infatti non possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, poiché sono figli della risurrezione, sono figli di Dio. Che poi i morti risorgano, lo ha indicato anche Mosè a proposito del roveto, quando dice: “Il Signore è il Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe”. Dio non è dei morti, ma dei viventi; perché tutti vivono per lui». Dissero allora alcuni scribi: «Maestro, hai parlato bene». E non osavano più rivolgergli alcuna domanda.
Possiamo dire che noi no, che per noi non è così. Ma la verità è che tutti pendiamo dalle labbra di qualcuno. Labbra di cui temiamo il giudizio o i silenzi. Labbra da cui speriamo esca una parola bella, un complimento, una buona notizia. Labbra che ci sorridono. Tutti vogliamo far pendere dalle nostre labbra gli altri e non sappiamo più cosa inventarci per attrarli ed incantarli. Gli schermi dei nostri telefoni sono una vetrina da sei pollici in cui si affollano immagini e parole che speriamo vengano lette, apprezzate, copiate dai nostri followers. Chi governa non è preoccupato per il futuro della gente che gli è affidata, quanto che quella gente penda dalle sue labbra qualunque cosa dicano. Insomma, così è. Non resta che scegliere da quali parole dipendere, dalle labbra di chi pendere. Tutto il popolo pendeva dalle labbra di Gesù nell’ascoltarlo.
Lc 19,45-48 Gesù, entrato nel tempio, si mise a scacciare quelli che vendevano, dicendo loro: «Sta scritto: “La mia casa sarà casa di preghiera”. Voi invece ne avete fatto un covo di ladri». Ogni giorno insegnava nel tempio. I capi dei sacerdoti e gli scribi cercavano di farlo morire e così anche i capi del popolo; ma non sapevano che cosa fare, perché tutto il popolo pendeva dalle sue labbra nell’ascoltarlo.
Ce ne voleva a farlo piangere. Di solito era sempre sorridente e sereno. Non c’era tempesta che lo spaventasse o demonio che lo turbasse. Di fronte al dolore umano si commuoveva spesso e interveniva. Malati, morti, affamati, non riusciva a oltrepassarli senza farsi coinvolgere ma piangere di tristezza era raro vederlo. Per portare Gesù alle lacrime il modo migliore è non riconoscerlopresente. Ignorare la sua azione, sottovalutare la sua forza, non contare sul suo aiuto. Questo lo fa piangere. Non hai riconosciuto il tempo in cui sei stata visitata, dice a Gerusalemme tra le lacrime. Lo dice a te, a tutti noi, ogni volta che viviamo come se lui non fosse. Come se lui non ci amasse, come se a lui non importasse nulla della nostra vita. A un dio si deve dire che è grande e alto nei cieli. Un dio non lo si può raffigurare né chiamare amico. Un dio va temuto ed obbedito. Ma un Dio che si fa uomo va sentito vicino, considerato fratello maggiore, chiamato ad ogni istante di gioia e di fatica. Un Dio che è anche un uomo non va fatto piangere vivendo come se non fosse mai nato. Un Dio uomo va coinvolto nelle nostre vicende, va lasciato entrare là dove la vita frana.
Lc 19,41-44 Gesù, quando fu vicino a Gerusalemme, alla vista della città pianse su di essa dicendo: «Se avessi compreso anche tu, in questo giorno, quello che porta alla pace! Ma ora è stato nascosto ai tuoi occhi. Per te verranno giorni in cui i tuoi nemici ti circonderanno di trincee, ti assedieranno e ti stringeranno da ogni parte; distruggeranno te e i tuoi figli dentro di te e non lasceranno in te pietra su pietra, perché non hai riconosciuto il tempo in cui sei stata visitata».
A chi ha, sarà dato; invece a chi non ha, sarà tolto anche quello che ha. Sembra una regola ingiusta, che favorisce chi già ha. Ma funziona così il mondo, basta guardarsi attorno. “I ricchi sono sempre di meno e sempre più ricchi, mentre i poveri sono sempre di più e sempre più poveri”, dice Papa Francesco. La vita costa sempre di più proprio nei paesi dove la gente ha meno soldi. Per questo i poveri aumentano. Vi è anche una versione bella di questa amara e crudele regola. Chi ha fede, ne avrà sempre di più. Chi non crede, troverà sempre meno motivi per credere. Infatti nel regno di Dio non si riceve meritando ma credendo. Più dunque si crede, più si riceve. Meno si crede, meno si può sperimentare la provvidenza di Dio. La fede è una moneta d’oro investita e reinvestita ad ogni “ci credo” detto con cuore sicuro. E più credi d’essere amato, più lo crederai.
Lc 19,11-28 Gesù disse una parabola, perché era vicino a Gerusalemme ed essi pensavano che il regno di Dio dovesse manifestarsi da un momento all’altro. Disse dunque: «Un uomo di nobile famiglia partì per un paese lontano, per ricevere il titolo di re e poi ritornare. Chiamati dieci dei suoi servi, consegnò loro dieci monete d’oro, dicendo: “Fatele fruttare fino al mio ritorno”. Ma i suoi cittadini lo odiavano e mandarono dietro di lui una delegazione a dire: “Non vogliamo che costui venga a regnare su di noi”. Dopo aver ricevuto il titolo di re, egli ritornò e fece chiamare quei servi a cui aveva consegnato il denaro, per sapere quanto ciascuno avesse guadagnato. Si presentò il primo e disse: “Signore, la tua moneta d’oro ne ha fruttate dieci”. Gli disse: “Bene, servo buono! Poiché ti sei mostrato fedele nel poco, ricevi il potere sopra dieci città”. Poi si presentò il secondo e disse: “Signore, la tua moneta d’oro ne ha fruttate cinque”. Anche a questo disse: “Tu pure sarai a capo di cinque città”. Venne poi anche un altro e disse: “Signore, ecco la tua moneta d’oro, che ho tenuto nascosta in un fazzoletto; avevo paura di te, che sei un uomo severo: prendi quello che non hai messo in deposito e mieti quello che non hai seminato”. Gli rispose: “Dalle tue stesse parole ti giudico, servo malvagio! Sapevi che sono un uomo severo, che prendo quello che non ho messo in deposito e mieto quello che non ho seminato: perché allora non hai consegnato il mio denaro a una banca? Al mio ritorno l’avrei riscosso con gli interessi”. Disse poi ai presenti: “Toglietegli la moneta d’oro e datela a colui che ne ha dieci”. Gli risposero: “Signore, ne ha già dieci!”. “Io vi dico: A chi ha, sarà dato; invece a chi non ha, sarà tolto anche quello che ha. E quei miei nemici, che non volevano che io diventassi loro re, conduceteli qui e uccideteli davanti a me”». Dette queste cose, Gesù camminava davanti a tutti salendo verso Gerusalemme.
«Ecco, Signore, io do la metà di ciò che possiedo ai poveri e, se ho rubato a qualcuno, restituisco quattro volte tanto». Sono parole di Zaccheo, sulle quali però spesso sorvoliamo. Ci si ferma sempre a commentare la sua statura o la scena comica di Gesù che lo tira giù dal sicomòro come un frutto. La promessa del ricco capo dei pubblicani ci pare così impulsiva ed emotiva, da non essere vera. Quanta gente fa grandi promesse di generosità quando è scossa da racconti o immagini forti. Poi, asciugate le lacrime, si ritratta. Insomma: Zaccheo avrà veramente dato la metà dei suoi beni ai poveri? Avrà davvero restituito quattro volte tanto ciò che aveva rubato? Gesù pare prendere molto sul serio le parole di Zaccheo. Forse nei suoi occhi vide assoluta serietà, vera conversione, reale decisione. Zaccheo non aveva parlato sotto effetto di emozioni ma sotto effetto di Spirito. Promettere aiuto ai poveri è promessa sacra. Illudere d’aiuto un bisognoso è bestemmia infame.
Lc 19,1-10 Gesù entrò nella città di Gèrico e la stava attraversando, quand’ecco un uomo, di nome Zacchèo, capo dei pubblicani e ricco, cercava di vedere chi era Gesù, ma non gli riusciva a causa della folla, perché era piccolo di statura. Allora corse avanti e, per riuscire a vederlo, salì su un sicomòro, perché doveva passare di là. Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo e gli disse: «Zacchèo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua». Scese in fretta e lo accolse pieno di gioia. Vedendo ciò, tutti mormoravano: «È entrato in casa di un peccatore!». Ma Zacchèo, alzatosi, disse al Signore: «Ecco, Signore, io do la metà di ciò che possiedo ai poveri e, se ho rubato a qualcuno, restituisco quattro volte tanto». Gesù gli rispose: «Oggi per questa casa è venuta la salvezza, perché anch’egli è figlio di Abramo. Il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto».
Alcune domeniche fa avevamo già incontrato Bartimeo, il cieco che supplica Gesù e al quale Gesù pone una domanda ovvia: Cosa vuoi che io faccia per te? Ma non è mai ovvio ciò che gli altri davvero vogliono. Non è mai chiaro nemmeno a noi stessi ciò che desideriamo. Inquietudini di ogni tipo si annidano in noi e ci mostrano una realtà filtrata dalle nostre paure, dai nostri convincimenti o pregiudizi. Ecco la domanda di Gesù: cosa vuoi? Cosa vuoi davvero, cosa vuoi da te stesso e dagli altri, cosa vuoi da Dio. Difficilissima la risposta. Molto più semplice dire cosa e chi non vogliamo. Cosa vuoi da me? Che io veda ciò che davvero voglio.
Lc 18,35-43 Mentre Gesù si avvicinava a Gèrico, un cieco era seduto lungo la strada a mendicare. Sentendo passare la gente, domandò che cosa accadesse. Gli annunciarono: «Passa Gesù, il Nazareno!». Allora gridò dicendo: «Gesù, figlio di Davide, abbi pietà di me!». Quelli che camminavano avanti lo rimproveravano perché tacesse; ma egli gridava ancora più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!». Gesù allora si fermò e ordinò che lo conducessero da lui. Quando fu vicino, gli domandò: «Che cosa vuoi che io faccia per te?». Egli rispose: «Signore, che io veda di nuovo!». E Gesù gli disse: «Abbi di nuovo la vista! La tua fede ti ha salvato». Subito ci vide di nuovo e cominciò a seguirlo glorificando Dio. E tutto il popolo, vedendo, diede lode a Dio.
Un’altra pagina apocalittica, che ci parla di fine del tempo e del mondo. Un altro elenco di disgrazie e calamità che si aggiungono a quelle quotidiane. Forse il mondo, visto da fuori, è sempre così: un caos di amore e violenza, armonia e distruzione. Ed è nel pericolo e nella paura che si vede arrivare il Figlio dell’uomo. Nell’angoscia ci si accorge di non essere abbandonati ma soccorsi da Dio. Ma vale per tutti: è nel buio e nella difficoltà che si capisce chi è un vero Figlio dell’uomo e chi invece è figlio solo del caso. È nell’inondazione di violenza che si capisce che uomo sei, che donna sei. La tua umanità è svelata dagli sconvolgimenti perché, finché tutto è tranquillo, sembriamo tutti affidabili e buoni. Sono le prove della vita che, appunto, provano chi sei. Se vieni in aiuto o te ne resti tra le nuvole.
Mc 13,24-32 Gesù disse ai suoi discepoli: «In quei giorni, dopo quella tribolazione, il sole si oscurerà, la luna non darà più la sua luce, le stelle cadranno dal cielo e le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte. Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria. Egli manderà gli angeli e radunerà i suoi eletti dai quattro venti, dall’estremità della terra fino all’estremità del cielo. Dalla pianta di fico imparate la parabola: quando ormai il suo ramo diventa tenero e spuntano le foglie, sapete che l’estate è vicina. Così anche voi: quando vedrete accadere queste cose, sappiate che egli è vicino, è alle porte. In verità io vi dico: non passerà questa generazione prima che tutto questo avvenga. Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno. Quanto però a quel giorno o a quell’ora, nessuno lo sa, né gli angeli nel cielo né il Figlio, eccetto il Padre».
Ce lo dice spesso in questi giorni il vangelo: è sempre questione di fede. Non tanto credere genericamente all’esistenza di Dio, quanto credere che Dio ci ama e può agire nella nostra vita e darci la forza per agire nella vita altrui. La giustizia di Dio infatti è l’amore. L’ingiustizia più grave che si possa subire è non essere amati. Ogni ingiustizia è una mancanza d’amore e solo l’amore, non la lotta sociale armata, può rendere giustizia alle persone. Credere d’essere amati in ogni istante. Credere di poter ricevere amore in ogni istante. Credere di potere dare amore, sempre, soprattutto a chi ne ha ricevuto poco ed è carico di rabbia e diffidenza. La vostra giustizia deve superare quella di chi non crede, dirà Gesù, amate dunque chi vi fa del male.
Persino la CostituzioneItaliana, all’art 2, parla di solidarietà: La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.
Lc18,1-8 Gesù diceva ai suoi discepoli una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai: «In una città viveva un giudice, che non temeva Dio né aveva riguardo per alcuno. In quella città c’era anche una vedova, che andava da lui e gli diceva: “Fammi giustizia contro il mio avversario”. Per un po’ di tempo egli non volle; ma poi disse tra sé: “Anche se non temo Dio e non ho riguardo per alcuno, dato che questa vedova mi dà tanto fastidio, le farò giustizia perché non venga continuamente a importunarmi”». E il Signore soggiunse: «Ascoltate ciò che dice il giudice disonesto. E Dio non farà forse giustizia ai suoi eletti, che gridano giorno e notte verso di lui? Li farà forse aspettare a lungo? Io vi dico che farà loro giustizia prontamente. Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?».