Settecentomila

Beati voi poveri, che avete fame e piangete. Ieri nella spianata di Tasi Tolu erano in 700mila per partecipare alla messa, la metà della popolazione di Timor Est. Il giorno prima, in cattedrale, Papa Francesco aveva parlato ai sacerdoti dello stato col più alto tasso di cattolici al mondo (99.6%). Parole pensate, parole pesate. Parole pesanti ma assolutamente necessarie, stando a quanto mi dicevano molti giovani timoresi che le hanno immediatamente “ripostate” sui loro social. (vedi foto)

“Ho appreso che il popolo si rivolge a voi con tanto affetto chiamandovi “Amu”, che qui è il titolo più importante, significa “signore”. Però, questo non deve farvi sentire superiori al popolo: voi venite dal popolo, siete nati da madri del popolo, siete cresciuti con il popolo. Non siete superiori. Per favore, non pensate al vostro ministero come a un prestigio sociale. No, il ministero è un servizio. Col profumo si ungono i piedi di Cristo, che sono i piedi dei nostri fratelli nella fede, a partire dai più poveri. I più privilegiati sono i più poveri, e con questo profumo dobbiamo prenderci cura di loro”. (Papa Francesco)  Parole difficili da accettare, non solo a Timor Est e non solo dai preti. Non a caso Francesco ha concluso così:  “Vi benedico di cuore. E vi chiedo per favore di non dimenticarvi di pregare per me. Ma pregate a favore, non contro! Grazie”.    Beati voi, poveri.
Beati voi, che ora avete fame,
voi, che ora piangete.
Beati voi, quando gli uomini vi odieranno a causa del Figlio dell’uomo.

testo integrale https://www.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2024/september/documents/20240910-timor-leste-religiosi.html

https://www.vaticannews.va/it/papa/news/2024-09/papa-francesco-incontro-bambini-disabili-dili-casa-irmas-alma.html

Lc 6,20-26  Gesù, alzàti gli occhi verso i suoi discepoli, diceva:
«Beati voi, poveri,
perché vostro è il regno di Dio.
Beati voi, che ora avete fame,
perché sarete saziati.
Beati voi, che ora piangete,
perché riderete.
Beati voi, quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e vi insulteranno e disprezzeranno il vostro nome come infame, a causa del Figlio dell’uomo. Rallegratevi in quel giorno ed esultate perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nel cielo. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i profeti.
Ma guai a voi, ricchi,
perché avete già ricevuto la vostra consolazione.
Guai a voi, che ora siete sazi,
perché avrete fame.
Guai a voi, che ora ridete,
perché sarete nel dolore e piangerete.
Guai, quando tutti gli uomini diranno bene di voi. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i falsi profeti».

Francesco a Timor Est

Tutta la folla cercava di toccarlo, perché da lui usciva una forza che guariva tutti. Ecco il Papa a Timor Est. Oggi avrà una lunga e intensa giornata a Dili. La gente lo attende da mesi, a dir la verità da prima del Covid che bloccò il viaggio programmato. “È anziano e non cammina, ma viene fin qui per noi”, mi scrivevano qualche giorno fa. È questa la forza che guarisce tutti, la forza dell’amore che non ti fa sentire dimenticato su un’isola ai confini del mondo. L’anziano successore di Pietro che va in uno dei più giovani stati del mondo. Giovane di fondazione (2002), giovane d’età (metà della popolazione è minorenne). Nel 1989 Giovanni Paolo II giunse a Timor, allora occupata dalla terribile dittatura indonesiana. “Quando lo vedemmo capimmo che la Chiesa non ci aveva dimenticato e che avrebbe lavorato per la nostra indipendenza”, mi diceva anni fa una suora, ai tempi adolescente. Oggi è il turno di Francesco, tra la folla di uno Stato che fatica a vedere un futuro. Che sia d’esempio a tutti, questo anziano apostolo dall’entusiasmo di un bambino. “Ti ho cercato ma non ti ho visto accanto al Papa”, mi ha scritto ingenuamente una ragazzina. Certo, sarebbe stato bello esserci. Ma un piccolo contributo per prepararsi all’incontro di oggi forse l’abbiamo dato.

Qualche mese fa abbiamo fatto avere a Papa Francesco il libro di meditazioni con fotografie di Timor scritto anni fa. Non abbiamo chiesto d’essere ricevuti, ma che lui potesse gustare con calma testi e immagini, per prepararsi all’incontro con quella gente.

https://buonodentrobuonofuori.com/il-libro/

https://www.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2024/september/documents/20240909-timor-leste-autorita.html

Lc 6,12-19    Gesù se ne andò sul monte a pregare e passò tutta la notte pregando Dio. Quando fu giorno, chiamò a sé i suoi discepoli e ne scelse dodici, ai quali diede anche il nome di apostoli: Simone, al quale diede anche il nome di Pietro; Andrea, suo fratello; Giacomo, Giovanni, Filippo, Bartolomeo, Matteo, Tommaso; Giacomo, figlio di Alfeo; Simone, detto Zelota; Giuda, figlio di Giacomo; e Giuda Iscariota, che divenne il traditore.
Disceso con loro, si fermò in un luogo pianeggiante. C’era gran folla di suoi discepoli e gran moltitudine di gente da tutta la Giudea, da Gerusalemme e dal litorale di Tiro e di Sidòne, che erano venuti per ascoltarlo ed essere guariti dalle loro malattie; anche quelli che erano tormentati da spiriti impuri venivano guariti. Tutta la folla cercava di toccarlo, perché da lui usciva una forza che guariva tutti.

La mano

Gli scribi, come dice la parola, erano quelli che sapevano scrivere. Gesù stava insegnando nella sinagoga e in sinagoga si impara a leggere la Scrittura e a riscriverla con una vita coerente. Avere la mano destra paralizzata mentre si ascolta il Maestro in sinagoga rende la lezione inutile. La destra infatti non è solo la mano con cui si scrive sulla carta. Nella Bibbia la destra è simbolo della capacità d’azione e decisione. Ascoltare Gesù e avere la destra paralizzata significa ascoltarlo ma non riuscire a vivere come lui, ad agire come un altro Cristo. Lui stesso guarisce la paralisi e rende possibile decidersi per lui. Disse all’uomo: «Tendi la tua mano!». Egli lo fece e la sua mano fu guarita. Ed è bello notare che la mano guarisce tendendosi. Tutto inizia tendendo la mano. Una mano malata, paralizzata, imperfetta, ma tesa verso l’altro è una mano sanata. Tendere all’amore ci fa guarire sempre più.

Da oggi fino all’ 11 Papa Francesco è in visita a TIMOR EST

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Lc 6,6-11   Un sabato Gesù entrò nella sinagoga e si mise a insegnare. C’era là un uomo che aveva la mano destra paralizzata. Gli scribi e i farisei lo osservavano per vedere se lo guariva in giorno di sabato, per trovare di che accusarlo.
Ma Gesù conosceva i loro pensieri e disse all’uomo che aveva la mano paralizzata: «Àlzati e mettiti qui in mezzo!». Si alzò e si mise in mezzo.
Poi Gesù disse loro: «Domando a voi: in giorno di sabato, è lecito fare del bene o fare del male, salvare una vita o sopprimerla?». E guardandoli tutti intorno, disse all’uomo: «Tendi la tua mano!». Egli lo fece e la sua mano fu guarita.
Ma essi, fuori di sé dalla collera, si misero a discutere tra loro su quello che avrebbero potuto fare a Gesù.

Parlami

Apriti! Non restare chiuso in te stesso, raggomitolato sui tuoi tristi pensieri. Parlami, ascoltami. Siamo in una società sordomuta, dove è difficile essere ascoltati ed è difficile trovare chi parli e non si tenga tutto dentro. Strano, perché tutto è “social”. Ma c’è da chiedersi se ciò che viene messo in mostra sia la verità o l’apparenza. Effatà! Apriti! Parla, comunica, dillo. Certo, pesa le parole e decidi a chi parlare, ma sappi: le parole non dette, restano non dette. A furia di tacere, dimenticherai come parlare. Se non parli, dimentichi le parole. Meno parole conosci, meno puoi pensare. E se non pensi, lo faranno gli altri al posto tuo…

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Mc 7,31-37   Gesù, uscito dalla regione di Tiro, passando per Sidòne, venne verso il mare di Galilea in pieno territorio della Decàpoli.
Gli portarono un sordomuto e lo pregarono di imporgli la mano. Lo prese in disparte, lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e gli disse: «Effatà», cioè: «Apriti!». E subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente.
E comandò loro di non dirlo a nessuno. Ma più egli lo proibiva, più essi lo proclamavano e, pieni di stupore, dicevano: «Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti!».

Religione

Continua il discorso di ieri. Continua la tensione tra religiosità e fede. Nessuno può pensare di trasportare vino senza otri, di vivere la propria fede in Dio senza una religione. L’uomo è fatto di gesti simbolici, è il suo modo d’esprimere ciò che a parole non riesce a dire. Eppure gli otri non sono più importanti del vino, né la religiosità viene prima della fede. La religione contiene, dà un argine e un riparo alla fede. La fede infatti non è costante, la si può perdere in poco e per rinforzarla viene in aiuto la religione, con la sua tradizione di saggezza filtrata nei millenni. Ma senza un rapporto personale, diretto e quotidiano con Dio, con Gesù, non resta che la religione. E un otre vuoto è solo un ricordo impolverato.

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Lc 6,1-5 Un sabato Gesù passava fra campi di grano e i suoi discepoli coglievano e mangiavano le spighe, sfregandole con le mani.
Alcuni farisei dissero: «Perché fate in giorno di sabato quello che non è lecito?».
Gesù rispose loro: «Non avete letto quello che fece Davide, quando lui e i suoi compagni ebbero fame? Come entrò nella casa di Dio, prese i pani dell’offerta, ne mangiò e ne diede ai suoi compagni, sebbene non sia lecito mangiarli se non ai soli sacerdoti?».
E diceva loro: «Il Figlio dell’uomo è signore del sabato».

Perché i tuoi no?

Tutte le religioni hanno in comune il desiderio di Dio. Tutte tendono a Lui e lo cercano in modi vari eppure simili: preghiere, riti, digiuni, elemosine. Per questo erano stupiti che Gesù non imponesse digiuni e ritualità ai suoi discepoli che invece mangiavano e bevevano senza particolari limiti. C’era bisogno di qualcosa di nuovo, di inaudito, che desse il via ad una maniera diversa di camminare con Dio. Nessun cibo vietato, nessuna imposizione di abiti, di taglio di barba o capelli o copricapo. Iniziava per l’umanità l’era dello Spirito. Ovunque si sarebbe potuto adorare Dio, senza obbligo di tempio. In chiunque lo si sarebbe potuto amare, senza limiti di etnìa. Gesù non stava fondando una religione, una delle tante. Stava fondando una Assemblea, ekklesia, da cui “Chiesa”. Le religioni hanno tanto in comune, ma sono spesso state usate per creare confini di ogni tipo, culturali, linguistici, geografici. Non c’è religione che, abbracciando il vangelo di Gesù, ci perda qualcosa. Non c’è religione che possa dare all’anima qualcosa che Gesù non abbia già dato.

Lc 5,33-39   farisei e i loro scribi dissero a Gesù: «I discepoli di Giovanni digiunano spesso e fanno preghiere; così pure i discepoli dei farisei; i tuoi invece mangiano e bevono!».
Gesù rispose loro: «Potete forse far digiunare gli invitati a nozze quando lo sposo è con loro? Ma verranno giorni quando lo sposo sarà loro tolto: allora in quei giorni digiuneranno».
Diceva loro anche una parabola: «Nessuno strappa un pezzo da un vestito nuovo per metterlo su un vestito vecchio; altrimenti il nuovo lo strappa e al vecchio non si adatta il pezzo preso dal nuovo. E nessuno versa vino nuovo in otri vecchi; altrimenti il vino nuovo spaccherà gli otri, si spanderà e gli otri andranno perduti. Il vino nuovo bisogna versarlo in otri nuovi. Nessuno poi che beve il vino vecchio desidera il nuovo, perché dice: “Il vecchio è gradevole!”».

Le reti

Una scena movimentata. Le reti stracolme che rischiano di spezzarsi, gli uomini che si sbracciano per chiamare rinforzi, i pesci che saltano sul fondo della barca ormai d’argento. E lì, in quel trambusto e stupore che aveva invaso tutti, un uomo riesce a rendersi conto di ciò che sta accadendo. Simon Pietro si getta alle ginocchia di Gesù, tra i pesci e le reti e la confusione. Sulla tua parola getterò le reti, aveva detto a Gesù che lo invitava di nuovo a pescare. Simon Pietro sapeva chi gli aveva chiesto di prendere di nuovo il largo. In un attimo di lucidità riesce a collegare i punti: Gesù, la parola, le reti piene. Tutti sono stupiti. Lui pure, ma di uno stupore diverso. Non è lo stupore di chi non si spiega il prodigio. È lo stupore di chi non si spiega la grazia ricevuta: Signore, allontànati da me che sono un peccatore! Gesù non si allontana, gli si fa vicino. Lo abbraccia e sorridendo gli sussurra: Non temere, d’ora in poi sarai pescatore di uomini.
E, tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono.

Lc 5,1-11   mentre la folla gli faceva ressa attorno per ascoltare la parola di Dio, Gesù, stando presso il lago di Gennèsaret, vide due barche accostate alla sponda. I pescatori erano scesi e lavavano le reti. Salì in una barca, che era di Simone, e lo pregò di scostarsi un poco da terra. Sedette e insegnava alle folle dalla barca.
Quando ebbe finito di parlare, disse a Simone: «Prendi il largo e gettate le vostre reti per la pesca». Simone rispose: «Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti». Fecero così e presero una quantità enorme di pesci e le loro reti quasi si rompevano. Allora fecero cenno ai compagni dell’altra barca, che venissero ad aiutarli. Essi vennero e riempirono tutte e due le barche fino a farle quasi affondare.
Al vedere questo, Simon Pietro si gettò alle ginocchia di Gesù, dicendo: «Signore, allontànati da me, perché sono un peccatore». Lo stupore infatti aveva invaso lui e tutti quelli che erano con lui, per la pesca che avevano fatto; così pure Giacomo e Giovanni, figli di Zebedèo, che erano soci di Simone. Gesù disse a Simone: «Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini».
E, tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono.

Altre città

Non era uno dei tanti predicatori, che si fanno ascoltare minacciando sciagure o predicendo fortune. Gesù predicava al presente. Il suo messaggio era immediatamente efficace. La gente guariva davvero, i demoni se ne andavano, la pace tornava nelle case. La sua era una predic-azione, parlava confermando con le azioni la verità di quanto diceva. La gente lo voleva trattenere perché la sua presenza generava gioia. Dove c’era lui, si stava bene. Siamo abituati a non vedere l’ora che gli altri se ne vadano e ci lascino in pace e quelli che vorremmo ci mancano e non arrivano mai. Con lui era diverso, si voleva stare insieme sempre. Quando se ne andava si scusava: «È necessario che io annunci la buona notizia del regno di Dio anche alle altre città; per questo sono stato mandato». Anche a lui dispiaceva lasciare le persone incontrate. Non è facile ripartire sempre, di nuovo cominciare relazioni, entrare in case e situazioni diverse. Ma per questo era stato mandato.

https://www.vaticannews.va/it/papa/news/2024-09/papa-viaggio-apostolico-asia-oceania-volo-parole.html

Lc 4,38-44    Gesù, uscito dalla sinagòga, entrò nella casa di Simone. La suocera di Simone era in preda a una grande febbre e lo pregarono per lei. Si chinò su di lei, comandò alla febbre e la febbre la lasciò. E subito si alzò in piedi e li serviva.
Al calar del sole, tutti quelli che avevano infermi affetti da varie malattie li condussero a lui. Ed egli, imponendo su ciascuno le mani, li guariva. Da molti uscivano anche demòni, gridando: «Tu sei il Figlio di Dio!». Ma egli li minacciava e non li lasciava parlare, perché sapevano che era lui il Cristo.
Sul far del giorno uscì e si recò in un luogo deserto. Ma le folle lo cercavano, lo raggiunsero e tentarono di trattenerlo perché non se ne andasse via. Egli però disse loro: «È necessario che io annunci la buona notizia del regno di Dio anche alle altre città; per questo sono stato mandato».
E andava predicando nelle sinagòghe della Giudea.

Il suo profumo

Forse sto per dire qualcosa che sembrerà antiquato, al sapore di medioevo. Ma davanti agli ultimi fatti di cronaca, a questi omicidi immotivati, sembra di tornare a questa pagina di vangelo e alle molte altre simili. Gesù era ed è venuto a rovinare l’azione del demonio. La presenza di Gesù e della sua parola rovina, frena e blocca il dilagare del male. La sua assenza però non può che lasciare avanzare l’oscura malvagità della morte e della violenza. Non sto affermando che chi ha commesso gli ultimi folli omicidi sia indemoniato. Non posso saperlo. Ma indemoniata è la nostra società vuota, estraniante, deprimente. Forse abbiamo preso troppo alla leggera l’abbandono della religiosità. Forse abbiamo lasciato troppo alla scelta personale alcune sante abitudini millenarie. Agli angoli delle vie non ci osserva più la Madre di Dio da un’edicoletta, non ci svegliano più le campane al mattino e un lume ai morti non lo si accende più. Credere o meno in Gesù è ormai cosa tanto privata che farne argomento è peggio che violare ogni intimità fisica. Tutto infatti è mostrato in pubblico sfrontatamente, salvo che il proprio credo. Quello è così segreto, da non essere più conscio nemmeno a noi stessi. Noi che seguiamo, pur inciampando, Gesù di Nazareth diffondiamo il profumo del suo Spirito. Lo diffondiamo per il fatto stesso di essere discepoli. Non abbiamo merito, siamo solo strumenti. Fiori profumati in una discarica di società. Non smettiamo di credere e seguire il Maestro. Mai come oggi il mondo ne ha bisogno.

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Lc 4,31-37   Gesù scese a Cafàrnao, città della Galilea, e in giorno di sabato insegnava alla gente. Erano stupiti del suo insegnamento perché la sua parola aveva autorità.
Nella sinagoga c’era un uomo che era posseduto da un demonio impuro; cominciò a gridare forte: «Basta! Che vuoi da noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci? Io so chi tu sei: il santo di Dio!».
Gesù gli ordinò severamente: «Taci! Esci da lui!». E il demonio lo gettò a terra in mezzo alla gente e uscì da lui, senza fargli alcun male.
Tutti furono presi da timore e si dicevano l’un l’altro: «Che parola è mai questa, che comanda con autorità e potenza agli spiriti impuri ed essi se ne vanno?». E la sua fama si diffondeva in ogni luogo della regione circostante.

Solo o accompagnato

Trovò quel passo di Isaia, nel senso che lo cercò e lo trovò. E lo lesse:  il Signore mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio,
a proclamare ai prigionieri la liberazione
e ai ciechi la vista;
a rimettere in libertà gli oppressi,
a proclamare l’anno di grazia del Signore. E poi disse che quelle parole si sarebbero compiute quel giorno stesso e tutti ne furono felici. Perché tutti credevano d’esser loro i destinatari di tanta grazia. Ritenevano infatti d’essere loro i poveri prigionieri oppressi a cui Dio avrebbe dato aiuto. Ma non appena Gesù spiegò che c’erano persone più povere ed oppresse di loro a cui Dio avrebbe dato la precedenza, si riempirono di sdegno e lo cacciarono fuori per gettarlo giù dal monte. Non erano interessati a lui, ma ai miracoli che avrebbero potuto ricevere. Ma egli, passando in mezzo a loro, si mise in cammino. E loro non lo seguirono. Se ne andò solo, come sempre, non capito e non ascoltato ma di certo non si arrese. Quei versetti di Isaia l’avrebbero guidato tutta la vita. Erano il sunto della missione che, solo o accompagnato, avrebbe compiuto. «Lo Spirito del Signore è sopra di me;
per questo mi ha consacrato con l’unzione
e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio,
a proclamare ai prigionieri la liberazione
e ai ciechi la vista;
a rimettere in libertà gli oppressi,
a proclamare l’anno di grazia del Signore».

Il Papa in viaggio verso Timor Est https://www.avvenire.it/amp/papa/pagine/viaggio-del-papa-in-asia-e-oceania

Lc 4,16-30   Gesù venne a Nàzaret, dove era cresciuto, e secondo il suo solito, di sabato, entrò nella sinagoga e si alzò a leggere. Gli fu dato il rotolo del profeta Isaìa; aprì il rotolo e trovò il passo dove era scritto:
«Lo Spirito del Signore è sopra di me;
per questo mi ha consacrato con l’unzione
e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio,
a proclamare ai prigionieri la liberazione
e ai ciechi la vista;
a rimettere in libertà gli oppressi,
a proclamare l’anno di grazia del Signore».
Riavvolse il rotolo, lo riconsegnò all’inserviente e sedette. Nella sinagoga, gli occhi di tutti erano fissi su di lui. Allora cominciò a dire loro: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato».
Tutti gli davano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca e dicevano: «Non è costui il figlio di Giuseppe?». Ma egli rispose loro: «Certamente voi mi citerete questo proverbio: “Medico, cura te stesso. Quanto abbiamo udito che accadde a Cafàrnao, fallo anche qui, nella tua patria!”». Poi aggiunse: «In verità io vi dico: nessun profeta è bene accetto nella sua patria. Anzi, in verità io vi dico: c’erano molte vedove in Israele al tempo di Elìa, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; ma a nessuna di esse fu mandato Elìa, se non a una vedova a Sarèpta di Sidòne. C’erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Elisèo; ma nessuno di loro fu purificato, se non Naamàn, il Siro».
All’udire queste cose, tutti nella sinagoga si riempirono di sdegno. Si alzarono e lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù. Ma egli, passando in mezzo a loro, si mise in cammino.