Il tempo di Dio

Passare, passare, tutto passa ed appassisce. Tutto esce dal presente scivolando nel passato. Se ieri si parlava di ansia per il domani, oggi ci prende la nostalgia di ciò che se ne va. E noi viviamo tesi tra futuro ignoto e passato perduto, tra ansia e nostalgia, tra rimpianti e incertezze mentre la ruota gira. Qualcosa però resta, senza avvertire il logorio del tempo. Qualcosa c’è di immutabile ed è sempre fresco, sempre giovane, un fiore che non appassisce mai e profuma ogni giorno di più. È la parola di Gesù. È la presenza di Dio. Il nostro è un Dio giovanissimo, pieno di sogni, di progetti e infinite idee. Un Dio creativo. Le sue parole non passeranno perché il regno di Dio è vicino. Non nel passato, non nel futuro. È ora. Vivi l’attimo presente e lo capirai: l’orologio di Dio è senza lancette, è un eterno presente creativo.

Lc 21,29-33  Gesù disse ai suoi discepoli una parabola:
«Osservate la pianta di fico e tutti gli alberi: quando già germogliano, capite voi stessi, guardandoli, che ormai l’estate è vicina. Così anche voi: quando vedrete accadere queste cose, sappiate che il regno di Dio è vicino.
In verità io vi dico: non passerà questa generazione prima che tutto avvenga. Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno».

E domani?

Continua il discorso di Gesù. Dopo non vi terrorizzate e non preparate prima la difesa, ecco oggi la terza immagine: gli uomini moriranno per l’attesa di ciò che dovrà accadere. Vivere nella paura, vivere sulle difensive, vivere in ansia per il domani. La nostra grande nemica, l’ansia. Avere tutto e molto più del necessario, eppure vivere in un costante stato di preoccupazione per ciò che dovrà accadere. L’ansia regna nel nostro mondo di benessere. I più anziani sono insonni e preoccupati, i  minorenni annegano nell’aria presi da attacchi di panico. Il risveglio è simile a quello di chi cerca di uscire dalle macerie che lo ricoprono e un peso schiaccia il petto. Ansia nell’affrontare la giornata che però non ha nessuna intenzione d’ammazzarci. Il Figlio dell’uomo arriva, non resta tra le nubi. La nostra liberazione è vicina. Si può vivere nella gioia sempre, se si impara a ringraziare comunque.

Lc21,20-28  Gesù disse ai suoi discepoli:
«Quando vedrete Gerusalemme circondata da eserciti, allora sappiate che la sua devastazione è vicina. Allora coloro che si trovano nella Giudea fuggano verso i monti, coloro che sono dentro la città se ne allontanino, e quelli che stanno in campagna non tornino in città; quelli infatti saranno giorni di vendetta, affinché tutto ciò che è stato scritto si compia. In quei giorni guai alle donne che sono incinte e a quelle che allattano, perché vi sarà grande calamità nel paese e ira contro questo popolo. Cadranno a fil di spada e saranno condotti prigionieri in tutte le nazioni; Gerusalemme sarà calpestata dai pagani finché i tempi dei pagani non siano compiuti.
Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti, mentre gli uomini moriranno per la paura e per l’attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra. Le potenze dei cieli infatti saranno sconvolte. Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire su una nube con grande potenza e gloria. Quando cominceranno ad accadere queste cose, risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina».

In ogni istante

Ieri Gesù ci invitava a non avere paura, perché la paura ci porta all’errore. Oggi ci raccomanda con forza di non preparare prima la nostra difesa. Stare sulle difensive, atteggiamento parente stretto della paura, porta a vedere nemici ovunque. Una sfiducia di fondo abita ogni incontro, ogni relazione. Si sta sempre sul chi va là e, con il tempo, si smette di credere che possano esserci persone oneste. “Lei mi dice delle cose molto commoventi – mi diceva un giudice a cui parlavo di un detenuto – ma vede i miei capelli bianchi? Può immaginare quante bugie ho sentito nella mia carriera. Come crederle?”. Meglio stare in difesa. Ma noi no, non la prepariamo prima la difesa. Se occorre parlare, ci saranno date parole e idee. Non ci faremo distrarre il cuore e ci focalizzeremo sull’unico necessario: il senso della Presenza del Signore accanto a noi. In ogni istante, in ogni situazione.

OGGI

Lc 21,12-19  Gesù disse ai suoi discepoli:
«Metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e governatori, a causa del mio nome. Avrete allora occasione di dare testimonianza.
Mettetevi dunque in mente di non preparare prima la vostra difesa; io vi darò parola e sapienza, cosicché tutti i vostri avversari non potranno resistere né controbattere.
Sarete traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici, e uccideranno alcuni di voi; sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Ma nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto.
Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita».

Non temere

Non vi terrorizzate. Verranno giorni, e sono forse questi, in cui vedrete accadere tutto ciò che di male nemmeno immaginavate. Guerre, cattiverie, ragazzine che si accoltellano, decisioni politiche contro ogni logica, corruzione, disastri naturali… Non vi terrorizzate, non perché la situazione non sia seria, ma perché la paura va allontanata. Dicono infatti che alla base di ogni sbaglio, di ogni colpa, non ci sia altro che la paura. Anche la furia più violenta, è originata dalla paura. Insomma: chi più ci fa paura è in realtà il primo ad averne. Riflettiamo sul nostro stesso comportamento. Perché ho risposto in quel modo? Come ho potuto dire tali cose? Perché ho dubitato di chi mi ama? Scava e scava e chiediti: quale paura mi ha terrorizzato al punto da rendermi aggressivo o dubbioso o depresso? Se fosse veramente così, se davvero all’origine di ogni peccato non ci fosse che paura, allora avremmo la chiave del perdono. Guarda chi ti offende e ti insulta: non è che un bimbo tremante di paura. Placa il suo terrore. Perdona, perché ha agito terrorizzato. Non spaventarlo, perdona.

Lc 21,5-11 mentre alcuni parlavano del tempio, che era ornato di belle pietre e di doni votivi, Gesù disse: «Verranno giorni nei quali, di quello che vedete, non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta».
Gli domandarono: «Maestro, quando dunque accadranno queste cose e quale sarà il segno, quando esse staranno per accadere?». Rispose: «Badate di non lasciarvi ingannare. Molti infatti verranno nel mio nome dicendo: “Sono io”, e: “Il tempo è vicino”. Non andate dietro a loro! Quando sentirete di guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate, perché prima devono avvenire queste cose, ma non è subito la fine».
Poi diceva loro: «Si solleverà nazione contro nazione e regno contro regno, e vi saranno in diversi luoghi terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandiosi dal cielo.

Tutto il poco

Abbiamo già incontrato più volte questo episodio realmente accaduto sotto gli occhi attoniti di Gesù. La povera vedova che offre tutto quello che ha. Ci ha già colpito ed irritato vedere i ricchi donare una parte del superfluo. Abbiamo già constatato che spesso siamo disposti a donare solo ciò che abbiamo usato a sufficienza: “Non lo uso più, sarebbe un peccato buttarlo,  tanto vale darlo a chi ne ha bisogno”. È chiaro che questa coscienza della lotta allo spreco va diffusa e sostenuta. Gesù però fu colpito dalla vedova perché stava compiendo un gesto totalmente differente, forse anche scriteriato: la donna stava dando tutto quanto aveva per vivere. Davanti al bisogno altrui, dimentica se stessa. Anche lei però, come noi, non dona il nuovo ma l’usato. Nulla infatti è più di seconda mano del denaro…

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Lc 21,1-4   Gesù, alzàti gli occhi, vide i ricchi che gettavano le loro offerte nel tesoro del tempio.
Vide anche una vedova povera, che vi gettava due monetine, e disse: «In verità vi dico: questa vedova, così povera, ha gettato più di tutti. Tutti costoro, infatti, hanno gettato come offerta parte del loro superfluo. Ella invece, nella sua miseria, ha gettato tutto quello che aveva per vivere».

Dunque sei re

Siamo tutti Pilato, tutti a non capire cosa intendesse Gesù dicendo d’essere re. Sono forse io giudeo?, sbotta Pilato. Sono forse io un re di quaggiù?, risponde Gesù, vedi le mie guardie pronte a liberarmi? Ma noi siamo come Pilato, basta studiare la storia. Appena l’imperatore si battezzò, la sua corona divenne sacra, con tanto di reliquia della croce incastonata tra le perle e gli ori. Non ce la facciamo, noi umani, ad associare la regalità all’amore. Per noi resterà sempre un segno di potere e comandare gli altri ci incanta. Dal presidente al parcheggiatore abusivo, ciò che conta è dirigere il prossimo. Ma la vera forza è l’amore. Il più grande potere è l’amore. L’universo si regge sull’attrazione, sul movimento, sullo scambio d’energia: l’universo si regge sull’amore. Gesù è il re dell’universo perché il suo è il regno dell’amore incondizionato.

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Cristo Re dell’universo Gv 18,33-37   Pilato disse a Gesù: «Sei tu il re dei Giudei?». Gesù rispose: «Dici questo da te, oppure altri ti hanno parlato di me?». Pilato disse: «Sono forse io Giudeo? La tua gente e i capi dei sacerdoti ti hanno consegnato a me. Che cosa hai fatto?».
Rispose Gesù: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù».
Allora Pilato gli disse: «Dunque tu sei re?». Rispose Gesù: «Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce».

Farsi carico

Non ci soffermiamo a lungo sulla domanda che questi pongono a Gesù, buttando in ridicolo e in volgare una questione invece importantissima. È la questione quella della vedova rimasta senza nessuno che se ne faccia carico. Ai tempi non esisteva  reversibilità di stipendio e pensione, non era organizzata l’assistenza sociale e perdere il marito significava perdere l’unica fonte di sostentamento. Dunque la regola del “levirato”. Regola saggia, divina e umana: il parente più prossimo del defunto (il fratello) si faccia carico della vedova e dei figli. Come se fosse sua moglie, come se fossero i suoi figli. Che cos’è questo se non famiglia? Oggi la domanda per noi non è chi vivrà e dormirà con la vedova in paradiso ma di chi, in questo inferno di vita, ci siamo fatti carico. E poi: chi si è fatto carico di noi? Perché, se non ce ne accorgiamo, rischiamo ingratitudine. Apriamo gli occhi e apprezziamo il lavoro fatto da chi ci ha preceduto costruendo una società ed una legislazione che protegge dalla fame e dalla miseria chi si ritrova da solo. Non ovunque nel mondo la Bibbia e il Vangelo hanno lasciato una tale profonda traccia. Ciò che spesso ci sembra un ovvio diritto affonda le radici in millenni di spiritualità.

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Lc 20,27-40   si avvicinarono a Gesù alcuni sadducèi – i quali dicono che non c’è risurrezione – e gli posero questa domanda: «Maestro, Mosè ci ha prescritto: “Se muore il fratello di qualcuno che ha moglie, ma è senza figli, suo fratello prenda la moglie e dia una discendenza al proprio fratello”. C’erano dunque sette fratelli: il primo, dopo aver preso moglie, morì senza figli. Allora la prese il secondo e poi il terzo e così tutti e sette morirono senza lasciare figli. Da ultimo morì anche la donna. La donna dunque, alla risurrezione, di chi sarà moglie? Poiché tutti e sette l’hanno avuta in moglie».
Gesù rispose loro: «I figli di questo mondo prendono moglie e prendono marito; ma quelli che sono giudicati degni della vita futura e della risurrezione dai morti, non prendono né moglie né marito: infatti non possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, poiché sono figli della risurrezione, sono figli di Dio. Che poi i morti risorgano, lo ha indicato anche Mosè a proposito del roveto, quando dice: “Il Signore è il Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe”. Dio non è dei morti, ma dei viventi; perché tutti vivono per lui».
Dissero allora alcuni scribi: «Maestro, hai parlato bene». E non osavano più rivolgergli alcuna domanda.

Dipendere

Possiamo dire che noi no, che per noi non è così. Ma la verità è che tutti pendiamo dalle labbra di qualcuno. Labbra di cui temiamo il giudizio o i silenzi. Labbra da cui speriamo esca una parola bella, un complimento, una buona notizia. Labbra che ci sorridono. Tutti vogliamo far pendere dalle nostre labbra gli altri e non sappiamo più cosa inventarci per attrarli ed incantarli. Gli schermi dei nostri telefoni sono una vetrina da sei pollici in cui si affollano immagini e parole che speriamo vengano lette, apprezzate, copiate dai nostri followers. Chi governa non è preoccupato per il futuro della gente che gli è affidata, quanto che quella gente penda dalle sue labbra qualunque cosa dicano. Insomma, così è. Non resta che scegliere da quali parole dipendere, dalle labbra di chi pendere. Tutto il popolo pendeva dalle labbra di Gesù nell’ascoltarlo.

Lc 19,45-48   Gesù, entrato nel tempio, si mise a scacciare quelli che vendevano, dicendo loro: «Sta scritto: “La mia casa sarà casa di preghiera”. Voi invece ne avete fatto un covo di ladri».
Ogni giorno insegnava nel tempio. I capi dei sacerdoti e gli scribi cercavano di farlo morire e così anche i capi del popolo; ma non sapevano che cosa fare, perché tutto il popolo pendeva dalle sue labbra nell’ascoltarlo.

Coinvolto

Ce ne voleva a farlo piangere. Di solito era sempre sorridente e sereno. Non c’era tempesta che lo spaventasse o demonio che lo turbasse. Di fronte al dolore umano si commuoveva spesso e interveniva. Malati, morti, affamati, non riusciva a oltrepassarli senza farsi coinvolgere ma piangere di tristezza era raro vederlo. Per portare Gesù alle lacrime il modo migliore è non riconoscerlo presente. Ignorare la sua azione, sottovalutare la sua forza, non contare sul suo aiuto. Questo lo fa piangere. Non hai riconosciuto il tempo in cui sei stata visitata, dice a Gerusalemme tra le lacrime. Lo dice a te, a tutti noi, ogni volta che viviamo come se lui non fosse. Come se lui non ci amasse, come se a lui non importasse nulla della nostra vita. A un dio si deve dire che è grande e alto nei cieli. Un dio non lo si può raffigurare né chiamare amico. Un dio va temuto ed obbedito. Ma un Dio che si fa uomo va sentito vicino, considerato fratello maggiore, chiamato ad ogni istante di gioia e di fatica. Un Dio che è anche un uomo non va fatto piangere vivendo come se non fosse mai nato. Un Dio uomo va coinvolto nelle nostre vicende, va lasciato entrare là dove la vita frana.

Lc 19,41-44   Gesù, quando fu vicino a Gerusalemme, alla vista della città pianse su di essa dicendo:
«Se avessi compreso anche tu, in questo giorno, quello che porta alla pace! Ma ora è stato nascosto ai tuoi occhi.
Per te verranno giorni in cui i tuoi nemici ti circonderanno di trincee, ti assedieranno e ti stringeranno da ogni parte; distruggeranno te e i tuoi figli dentro di te e non lasceranno in te pietra su pietra, perché non hai riconosciuto il tempo in cui sei stata visitata».

Credo sempre di più

A chi ha, sarà dato; invece a chi non ha, sarà tolto anche quello che ha. Sembra una regola ingiusta, che favorisce chi già ha. Ma funziona così il mondo, basta guardarsi attorno. “I ricchi sono sempre di meno e sempre più ricchi, mentre i poveri sono sempre di più e sempre più poveri”, dice Papa Francesco. La vita costa sempre di più proprio nei paesi dove la gente ha meno soldi. Per questo i poveri aumentano. Vi è anche una versione bella di questa amara e crudele regola. Chi ha fede, ne avrà sempre di più. Chi non crede, troverà sempre meno motivi per credere. Infatti nel regno di Dio non si riceve meritando ma credendo. Più dunque si crede, più si riceve. Meno si crede, meno si può sperimentare la provvidenza di Dio. La fede è una moneta d’oro investita e reinvestita ad ogni “ci credo” detto con cuore sicuro. E più credi d’essere amato, più lo crederai.

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Lc 19,11-28   Gesù disse una parabola, perché era vicino a Gerusalemme ed essi pensavano che il regno di Dio dovesse manifestarsi da un momento all’altro.
Disse dunque: «Un uomo di nobile famiglia partì per un paese lontano, per ricevere il titolo di re e poi ritornare. Chiamati dieci dei suoi servi, consegnò loro dieci monete d’oro, dicendo: “Fatele fruttare fino al mio ritorno”. Ma i suoi cittadini lo odiavano e mandarono dietro di lui una delegazione a dire: “Non vogliamo che costui venga a regnare su di noi”. Dopo aver ricevuto il titolo di re, egli ritornò e fece chiamare quei servi a cui aveva consegnato il denaro, per sapere quanto ciascuno avesse guadagnato.
Si presentò il primo e disse: “Signore, la tua moneta d’oro ne ha fruttate dieci”. Gli disse: “Bene, servo buono! Poiché ti sei mostrato fedele nel poco, ricevi il potere sopra dieci città”.
Poi si presentò il secondo e disse: “Signore, la tua moneta d’oro ne ha fruttate cinque”. Anche a questo disse: “Tu pure sarai a capo di cinque città”.
Venne poi anche un altro e disse: “Signore, ecco la tua moneta d’oro, che ho tenuto nascosta in un fazzoletto; avevo paura di te, che sei un uomo severo: prendi quello che non hai messo in deposito e mieti quello che non hai seminato”. Gli rispose: “Dalle tue stesse parole ti giudico, servo malvagio! Sapevi che sono un uomo severo, che prendo quello che non ho messo in deposito e mieto quello che non ho seminato: perché allora non hai consegnato il mio denaro a una banca? Al mio ritorno l’avrei riscosso con gli interessi”. Disse poi ai presenti: “Toglietegli la moneta d’oro e datela a colui che ne ha dieci”. Gli risposero: “Signore, ne ha già dieci!”. “Io vi dico: A chi ha, sarà dato; invece a chi non ha, sarà tolto anche quello che ha. E quei miei nemici, che non volevano che io diventassi loro re, conduceteli qui e uccideteli davanti a me”».
Dette queste cose, Gesù camminava davanti a tutti salendo verso Gerusalemme.