I malati li chiamiamo pazienti perché patiscono. Anche i dottori dovremmo chiamarli pazienti perché pazientano. È molto più bello avere a che fare con i sani, con gli intelligenti, gli interessanti, con quelli che ci fanno divertire e ci tirano su. E allora perché tu sei venuto a chiamare i malati e i noiosi, gli sbagliati e i pubblicani? Da dove ti veniva la forza di stare sempre con questo tipo di persone? Forse perché non è così: non stavi sempre con loro, stavi tanto, costantemente, con Dio-in-te, col Padre sempre allegro e sereno nel tuo cuore. Ecco perché riuscivi a stare coi malati, a stare con noi.
Lc 5,27-32 Gesù vide un pubblicano di nome Levi, seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi!». Ed egli, lasciando tutto, si alzò e lo seguì. Poi Levi gli preparò un grande banchetto nella sua casa. C’era una folla numerosa di pubblicani e d’altra gente, che erano con loro a tavola. I farisei e i loro scribi mormoravano e dicevano ai suoi discepoli: «Come mai mangiate e bevete insieme ai pubblicani e ai peccatori?». Gesù rispose loro: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori perché si convertano».
Ci siamo già a lungo fermati su queste dispute legalistiche: perché noi digiuniamo mentre i tuoi no? Oggi ci lasciamo colpire da una parola che durante l’anno ormai si usa solo prima di esami clinici, per fare una breve comparsa spirituale in Quaresima: digiuno. Tuttavia anche in Quaresima è una parola che sa di vecchio e di volontaristico. Perché infatti digiunare? Come può Dio essere contento se mangio di meno? La domanda è però forse un’altra: come posso esser contento io, sapendo che c’è qualcuno che digiuna senza averlo scelto? Ecco che si illumina il senso cristiano del digiuno: la condivisione. Mi privo di qualcosa perché altri ne godano. Il digiuno diviene elemosina. L’elemosina poi si farà preghiera. Kyrie Eleison, diciamo spesso pregando a messa, Signore abbi pietà. La radice è la stessa: se chiedo pietà devo avere pietà di chi ha meno di me.
Mt 9,14-15 si avvicinarono a Gesù i discepoli di Giovanni e gli dissero: «Perché noi e i farisei digiuniamo molte volte, mentre i tuoi discepoli non digiunano?». E Gesù disse loro: «Possono forse gli invitati a nozze essere in lutto finché lo sposo è con loro? Ma verranno giorni quando lo sposo sarà loro tolto, e allora digiuneranno».
Uscire indenni dalla vita, indenni da qualsiasi difficoltà. Pare questo lo slogan corrente, al punto che molti giovani non riescono più a calcolare il rischio e le conseguenze delle loro azioni sconsiderate. Non si muore mai davvero, si esce sempre indenni. Persino gli anni non devono lasciare traccia sui nostri volti di eterni trentenni. La vita invece, dice Gesù, và persa. L’unico modo per salvarla, è perderla per ciò che ne vale la pena. L’unica sofferenza sensata, è la sofferenza a causa del vangelo. Compiere opere di misericordia costa tempo, denaro, salute e notti insonni, ma è esattamente quella croce di cui parla Gesù: Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua. Tutte le altre fatiche sono solo tentativi inutili di salvarsi, di uscirne indenni, come nuovi, senza un graffio. Consumiamoci come legna nel fuoco, ne resterà cenere, ne resterà l’amore compiuto. Il resto è tempo perso.
Lc 9,22-25 Gesù disse ai suoi discepoli: «Il Figlio dell’uomo deve soffrire molto, essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e risorgere il terzo giorno». Poi, a tutti, diceva: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua. Chi vuole salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per causa mia, la salverà. Infatti, quale vantaggio ha un uomo che guadagna il mondo intero, ma perde o rovina se stesso?».
Ci siamo, si parte! Come ad ogni partenza, c’è entusiasmo ed emozione. Come ad ogni partenza, si controlla lo zaino. Si parte verso la Pasqua, il cammino si chiama Quaresima. Elemosina, preghiera e digiuno saranno gli strumenti del viaggio. Come ogni strumento, saranno adattati a chi li usa. Non ci sono formule fisse né ricette per risultare certamente giusti. Gesù ci rende responsabili e ci dà solo alcune indicazioni. L’elemosina che farai sarà segreta, non fatta cioè per apparire. Ma è certo che devi fare elemosina, devi dare i tuoi soldi (sì, i soldi) a chi ne ha bisogno. Farai digiuno, segretamente, perché non digiunerai per diffondere ideali vegan o bio o altro. Digiunerai, mangerai meno cibo e meno cose (perché noi ci nutriamo di cose e le nostre case sono obese di oggetti) mangerai meno per poter donare. Il digiuno sostiene l’elemosina. E pregherai. Molto, molto più di quei pochi deboli e distratti minuti che concedi a Dio ogni giorno. Non avrai scuse e non rinvierai a domani il tuo momento di silenzio meditativo. Userai la Locanda, altri siti o ciò che ti pare e che ti aiuta. Pregherai nel segreto del tuo cuore, cioè avrai una preghiera personale oltre a quella celebrata in chiesa. Senza rapporto personale con Gesù infatti, il tuo digiuno e la tua elemosina saranno solo ammirevoli sforzi di volontà. Come quelli di tutte le religioni del mondo. Ma tu non segui una religione. Tu segui una persona.
Mercoledì delle ceneri Mt 6 Gesù disse ai suoi discepoli: «State attenti a non praticare la vostra giustizia davanti agli uomini per essere ammirati da loro, altrimenti non c’è ricompensa per voi presso il Padre vostro che è nei cieli. Dunque, quando fai l’elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipòcriti nelle sinagoghe e nelle strade, per essere lodati dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, mentre tu fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, perché la tua elemosina resti nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà. E quando pregate, non siate simili agli ipòcriti che, nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, amano pregare stando ritti, per essere visti dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, quando tu preghi, entra nella tua camera, chiudi la porta e prega il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà. E quando digiunate, non diventate malinconici come gli ipòcriti, che assumono un’aria disfatta per far vedere agli altri che digiunano. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, quando tu digiuni, profùmati la testa e làvati il volto, perché la gente non veda che tu digiuni, ma solo il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà».
Ci sono cose che si possono dimenticare, altre che vanno ricordate. I discepoli discutevano di avere dimenticato di prendere il pane. La più grave dimenticanza era però un’altra e non ne erano consapevoli. Si erano dimenticati che Gesù aveva spezzato il pane per un totale di novemila famiglie, avanzando diciannove ceste di pane. Il problema non era dunque di non aver preso il pane, ma di non ricordare che quel Gesù che era lì con loro era quello che il pane lo dava a tutti. Sempre. In sovrappiù. Gesù era ancora scosso dalla domanda di ieri dei farisei. Domanda simile a lievito malefico, capace di fare crescere dubbi e negatività. Loro invece, pur avendo assistito alle moltiplicazioni dei pani, affrontavano le difficoltà come nulla fosse stato. In ogni difficoltà facciamo memoria dei prodigi della Provvidenza ed ogni ansia si trasformerà in fede certa e serena.
Mc 8,14-21 i discepoli avevano dimenticato di prendere dei pani e non avevano con sé sulla barca che un solo pane. Allora Gesù li ammoniva dicendo: «Fate attenzione, guardatevi dal lievito dei farisei e dal lievito di Erode!». Ma quelli discutevano fra loro perché non avevano pane. Si accorse di questo e disse loro: «Perché discutete che non avete pane? Non capite ancora e non comprendete? Avete il cuore indurito? Avete occhi e non vedete, avete orecchi e non udite? E non vi ricordate, quando ho spezzato i cinque pani per i cinquemila, quante ceste colme di pezzi avete portato via?». Gli dissero: «Dodici». «E quando ho spezzato i sette pani per i quattromila, quante sporte piene di pezzi avete portato via?». Gli dissero: «Sette». E disse loro: «Non comprendete ancora?».
Ha appena moltiplicato pani e pesci e i farisei gli chiedono un segno dal cielo. Perché a questo tipo di gente i segni dalla terra non bastano mai. Loro vogliono prodigi miracolosi, magari fulmini sui miscredenti. Vogliono segni che dimostrino che loro sono dalla parte giusta, dalla parte di Dio. Invece Dio continua a segnare il mondo di opere d’amore vicendevole. Continua a ispirare idee e suscitare sogni in molte persone. E loro sognano di aiutare, di soccorrere, di sfamare, di spendere energie e risorse per l’umanità. Sognano di spezzare pane e distribuire pesci alle folle sfinite. E questo è il segno più forte che Dio c’è e si chiama Amore.
Mc 8,11-13 vennero i farisei e si misero a discutere con Gesù, chiedendogli un segno dal cielo, per metterlo alla prova. Ma egli sospirò profondamente e disse: «Perché questa generazione chiede un segno? In verità io vi dico: a questa generazione non sarà dato alcun segno». Li lasciò, risalì sulla barca e partì per l’altra riva.
Se vuoi, e lui vuole. Gesù vuole sempre guarirci da ogni male. Purificare, dice il vangelo, rendere puro ciò che è inquinato. Cos’è la lebbra se non una morte che decompone parti del corpo di un uomo ancora vivo, rendendolo uno zombie? E così è il nostro cuore, abitato da bene e male, da vita e morte. Su questo vangelo continua a leggere qui https://lalocandadellaparola.com/2024/01/11/come-un-canale/
Mc 1,40-45 Venne da Gesù un lebbroso, che lo supplicava in ginocchio e gli diceva: «Se vuoi, puoi purificarmi!». Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse: «Lo voglio, sii purificato!». E subito la lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato. E, ammonendolo severamente, lo cacciò via subito e gli disse: «Guarda di non dire niente a nessuno; va’, invece, a mostrarti al sacerdote e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha prescritto, come testimonianza per loro». Ma quello si allontanò e si mise a proclamare e a divulgare il fatto, tanto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma rimaneva fuori, in luoghi deserti; e venivano a lui da ogni parte.
Lo ripete. Lo rifà di nuovo perché anche la gente ha di nuovo fame. L’evangelista Marco narra qui una seconda “moltiplicazione” dei pani e dei pesci. Era dunque abitudine di Gesù dar da mangiare agli affamati. Di nuovo. È bella questa espressione. Ci ricorda che i bisogni dell’umanità non sono soddisfatti “una tantum”. Bisogna provvedere di nuovo, di continuo. E continuo deve essere il nostro curarci degli altri. Si avvicina la quaresima e ci chiediamo: che digiuno farò? I più coraggiosi però si chiederanno: chi sta digiunando a causa mia? Di chi sento compassione al punto da decidere di agire per sfamare i suoi bisogni? https://lalocandadellaparola.com/bdbf-onlus/
Qui sotto una foto ricevuta ieri da Timor Est. La forte pioggia inonda le strade della città.
Mc 8,1-10 poiché vi era di nuovo molta folla e non avevano da mangiare, Gesù chiamò a sé i discepoli e disse loro: «Sento compassione per la folla; ormai da tre giorni stanno con me e non hanno da mangiare. Se li rimando digiuni alle loro case, verranno meno lungo il cammino; e alcuni di loro sono venuti da lontano». Gli risposero i suoi discepoli: «Come riuscire a sfamarli di pane qui, in un deserto?». Domandò loro: «Quanti pani avete?». Dissero: «Sette». Ordinò alla folla di sedersi per terra. Prese i sette pani, rese grazie, li spezzò e li dava ai suoi discepoli perché li distribuissero; ed essi li distribuirono alla folla. Avevano anche pochi pesciolini; recitò la benedizione su di essi e fece distribuire anche quelli. Mangiarono a sazietà e portarono via i pezzi avanzati: sette sporte. Erano circa quattromila. E li congedò. Poi salì sulla barca con i suoi discepoli e subito andò dalle parti di Dalmanutà.
Effatà, apriti! Siamo tutti chiusi, incapaci di ascoltare ed ascoltarci. Ascoltar noi stessi, anzitutto, e gli altri. Effatà, sospiriamolo anche noi guardando verso il cielo. Effatà! Non sentiamo più nulla, né ispirazioni né emozioni né Spirito. Per questo non sappiamo più cosa dire e, se parliamo, facciamo danni. Non abbiamo più nulla da dire perché non abbiamo più nulla da ascoltare. Siamo tutti pari, tutti già bravi, tutti arrivati al top. Solo chi sa di non sapere affina l’udito e ascolta e impara e cresce. Solo chi sa di non saper parlare misura le parole, alza gli occhi al cielo più e più volte. Effatà, sussurra, sono sordo e muto. Sciogli i nodi Signore, tu che sei Parola fatta uomo.
Mc 7,31-37 Gesù, uscito dalla regione di Tiro, passando per Sidòne, venne verso il mare di Galilea in pieno territorio della Decàpoli. Gli portarono un sordomuto e lo pregarono di imporgli la mano. Lo prese in disparte, lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e gli disse: «Effatà», cioè: «Apriti!». E subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente. E comandò loro di non dirlo a nessuno. Ma più egli lo proibiva, più essi lo proclamavano e, pieni di stupore, dicevano: «Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti!».
Anni fa, alcuni amici assai più cattolici di me mi spiegavano che il Papa è il Papa e, quando parla, è assistito dal Signore o per lo meno da molti esperti. Sono sempre stato d’accordo e lo credo ancora, loro però devono aver cambiato idea dato che il Papa lo criticano ferocemente. Ma si sa: ormai è di moda spiegare agli altri il loro mestiere facendo male il nostro. Ora poi che quel sant’uomo, o Santo Padre, ha affermato che una briciola di benedizione non si nega a nessuno, nemmeno a coppie dello stesso sesso che vivano una affettività stabile da tempo e desiderino un aiuto dal cielo, immagino che lo disconosceranno dichiarando vacante la sede petrina. Non scoraggiamoci, fu così sin dagli inizi. Basta pensare a quanta fatica fecero gli Apostoli a far accettare ai discepoli di origine giudea che i cani infedeli di origine pagana fossero battezzati direttamente, senza sottomettersi alla legge ebraica e continuando tranquillamente a mangiar maiale.
Mc 7,24-30 Gesù andò nella regione di Tiro. Entrato in una casa, non voleva che alcuno lo sapesse, ma non poté restare nascosto. Una donna, la cui figlioletta era posseduta da uno spirito impuro, appena seppe di lui, andò e si gettò ai suoi piedi. Questa donna era di lingua greca e di origine siro-fenicia. Ella lo supplicava di scacciare il demonio da sua figlia. Ed egli le rispondeva: «Lascia prima che si sazino i figli, perché non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini». Ma lei gli replicò: «Signore, anche i cagnolini sotto la tavola mangiano le briciole dei figli». Allora le disse: «Per questa tua parola, va’: il demonio è uscito da tua figlia». Tornata a casa sua, trovò la bambina coricata sul letto e il demonio se n’era andato.