Partì lontano

È solo quando perdi qualcuno che ti accorgi di come fosse importante. Rivedi gli errori, le occasioni perse, le parole non dette e quelle di troppo. Un uomo aveva due figli. E loro avevano un padre che valeva per i suoi soldi e una madre che non parlava mai, assente dalla vita e dal racconto. Sono quelli che Dio ci ha posto accanto i nostri migliori insegnanti. A volte proprio con le loro opposizioni e cattiverie ci spingono a cambiare. Quando la fatica è forte, siamo tentati di lasciarli per qualcuno che ci capisca meglio. Se lo facessimo, perderemmo l’occasione di crescere, di imparare a parlare al loro cuore nella preghiera. Chissà, forse quel padre e quella madre muta parlarono al figlio lontano nelle notti di preghiera. Forse al suo ritorno si intesero al volo, senza bisogno di troppe parole, proprio perché il dialogo era iniziato ben prima, nel cuore.

Lc 15  si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro». Ed egli disse loro questa parabola:
«Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da suo padre.
Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa.
Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”».

Ad altri

Nella parabola, i contadini vengono uccisi e la vigna data ad altri. Gesù conclude che, allo stesso modo, il regno di Dio sarà dato ad altri e a voi sarà tolto. Non dice “voi sarete uccisi”. Forse però è la stessa cosa. Perdere il regno di Dio non è forse morire? Con Regno di Dio non si intende tanto un paradiso lontano da qui, quanto Dio Amore presente in noi. Scoprire la presenza di Dio in noi, vivere la giornata in sua costante compagnia, in diretto dialogo con lui, non è forse questo già paradiso? Sperimentare tanta luce e poi perderla, non è forse morire?

Mt 21,33-45     Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo:
«Ascoltate un’altra parabola: c’era un uomo che possedeva un terreno e vi piantò una vigna. La circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano.
Quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, mandò i suoi servi dai contadini a ritirare il raccolto. Ma i contadini presero i servi e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono. Mandò di nuovo altri servi, più numerosi dei primi, ma li trattarono allo stesso modo.
Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: “Avranno rispetto per mio figlio!”. Ma i contadini, visto il figlio, dissero tra loro: “Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!”. Lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero.
Quando verrà dunque il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini?».
Gli risposero: «Quei malvagi, li farà morire miseramente e darà in affitto la vigna ad altri contadini, che gli consegneranno i frutti a suo tempo».
E Gesù disse loro: «Non avete mai letto nelle Scritture:
“La pietra che i costruttori hanno scartato
è diventata la pietra d’angolo;
questo è stato fatto dal Signore
ed è una meraviglia ai nostri occhi”?
Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti».
Udite queste parabole, i capi dei sacerdoti e i farisei capirono che parlava di loro. Cercavano di catturarlo, ma ebbero paura della folla, perché lo considerava un profeta.

Sei lì

Non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti, dice nella parabola Abramo al ricco dannato. Ma persuasi di che? Di cosa mai dovrebbe convincerli questo povero morto, apparendo ai cinque fratelli del ricco? Semplicemente persuaderli che aiutare i poveri è cosa da giocarsi la vita eterna. Non è dunque un affare da rinviare a domani né ad altri addetti ai lavori. Lazzaro era lì, sulla porta. Era vicino, vicinissimo, era prossimo del ricco. Di poveri è pieno il mondo, si sa. Ma ci è chiesto di amare almeno quelli in cui inciampiamo uscendo di casa. Può essere una richiesta d’aiuto in denaro o in tempo. Può essere un povero Lazzaro mal vestito e senza cibo o in cravatta e senza gioia. Lazzaro è lì, sulla porta di casa. Ma chi non ha occhi per vederlo, non avrà cuore per aiutarlo.

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Lc 16,19-31   Gesù disse ai farisei:
«C’era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti. Un povero, di nome Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe.
Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando negli inferi fra i tormenti, alzò gli occhi e vide di lontano Abramo, e Lazzaro accanto a lui. Allora gridando disse: “Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma”.
Ma Abramo rispose: “Figlio, ricòrdati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti. Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi”.
E quello replicò: “Allora, padre, ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca severamente, perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento”. Ma Abramo rispose: “Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro”. E lui replicò: “No, padre Abramo, ma se dai morti qualcuno andrà da loro, si convertiranno”. Abramo rispose: “Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti”».

Per chi?

Voi sapete che i governanti delle nazioni dòminano su di esse e i capi le opprimono. Lo sapete, ma non lo ricordate. Lo sapete, ma non intervenite. Se sei Figlio di Dio, di’ che queste pietre diventino pane. E questa madre spacca le pietre per dare il pane ai suoi figli. Saremmo tentati di chiedere una magìa che trasformasse pietre in pane, rialzando questa donna prostrata per i figli alla dignità che le spetta. Non chiederemo una facile magìa, ma un difficile miracolo. Quello di darci la forza di digiunare, rinunciare a qualcosa, per dare a chi non ha. Per dare a chi, per avere, deve faticare cento, mille volte più di noi. Perché il mondo è fatto così ed è fatto male. E i governanti delle nazioni dòminano su di esse e i capi le opprimono. E per un solo passo, i poveri impiegano una vita intera. Il Figlio dell’uomo, non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti. E noi per chi spacchiamo pietre e cuori induriti? Chi riscattiamo con la nostra fatica?

La foto mi è stata inviata qualche giorno fa da uno studente di Timor Est. “Questa è mia mamma”, mi ha scritto.

Mt 20,17-28    mentre saliva a Gerusalemme, Gesù prese in disparte i dodici discepoli e lungo il cammino disse loro: «Ecco, noi saliamo a Gerusalemme e il Figlio dell’uomo sarà consegnato ai capi dei sacerdoti e agli scribi; lo condanneranno a morte e lo consegneranno ai pagani perché venga deriso e flagellato e crocifisso, e il terzo giorno risorgerà».
Allora gli si avvicinò la madre dei figli di Zebedèo con i suoi figli e si prostrò per chiedergli qualcosa. Egli le disse: «Che cosa vuoi?». Gli rispose: «Di’ che questi miei due figli siedano uno alla tua destra e uno alla tua sinistra nel tuo regno». Rispose Gesù: «Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io sto per bere?». Gli dicono: «Lo possiamo». Ed egli disse loro: «Il mio calice, lo berrete; però sedere alla mia destra e alla mia sinistra non sta a me concederlo: è per coloro per i quali il Padre mio lo ha preparato».
Gli altri dieci, avendo sentito, si sdegnarono con i due fratelli. Ma Gesù li chiamò a sé e disse: «Voi sapete che i governanti delle nazioni dòminano su di esse e i capi le opprimono. Tra voi non sarà così; ma chi vuole diventare grande tra voi, sarà vostro servitore e chi vuole essere il primo tra voi, sarà vostro schiavo. Come il Figlio dell’uomo, che non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti».

Uno solo

Non ce la facciamo, e lui lascia che sia. Verrà il momento in cui matureremo e ci vedremo meglio. Ognuno ha la sua graduale crescita, e lui aspetta. A tirar l’erba, non cresce. Dunque Dio fa un passo indietro e consente che noi ci cerchiamo maestri di vita. Consente pure che ne facciamo un assoluto, che ne idealizziamo la persona, arrivando a confondere le loro parole con quelle di Dio. Lui lascia fare. Arriverà il momento in cui il maestro perfetto mostrerà la sua imperfezione umana, il momento in cui forse ci deluderà anche con le sue fragilità. Non importa. Sarà un passo di crescita per noi. Sarà l’occasione di stare in piedi da soli, sarà l’occasione di scoprire che uno solo è il maestro, uno solo il padre, una sola la guida. Gli altri sono tutti fratelli carissimi.

Mt 23,1-12     Gesù si rivolse alla folla e ai suoi discepoli dicendo:
«Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. Praticate e osservate tutto ciò che vi dicono, ma non agite secondo le loro opere, perché essi dicono e non fanno. Legano infatti fardelli pesanti e difficili da portare e li pongono sulle spalle della gente, ma essi non vogliono muoverli neppure con un dito.
Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dalla gente: allargano i loro filattèri e allungano le frange; si compiacciono dei posti d’onore nei banchetti, dei primi seggi nelle sinagoghe, dei saluti nelle piazze, come anche di essere chiamati “rabbì” dalla gente.
Ma voi non fatevi chiamare “rabbì”, perché uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli. E non chiamate “padre” nessuno di voi sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello celeste. E non fatevi chiamare “guide”, perché uno solo è la vostra Guida, il Cristo.
Chi tra voi è più grande, sarà vostro servo; chi invece si esalterà, sarà umiliato e chi si umilierà sarà esaltato».

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Dare

Un cuore smisurato, ecco cosa occorre. Un cuore senza paura di dare. Dare, dare tanto amore, tanto tempo, tante energie, tanti soldi. Date e vi sarà dato e traboccherete di gioia e serenità. Solo una mano vuota può essere colmata. La mano stretta in un pugno che trattiene, non può stringere altro e resta sterile. Dare, dare tempo a Dio, investire in minuti e ore dedicate a lui, nella preghiera. Perché Dio esiste eccome e ci vuole ricolmare della sua luce, delle sue buone idee, per far avanzare il suo sogno nella realtà terrestre. Il nome di Dio è dare. Il nostro nome spesso è avere. Dio è dare. Dare misericordia, dare perdono, dare tutto. Date e vi sarà dato.

Lc 6,36-38 Gesù disse ai suoi discepoli:
«Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso.
Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e sarete perdonati.
Date e vi sarà dato: una misura buona, pigiata, colma e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con la quale misurate, sarà misurato a voi in cambio».

Trasfigurazione

Noi non ci crediamo più, non pensiamo che sia lontanamente possibile sperimentare una cosa simile. Vivendo in un mondo fatto esclusivamente di materia, non ipotizziamo nemmeno che ciò che è scritto nel vangelo di oggi sia un fatto reale. È un racconto del vangelo, cioè qualcosa fuori dalla nostra portata. Un vero peccato! Se avessimo anche un pizzico d’esperienza di meditazione silenziosa, intuiremmo che genere di fenomeno sia questo della trasfigurazione. E intuiremmo pure di che calibro fosse il maestro Gesù. Un vero praticante e un vero maestro di preghiera meditativa. Riusciva a calarsi nel dialogo interiore profondo con l’aldilà, portando con sé tre discepoli e rendendoli partecipi della sua preghiera dialogante. In unità perfetta col Padre e con i fratelli già in cielo o ancora in terra. Cosa inaudita quanto possibile.

Mc 9,2-10 Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse su un alto monte, in disparte, loro soli.
Fu trasfigurato davanti a loro e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche. E apparve loro Elia con Mosè e conversavano con Gesù. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Rabbì, è bello per noi essere qui; facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Non sapeva infatti che cosa dire, perché erano spaventati. Venne una nube che li coprì con la sua ombra e dalla nube uscì una voce: «Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!». E improvvisamente, guardandosi attorno, non videro più nessuno, se non Gesù solo, con loro.
Mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare ad alcuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell’uomo fosse risorto dai morti. Ed essi tennero fra loro la cosa, chiedendosi che cosa volesse dire risorgere dai morti.

Ma io vi dico

Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano. Già… C’è un dialogo che non può avvenire a voce. Ci sono parole che non possono essere scritte perché nessuno avrebbe intenzione di leggerle. Sono le parole che vorremmo rivolgere a chi ci è nemico, a chi ci fa del male o è semplicemente arrabbiato con noi. Queste parole hanno un solo canale per raggiungere il loro destinatario: la preghiera. Tu quando preghi entra nella tua camera, scendi nel profondo del tuo cuore, dove abita Dio. E dove c’è Dio c’è tutto, ci sono tutti. Allora è lì che puoi incontrare chi ti è nemico e parlargli con l’assoluta certezza d’esser capito perché gli stai parlando in Dio. Stai parlando a Dio-in-lui. Altro che guerra giusta, altro che invio legittimo di armi, altro che mezzo milione di morti e centinaia di miliardi di dollari in missili. Due anni fa, come oggi, iniziava la guerra Russia – Ucraina. Due paesi cristiani, fratelli di Battesimo, ma l’unica parola è stata “guerra”. Come se Gesù non avesse mai parlato.

Mt 5,43-48 Gesù disse ai suoi discepoli:
«Avete inteso che fu detto: “Amerai il tuo prossimo” e odierai il tuo nemico. Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti.
Infatti, se amate quelli che vi amano, quale ricompensa ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani?
Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste».

Che teste

Scontro frontale tra due bestioni di 400 kg a 60 km/h. Chi riesce calcoli la forza dell’impatto. I duelli del bue muschiato sono uno spettacolo di testa tanto dura quanto inutile. Come quella di chi, invece di mettersi presto d’accordo con il suo avversario, va dritto allo scontro frontale. Se è tuo avversario, ci dice saggiamente Gesù, ti farà pagare fino all’ultimo spicciolo. Ti darà dello stupido pazzo fino all’ultimo filo di voce. Ti farà guerra fino all’ultimo soldato. Evitare ad ogni costo lo scontro è la miglior scelta, perché da una testa rotta esce solo orgoglio. “Una brutta pace è meglio di una bella guerra”. (vedi video qui sotto)

Mt 5,20-26 Gesù disse ai suoi discepoli:
«Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli.
Avete inteso che fu detto agli antichi: “Non ucciderai”; chi avrà ucciso dovrà essere sottoposto al giudizio. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio. Chi poi dice al fratello: “Stupido”, dovrà essere sottoposto al sinèdrio; e chi gli dice: “Pazzo”, sarà destinato al fuoco della Geènna.
Se dunque tu presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare, va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono.
Mettiti presto d’accordo con il tuo avversario mentre sei in cammino con lui, perché l’avversario non ti consegni al giudice e il giudice alla guardia, e tu venga gettato in prigione. In verità io ti dico: non uscirai di là finché non avrai pagato fino all’ultimo spicciolo!».

BUE MUSCHIATO https://alainghignone.altervista.org/MUSK%20OX.html

Cielo e terra

Né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. Ci sono infatti intuizioni, illuminazioni, progetti, soluzioni che nascono nella nostra mente, all’improvviso o col tempo, e che crediamo essere “nostre”. Può essere che sia così. Le migliori però sono quelle che vengono da Dio. Gesù sta spiegando a Pietro e a tutti noi che Dio Padre stesso suscita in noi le idee. È Lui che ci dà la capacità di pensare, di coltivare le idee e trasformarle in progetti e azioni. Allora è tutto un collaborare a realizzare in terra le idee di Dio. È tutto un legare e sciogliere in cielo e in terra. Diveniamo così partecipi dell’opera creativa di Dio, diveniamo noi stessi una sua idea che si fa parola e poi realizzazione concreta. Ad ogni idea che salta in mente domandiamoci dunque, e domandiamolo al Padre, se venga da lui o no. Affidiamogli ogni sogno e desiderio perché lo sciolga e lo liberi da ciò che non è suo e ci leghi a sé con tutto il cuore, tutta l’anima, tutta la mente.

Cattedra di San Pietro Mt 16,13-19 Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, domandò ai suoi discepoli: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». Risposero: «Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elìa, altri Geremìa o qualcuno dei profeti».
Disse loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente».
E Gesù gli disse: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli».