Vegliare

A noi non piace scoprire di non essere attesi. Arrivare a casa dopo un lungo viaggio e non trovare nessuno ad aspettarci. “Rimanere svegli, essere attenti, avere cura, vegliare dunque: veglia la sposa che attende lo sposo, la madre che attende il figlio lontano, la sentinella che scruta nel cuore della notte; veglia l’infermiere accanto al malato, il monaco nella preghiera notturna; vegliano gli uomini e le donne che sono pronti a raccogliere i segnali di aiuto dei loro amici nel pericolo, dei loro fratelli nel dolore, del loro prossimo nella difficoltà; veglia la comunità dei credenti che è rapida nel reagire alla tiepidezza e alla stanchezza
che l’allontanano dall’amore degli inizi. Veglia una società civile che coglie prontamente i segni del proprio degrado,
che si erge contro la corruzione dilagante, che contrasta la disaffezione nei confronti del bene comune, che non si rassegna alla deriva delle sue istituzioni pubbliche e alla casualità dei suoi ritmi vitali, che poi significano sempre il trionfo dei prepotenti e dei furbi. Vigilare è la capacità di ritornare a prendersi il tempo necessario per aver cura della qualità non puramente clinica e
commerciale della vita”. (C.M.Martini, Sto alla porta, 1992) Buon Avvento!

1ª Avvento Mc 13,33-37 Gesù disse ai suoi discepoli:
«Fate attenzione, vegliate, perché non sapete quando è il momento. È come un uomo, che è partito dopo aver lasciato la propria casa e dato il potere ai suoi servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vegliare.
Vegliate dunque: voi non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino; fate in modo che, giungendo all’improvviso, non vi trovi addormentati.
Quello che dico a voi, lo dico a tutti: vegliate!».

L’attimo

Dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita. E non si tratta solo di vino. Si tratta di ubriacature d’ogni genere: shopping compulsivo, uso incontrollato del cellulare, fumo, cibo. Ci si può ubriacare di pettegolezzi ed affannare per essere sempre i primi, anche quando non c’è nessuna gara. Ci si ritrova a dissipare energie per ciò che non conta o per chi non ne ha realmente bisogno. E quando un figlio dell’uomo è lì, davanti a noi, non abbiamo la forza di comparire davanti a lui, a lei, ai molti. Siamo colti impreparati, impacciati ed inattivi come un ubriaco al mattino dopo. Non sappiamo che fare, che dire, e perdiamo l’occasione di fare il bene, perdiamo l’attimo di vita.

Lc 21,24-36 Gesù disse ai suoi discepoli:
«State attenti a voi stessi, che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso all’improvviso; come un laccio infatti esso si abbatterà sopra tutti coloro che abitano sulla faccia di tutta la terra.
Vegliate in ogni momento pregando, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che sta per accadere e di comparire davanti al Figlio dell’uomo».

Osservare

Osservate. Le luci di Natale si accendono sempre più nelle vie delle città e le vetrine ci incantano di colori. Viviamo nella società dell’immagine e vediamo ogni giorno migliaia di foto, di video. Anche i messaggi con cui comunichiamo sono sempre meno scritti e sempre più da guardare. Torneremo ai graffiti sulle pareti delle caverne? Osservate, dice Gesù. Non limitatevi a vedere, nemmeno a guardare. Osservare, guardare attentamente, tenere gli occhi fissi su qualcosa o qualcuno, fino a significare osservare una promessa, una regola, una parola data. Osservate quello che accade, dice Gesù. Osservate anche la mia parola. Nel senso di leggerla, guardarla, seguirla e rispettarla. Perché è una parola che non passa, che non cambia. Il primo a osservare il vangelo è infatti Gesù stesso.

Lc 21,29-33 Gesù disse ai suoi discepoli una parabola:
«Osservate la pianta di fico e tutti gli alberi: quando già germogliano, capite voi stessi, guardandoli, che ormai l’estate è vicina. Così anche voi: quando vedrete accadere queste cose, sappiate che il regno di Dio è vicino.
In verità io vi dico: non passerà questa generazione prima che tutto avvenga. Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno».

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Seguimi

Subito lasciarono. Torna due volte questa espressione così forte. Forte perché non lasciarono qualcosa di sbagliato. Lasciarono le reti, la barca e il padre. Lasciarono per seguirlo. Lo seguirono per diventare pescatori di uomini. Erano infatti pescatori. Erano già pescatori. E Gesù chiese loro di diventarlo ancora di più. Non chiese loro di trasformarsi in ciò che non erano mai stati, ma di spingere al massimo ciò che già erano. Pescare dunque, continuare a farlo, ma più in profondità. Ripescando uomini dagli abissi del male, della miseria, della violenza. Lasciare allora non è certo disfarsi di moglie, figli e genitori, ma lasciare una vita non più larga delle pareti domestiche per seguire Gesù camminando per il mondo, senza abbandonare la moglie ovviamente.

S. Andrea Apostolo Mt 4,18-22  mentre camminava lungo il mare di Galilea, Gesù vide due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. E disse loro: «Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini». Ed essi subito lasciarono le reti e lo seguirono.
Andando oltre, vide altri due fratelli, Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello, che nella barca, insieme a Zebedèo loro padre, riparavano le loro reti, e li chiamò. Ed essi subito lasciarono la barca e il loro padre e lo seguirono.

Non prima

Un parroco una volta si vantava di preparare l’omelia nel tempo che gli occorreva per andare dalla sacrestia all’altare. I risultati, ve l’assicuro, si vedevano. Forse queste parole di Gesù sostengono un comportamento del genere? Sono un invito all’improvvisazione? Mettetevi in mente di non preparare prima la vostra difesa. Ma cosa significa prepararsi? L’atleta prepara la gara, l’insegnante la lezione e il prete – speriamo! – l’omelia. Siate pronti, dice Gesù. Preparate la gara, ma soprattutto preparatevi “alla” gara, alla lezione, all’omelia, all’incontro, alla cena. Preparatevi ad ascoltare il vostro stesso cuore perché è lì che, nel momento presente, vi sarà data la forza di essere connessi con tutti voi stessi. Diversamente sarete solo tesi come una ragazzina che recita a memoria la poesia, senza capirne il testo. Preoccupata solo di scordarlo.

Lc 21,12-19 Gesù disse ai suoi discepoli:
«Metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e governatori, a causa del mio nome. Avrete allora occasione di dare testimonianza.
Mettetevi dunque in mente di non preparare prima la vostra difesa; io vi darò parola e sapienza, cosicché tutti i vostri avversari non potranno resistere né controbattere.
Sarete traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici, e uccideranno alcuni di voi; sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Ma nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto.
Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita».

Giocoforza

Sembra che Gesù ci voglia avvertire di quanto accade ogni volta che cerchiamo di diffondere l’amore del vangelo. C’è un torpore nel quale abita indisturbato il male. La miseria dilaga e non passa, le prepotenze di pochi non trovano ostacoli. Le guerre procedono senza risolvere nulla eppure hanno la fiducia di molti. Gettare in questa calma maligna una parola di amore, nuotare controcorrente in questo male, non può essere privo di rischi. Come un rettile immobile disturbato all’improvviso, il male reagirà. Verranno giorni quindi in cui non resterà nulla della bellezza divina e dei voti dei fedeli. Il bene suscita l’opposizione del male, perché il male teme il bene. Non vi terrorizzate dunque perché queste cose devono accadere, è giocoforza che accadano. Non scoraggiamoci se il bene che compiamo nel nome di Gesù trova l’opposizione di alcuni ed è ignorato da molti. Fa parte del grande gioco della vita, dell’avventura dell’evangelizzazione.

Lc 21,5-11 mentre alcuni parlavano del tempio, che era ornato di belle pietre e di doni votivi, Gesù disse: «Verranno giorni nei quali, di quello che vedete, non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta».
Gli domandarono: «Maestro, quando dunque accadranno queste cose e quale sarà il segno, quando esse staranno per accadere?». Rispose: «Badate di non lasciarvi ingannare. Molti infatti verranno nel mio nome dicendo: “Sono io”, e: “Il tempo è vicino”. Non andate dietro a loro! Quando sentirete di guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate, perché prima devono avvenire queste cose, ma non è subito la fine».
Poi diceva loro: «Si solleverà nazione contro nazione e regno contro regno, e vi saranno in diversi luoghi terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandiosi dal cielo.

Quelle monete

È verissimo ciò che dice Gesù. Ci vuole più coraggio a donare il poco che ci serve piuttosto che il molto che ci è inutile. La prova sperimentale è alla portata di tutti noi. Promuovete una raccolta benefica di vestiti usati, alimenti, prodotti per l’igiene o cose simili. Molta gente risponderà senza fare la difficile anche perché, ammettiamolo, c’è sempre qualcosa che giace nell’armadio da tempo e la richiesta diviene occasione di riordino. Promuovete per la stessa causa una raccolta di denaro. La risposta sarà molto più timida, dovrete essere precisi nel rendiconto e pronti a ricevere più consigli che soldi. Non perché la gente sia cattiva, malfidente o tirchia, ma perché difficilmente il denaro è ritenuto superfluo (a meno che si tratti – appunto – delle monete di rame date in offerta a Messa). Il denaro in se stesso non è nulla se non una possibilità futura, e dunque è sempre prezioso. Sempre difficile da donare. Chi riesce a farlo compie uno dei gesti più generosi.

Lc 21,1-4 Gesù, alzàti gli occhi, vide i ricchi che gettavano le loro offerte nel tesoro del tempio.
Vide anche una vedova povera, che vi gettava due monetine, e disse: «In verità vi dico: questa vedova, così povera, ha gettato più di tutti. Tutti costoro, infatti, hanno gettato come offerta parte del loro superfluo. Ella invece, nella sua miseria, ha gettato tutto quello che aveva per vivere».

Il re dirà

Eccole, le opere di misericordia. La tradizione ce ne ha consegnato un elenco più lungo, attingendo anche all’antico testamento e ad altre pagine di Vangelo. Le ha poi suddivise in due gruppi, quelle spirituali e quelle corporali. Papa Francesco ha suggerito di aggiungerne una quindicesima: “avere cura della casa comune”, cioè il creato. Gli elenchi, lo sappiamo, tendono sempre ad allungarsi ed è un buon segno. Non si può infatti porre limiti alla misericordia così come, purtroppo, infiniti e costanti sono i bisogni dell’umanità. Ciò che importa sono le opere, non le buone intenzioni mai realizzate né le scuse addotte per giustificarsi: quando mai ti abbiamo visto? Questo è esattamente il problema: che non mi hai visto. Non hai visto né me né gli altri. Hai avuto occhi solo per te stesso. Hai vissuto come se fossi l’unico essere umano. Ed è questa la solitudine che ti sei scelto per l’aldilà. Perché ognuno troverà ciò per cui ha vissuto.

Cristo Re dell’universo Mt 25,31-46 Gesù disse ai suoi discepoli:
«Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria. Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli. Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre, e porrà le pecore alla sua destra e le capre alla sinistra.
Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi”.
Allora i giusti gli risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?”. E il re risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”.
Poi dirà anche a quelli che saranno alla sinistra: “Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato”.
Anch’essi allora risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato o straniero o nudo o malato o in carcere, e non ti abbiamo servito?”. Allora egli risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l’avete fatto a me”.
E se ne andranno: questi al supplizio eterno, i giusti invece alla vita eterna».

https://www.famigliacristiana.it/articolo/e-le-opere-di-misericordia-diventano-otto.aspx

Comunicare

Non osavano più rivolgergli alcuna domanda, perché aveva risposto bene e la loro domanda maliziosa era rimasta smascherata. Noi, che di domande maliziose non ne facciamo, abbiamo ugualmente paura. Preferiamo rimandare, accontentarci di una comunicazione di superficie. Siamo stanchi e non abbiamo la forza di affrontare un dialogo che potrebbe essere difficile. Così preferiamo non chiedere, non sapere, lasciare tutto fermo. Il dialogo con i figli, con il coniuge, resta limitato alla comunicazione degli orari, degli impegni. “A che ora esci? Hai le chiavi?”, non si ha la forza di chiedere con chi esci e cosa vai a fare. Resta il dubbio, ma ci fa meno paura della risposta. La famiglia comunica con post-it appiccicati alla porta. Il convento diviene simile a un convitto ed il convitto ad un condominio. E l’ultima volta che ci siamo reciprocamente chiesti “come stai?” non la ricordiamo.

Lc 20,27-40 si avvicinarono a Gesù alcuni sadducèi – i quali dicono che non c’è risurrezione – e gli posero questa domanda: «Maestro, Mosè ci ha prescritto: “Se muore il fratello di qualcuno che ha moglie, ma è senza figli, suo fratello prenda la moglie e dia una discendenza al proprio fratello”. C’erano dunque sette fratelli: il primo, dopo aver preso moglie, morì senza figli. Allora la prese il secondo e poi il terzo e così tutti e sette morirono senza lasciare figli. Da ultimo morì anche la donna. La donna dunque, alla risurrezione, di chi sarà moglie? Poiché tutti e sette l’hanno avuta in moglie».
Gesù rispose loro: «I figli di questo mondo prendono moglie e prendono marito; ma quelli che sono giudicati degni della vita futura e della risurrezione dai morti, non prendono né moglie né marito: infatti non possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, poiché sono figli della risurrezione, sono figli di Dio. Che poi i morti risorgano, lo ha indicato anche Mosè a proposito del roveto, quando dice: “Il Signore è il Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe”. Dio non è dei morti, ma dei viventi; perché tutti vivono per lui».
Dissero allora alcuni scribi: «Maestro, hai parlato bene». E non osavano più rivolgergli alcuna domanda.

La folla

Il popolo pendeva dalle sue labbra. Sempre il popolo pende dalle labbra di qualcuno. Grida “libertà!”, ma cerca un padrone, un capo da seguire, qualcuno che prometta di risolvere i problemi. La storia è piena di gente dalle cui labbra pendeva il popolo. Il mondo ne è tuttora pieno e sempre lo sarà. Nessuno diventa duce da solo. Che dire dunque? Gesù di Nazaret era un populista, uno che sapeva cosa dire e cosa tacere, pur di incantare le folle? Dal resto dei vangeli sappiamo che Gesù non faceva di questi calcoli. Allora cosa insegnava nel tempio ogni giorno? Di cosa parlava Gesù alla gente? Come parlava, da incantarla come un bimbo?

Lc 19,45-48 Gesù, entrato nel tempio, si mise a scacciare quelli che vendevano, dicendo loro: «Sta scritto: “La mia casa sarà casa di preghiera”. Voi invece ne avete fatto un covo di ladri».
Ogni giorno insegnava nel tempio. I capi dei sacerdoti e gli scribi cercavano di farlo morire e così anche i capi del popolo; ma non sapevano che cosa fare, perché tutto il popolo pendeva dalle sue labbra nell’ascoltarlo.