Ad ogni respiro

Più volte nel nuovo testamento è scritto che noi siamo tempio di Dio. Anche questa pagina ce lo conferma: Gesù parlava del tempio del suo corpo. Entrando nel tempio di Gerusalemme Gesù lo trova occupato abusivamente da ogni genere di animali e mercanti. Cosa trova oggi nel tempio del nostro corpo, nel tempio del nostro cuore? Invitiamolo ad entrare in noi, lasciamo che scacci fuori tutto ciò che non deve esserci. Pensieri, abitudini, alimentazioni, orari, urla e discussioni, frequentazioni tossiche e ascolti velenosi. Fuori, fuori, fuori da questo corpo! Sarà casa di preghiera, di pace, di carità. Sarà un corpo operatore di misericordia. Vieni Gesù, allontana dalla nostra mente ogni confusione che ne fa un mercato di parole inutili e dannose. Abita in noi, abita e regna in noi, illumina i più profondi angoli del nostro corpo e della nostra mente. Ad ogni respiro rendici pieni e felici della tua Presenza.

Gv 2,13-22  
Si avvicinava la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme.
Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe e, là seduti, i cambiamonete.
Allora fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori del tempio, con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: «Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!».
I suoi discepoli si ricordarono che sta scritto: «Lo zelo per la tua casa mi divorerà».
Allora i Giudei presero la parola e gli dissero: «Quale segno ci mostri per fare queste cose?». Rispose loro Gesù: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere». Gli dissero allora i Giudei: «Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?». Ma egli parlava del tempio del suo corpo.
Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù.

Questo mondo

Questo tizio non cambia. Licenziato in tronco per la sua disonestà, rimedia rincarando la dose. Cacciato perché sperperava i beni, si mette a fare forti sconti ai debitori per ingraziarseli. Forse vale anche per noi: non si cambia più di tanto, si tratta di conoscere se stessi per usare al meglio vizi e virtù. Che poi, a pensarci bene, vizi e virtù non sono che dritto e rovescio della stessa medaglia, della stessa persona. Scaltro è il truffatore, ma pure l’intraprendente organizzatore di un’attività caritativa. Calmo è il pigrone, ma pure l’uomo di pace. E così via. Inutile detestar se stessi e cercare di estirpare i difetti. Meglio orientarli al bene. Questa è la vera scaltrezza: cavare virtù dai vizi. Tutto è possibile per chi crede, perché tutto è possibile a Dio.

Lc 16,1-8   Gesù diceva ai discepoli:
«Un uomo ricco aveva un amministratore, e questi fu accusato dinanzi a lui di sperperare i suoi averi. Lo chiamò e gli disse: “Che cosa sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché non potrai più amministrare”.
L’amministratore disse tra sé: “Che cosa farò, ora che il mio padrone mi toglie l’amministrazione? Zappare, non ne ho la forza; mendicare, mi vergogno. So io che cosa farò perché, quando sarò stato allontanato dall’amministrazione, ci sia qualcuno che mi accolga in casa sua”.
Chiamò uno per uno i debitori del suo padrone e disse al primo: “Tu quanto devi al mio padrone?”. Quello rispose: “Cento barili d’olio”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta, siediti subito e scrivi cinquanta”. Poi disse a un altro: “Tu quanto devi?”. Rispose: “Cento misure di grano”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta e scrivi ottanta”.
Il padrone lodò quell’amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza. I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce».

Le novantanove

Qualche giorno fa Papa Francesco si è recato a casa di Emma Bonino, da poco rientrata dall’ospedale. Cito questo episodio perché è la attualizzazione perfetta, se non addirittura il calco, della pagina di vangelo di oggi. I commenti della gente ai vari video pubblicati sono infatti un elenco di espressioni scandalizzate e ridicolizzanti: “Forse non sa che è un’abortista!; perché non va a salutare il ferroviere accoltellato dai suoi amici migranti?; due veri radical-chic su terrazza romana”… e avanti su questo tono, mormorando “costui accoglie i peccatori”. Senza soffermarci sui peccati altrui, cosa sempre rischiosa per l’anima, stupisce che nessuno abbia esclamato: “Guardate, fa come Gesù di Nazareth! Si reca in casa di chi non fa parte del gregge”. Ma forse è così che deve andare. È così che andò per Gesù. Eppure c’è più gioia nell’incontro con una persona ufficialmente fuori dal recinto che con novantanove chiuse a mormorare in sacrestia.

Lc 15,1-10  si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro».
Ed egli disse loro questa parabola: «Chi di voi, se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va in cerca di quella perduta, finché non la trova? Quando l’ha trovata, pieno di gioia se la carica sulle spalle, va a casa, chiama gli amici e i vicini e dice loro: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora, quella che si era perduta”. Io vi dico: così vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di conversione.
Oppure, quale donna, se ha dieci monete e ne perde una, non accende la lampada e spazza la casa e cerca accuratamente finché non la trova? E dopo averla trovata, chiama le amiche e le vicine, e dice: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la moneta che avevo perduto”. Così, io vi dico, vi è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte».

Dare fiducia

Ce lo diceva ieri con una parabola, oggi Gesù lo dice in modo diretto. Il vangelo non può essere seguito solo un po’. O è una priorità o non è. Non siamo nell’ordine delle cose misurate. Siamo nell’ordine dell’amore e l’amore non ha misura. O non è amore. Questo spaventa, perché non si finisce mai d’amare e dare la vita. Non per nulla molti cristiani cercano una religione tradizionale, fatta di regole magari esigenti ma che ad un certo punto sono adempiute. Fatto. Finito. Sono libero e in regola. Gesù ci invita a fare due conti prima di metterci a seguirlo, come chi progetta una costruzione o una guerra (ormai nemmeno questo sanno fare i governanti). Il problema è che la torre ha un limite calcolabile e i soldati possono essere contati. Lui invece parla di tutto. Chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo. Rinunciare ad avere. E scegliere per sempre il dare. Dare pace, dare consolazione, ascolto, aiuto. Dare cibo, vestiti e soldi. Dare pazienza e perdono. E dare fiducia, soprattutto a Lui.

Lc 14,25-33    una folla numerosa andava con Gesù. Egli si voltò e disse loro:
«Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo.
Chi di voi, volendo costruire una torre, non siede prima a calcolare la spesa e a vedere se ha i mezzi per portarla a termine? Per evitare che, se getta le fondamenta e non è in grado di finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo: “Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro”.
Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? Se no, mentre l’altro è ancora lontano, gli manda dei messaggeri per chiedere pace.
Così chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo».

Nessuno escluso

Beato chi prenderà cibo nel regno di Dio!, dice un commensale a Gesù. E, come lui, siamo tutti convinti che sia davvero una fortuna riservata a pochi. Gesù però ribalta la nostra idea: se potesse, Dio ci costringerebbe ad entrare in relazione con lui, a vivere sempre alla sua presenza. Ma il suo più grande amore è proprio quello di non essere un Padre padrone ma di darci totale libertà, compresa quella di lasciarlo tra le attività facoltative della vita. Tutti gli invitati sono giustificati da impegni veri e seri. Nessuno diserta la festa per pigrizia o disprezzo ma semmai per eccesso di impegno. Nella loro scala di priorità non rientra lo stare insieme a cena. Con una certa amarezza rassegnata, il padrone di casa constata: non verrà nessuno, lo so. Nessuno resta escluso dalla possibilità di essere  commensale di Dio. Salvo chi ha di meglio da fare.

https://buonodentrobuonofuori.com/

Lc 14,15-24 uno dei commensali, avendo udito questo, disse a Gesù: «Beato chi prenderà cibo nel regno di Dio!».
Gli rispose: «Un uomo diede una grande cena e fece molti inviti. All’ora della cena, mandò il suo servo a dire agli invitati: “Venite, è pronto”. Ma tutti, uno dopo l’altro, cominciarono a scusarsi. Il primo gli disse: “Ho comprato un campo e devo andare a vederlo; ti prego di scusarmi”. Un altro disse: “Ho comprato cinque paia di buoi e vado a provarli; ti prego di scusarmi”. Un altro disse: “Mi sono appena sposato e perciò non posso venire”.
Al suo ritorno il servo riferì tutto questo al suo padrone. Allora il padrone di casa, adirato, disse al servo: “Esci subito per le piazze e per le vie della città e conduci qui i poveri, gli storpi, i ciechi e gli zoppi”.
Il servo disse: “Signore, è stato fatto come hai ordinato, ma c’è ancora posto”. Il padrone allora disse al servo: “Esci per le strade e lungo le siepi e costringili ad entrare, perché la mia casa si riempia. Perché io vi dico: nessuno di quelli che erano stati invitati gusterà la mia cena”».

San Carlo

Aveva tante risorse economiche e avrebbe potuto tenersele tutte. Decise di utilizzarle in modo inconsueto. Sognò, progettò e costruì di tasca sua un bellissimo collegio universitario. Lo riservò a chi non avrebbe mai potuto ricambiare. Collegio per studenti “meritevoli non abbienti”. Dal 1561 il Collegio Borromeo non ha mai interrotto né variato la sua finalità. Migliaia di studenti e studentesse, di ogni diversa provenienza, nei secoli hanno formato tra queste mura la loro cultura universitaria. Grande è la loro riconoscenza e gratitudine, ma nessuno mai potrà ripagare ciò che ha ricevuto. Ed è questo a rendere felice Carlo Borromeo che certamente guarda compiaciuto i suoi alunni a cui continua a offrire pranzo e cena e molto molto di più.

https://www.collegioborromeo.it/it/

San Carlo Borromeo Mc 12,28-34   Gesù disse al capo dei farisei che l’aveva invitato:
«Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici né i tuoi fratelli né i tuoi parenti né i ricchi vicini, perché a loro volta non ti invitino anch’essi e tu abbia il contraccambio.
Al contrario, quando offri un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti».

Così com’è

Il problema non è amare. Il problema è amare il prossimo, che vuol dire il vicino. È un problema perché il più delle volte vorremmo che fosse tutt’altro che vicino. Tendiamo infatti ad essere selettivi. Sin da bambini ci sediamo vicino agli amichetti e il più lontano possibile dagli antipatici. È naturale. La sfida della Bibbia è grande: il comandamento biblico spingeva gli ebrei ad amare il prossimo, chiunque fosse. Gesù lo ritiene il comando più importante, il senso dell’amore secondo Dio. Amare il prossimo, chiunque sia, senza allontanarlo, senza respingerlo al mittente. Amare anche quel prossimo così prossimo che sei tu stesso, accettandoti così come sei, nel momento che vivi, nella stagione di vita in cui ti trovi.

Mc 12,28-34  si avvicinò a Gesù uno degli scribi e gli domandò: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?».
Gesù rispose: «Il primo è: “Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore; amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza”. Il secondo è questo: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Non c’è altro comandamento più grande di questi».
Lo scriba gli disse: «Hai detto bene, Maestro, e secondo verità, che Egli è unico e non vi è altri all’infuori di lui; amarlo con tutto il cuore, con tutta l’intelligenza e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici».
Vedendo che egli aveva risposto saggiamente, Gesù gli disse: «Non sei lontano dal regno di Dio». E nessuno aveva più il coraggio di interrogarlo.

Poi si passa

Che io non perda nulla di quanto mi hai dato. Che io non perda tempo, non perda occasioni e possibilità d’amare. Che io non perda quelli che mi hai dato, le persone con cui vivo. Perché poi no, non li perdiamo per sempre, ma è pur vero che li perdiamo per un po’. Passano di là e dobbiamo aspettare a lungo per rivederli. E l’attesa non deve essere piena di rimpianto e rimorsi per avere perso l’attimo in cui il nostro prossimo era lì presente, da amare. “Sei sempre vestita bene, come mai ci tieni tanto?”, chiesi ad una ragazza di Timor. “Gesù non ti invia la notifica sul telefono per avvisarti che oggi sarà il tuo ultimo giorno. Dunque finché sono io a vestirmi voglio essere in ordine e vivere al meglio ogni mio giorno. La vita è breve e dobbiamo aiutarci tutti come una grande famiglia”.

Commemorazione dei defunti Gv 6,37-40   Gesù disse alla folla:
«Tutto ciò che il Padre mi dà, verrà a me: colui che viene a me, io non lo caccerò fuori, perché sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato.
E questa è la volontà di colui che mi ha mandato: che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma che lo risusciti nell’ultimo giorno.
Questa infatti è la volontà del Padre mio: che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno».

Beati sempre

Beatitudine e povertà non hanno nulla in comune. Pianto, ingiustizia, persecuzione e insulti non causano mai la gioia di nessuno. Altrimenti Gesù non avrebbe passato il suo tempo in terra a sfamare e guarire persone né ad insegnare la via del perdono e della pace. E allora beati perché? Chi è beato oggi? Chi attraversa tutte queste dolorose situazioni e resta se stesso. Chi vive tali momenti e non perde la fede. Chi da tali disumane esperienze ne esce più buono. Chi dopo una vita in cui ne ha viste di ogni, ha ancora la forza di farsi scrivere sulla tomba “ho creduto all’amore”. Essere santi e beati è questo. È prendere la vita come un grande gioco, una grande avventura, fatta di sfide, cadute e risultati e sorridere, sempre, anche nelle difficoltà. Soprattutto nelle difficoltà. Perché è ridere sotto la pioggia che rivela la fede nel sole.

Tutti i Santi    Mt 5,1-12 vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:
«Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati quelli che sono nel pianto,
perché saranno consolati.
Beati i miti,
perché avranno in eredità la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi,
perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore,
perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per la giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».

Solitudini

Misteriosissimo passaggio del vangelo. Questa risposta di Gesù ai farisei che volevano salvarlo è difficile da capire. Trasmette un grande senso di solitudine e abbandono. Quanto è stato solo Gesù! Ci sono solitudini colmabili facendo meno i difficili, prendendo gli altri così come sono, accontentandosi di quelli che la vita ci manda. Altre solitudini sono più profonde. Le si prova quando, come Gesù in questa pagina, ci si sente soli a scacciare il male e guarire le sofferenze. Quando persino i destinatari delle nostre cure paiono rifiutarle. Non avete voluto che vi raccogliessi sotto le mie ali, dice Gesù. È la solitudine di Dio che ci ama ma non ci vede molto interessati e disposti a ricambiare. È il momento di provare se il nostro è un amore incondizionato, che persevera e continua senza nulla in cambio, come un sole che brilla dietro le nubi mentre tutti dicono “Oggi il sole non c’è”. Poi verrà il tempo di essere benedetti per il bene fatto. Verrà il giorno in cui sentiremo un grazie. Se non in questa terra, lo sentiremo in cielo e la voce sarà la stessa di Gesù: venite benedetti, perché avevo fame e mi avete dato da mangiare…

https://buonodentrobuonofuori.com/

Lc 13,31-35   si avvicinarono a Gesù alcuni farisei a dirgli: «Parti e vattene via di qui, perché Erode ti vuole uccidere».
Egli rispose loro: «Andate a dire a quella volpe: “Ecco, io scaccio demòni e compio guarigioni oggi e domani; e il terzo giorno la mia opera è compiuta. Però è necessario che oggi, domani e il giorno seguente io prosegua nel cammino, perché non è possibile che un profeta muoia fuori di Gerusalemme”.
Gerusalemme, Gerusalemme, tu che uccidi i profeti e lapidi quelli che sono stati mandati a te: quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come una chioccia i suoi pulcini sotto le ali, e voi non avete voluto! Ecco, la vostra casa è abbandonata a voi! Vi dico infatti che non mi vedrete, finché verrà il tempo in cui direte: “Benedetto colui che viene nel nome del Signore!”».