Ardere

Conviene sapere due cose per comprendere questa parabola. 1.Da noi è la sposa ad essere accompagnata dalle damigelle. A quei tempi era lo sposo che arrivava a casa della sposa accompagnato dalle ragazzine che gli andavano incontro. 2.Lampade andrebbe tradotto con fiaccole. Erano bastoni alla cui sommità era avvolto tessuto. Questa parte veniva immersa in un recipiente d’olio e doveva assorbirlo tutto. Solo una dose completa faceva ardere la fiaccola. Dare un po’ di olio era quindi perfettamente inutile: Le sagge risposero: “No, perché non venga a mancare a noi e a voi”. Il tema della parabola non è dunque la generosità né la condivisione. Qui si tratta di attesa, di sposo e di luce. Ci sono cose infatti che non si possono fare soltanto un po’ né possiamo aspettarci di riceverle un po’ dagli altri. Il regno dei cieli, la dimensione Spirituale della vita, comporta una ricerca, una attesa e spesso un vero e proprio sforzo. Nessuno può pregare al posto tuo. Nessuno può seguire Gesù al posto tuo. Nessuno può cercare Dio nel tuo cuore al posto tuo. La fiaccola sei tu e per illuminarti devi immergerti totalmente nell’olio, nello Spirito. Un pochino è come nulla.

Mt 25,1-13   Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola:
«Il regno dei cieli sarà simile a dieci vergini che presero le loro lampade e uscirono incontro allo sposo. Cinque di esse erano stolte e cinque sagge; le stolte presero le loro lampade, ma non presero con sé l’olio; le sagge invece, insieme alle loro lampade, presero anche l’olio in piccoli vasi. Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e si addormentarono.
A mezzanotte si alzò un grido: “Ecco lo sposo! Andategli incontro!”. Allora tutte quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade. Le stolte dissero alle sagge: “Dateci un po’ del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono”. Le sagge risposero: “No, perché non venga a mancare a noi e a voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene”.
Ora, mentre quelle andavano a comprare l’olio, arrivò lo sposo e le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa. Più tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: “Signore, signore, aprici!”. Ma egli rispose: “In verità io vi dico: non vi conosco”.
Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora».

Dammi

Il complottismo è di gran moda. Tutto viene messo in dubbio e sospettato d’essere stato costruito ad arte da una mente oscura. Così non esisterebbe più una realtà vera, una storia fatta di eventi causati dalle scelte delle persone. Esisterebbe piuttosto una sorta di gran teatro, fatto passare per realtà a noi creduloni. Ma non può essere sempre così. Non tutto può essere progettato, non tutti possono essere manipolati ad arte per realizzare il complotto. Troppe variabili sfuggono, persino al demonio. Lui però usa spesso un’altra tattica, quella del giorno propizio. Ne abbiamo qui un esempio. Erodiade odiava Giovanni, ma non avrebbe mai potuto trovare così tanti segreti alleati da eliminarlo. Però lo desiderava ardentemente e, quando si desidera fortemente, si scorgono subito le opportunità da cogliere. Tutto e tutti possono servire allo scopo, persino la propria figlia che danza. È la tecnica del momento opportuno, quella di chi non può complottare ma sa attendere. Quella di chi ha in cuore tanta cattiveria da intuire immediatamente la via per sfogarla. E mentre Erode guardava le forme della ragazza, la madre di lei vide l’occasione e suggerì alla ragazzina di chiedere la testa del profeta.

Martirio di Giovanni Battista Mc 6,17-29   Erode aveva mandato ad arrestare Giovanni e lo aveva messo in prigione a causa di Erodìade, moglie di suo fratello Filippo, perché l’aveva sposata. Giovanni infatti diceva a Erode: «Non ti è lecito tenere con te la moglie di tuo fratello». Per questo Erodìade lo odiava e voleva farlo uccidere, ma non poteva, perché Erode temeva Giovanni, sapendolo uomo giusto e santo, e vigilava su di lui; nell’ascoltarlo restava molto perplesso, tuttavia lo ascoltava volentieri.
Venne però il giorno propizio, quando Erode, per il suo compleanno, fece un banchetto per i più alti funzionari della sua corte, gli ufficiali dell’esercito e i notabili della Galilea. Entrata la figlia della stessa Erodìade, danzò e piacque a Erode e ai commensali. Allora il re disse alla fanciulla: «Chiedimi quello che vuoi e io te lo darò». E le giurò più volte: «Qualsiasi cosa mi chiederai, te la darò, fosse anche la metà del mio regno». Ella uscì e disse alla madre: «Che cosa devo chiedere?». Quella rispose: «La testa di Giovanni il Battista». E subito, entrata di corsa dal re, fece la richiesta, dicendo: «Voglio che tu mi dia adesso, su un vassoio, la testa di Giovanni il Battista». Il re, fattosi molto triste, a motivo del giuramento e dei commensali non volle opporle un rifiuto.
E subito il re mandò una guardia e ordinò che gli fosse portata la testa di Giovanni. La guardia andò, lo decapitò in prigione e ne portò la testa su un vassoio, la diede alla fanciulla e la fanciulla la diede a sua madre. I discepoli di Giovanni, saputo il fatto, vennero, ne presero il cadavere e lo posero in un sepolcro.

Così

Vorrei essere così, come questa casa povera ma vera. All’esterno brutta ma all’interno pulita e ordinata. Non vogliamo essere come sepolcri, belli fuori e orribili dentro, ma come una casa semplice, di gente autentica. Anzitutto l’interno, dice Gesù. L’interno del piatto, diceva ieri. L’interno di noi stessi, dice oggi. Siamo tutti preoccupati di attrarre, di apparire, di non perdere la faccia. Ma se la faccia è solo una facciata, a che serve? Se dentro non c’è nulla, che accoglienza sarà la nostra? È il cuore che conta, è il cuore che ospita. Dedichiamo tanto tempo a curare il nostro aspetto. Dedichiamone altrettanto a riordinare le stanze più segrete di noi stessi. Ve ne sono alcune in cui entriamo di rado, magari solo costretti da un sogno. Vi sono porte del nostro cuore che abbiamo paura ad aprire. Facciamogli visita, senza temere. Invitiamo lo Spirito a condurci là dentro e, insieme, fare ordine.

Mt 23,27-32     Gesù parlò dicendo: «Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che assomigliate a sepolcri imbiancati: all’esterno appaiono belli, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni marciume. Così anche voi: all’esterno apparite giusti davanti alla gente, ma dentro siete pieni di ipocrisia e di iniquità.
Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che costruite le tombe dei profeti e adornate i sepolcri dei giusti, e dite: “Se fossimo vissuti al tempo dei nostri padri, non saremmo stati loro complici nel versare il sangue dei profeti”. Così testimoniate, contro voi stessi, di essere figli di chi uccise i profeti. Ebbene, voi colmate la misura dei vostri padri».

Quando

Giustizia, misericordia, fedeltà. Secondo Gesù sono queste le tre colonne della vita interiore. Poi certo ci sono le altre prescrizioni religiose: offerte, adempimenti vari, riti da compiere. Ma tutto si regge su giustizia, misericordia, fedeltà. Credo che si possano collegare alle cosiddette virtù teologali, quelle virtù divine che possediamo in quanto Dio abita in noi: fede (fedeltà), speranza (giustizia) e carità (misericordia). Speranza di un mondo giusto. E il mondo sarà giusto solo quando la giustizia umana sarà come quella divina. Quando nessuno dovrà più chiedere in elemosina ciò che gli spetta di diritto in quanto figlio. Quando i depressi dell’Occidente apriranno gli occhi e vedranno gli oppressi del Sud. Quando le religioni scompariranno con la loro arroganza e la loro ipocrisia, lasciando il posto alla pura fede nell’amore di Dio. Quando si smetterà di pagare Dio con offerte sulla menta, con divieti alimentari, con veli sui capelli ed altre assurdità umane e lo si chiamerà Padre e Madre e Fratello e si percepirà nel cuore d’essere tutti una cosa sola. Quando ogni piatto ed ogni bicchiere saranno puri perché  usati per sfamare e dissetare i tanti Cristi che incontriamo ogni giorno.

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Mt 23,23-26   Gesù parlò dicendo:
«Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che pagate la decima sulla menta, sull’anéto e sul cumìno, e trasgredite le prescrizioni più gravi della Legge: la giustizia, la misericordia e la fedeltà. Queste invece erano le cose da fare, senza tralasciare quelle. Guide cieche, che filtrate il moscerino e ingoiate il cammello!
Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che pulite l’esterno del bicchiere e del piatto, ma all’interno sono pieni di avidità e d’intemperanza. Fariseo cieco, pulisci prima l’interno del bicchiere, perché anche l’esterno diventi pulito!».

Anzitutto

Anche il Cielo può rimanere vittima della burocrazia. Il burocrate, si sa, è il primo a non credere all’efficacia delle scartoffie che gestisce e tuttavia non esce dal sistema. Voi chiudete il regno dei cieli davanti alla gente; di fatto non entrate voi, e non lasciate entrare nemmeno quelli che vogliono entrare. Il burocrate ha la rigidità mentale di un fanatico, ma la pigrizia di un imboscato. Lui sa solamente che senza timbro il foglio non vale. A cosa debba valere, non lo sa. Non gli importa. Il vangelo però non può essere ridotto ad un codice di regole, ad un elenco di requisiti, di documenti da presentare. Entrare nel regno dei cieli, entrare nel vangelo, richiede l’opposto di una mentalità burocratica. Occorrono intelligenza, libertà di coscienza, dialogo costante con Dio presente nel cuore. Il vangelo non chiede adempimenti religiosi ma scelte basate sulla fede personale. Il vangelo chiede di capire il senso di ciò che si fa, di distinguere il mezzo dallo scopo. Non si adora il trono ma Colui che vi è seduto. Anzitutto Dio Amore, poi tutto ciò che ci aiuta a rimanergli fedeli.

Mt 23,13-22    Gesù parlò dicendo:
«Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che chiudete il regno dei cieli davanti alla gente; di fatto non entrate voi, e non lasciate entrare nemmeno quelli che vogliono entrare.
Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che percorrete il mare e la terra per fare un solo prosèlito e, quando lo è divenuto, lo rendete degno della Geènna due volte più di voi.
Guai a voi, guide cieche, che dite: “Se uno giura per il tempio, non conta nulla; se invece uno giura per l’oro del tempio, resta obbligato”. Stolti e ciechi! Che cosa è più grande: l’oro o il tempio che rende sacro l’oro? E dite ancora: “Se uno giura per l’altare, non conta nulla; se invece uno giura per l’offerta che vi sta sopra, resta obbligato”. Ciechi! Che cosa è più grande: l’offerta o l’altare che rende sacra l’offerta? Ebbene, chi giura per l’altare, giura per l’altare e per quanto vi sta sopra; e chi giura per il tempio, giura per il tempio e per Colui che lo abita. E chi giura per il cielo, giura per il trono di Dio e per Colui che vi è assiso».

Il passo

Da chi, da chi andremo? Da chi mai dovremmo andare? È sempre meglio seguirti cadendo che seguire altri a passo spedito. Non ci importa di marciare a muso duro, non vogliamo sentire battere i tacchi a ritmo di tamburo. Da chi dovremmo andare? Forse dovremmo seguire uno dei tanti Presidenti dittatori che stanno rendendo il mondo un campo di battaglia? O forse dovremmo rifugiarci a pregare in latino all’ombra delle sottane di qualche tradizionalista? Da chi andremo Gesù? Se non ti seguiremo per amore, ti seguiremo per necessità. Abbiamo bisogno di te perché è a te che il Padre ci attira. È vero, a volte vorremmo essere attirati da altro, ma più forte è la spinta verso te. Troppi piangono, troppi muiono giovani, la miseria dilaga mentre molti, depressi sui divani, non la vedono. Signore, da chi andremo? Tu solo hai parole di vita, tu solo ci dai una ragione di vita, e noi crediamo che ogni passo dietro te, per piccolo e malfermo che sia, è un grande passo che vale la pena di compiere. Noi non vogliamo andarcene.

Gv 6,60-69    molti dei discepoli di Gesù, dopo aver ascoltato, dissero: «Questa parola è dura! Chi può ascoltarla?».
Gesù, sapendo dentro di sé che i suoi discepoli mormoravano riguardo a questo, disse loro: «Questo vi scandalizza? E se vedeste il Figlio dell’uomo salire là dov’era prima? È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; le parole che io vi ho detto sono spirito e sono vita. Ma tra voi vi sono alcuni che non credono».
Gesù infatti sapeva fin da principio chi erano quelli che non credevano e chi era colui che lo avrebbe tradito. E diceva: «Per questo vi ho detto che nessuno può venire a me, se non gli è concesso dal Padre».
Da quel momento molti dei suoi discepoli tornarono indietro e non andavano più con lui.
Disse allora Gesù ai Dodici: «Volete andarvene anche voi?». Gli rispose Simon Pietro: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio».

Gli angeli

Nazareth? Può forse venire qualcosa di buono da Nazareth? Mi pare di saperla questa storia. Quella di chi, quando dice da dove viene, non vede che occhi sbarrati e stupiti. “Vengo dal Nicaragua”, diceva in Posta mesi fa una studentessa che avevo accompagnato a pagare delle tasse. “Devi dirmi la nazione, non il villaggio in cui sei nata”, rispondeva seccato l’impiegato trentenne. “Timor Est “, spiegava alla Money Gram di Milano un’altra studentessa. “Ma la ragazza è proprio sicura di quello che dice?”, mi chiedeva la signora. Ita husi nebee, da dove vieni?, mi chiedevano dei bimbi per strada qualche sera fa. Dall’Italia, rispondevo. Woow Italia, Amu Papa hela iha Italia, il Papa abita in Italia, rispondevano e continuavano: Amu Papa mai vizita Timor, il Papa verrà a visitare Timor. Perché ovunque e in chiunque c’è qualcosa di buono. Se lo crediamo, vedremo gli angeli salire e scendere su ogni figlio dell’uomo. Ma prima occorre almeno ripassare un po’ la geografia del mondo.

San Bartolomeo Apostolo Gv 1,45-51 Filippo trovò Natanaèle e gli disse: «Abbiamo trovato colui del quale hanno scritto Mosè, nella Legge, e i Profeti: Gesù, il figlio di Giuseppe, di Nàzaret». Natanaèle gli disse: «Da Nàzaret può venire qualcosa di buono?». Filippo gli rispose: «Vieni e vedi».
Gesù intanto, visto Natanaèle che gli veniva incontro, disse di lui: «Ecco davvero un Israelita in cui non c’è falsità». Natanaèle gli domandò: «Come mi conosci?». Gli rispose Gesù: «Prima che Filippo ti chiamasse, io ti ho visto quando eri sotto l’albero di fichi». Gli replicò Natanaèle: «Rabbì, tu sei il Figlio di Dio, tu sei il re d’Israele!». Gli rispose Gesù: «Perché ti ho detto che ti avevo visto sotto l’albero di fichi, tu credi? Vedrai cose più grandi di queste!».
Poi gli disse: «In verità, in verità io vi dico: vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sopra il Figlio dell’uomo».

Alla porta

Se ti vuoi bene, se hai ancora un po’ di rispetto per te stesso, àlzati e ama. Non attendere, non selezionare. Ama il prossimo e, dopo di lui, il prossimo. Avanti il prossimo, così com’è, chiunque sia. Questo è ciò che fa Dio. Ciò che ti chiede. Se ti vuoi bene, se ami te stesso, àlzati e ama. Prendi coscienza della forza divina nascosta in te, non sottovalutarla perché può ridare vita a chi si sente morire. Se ami Dio, riconosci che è presente in te e nel prossimo. Da questo dipende la serenità della tua giornata che altrimenti è solo ansia e stanchezza. Il prossimo è lì, sta alla porta e attende che tu lo faccia entrare, almeno un istante, nella tua vita. Non sempre ha il volto dolce di una bambina povera, ma ricorda: siamo tutti bambini impauriti.

Mt 22,34-40     i farisei, avendo udito che Gesù aveva chiuso la bocca ai sadducèi, si riunirono insieme e uno di loro, un dottore della Legge, lo interrogò per metterlo alla prova: «Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?».
Gli rispose: «“Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente”. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti».

Contromano

ITALIA    Non voglio usare la parabola di Gesù per dire ciò che direi comunque. Solo che è colma di immagini che rievocano le emozioni di un lungo viaggio di rientro come quello concluso ieri. Non mi ci abituerò mai a questi voli di fine agosto, transitando per località turistiche famose ed affollate. Bali, Bangkok, aerei strapieni di gente bellissima dopo una meritata vacanza. Fanno tenerezza le famiglie, rientrano con i loro souvenir e hanno davanti un anno di scuola. Qualche sguardo mi fa sentire un po’ un pesce fuor d’acqua, come l’invitato malvestito della parabola. Guardo le mie scarpe impolverate mentre noto del fango all’orlo dei pantaloni. Eppure là erano “quelli belli”. Si capisce che non sono stato in vacanza, ma la gente non osa chiedere. A Malpensa ci attende una fila interminabile per il controllo passaporti. Un ragazzo urla che è uno scandalo, che ha fatto bene ad andarsene dall’Italia. Mentre lo ascolto appoggio il passaporto sullo schermo, la porta si apre e passo il confine. Non è stato difficile, perché urlare? Vorrei dirgli cosa ho visto, vorrei che sapesse che fortuna ha avuto a nascere in Europa dove si è liberi persino di dire che fa tutto schifo, un po’ come gli invitati della parabola. Gratitudine, ecco cosa ci vuole. Girare il mondo dovrebbe servire almeno ad essere grati di poterlo fare. Girarlo contromano poi, dovrebbe servire a convertirci. Ma questa è un’altra storia.

Mt 22,1-14   Gesù, riprese a parlare con parabole [ai capi dei sacerdoti e ai farisei] e disse:
«Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio. Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non volevano venire.
Mandò di nuovo altri servi con quest’ordine: “Dite agli invitati: Ecco, ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e gli animali ingrassati sono già uccisi e tutto è pronto; venite alle nozze!”. Ma quelli non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero. Allora il re si indignò: mandò le sue truppe, fece uccidere quegli assassini e diede alle fiamme la loro città.
Poi disse ai suoi servi: “La festa di nozze è pronta, ma gli invitati non erano degni; andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze”. Usciti per le strade, quei servi radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempì di commensali.
Il re entrò per vedere i commensali e lì scorse un uomo che non indossava l’abito nuziale. Gli disse: “Amico, come mai sei entrato qui senza l’abito nuziale?”. Quello ammutolì. Allora il re ordinò ai servi: “Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”.
Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti».

Il tempo è denaro

da BANGKOK, THAILANDIA    Una parabola pungente, che smaschera il confronto e la gelosia sempre presenti in ogni persona. Rivela anche un Dio che non paga a ore, che dà in base al bisogno e non al merito. Una parabola che parla di alcuni che, per guadagnare un soldo, ci mettono decine d’ore in più degli altri. Non è forse ancora così? Un insegnante di Dili riceve un salario mensile dieci volte inferiore al mio, eppure lavora quanto me. E no, non è come pensate: a lui la vita non costa dieci volte meno, le proporzioni non sono rispettate. Se fosse così, non esisterebbe la povertà. Essa non è dovuta solo a carestie e siccità, come spesso constatiamo. C’è una povertà creata dal differente costo della vita, che rende tutto impossibile da raggiungere. Noi siamo quelli dell’ultima ora. Quelli che in breve tempo ricevono ciò che altri nemmeno in una vita riescono ad avere. Il tempo è denaro ma alcuni hanno un cambio davvero più vantaggioso.

Mt 20,1-16   Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola:
«Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: “Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò”. Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno, e verso le tre, e fece altrettanto. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: “Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?”. Gli risposero: “Perché nessuno ci ha presi a giornata”. Ed egli disse loro: “Andate anche voi nella vigna”.
Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: “Chiama i lavoratori e da’ loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi”. Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero ciascuno un denaro. Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone dicendo: “Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo”.
Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: “Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”.
Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi».