Noi siamo come il tetrarca Erode, gente pratica, che sta ai fatti. “Macché risorto e risorto! Giovanni l’ho fatto decapitare io, poche storie. Chi è quindi questo Gesù? Voglio vederlo”. Che dire? A volte anche da un Erode si può imparare. Non crede alla resurrezione ed è convinto fermamente della morte. La realtà è per lui costituita da un vassoio con la testa di Giovanni. Il resto sono per lui fantasie religiose e credenze superstiziose. Proprio per questo vuole vedere Gesù, perché vuole capire da dove gli venga la forza dei miracoli. La ragione ha le sue esigenze. Lasciare spazio a perplessità e farsi domande su Gesù non può che farci bene e fortificare la nostra fede in lui.
Lc 9,7-9 il tetràrca Erode sentì parlare di tutti questi avvenimenti e non sapeva che cosa pensare, perché alcuni dicevano: «Giovanni è risorto dai morti», altri: «È apparso Elìa», e altri ancora: «È risorto uno degli antichi profeti». Ma Erode diceva: «Giovanni, l’ho fatto decapitare io; chi è dunque costui, del quale sento dire queste cose?». E cercava di vederlo.
Prima di rientrare in Terra Santa dalle città pagane, ai giudei era raccomandato di scuotere la polvere dai piedi. Gesù chiede ai Dodici di fare altrettanto verso i giudei che non li avrebbero accolti. Non era però un gesto di prevenzione e protezione dei suoi da chi li rifiutava. Sappiamo bene che Gesù non temeva il confronto con i giudei avversi al vangelo. Il gesto era invece una testimonianza contro di loro.Scuotersi la polvere voleva scuotere la coscienza di chi rifiutava di ascoltare la buona notizia. Il messaggio era fortissimo: tu che non accogli il messaggio d’amore del vangelo che scaccia i demoni e guarisce le malattiecon la forza e la potenza del Dio d’Israele, diventarai un pagano. Sarai uno dei tanti seguaci di una delle tante religioni del mondo, ma nulla di più. Il regno di Dio in terra lo vede chi segue Gesù, di villaggio in villaggio, di casa in casa.
Lc 9,1-6 Gesù convocò i Dodici e diede loro forza e potere su tutti i demòni e di guarire le malattie. E li mandò ad annunciare il regno di Dio e a guarire gli infermi. Disse loro: «Non prendete nulla per il viaggio, né bastone, né sacca, né pane, né denaro, e non portatevi due tuniche. In qualunque casa entriate, rimanete là, e di là poi ripartite. Quanto a coloro che non vi accolgono, uscite dalla loro città e scuotete la polvere dai vostri piedi come testimonianza contro di loro». Allora essi uscirono e giravano di villaggio in villaggio, ovunque annunciando la buona notizia e operando guarigioni.
“Oh santo Cielo! Sono senza educazione né morale”, esclamò la signora, all’ombra di un albero di mango, quando udì il racconto della ragazza. Questa, di Timor Est come la donna, aveva studiato in Italia e le stava descrivendo una nostra stranissima ed imbarazzante abitudine. “Loro, per chiamarsi, non usano null’altro che il nome. Non c’è titolo. Persino i professori vengono indicati direttamente per cognome se non addirittura per nome”. Per comprendere lo scandalo di questa notizia dovete sapere che il fratello maggiore, a Timor, è sempre indicato con l’appellativo maun, mentre la sorella bin. Ciò anche tra le pareti di casa, anche per darsele di santa ragione… L’appellativo non si leva mai. Ma vi è di più. Maun e bin sono usati in senso esteso a tutti i parenti che siano maggiori d’età, non solo ai fratelli e sorelle di sangue. Ma non basta. Se mi rivolgo al fratello/sorella maggiore di un amico devo comunque usare maun/bin e per evitare gaffe, persino nei negozi chiamerò il commesso maun e la cassiera bin*. Tutti fratelli e tutte sorelle insomma. Da noi è tutto diverso. Anni fa, in una comunità di suore in Italia, scoprii che onde evitare lo sforzo di ricordare il nome, si chiamavano reciprocamente “suor cosa”.
Lc 8,19-21 andarono da Gesù la madre e i suoi fratelli, ma non potevano avvicinarlo a causa della folla. Gli fecero sapere: «Tua madre e i tuoi fratelli stanno fuori e desiderano vederti». Ma egli rispose loro: «Mia madre e miei fratelli sono questi: coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica».
*evito di affrontare tio/tia, mana/avo, senor/senora
Non c’è idea che Dio ti accenda in cuore per poi lasciarti solo a realizzarla. Non c’è intuizione che Dio ti doni per illuderti e lasciarti solo. Non c’è nulla di segreto per lui di tutto ciò che vivi dentro te. Semmai sei tu che devi ancora scoprire e conoscere chi sei e che ci fai qui, in questo mondo. Dunque ascolta, ascolta con attenzione la voce che parla in te. È lo Spirito che ti vuole manifestare di attimo in attimo la vita preparata per te. Lascia che Dio sfogli le pagine del tuo cuore e te le legga. A chi ha tempo per ascoltare, sarà dato di sentire il racconto della propria stessa vita. Siedi con calma e ascolta. Respira e ascolta.
Lc 8,16-18 Gesù disse alla folla: «Nessuno accende una lampada e la copre con un vaso o la mette sotto un letto, ma la pone su un candelabro, perché chi entra veda la luce. Non c’è nulla di segreto che non sia manifestato, nulla di nascosto che non sia conosciuto e venga in piena luce. Fate attenzione dunque a come ascoltate; perché a chi ha, sarà dato, ma a chi non ha, sarà tolto anche ciò che crede di avere».
Strano, è difficile trovare un nesso tra l’insegnamento di Gesù e la discussione dei discepoli. Lui insegnava che sarebbe stato ucciso. Loro poi discutevano chi fosse il più grande. Può sembrare di cattivo gusto, ma non vedo altra spiegazione: il loro pensiero si era subito sposato sul problema del successore di Gesù una volta morto. Sì, certo, aveva anche parlato di resurrezione, ma evidentemente non aveva fatto presa, infatti non capivano queste parole. Avevano capito invece molto bene la gaffe e non rispondevano a Gesù quando chiedeva loro di cosa stessero parlando. Gesù, come sempre, ribalta i termini. Si può essere primi, certamente. Ma il primato è quello del servizio, non del potere. L’amore per i bambini è il segno di questo potere di servire. Occorre infatti molta forza per dedicarsi a chi non può ricambiare il bene ricevuto.
Mc 9,30-37 Gesù e i suoi discepoli attraversavano la Galilea, ma egli non voleva che alcuno lo sapesse. Insegnava infatti ai suoi discepoli e diceva loro: «Il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà». Essi però non capivano queste parole e avevano timore di interrogarlo. Giunsero a Cafàrnao. Quando fu in casa, chiese loro: «Di che cosa stavate discutendo per la strada?». Ed essi tacevano. Per la strada infatti avevano discusso tra loro chi fosse più grande. Sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: «Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti». E, preso un bambino, lo pose in mezzo a loro e, abbracciandolo, disse loro: «Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato».
Bisogna avere una bella vista per scorgere in profondità ciò che vale la pena di afferrare. Ho pensato di proporvi questa immagine, che già conoscete. Rivedo Gesù nel gesto di questa bambina che, pur di prendere qualcosa, entra nel sacco dell’immondizia. E l’immondizia è Matteo seduto al banco delle imposte. L’immondo esattore delle imposte romane. L’infame impostore. Eppure Gesù vede in lui ciò che giaceva coperto dalle colpe. Vale la pena per il maestro dallo sguardo spirituale entrare nella vita di questo uomo, entrare nella sua casa, nella sua compagnia di pubblicani. Gesù è consapevole del marciume in cui si cala. Chiama quelle persone malati, non recita falsi buonismi, nulla a che vedere con il nostro attuale senso di inclusività. Lui non li vuole “rispettare” nella loro scelta perché sarebbe un abbandonarli al male, un lasciarli tra i rifiuti. Il suo è più che formale rispetto, il suo è amore. Afferrò Matteo e lo chiamò. Gli disse: «Seguimi». Ed egli si alzò e lo seguì.
San Matteo apostolo ed evangelista Mt 9,9-13 mentre andava via, Gesù, vide un uomo, chiamato Matteo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi». Ed egli si alzò e lo seguì. Mentre sedeva a tavola nella casa, sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e se ne stavano a tavola con Gesù e con i suoi discepoli. Vedendo ciò, i farisei dicevano ai suoi discepoli: «Come mai il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?». Udito questo, disse: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Andate a imparare che cosa vuol dire: “Misericordia io voglio e non sacrifici”. Io non sono venuto infatti a chiamare i giusti, ma i peccatori».
Ecco il miglior commento, la più decisa risposta, a ciò che si diceva ieri. Poche storie: il gruppo di Gesù era assolutamente misto. C’erano i Dodici e alcune donne che erano state guarite da Gesù: MariaMaddalena, Giovanna e Susanna. Ce ne erano poi molte altre che assistevano il gruppo con i loro beni. Non so dove Luca abbia messo le virgole, anche perché il greco antico pare che non le usasse. Spostandole al punto giusto, si potrebbe concludere che il ruolo di tutte queste donne fosse limitato a servire con i loro beni Gesù e i Dodici. Questa è l’interpretazione ahimè più comune. Da tutto il contesto dei vangeli però, pare che possiamo prenderci la libertà di interpretare questa pagina come abbiamo fatto, distinguendo cioè un gruppo di donne che seguiva Gesù come i Dodici da quello più ampio delle sostenitrici. Saranno proprio Maddalena, Giovanna e altre che erano venute con Gesù dalla Galilea a seppellirlo e trovarne poi la tomba vuota. Loro lo annunceranno ai Dodici. (leggi Lc 24) Un ruolo tutt’altro che secondario, che varrà a Maddalena il titolo di “Apostola degli Apostoli”.
Lc 8,1-3 Gesù se ne andava per città e villaggi, predicando e annunciando la buona notizia del regno di Dio. C’erano con lui i Dodici e alcune donne che erano state guarite da spiriti cattivi e da infermità: Maria, chiamata Maddalena, dalla quale erano usciti sette demòni; Giovanna, moglie di Cuza, amministratore di Erode; Susanna e molte altre, che li servivano con i loro beni.
Era un giovedì santo e Papa Francesco, con sorpresa di molti, decise di celebrare la messa con la lavanda dei piedi nel reparto femminile del carcere. Dodici detenute, dodici piedi di donna, un Papa inginocchiato a lavare e baciare. Sarà opportuno?, sussurravano alcuni infastiditi dalla scena. Altri davano una ragione al loro scandalo: gli Apostoli erano uomini, dunque si lavino piedi di uomo! Parlavano così perché avevano dimenticato questa pagina di vangelo e altre simili. Gesù lavò i piedi ai Dodici “rubando” l’idea alle donne che avevano lavato i suoi piedi. Il Papa stava solo restituendo il gesto.
Lc 7,36-50 uno dei farisei invitò Gesù a mangiare da lui. Egli entrò nella casa del fariseo e si mise a tavola. Ed ecco, una donna, una peccatrice di quella città, saputo che si trovava nella casa del fariseo, portò un vaso di profumo; stando dietro, presso i piedi di lui, piangendo, cominciò a bagnarli di lacrime, poi li asciugava con i suoi capelli, li baciava e li cospargeva di profumo. Vedendo questo, il fariseo che l’aveva invitato disse tra sé: «Se costui fosse un profeta, saprebbe chi è, e di quale genere è la donna che lo tocca: è una peccatrice!». Gesù allora gli disse: «Simone, ho da dirti qualcosa». Ed egli rispose: «Di’ pure, maestro». «Un creditore aveva due debitori: uno gli doveva cinquecento denari, l’altro cinquanta. Non avendo essi di che restituire, condonò il debito a tutti e due. Chi di loro dunque lo amerà di più?». Simone rispose: «Suppongo sia colui al quale ha condonato di più». Gli disse Gesù: «Hai giudicato bene». E, volgendosi verso la donna, disse a Simone: «Vedi questa donna? Sono entrato in casa tua e tu non mi hai dato l’acqua per i piedi; lei invece mi ha bagnato i piedi con le lacrime e li ha asciugati con i suoi capelli. Tu non mi hai dato un bacio; lei invece, da quando sono entrato, non ha cessato di baciarmi i piedi. Tu non hai unto con olio il mio capo; lei invece mi ha cosparso i piedi di profumo. Per questo io ti dico: sono perdonati i suoi molti peccati, perché ha molto amato. Invece colui al quale si perdona poco, ama poco». Poi disse a lei: «I tuoi peccati sono perdonati». Allora i commensali cominciarono a dire tra sé: «Chi è costui che perdona anche i peccati?». Ma egli disse alla donna: «La tua fede ti ha salvata; va’ in pace!».
Si sa che si rimpiange sempre il capo di prima. Quando però era in carica si faceva lo stesso, dicendo che il suo predecessore era migliore. E così via, sempre. Gesù fa un’osservazione su questa generazione senza però confrontarla con la precedente. In effetti quello che dice è vero sempre, è sempre questa la generazione che si comporta così. Attratti da qualcuno che ci dica come essere più felici, non abbiamo poi la forza di seguirne gli insegnamenti. Che si tratti di Giovanni Battista o di Gesù poco importa, troveremo sempre un buon motivo per dubitare che valga la pena di ascoltarli.
Lc 7,31-35 Signore disse: «A chi posso paragonare la gente di questa generazione? A chi è simile? È simile a bambini che, seduti in piazza, gridano gli uni agli altri così: “Vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato, abbiamo cantato un lamento e non avete pianto!”. È venuto infatti Giovanni il Battista, che non mangia pane e non beve vino, e voi dite: “È indemoniato”. È venuto il Figlio dell’uomo, che mangia e beve, e voi dite: “Ecco un mangione e un beone, un amico di pubblicani e di peccatori!”. Ma la Sapienza è stata riconosciuta giusta da tutti i suoi figli».
Quel ragazzo era tutto per lei. Era ciò che le restava della famiglia, era la garanzia del suo futuro sostentamento. Era il figlio unico di una madre vedova. Dobbiamo essere orgogliosi di seguire uno come Gesù. Uno che di fronte al dolore della donna si comporta così, lasciandosi coinvolgere, lasciandosi commuovere come fosse il suo dolore, come fosse figlio suo. Siamo felici di avere un maestro come Gesù, che non sopporta di vedere soffrire la gente, di sentire piangere di dolore le madri. Che bello non sentirgli pronunciare parole fuori posto, non udirlo affermare che “è in cielo, sta meglio, è volontà di Dio” ecc. Tutte cose vere, ma da sussurrare dopo, al momento opportuno, se arriva. Che bello seguire un Dio così, che non ci manda il dolore ma che nel dolore ci manda suo Figlio a dirci non piangere, alzati!
Lc 7,11-17 Gesù si recò in una città chiamata Nain, e con lui camminavano i suoi discepoli e una grande folla. Quando fu vicino alla porta della città, ecco, veniva portato alla tomba un morto, unico figlio di una madre rimasta vedova; e molta gente della città era con lei. Vedendola, il Signore fu preso da grande compassione per lei e le disse: «Non piangere!». Si avvicinò e toccò la bara, mentre i portatori si fermarono. Poi disse: «Ragazzo, dico a te, àlzati!». Il morto si mise seduto e cominciò a parlare. Ed egli lo restituì a sua madre. Tutti furono presi da timore e glorificavano Dio, dicendo: «Un grande profeta è sorto tra noi», e: «Dio ha visitato il suo popolo». Questa fama di lui si diffuse per tutta quanta la Giudea e in tutta la regione circostante.