Umanità

Siete pronti a ricevere il battesimo in cui io sono battezzato? Cioè: siete pronti ad essere immersi in ciò in cui io sono costantemente immerso? Si tratta di una immersione nell’umanità. Umanità difficile, fatta di chi comanda e chi è comandato. Potenti e schiavi, governanti e popoli. Una umanità di servi e di servìti. Siete pronti a bere il calice del sangue di questa umanità? Siete pronti a versare il vostro? Cosa volete che io faccia per voi? Concedici di sedere accanto a te Gesù, sapendo che staremo seduti ben poco. Tu infatti stavi sempre in piedi a camminare, o in ginocchio a lavare i piedi a noi. Starti vicino significa servire come te.

Mc 10,35-45     si avvicinarono a Gesù Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedèo, dicendogli: «Maestro, vogliamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo». Egli disse loro: «Che cosa volete che io faccia per voi?». Gli risposero: «Concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra».
Gesù disse loro: «Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io bevo, o essere battezzati nel battesimo in cui io sono battezzato?». Gli risposero: «Lo possiamo». E Gesù disse loro: «Il calice che io bevo, anche voi lo berrete, e nel battesimo in cui io sono battezzato anche voi sarete battezzati. Ma sedere alla mia destra o alla mia sinistra non sta a me concederlo; è per coloro per i quali è stato preparato».
Gli altri dieci, avendo sentito, cominciarono a indignarsi con Giacomo e Giovanni. Allora Gesù li chiamò a sé e disse loro: «Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono. Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti. Anche il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti».

Come offenderti?

Cosa vorrà mai dire bestemmiare lo Spirito Santo? Certo, bestemmiare significa ingiuriare, offendere. Ma basterà una parolaccia a scalfire l’amore di Dio? Come si può spegnere lo Spirito al punto da non poter essere perdonati? Gesù parla anche di rinnegare il Figlio dell’uomo, di non riconoscerlo. Bestemmiare è non riconoscere Gesù, non capire chi è ed estraniarlo dalla propria vita. Lo stesso con lo Spirito. Bestemmiarlo significa affrontare sinagoghe, magistrati,  processi, polemiche e ogni fatica della vita come se lo Spirito non ci fosse. Cercare di cavarsela da soli ignorando la sua potente assistenza. Giungere a cercare una soluzione alle proprie colpe anziché invocare il perdono che viene dallo Spirito. E restare così non perdonati.

Lc 12,8-12  Gesù disse ai suoi discepoli:
«Io vi dico: chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anche il Figlio dell’uomo lo riconoscerà davanti agli angeli di Dio; ma chi mi rinnegherà davanti agli uomini, sarà rinnegato davanti agli angeli di Dio.
Chiunque parlerà contro il Figlio dell’uomo, gli sarà perdonato; ma a chi bestemmierà lo Spirito Santo, non sarà perdonato.
Quando vi porteranno davanti alle sinagoghe, ai magistrati e alle autorità, non preoccupatevi di come o di che cosa discolparvi, o di che cosa dire, perché lo Spirito Santo vi insegnerà in quel momento ciò che bisogna dire».

Vieni da me

Lasciamo ai tecnici la fatica di capire se questa lettera sia stata scritta di pugno da Paolo o piuttosto redatta in seguito, raccogliendo varie memorie. Noi la accogliamo così com’è e ci lasciamo sorprendere dalle emozioni che ci trasmette in questa festa di Luca evangelista. Solo Luca è con me, scrive Paolo pieno di nostalgia, nella solitudine ansiosa di chi è sotto processo. Chiede a Timoteo di portargli il mantello dimenticato a Troade, e i libri. Chiede soprattutto di portare Marco, quel Marco che anni prima aveva abbandonato Paolo a metà viaggio suscitando non poco disappunto. Mi sarà utile nel ministero, dice Paolo. Tutto tende a riconciliarsi per chi segue Gesù, il donatore di pace. Marco, Luca, Paolo, che bello vedere insieme coloro ai quali dobbiamo centinaia di pagine di Nuovo Testamento. Non sono testi astratti, non sono pagine accademiche. Sono fogli, sono appunti, annotazioni a margine di vite vere, di incontri e solitudini, di viaggi e mantelli dimenticati in casa di amici.

San Luca Evangelista 2Tm4,10-17 Figlio mio, Dema mi ha abbandonato, avendo preferito le cose di questo mondo, ed è partito per Tessalònica; Crescente è andato in Galazia, Tito in Dalmazia. Solo Luca è con me.
Prendi con te Marco e portalo, perché mi sarà utile per il ministero. Ho inviato Tìchico a Èfeso. Venendo, portami il mantello che ho lasciato a Tròade in casa di Carpo, e i libri, soprattutto le pergamene.
Alessandro, il fabbro, mi ha procurato molti danni: il Signore gli renderà secondo le sue opere. Anche tu guàrdati da lui, perché si è accanito contro la nostra predicazione.
Nella mia prima difesa in tribunale nessuno mi ha assistito; tutti mi hanno abbandonato. Nei loro confronti, non se ne tenga conto. Il Signore però mi è stato vicino e mi ha dato forza, perché io potessi portare a compimento l’annuncio del Vangelo e tutte le genti lo ascoltassero.

Guai in vista

Ma cosa significa Guai a voi? Forse Gesù sta minacciando o augurando il male a queste persone? Leggendo tutti i vangeli ci risulta difficile crederlo. Gesù infatti si intratteneva spesso e a lungo con scribi, sacerdoti e dottori della Legge divina. Per loro ci spese molto tempo e parecchie energie. Certamente pregò a lungo per loro, che avevano grandi responsabilità nel guidare il popolo santo di Israele. Possiamo quindi dedurre che il suo sia un monito, un avvertimento, un serissimo invito a stare in guardia e cambiare per non mettersi nei guai. L’esatto contrario di ciò che da quel giorno fecero loro, impegnati a fare domande a trabocchetto a Gesù per inguaiarlo con le sue stesse parole. È vero, è umiliante essere messi sul chi va là, essere invitati a ripigliarsi. Ma è certo peggio finire nei guai perché nessuno ci ha allertato. In quest’epoca di “fai quello che ti pare” trovare un amico che ci avverte dei pericoli e degli errori è cosa rara e preziosa.

Lc 11,47-54    il Signore disse: «Guai a voi, che costruite i sepolcri dei profeti, e i vostri padri li hanno uccisi. Così voi testimoniate e approvate le opere dei vostri padri: essi li uccisero e voi costruite.
Per questo la sapienza di Dio ha detto: “Manderò loro profeti e apostoli ed essi li uccideranno e perseguiteranno”, perché a questa generazione sia chiesto conto del sangue di tutti i profeti, versato fin dall’inizio del mondo: dal sangue di Abele fino al sangue di Zaccarìa, che fu ucciso tra l’altare e il santuario. Sì, io vi dico, ne sarà chiesto conto a questa generazione.
Guai a voi, dottori della Legge, che avete portato via la chiave della conoscenza; voi non siete entrati, e a quelli che volevano entrare voi l’avete impedito».
Quando fu uscito di là, gli scribi e i farisei cominciarono a trattarlo in modo ostile e a farlo parlare su molti argomenti, tendendogli insidie, per sorprenderlo in qualche parola uscita dalla sua stessa bocca.

L’unica regola

Sentirsi in regola appaga. Ci si sente al proprio posto di fronte al mondo e di fronte al Creatore. Essere in regola è pesante ma fa sentire più forti e più giusti di chi in regola non è. È quel senso di  sicurezza che ci trasmettono le carte bollate. La rigidità mentale religiosa è dura da portare ma più pesante è la libertà di coscienza. Essa richiede un costante discernimento, un continuo vaglio dei pensieri. La regola religiosa invece esonera da questa fatica. Le percentuali delle offerte sono già calcolate, gli orari delle preghiere sono fissati, la lunghezza dell’abito è già stabilita, i cibi leciti sono elencati. Non c’è possibilità di cambiamento, dunque non c’è responsabilità d’errore. Dagli ebrei ortodossi ai talebani, dai tradizionalisti antibergogliani ai testimoni di Geova, l’elenco delle rigidità religiose è ahimè lungo. Così è prescritto, così dio vuole. La fede invece è altra cosa, il vangelo è altra musica. Giustizia e amore, ecco ciò che conta secondo Gesù. Giustizia è amore. L’amore secondo Dio. L’amore che è Dio.

Lc 11,42-46   il Signore disse: «Guai a voi, farisei, che pagate la decima sulla menta, sulla ruta e su tutte le erbe, e lasciate da parte la giustizia e l’amore di Dio. Queste invece erano le cose da fare, senza trascurare quelle. Guai a voi, farisei, che amate i primi posti nelle sinagoghe e i saluti sulle piazze. Guai a voi, perché siete come quei sepolcri che non si vedono e la gente vi passa sopra senza saperlo».
Intervenne uno dei dottori della Legge e gli disse: «Maestro, dicendo questo, tu offendi anche noi». Egli rispose: «Guai anche a voi, dottori della Legge, che caricate gli uomini di pesi insopportabili, e quei pesi voi non li toccate nemmeno con un dito!».

Il piatto

Lo sappiamo già e lo diciamo sempre: non contano le parole ma le azioni. Ne siamo tutti convinti. Così come crediamo che non servano a nulla le cerimonie formali senza una sostanza reale. Verissimo, ma rischioso. Eliminare la formalità non porta automaticamente alla autenticità: separare l’abito dal monaco, può far perdere entrambi. Abolite le forme, abbiamo creato una società di pari che si danno tutti del tu, per poi girare con lo spray al peperoncino nel timore d’essere uccisi da un ragazzino per un paio di auricolari. Gesù non invita alla sciatteria, non disprezza piatti e bicchieri puliti e raffinati, ma ci dice che li possiamo usare solo se abbiamo riempito anche il piatto altrui. Date in elemosina quello che c’è dentro il vostro piatto e per voi tutto sarà puro.

Mai dimenticherò l’accoglienza formale ma coerente ricevuta presso la comunità di Ilimanu, nell’agosto 2023 a Timor Est. Il caffè servito in tazzine di ceramica in stile occidentale era segno di attenzione amorevole agli usi dell’ospite.

Lc 11,37-41   mentre Gesù stava parlando, un fariseo lo invitò a pranzo. Egli andò e si mise a tavola. Il fariseo vide e si meravigliò che non avesse fatto le abluzioni prima del pranzo.
Allora il Signore gli disse: «Voi farisei pulite l’esterno del bicchiere e del piatto, ma il vostro interno è pieno di avidità e di cattiveria. Stolti! Colui che ha fatto l’esterno non ha forse fatto anche l’interno? Date piuttosto in elemosina quello che c’è dentro, ed ecco, per voi tutto sarà puro».

Il segno

Cerchiamo qualcuno che lasci un segno, qualcuno di incisivo. Eppure poi temiamo gli incontri forti, abbiamo paura di guardare la realtà e di affrontare le situazioni che ci lasciano segnati. Questa generazione cerca un segno, ma non le sarà dato alcun segno perché poi, quando lo riceve, lo rifiuta. I segni più forti la vita ce li ha lasciati a graffi e morsi, sono ferite che ad ogni cambio di stagione ancora bruciano. Quando le guardiamo, riconosciamo che quei dolori sono stati le più forti lezioni. I segni che in-segnano non sono tatuaggi ma cicatrici. Sono segni di Giona, che sperimentò gli abissi e la salvezza. Il segno di Giona è Gesù di Nazareth, il segnato dalla croce, il segnato dalla resurrezione.

Lc 11,29-32    mentre le folle si accalcavano, Gesù cominciò a dire:
«Questa generazione è una generazione malvagia; essa cerca un segno, ma non le sarà dato alcun segno, se non il segno di Giona. Poiché, come Giona fu un segno per quelli di Nìnive, così anche il Figlio dell’uomo lo sarà per questa generazione.
Nel giorno del giudizio, la regina del Sud si alzerà contro gli uomini di questa generazione e li condannerà, perché ella venne dagli estremi confini della terra per ascoltare la sapienza di Salomone. Ed ecco, qui vi è uno più grande di Salomone.
Nel giorno del giudizio, gli abitanti di Nìnive si alzeranno contro questa generazione e la condanneranno, perché essi alla predicazione di Giona si convertirono. Ed ecco, qui vi è uno più grande di Giona».

A testa alta

Nessuno è buono se non Dio solo, gli altri ci provano. A vedere come va il mondo, è già tanto se riescono a non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, non frodare, onorare padre e tua madre… Spesso però non riescono nemmeno in questo ed è tutto un ammazzarsi a fucilate o male parole, tutto un ignorarsi e disprezzarsi. Forse è così perché ci crediamo ricchi. Magari le tasche non le abbiamo piene di soldi, ma di presunzione sì. Sappiamo tutto, non abbiamo bisogno di capire e fare domande. Siamo ricchi, autosufficienti e sicuri d’aver ragione. Per questo non siamo sereni, perché i ricchi non entrano nel regno di Dio. Restano incollati quaggiù, ai regni umani, dove si può solo cercare d’essere un po’ buoni ma con scarso successo. Vendere, regalare, dare. Ecco cosa dovremmo fare: usare ciò che abbiamo per far star bene gli altri. E se non abbiamo altro che orgoglio e presunzione, diamoli agli umiliati dalla miseria. Saremmo già a buon punto se una volta, almeno un giorno, per causa nostra un povero se ne andasse in giro a testa alta come noi. Perché tutto è possibile a Dio!

Mc 10,17-27     mentre Gesù andava per la strada, un tale gli corse incontro e, gettandosi in ginocchio davanti a lui, gli domandò: «Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?». Gesù gli disse: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo. Tu conosci i comandamenti: “Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, non frodare, onora tuo padre e tua madre”».
Egli allora gli disse: «Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza». Allora Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amò e gli disse: «Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!». Ma a queste parole egli si fece scuro in volto e se ne andò rattristato; possedeva infatti molti beni.
Gesù, volgendo lo sguardo attorno, disse ai suoi discepoli: «Quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio!». I discepoli erano sconcertati dalle sue parole; ma Gesù riprese e disse loro: «Figli, quanto è difficile entrare nel regno di Dio! È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio». Essi, ancora più stupiti, dicevano tra loro: «E chi può essere salvato?». Ma Gesù, guardandoli in faccia, disse: «Impossibile agli uomini, ma non a Dio! Perché tutto è possibile a Dio».

A distanza

Beato il grembo che ti ha portato e il seno che ti ha allattato! esclama una donna mentre Gesù parla. Come dire: vorrei essere io tua madre! E la risposta consolante di Gesù arriva subito. Non è stata beata solo mia madre. Chiunque lo può essere, perché chiunque può entrare in relazione profonda con me. Ascoltare Dio che parla in noi ci rende più legati a Gesù di quanto possa esserlo una madre col figlio. I legami più profondi e reali, secondo Gesù, non sono quelli fisici ma quelli vissuti nella dimensione spirituale. Parlare a voce, occhi negli occhi, con chi amiamo può portare a momenti molto intimi e unici. Ma comunicare nella preghiera con un’altra persona può farci raggiungere una unione ancora più forte e reale. Per questo è fondamentale pregare gli uni per gli altri, fino a dirsi in preghiera ciò che a voce non si riesce a dire per i più vari motivi. Beato chi ascolta la parola di Dio che risuona nel cuore.

Lc 11,27-28  mentre Gesù parlava, una donna dalla folla alzò la voce e gli disse: «Beato il grembo che ti ha portato e il seno che ti ha allattato!».
Ma egli disse: «Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano!».

Come fili invisibili

Divide et impera, dicevano i romani, dividili e li comanderai. Ogni regno diviso in sé stesso va in rovina e chi è più forte lo vince, osserva oggi Gesù. E lo possiamo constatare anche noi, sia su scala internazionale sia nel regno del nostro cuore. Raccolti, dobbiamo stare raccolti attorno a Gesù, non dispersi qua e là. Chi non raccoglie con me la propria vita, disperde la propria vita. Non dobbiamo perdere la presa, restiamo aggrappàti alla presenza divina in noi. Non lasciamo che nulla possa dividerci da Lui. Costelliamo la giornata di brevi dialoghi con Dio-in-noi che come fili invisibili ci legheranno al cielo. Rivolgiamo al Padre buono o al Figlio Gesù o allo Spirito Santo le nostre necessità, confidiamo le nostre paure, ringraziamo per ogni nostra gioia.

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Lc 11,15-26     dopo che Gesù ebbe scacciato un demonio, alcuni dissero: «È per mezzo di Beelzebùl, capo dei demòni, che egli scaccia i demòni». Altri poi, per metterlo alla prova, gli domandavano un segno dal cielo.
Egli, conoscendo le loro intenzioni, disse: «Ogni regno diviso in se stesso va in rovina e una casa cade sull’altra. Ora, se anche Satana è diviso in se stesso, come potrà stare in piedi il suo regno? Voi dite che io scaccio i demòni per mezzo di Beelzebùl. Ma se io scaccio i demòni per mezzo di Beelzebùl, i vostri figli per mezzo di chi li scacciano? Per questo saranno loro i vostri giudici. Se invece io scaccio i demòni con il dito di Dio, allora è giunto a voi il regno di Dio.
Quando un uomo forte, bene armato, fa la guardia al suo palazzo, ciò che possiede è al sicuro. Ma se arriva uno più forte di lui e lo vince, gli strappa via le armi nelle quali confidava e ne spartisce il bottino.
Chi non è con me, è contro di me, e chi non raccoglie con me, disperde.
Quando lo spirito impuro esce dall’uomo, si aggira per luoghi deserti cercando sollievo e, non trovandone, dice: “Ritornerò nella mia casa, da cui sono uscito”. Venuto, la trova spazzata e adorna. Allora va, prende altri sette spiriti peggiori di lui, vi entrano e vi prendono dimora. E l’ultima condizione di quell’uomo diventa peggiore della prima».