Giovedì Santo. Oggi è il giorno dell’ultima cena di Gesù, la cena solenne e santa della Pasqua ebraica che lui celebrava sempre coi suoi. Quella volta però forzò il testo previsto per la liturgia e aggiunse: questo è il mio corpo, questo è il mio sangue versato per voi. Troviamo anche noi oggi la forza di ripetere le sue parole, ripetute ad ogni messa sopra il pane sopra il vino e rivolgiamole a noi stessi. Poniamo noi stessi sull’altare, offrendoci per diventare un’altra volta anche noi un Cristo incarnato in questo mondo. Prendiamo dunque il coraggio e nel silenzio invochiamo lo Spirito su di noi: “Padre veramente santo, fonte di ogni santità, santificami con l’effusione del tuo Spirito perché io diventi il corpo e il sangue di Cristo tuo Figlio e nostro Signore”.
Torna il racconto di ieri, questa volta da parte di Matteo. Sentiamo ancora Gesù presentire il tradimento. Vediamo ancora il povero Giuda mangiare dallo stesso piatto di Gesù. Un Gesù che ormai ha deciso di vendere per trenta monete d’argento. Chissà quante volte negli anni precedenti, operando miracoli insieme a Gesù, Giuda si era detto che quell’amicizia non aveva prezzo. Cosa sarà successo per scendere a un tale compromesso? In cosa sarà rimasto deluso da Gesù? Quale sogno sarà svanito? Guai a quell’uomo che tradisce il Figlio dell’uomo. Guai a noi, ogni volta che voltiamo le spalle a un figlio di uomo perché trenta denari per aiutarlo ci sembrano troppi.
Mt 26,14-25 Uno dei Dodici, chiamato Giuda Iscariòta, andò dai capi dei sacerdoti e disse: «Quanto volete darmi perché io ve lo consegni?». E quelli gli fissarono trenta monete d’argento. Da quel momento cercava l’occasione propizia per consegnare Gesù. Il primo giorno degli Ázzimi, i discepoli si avvicinarono a Gesù e gli dissero: «Dove vuoi che prepariamo per te, perché tu possa mangiare la Pasqua?». Ed egli rispose: «Andate in città da un tale e ditegli: “Il Maestro dice: Il mio tempo è vicino; farò la Pasqua da te con i miei discepoli”». I discepoli fecero come aveva loro ordinato Gesù, e prepararono la Pasqua. Venuta la sera, si mise a tavola con i Dodici. Mentre mangiavano, disse: «In verità io vi dico: uno di voi mi tradirà». Ed essi, profondamente rattristati, cominciarono ciascuno a domandargli: «Sono forse io, Signore?». Ed egli rispose: «Colui che ha messo con me la mano nel piatto, è quello che mi tradirà. Il Figlio dell’uomo se ne va, come sta scritto di lui; ma guai a quell’uomo dal quale il Figlio dell’uomo viene tradito! Meglio per quell’uomo se non fosse mai nato!». Giuda, il traditore, disse: «Rabbì, sono forse io?». Gli rispose: «Tu l’hai detto».
Quello che vuoi fare fallo presto, disse Gesù a Giuda, e subito tutti ritennero ovvio che Gesù gli avesse detto di dare qualcosa ai poveri. È un particolare che spesso sfugge in una pagina di Vangelo così intensa come questa. Ma è bello puntare qui l’attenzione oggi. Puntare l’attenzione su questa cassa da cui prendevano regolarmente qualcosa per i poveri. La cassa del loro gruppo, non la cassa dell’assistenza sociale, degli addetti ai lavori e alle emergenze. La loro cassa, il loro portafoglio. In questo martedì santo vorrei proprio ringraziare tutti quelli che hanno fatto del sostegno ai poveri una costante e non una eccezione. Ringraziare tutti quelli che si ricordano che le persone hanno fame tutti i giorni e bisogna farsene carico regolarmente, come se fossero un figlio in più. Un abbraccio da parte loro a tutti voi che quello che volete fare lo fate presto, senza dubbi e senza rinvii.
Gv 13 Mentre era a mensa con i suoi discepoli, Gesù fu profondamente turbato e dichiarò: «In verità, in verità io vi dico: uno di voi mi tradirà». I discepoli si guardavano l’un l’altro, non sapendo bene di chi parlasse. Ora uno dei discepoli, quello che Gesù amava, si trovava a tavola al fianco di Gesù. Simon Pietro gli fece cenno di informarsi chi fosse quello di cui parlava. Ed egli, chinandosi sul petto di Gesù, gli disse: «Signore, chi è?». Rispose Gesù: «È colui per il quale intingerò il boccone e glielo darò». E, intinto il boccone, lo prese e lo diede a Giuda, figlio di Simone Iscariòta. Allora, dopo il boccone, Satana entrò in lui. Gli disse dunque Gesù: «Quello che vuoi fare, fallo presto». Nessuno dei commensali capì perché gli avesse detto questo; alcuni infatti pensavano che, poiché Giuda teneva la cassa, Gesù gli avesse detto: «Compra quello che ci occorre per la festa», oppure che dovesse dare qualche cosa ai poveri. Egli, preso il boccone, subito uscì. Ed era notte. Quando fu uscito, Gesù disse: «Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui. Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito. Figlioli, ancora per poco sono con voi; voi mi cercherete ma, come ho detto ai Giudei, ora lo dico anche a voi: dove vado io, voi non potete venire». Simon Pietro gli disse: «Signore, dove vai?». Gli rispose Gesù: «Dove io vado, tu per ora non puoi seguirmi; mi seguirai più tardi». Pietro disse: «Signore, perché non posso seguirti ora? Darò la mia vita per te!». Rispose Gesù: «Darai la tua vita per me? In verità, in verità io ti dico: non canterà il gallo, prima che tu non m’abbia rinnegato tre volte».
Non dice una sola parola in tutto il vangelo, Lazzaro. Accorrevano in molti per lui, anche più che per Gesù, ci fa intendere il testo. Cosa diceva loro? E loro cosa gli chiedevano? Cosa chiederemmo noi a un morto rianimato, ad uno uscito vivo dalla tomba dopo quattro giorni? Se avessimo la possibilità di una sola domanda, quale sarebbe? Quale domanda abbiamo in cuore sulla vita dopo la morte?
Gv 12,1-11 Sei giorni prima della Pasqua, Gesù andò a Betània, dove si trovava Làzzaro, che egli aveva risuscitato dai morti. E qui fecero per lui una cena: Marta serviva e Làzzaro era uno dei commensali. Maria allora prese trecento grammi di profumo di puro nardo, assai prezioso, ne cosparse i piedi di Gesù, poi li asciugò con i suoi capelli, e tutta la casa si riempì dell’aroma di quel profumo. Allora Giuda Iscariòta, uno dei suoi discepoli, che stava per tradirlo, disse: «Perché non si è venduto questo profumo per trecento denari e non si sono dati ai poveri?». Disse questo non perché gli importasse dei poveri, ma perché era un ladro e, siccome teneva la cassa, prendeva quello che vi mettevano dentro. Gesù allora disse: «Lasciala fare, perché ella lo conservi per il giorno della mia sepoltura. I poveri infatti li avete sempre con voi, ma non sempre avete me». Intanto una grande folla di Giudei venne a sapere che egli si trovava là e accorse, non solo per Gesù, ma anche per vedere Làzzaro che egli aveva risuscitato dai morti. I capi dei sacerdoti allora decisero di uccidere anche Làzzaro, perché molti Giudei se ne andavano a causa di lui e credevano in Gesù.
Illumina gli ulivi, la luna, e si prepara ad esser piena per Pasqua. Lei alla festa verrà, e tu?
Gv 11 Era vicina la Pasqua dei Giudei e molti dalla regione salirono a Gerusalemme prima della Pasqua per purificarsi. Essi cercavano Gesù e, stando nel tempio, dicevano tra loro: «Che ve ne pare? Non verrà alla festa?». Intanto i capi dei sacerdoti e i farisei avevano dato ordine che chiunque sapesse dove si trovava lo denunciasse, perché potessero arrestarlo.
La prima legittima domanda è la più naturale. Come mai si risolvono sempre i problemi ammazzando la gente? Da che mondo è mondo, dai giorni di Caino e Abele, la soluzione che sembra più ovvia e più facile è quella di uccidere. La storia è storia di guerre e omicidi. Persino uomini religiosi come Caifa e come migliaia di altri, di ogni religione, concordano con questa soluzione: meglio che uno muoia piuttosto che andare tutti nei guai. Poi vi è un’altra domanda, più sottile. Come è possibile che, dopo aver constatato che un uomo compie segni miracolosi, si proceda decidendo di ammazzarlo? Insomma, se non fede, almeno un po’ di paura dovrebbe venire.
Non dimenticare di condividere la Locanda con amici
Gv 11,45-56 molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di ciò che Gesù aveva compiuto, [ossia la risurrezione di Làzzaro,] credettero in lui. Ma alcuni di loro andarono dai farisei e riferirono loro quello che Gesù aveva fatto. Allora i capi dei sacerdoti e i farisei riunirono il sinèdrio e dissero: «Che cosa facciamo? Quest’uomo compie molti segni. Se lo lasciamo continuare così, tutti crederanno in lui, verranno i Romani e distruggeranno il nostro tempio e la nostra nazione». Ma uno di loro, Caifa, che era sommo sacerdote quell’anno, disse loro: «Voi non capite nulla! Non vi rendete conto che è conveniente per voi che un solo uomo muoia per il popolo, e non vada in rovina la nazione intera!». Questo però non lo disse da se stesso, ma, essendo sommo sacerdote quell’anno, profetizzò che Gesù doveva morire per la nazione; e non soltanto per la nazione, ma anche per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi. Da quel giorno dunque decisero di ucciderlo. Gesù dunque non andava più in pubblico tra i Giudei, ma da lì si ritirò nella regione vicina al deserto, in una città chiamata Èfraim, dove rimase con i discepoli. Era vicina la Pasqua dei Giudei e molti dalla regione salirono a Gerusalemme prima della Pasqua per purificarsi. Essi cercavano Gesù e, stando nel tempio, dicevano tra loro: «Che ve ne pare? Non verrà alla festa?».
L’abbiamo accennato spesso in questi ultimi tempi. Dio compie la sua opera, crea e ricrea di continuo questo mondo, attraverso le sue creature. Tra queste, l’umanità è l’unica che può giungere ad esser consapevole di partecipare all’azione creatrice di Dio. Voi siete dèi, a mia immagine e somiglianza. Siamo anche gli unici che possono bloccare l’azione di Dio, farle resistenza e portare avanti piani personali differenti. Gesù era costantemente in contatto con Dio, costantemente cosciente d’esser su questa terra per incarnare l’idea di Dio, il “progetto creazione”. Un mondo immaginato da Dio come un mondo d’amore. L’opera di Dio incarnata in terra da Gesù è l’amore. Gesù ha amato come Dio.
Gv 10,31-42 i Giudei raccolsero delle pietre per lapidare Gesù. Gesù disse loro: «Vi ho fatto vedere molte opere buone da parte del Padre: per quale di esse volete lapidarmi?». Gli risposero i Giudei: «Non ti lapidiamo per un’opera buona, ma per una bestemmia: perché tu, che sei uomo, ti fai Dio». Disse loro Gesù: «Non è forse scritto nella vostra Legge: “Io ho detto: voi siete dèi”? Ora, se essa ha chiamato dèi coloro ai quali fu rivolta la parola di Dio – e la Scrittura non può essere annullata –, a colui che il Padre ha consacrato e mandato nel mondo voi dite: “Tu bestemmi”, perché ho detto: “Sono Figlio di Dio”? Se non compio le opere del Padre mio, non credetemi; ma se le compio, anche se non credete a me, credete alle opere, perché sappiate e conosciate che il Padre è in me, e io nel Padre». Allora cercarono nuovamente di catturarlo, ma egli sfuggì dalle loro mani. Ritornò quindi nuovamente al di là del Giordano, nel luogo dove prima Giovanni battezzava, e qui rimase. Molti andarono da lui e dicevano: «Giovanni non ha compiuto nessun segno, ma tutto quello che Giovanni ha detto di costui era vero». E in quel luogo molti credettero in lui.
Quando Mosè cercò scuse per non tornare dai suoi fratelli ebrei in Egitto (dove era ricercato per omicidio), disse a Dio che non avrebbe potuto presentarsi come suo inviato dato che non sapeva il suo nome. Dio restò spiazzato non sapendo davvero il proprio nome e improvvisò: dirai che “Io Sono” ti ha inviato a loro. Dio è l’eterno attimo presente, per questo in lui non c’è distanza tra parola e azione. In lui vi è semplicemente la presenza, l’esistenza che, anche in questo istante in cui leggi, sta evolvendo e sviluppando la sua parola creatrice. Io osservo la sua parola, dice Gesù, e chi osserva la mia parola che è quella del padre non vedrà la morte eternamente. Vivrà sempre nel presente con Dio già ora, già in questa incarnazione. Per questo Gesù, rompendo la linea del tempo, afferma prima che Abramo fosse Io Sono. Perché io sono sempre con Dio il cui nome è Io Sono con te, io sono in te e tu sei in me.
Gv 8,51-59Gesù disse ai Giudei: «In verità, in verità io vi dico: “Se uno osserva la mia parola, non vedrà la morte in eterno”». Gli dissero allora i Giudei: «Ora sappiamo che sei indemoniato. Abramo è morto, come anche i profeti, e tu dici: “Se uno osserva la mia parola, non sperimenterà la morte in eterno”. Sei tu più grande del nostro padre Abramo, che è morto? Anche i profeti sono morti. Chi credi di essere?». Rispose Gesù: «Se io glorificassi me stesso, la mia gloria sarebbe nulla. Chi mi glorifica è il Padre mio, del quale voi dite: “È nostro Dio!”, e non lo conoscete. Io invece lo conosco. Se dicessi che non lo conosco, sarei come voi: un mentitore. Ma io lo conosco e osservo la sua parola. Abramo, vostro padre, esultò nella speranza di vedere il mio giorno; lo vide e fu pieno di gioia». Allora i Giudei gli dissero: «Non hai ancora cinquant’anni e hai visto Abramo?». Rispose loro Gesù: «In verità, in verità io vi dico: prima che Abramo fosse, Io Sono». Allora raccolsero delle pietre per gettarle contro di lui; ma Gesù si nascose e uscì dal tempio.
E invece aveva proprio ragione: abbiamo tanto bisogno di diventare liberi davvero. Recitiamo la parte di uomini emancipati e donne autonome e il nostro motto è “ognuno faccia come crede”, ma lo diciamo solo per paura. Non sia mai che qualcuno ci si opponga, che ci dica un bel no, che poi ci tocca parlare, spiegare, dare le nostre ragioni e ascoltare quelle altrui. Non siamo persone libere, forse la società non è mai stata così schiavizzante come quella in cui viviamo. Perché dalla ipocrisia non può nascere libertà e noi viviamo in un mondo dalla doppia faccia. Gridiamo “pace” e regaliamo armi. Inneggiamo alla multireligiosità disconoscendo la nostra. Affermiamo la parità assoluta tra i sessi e ammazziamo una donna ogni tre giorni. Non ci resti che tu, Gesù. Con le tue parole così vere, così assolute, così reali. Non ci resta che riposare e confidare nel Padre tuo e parlarci attraverso di lui. Che ormai noi, più parliamo meno ci capiamo.
Gv 8,31-42 Gesù disse a quei Giudei che gli avevano creduto: «Se rimanete nella mia parola, siete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi». Gli risposero: «Noi siamo discendenti di Abramo e non siamo mai stati schiavi di nessuno. Come puoi dire: “Diventerete liberi”?». Gesù rispose loro: «In verità, in verità io vi dico: chiunque commette il peccato è schiavo del peccato. Ora, lo schiavo non resta per sempre nella casa; il figlio vi resta per sempre. Se dunque il Figlio vi farà liberi, sarete liberi davvero. So che siete discendenti di Abramo. Ma intanto cercate di uccidermi perché la mia parola non trova accoglienza in voi. Io dico quello che ho visto presso il Padre; anche voi dunque fate quello che avete ascoltato dal padre vostro». Gli risposero: «Il padre nostro è Abramo». Disse loro Gesù: «Se foste figli di Abramo, fareste le opere di Abramo. Ora invece voi cercate di uccidere me, un uomo che vi ha detto la verità udita da Dio. Questo, Abramo non l’ha fatto. Voi fate le opere del padre vostro». Gli risposero allora: «Noi non siamo nati da prostituzione; abbiamo un solo padre: Dio!». Disse loro Gesù: «Se Dio fosse vostro padre, mi amereste, perché da Dio sono uscito e vengo; non sono venuto da me stesso, ma lui mi ha mandato».
Vi invito a rileggere questa pagina attraverso quella di ieri. Anzi, a rileggere l’episodio di ieri alla luce di questi fatti accaduti quando Gesù non era ancora nato. Maria, promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta. È dunque Maria l’adultera destinata alla lapidazione. È il fidanzato Giuseppe che la salva: non ti condanno. È lui che, ascoltando l’angelo della sua coscienza, quel luogo dove siamo coscienti d’essere uno con Dio, “vede” Maria nella verità e la accoglie come sposa senza paura d’essere stato tradito. Loro figlio Gesù aveva in cuore la loro storia e quel giorno nel tempio, di fronte alla ragazza adultera, la scriveva col dito per terra e poi, alzatosi, la salvò come aveva fatto suo padre con Maria.
San Giuseppe Mt 1 Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù, chiamato Cristo. Così fu generato Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto. Mentre però stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati». Quando si destò dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore.