Non disperare

ITALIA     Disonesto era e disonesto resta. Il padrone non cambia idea, non lo riassume, eppure lo loda. Per la sua scaltrezza. Questo uomo colto in flagranza e licenziato in tronco non si scoraggia e cerca immediatamente un appiglio per rialzarsi. È sveglio insomma, è scaltro. In questo va lodato e imitato. Non perdiamo tempo a contemplare gli sbagli, rialziamoci. Mai restare a terra, mai rassegnarsi al dolore e alla sconfitta. Mai pensare d’esser le vittime della vita. C’è sempre una soluzione, anche se non la vediamo subito. “Trattieni il tuo spirito agli inferi e non disperare”, disse in visione Gesù al santo Silvano del Monte Athos, in angoscia per le proprie colpe. Invoca lo Spirito, Dio sa benissimo dove sei e cosa provi perché è in te. Dunque tu resta immerso in ciò che vivi, non fuggire. Tutto finisce, tutto passa. A volte è proprio nella sofferenza che il legame con Gesù si fa più intenso. Non disperare mai. Lui arriva.

Lc 16,1-8 Gesù diceva ai discepoli:
«Un uomo ricco aveva un amministratore, e questi fu accusato dinanzi a lui di sperperare i suoi averi. Lo chiamò e gli disse: “Che cosa sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché non potrai più amministrare”.
L’amministratore disse tra sé: “Che cosa farò, ora che il mio padrone mi toglie l’amministrazione? Zappare, non ne ho la forza; mendicare, mi vergogno. So io che cosa farò perché, quando sarò stato allontanato dall’amministrazione, ci sia qualcuno che mi accolga in casa sua”.
Chiamò uno per uno i debitori del suo padrone e disse al primo: “Tu quanto devi al mio padrone?”. Quello rispose: “Cento barili d’olio”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta, siediti subito e scrivi cinquanta”. Poi disse a un altro: “Tu quanto devi?”. Rispose: “Cento misure di grano”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta e scrivi ottanta”.
Il padrone lodò quell’amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza. I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce».

Converti rotta

ITALIA    Per uno solo. Ecco cosa dobbiamo ripeterci: Dio si muove per uno solo, e questo uno solo sono io. Ogni volta che mi converto a Lui, cioè che mi giro verso di Lui, gli angeli esultano di gioia. Passiamo tanto tempo ad aspettare uno sguardo di conferma da chi amiamo. Altrettanto ne sciupiamo a controllare quelli che, secondo noi, da soli non ce la fanno. E Lui è lì, che attende solo che gli rivolgiamo una parola, che gli confidiamo un sospiro di fatica. Convertici a te Signore. Convertici al tuo amore e allora, solo allora, ogni ansia d’essere amati cesserà.

Lc 15,1-10 si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro».
Ed egli disse loro questa parabola: «Chi di voi, se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va in cerca di quella perduta, finché non la trova? Quando l’ha trovata, pieno di gioia se la carica sulle spalle, va a casa, chiama gli amici e i vicini e dice loro: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora, quella che si era perduta”. Io vi dico: così vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di conversione.
Oppure, quale donna, se ha dieci monete e ne perde una, non accende la lampada e spazza la casa e cerca accuratamente finché non la trova? E dopo averla trovata, chiama le amiche e le vicine, e dice: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la moneta che avevo perduto”. Così, io vi dico, vi è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte».

Volendo costruire

TAIPEI AIRPORT, TAIWAN      Chi di voi, volendo costruire una torre, non siede prima a calcolare la spesa e a vedere se ha i mezzi per portarla a termine? Durante il lungo viaggio riguardo le varie foto scattate in questi quattro mesi. Qualche foto del meraviglioso mar di Timor, qualche altra di bambini. La maggior parte sono foto che documentano i lavori. Muri, prismi di cemento, bidoni di vernice, camion di sabbia. Rivedo i volti di muratori, falegnami, studenti al lavoro. E caldo e polvere ovunque. Alla sera, alla luce della candela, persino la piccola icona col volto di Gesù andava spolverata. Rivedo il grande ratto che mi faceva visita a cena, quando cucinavo in qualche modo all’esterno e le enormi blatte volanti che ho costretto (speriamo) a traslocare. E giorno dopo giorno, col sudore della fronte, non abbiamo innalzato una torre ma rimesso a nuovo una casa. Ecco i volti dei bambini curiosi: “malae hela iha nee?”, abiti qui? No, non è tutta casa mia. Qui ho una stanza, ma la casa sarà una piccola scuola anche per bambini. Hau mos bele ka? Anche io posso venirci? Certo. E la voce si diffonde. Ogni volta che apro il portone sento Hello mister! Ieri addirittura “Namastè!”. Si vede che quattro mesi di sole bruciante mi hanno reso un po’ indiano. Ma che importa di che colore siamo, ciò che conta è la luce con cui facciamo le cose, visibili e invisibili, come dice il Credo. Amare Gesù più di tutti non vuol dire metterlo prima degli altri, ma metterlo tra noi e loro, vivere l’attimo consapevoli della sua costante Presenza. Allora saremo sempre in grado di portare a termine ciò che in suo nome abbiamo iniziato a costruire. Lui, il carpentiere di Nazareth, Dio nascosto nel lavoro quotidiano, non farà mai mancare ciò che ci occorre.

Lc 14,25-33    una folla numerosa andava con Gesù. Egli si voltò e disse loro:
«Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo.
Chi di voi, volendo costruire una torre, non siede prima a calcolare la spesa e a vedere se ha i mezzi per portarla a termine? Per evitare che, se getta le fondamenta e non è in grado di finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo: “Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro”.
Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? Se no, mentre l’altro è ancora lontano, gli manda dei messaggeri per chiedere pace.
Così chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo».

Cammini

DILI, TIMOR EST   È una amara constatazione, quella del padrone di casa: nessuno degli invitati verrà. Dunque costringi a entrare chiunque, purché la casa si riempia. È vero, non tutti quelli per cui ci prodighiamo apprezzano i nostri sforzi. Non tutti quelli a cui diamo preziose opportunità, le colgono con gioia. Molti preferiscono la piatta vita che conducono. In occidente stanno sdraiati sul divano, qui stanno sotto una palma. Poco cambia, sono sempre occasioni perse. Ma non c’è da adirarsi come questo uomo. C’è solo da capire che ognuno ha la sua vita e la sua maturità. I nostri sogni non devono diventare l’incubo altrui, non possiamo imporre ad altri cammini che la vita ha aperto per noi. Iniziamo piuttosto a camminare, a percorrere le vie che Dio ci ispira. I primi invitati alla festa della vita siamo noi. Viviamo dunque senza scuse e non perdiamo le giornate che Dio ha preparato con amore per noi sin dalla notte dei tempi.

Lc 14,15-24 uno dei commensali, avendo udito questo, disse a Gesù: «Beato chi prenderà cibo nel regno di Dio!».
Gli rispose: «Un uomo diede una grande cena e fece molti inviti. All’ora della cena, mandò il suo servo a dire agli invitati: “Venite, è pronto”. Ma tutti, uno dopo l’altro, cominciarono a scusarsi. Il primo gli disse: “Ho comprato un campo e devo andare a vederlo; ti prego di scusarmi”. Un altro disse: “Ho comprato cinque paia di buoi e vado a provarli; ti prego di scusarmi”. Un altro disse: “Mi sono appena sposato e perciò non posso venire”.
Al suo ritorno il servo riferì tutto questo al suo padrone. Allora il padrone di casa, adirato, disse al servo: “Esci subito per le piazze e per le vie della città e conduci qui i poveri, gli storpi, i ciechi e gli zoppi”.
Il servo disse: “Signore, è stato fatto come hai ordinato, ma c’è ancora posto”. Il padrone allora disse al servo: “Esci per le strade e lungo le siepi e costringili ad entrare, perché la mia casa si riempia. Perché io vi dico: nessuno di quelli che erano stati invitati gusterà la mia cena”».

Oggi inizio il grande viaggio che mi riporterà in Italia fino a fine gennaio. Molti hanno già fissato con me una data per un incontro, una programmazione di aiuto o un semplice saluto. Se anche tu lo desideri, proponimi una data e farò il possible. Grazie! raimondipietro@yahoo.it   3471768280

Incondizionato

DINTORNI DI LOSPALOS, TIMOR EST       Non si tratta solo di pranzi non contraccambiati. Si tratta di amore incondizionato. C’è davvero da scoprire tanto, nel profondo di noi stessi. A volte anche la scelta più coraggiosa, eroica ed altruista nasconde aspettative. Davvero non ci aspettiamo nulla in cambio? Magari non pretendiamo un grazie da chi aiutiamo, ma un riconoscimento, un applauso, qualcosa che ci ripaghi, quello magari ce l’aspettiamo. Ma l’amore non serve a soddisfare i bisogni più nascosti della nostra psiche. È un’esperienza che va scelta consapevolmente, quella di amare per nulla. È un’esperienza che possiamo scegliere. Non è per nulla naturale, è soprannaturale. È un’esperienza divina perché Dio ama così, senza aspettative. Ripetiamocelo: amo perché non posso farne a meno. Amo anche non visto, anche deriso per ciò che sto facendo. Amo perché se non amo non sono me stesso.

Lc 14,12-14   Gesù disse al capo dei farisei che l’aveva invitato:
«Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici né i tuoi fratelli né i tuoi parenti né i ricchi vicini, perché a loro volta non ti invitino anch’essi e tu abbia il contraccambio.
Al contrario, quando offri un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti».

In cielo

DINTORNI DI LOSPALOS, TIMOR EST  Ciò che legherete sulla terra sarà legato in cielo. Restano, restano per sempre gli intrecci dei giorni vissuti insieme. Il passaggio della morte rende i legami invisibili ma non meno veri anzi, forse nel profondo della preghiera si può dialogare con più facilità. Cos’è la vita, cos’è la famiglia, se non un intreccio di amore, di cura reciproca, di incomprensioni superate dall’umiltà del perdono. È tutto un intessere e riannodare affetti. I nostri cari defunti sono vivi e le risposte arrivano se parliamo loro, se preghiamo per loro e con loro. Non dubitiamo, la vita non è un pugno d’anni che vanno in nulla. Abbiamo un’eternità per stare insieme.

INTERESSANTE Qui a Timor non si ha la minima idea di cosa sia Halloween. Il ricordo dei defunti è vissuto molto seriamente, senza zucche o maschere da fantasma. I cimiteri si illuminano di candele e la gente si ritrova presso la tomba dei cari defunti o in casa mangiando. Si apparecchia, si serve il cibo, ma non si cena. Si attende, come se loro ancora una volta cenassero. Poi è il turno di chi è ancora quaggiù. Nessuna atmosfera triste ma nemmeno nessun penoso tentativo di trasformare la morte in carnevale, dimenticando di pregare per i defunti e di chiedere loro una mano dal cielo.

Commemorazione dei defunti Gv 6,37-40 Gesù disse alla folla:
«Tutto ciò che il Padre mi dà, verrà a me: colui che viene a me, io non lo caccerò fuori, perché sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato.
E questa è la volontà di colui che mi ha mandato: che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma che lo risusciti nell’ultimo giorno.
Questa infatti è la volontà del Padre mio: che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno».

Il gusto dell’attimo

LOSPALOS, TIMOR EST Solo nel bisogno smettiamo gli abiti dei forti ed attendiamo aiuto. Solo nel pianto apprezziamo un minimo gesto di consolazione. È nella notte che anche la più flebile luce è un dono. Nella miseria si gusta anche un respiro. Ecco i beati, i santi, quelli che ne hanno passate tante da imparare a vedere l’amore nascosto in ciò che, agli occhi di chi sta bene, è solo un atto dovuto. E allora gustano il sapore della vita, dell’attimo. Come quando si è stranieri e in quel poco che si riesce a dire ci si mette tutto l’amore del mondo, con la certezza che un giorno parleremo la stessa lingua. Già la possiamo parlare. Sono infatti le opere, più che le parole, a renderci una cosa sola, una sola santità.

Tutti i Santi Mt 5,1-12  vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:
«Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati quelli che sono nel pianto,
perché saranno consolati.
Beati i miti,
perché avranno in eredità la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi,
perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore,
perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per la giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».

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Ogni giorno

DILI, TIMOR EST   Che effetto ci fa leggere un episodio come questo? Qui ciò che la psicologia chiama tabù esiste ancora. Qualcosa di assolutamente vietato o doveroso che non si immagina nemmeno di mettere in discussione. Lulik, sacro, intoccabile. Fa davvero impressione stare con giovani in jeans e cellulare che ancora si orientano così. Ancora per poco purtroppo e sempre meno, perché il nostro mondo arriva. Il mondo senza tabù né leggi divine, senza sabati. Un mondo a cui questa pagina non fa né caldo né freddo. Abbiamo sostituito il sabato con il “secondo me”. L’unica legge tabù è esattamente quella che li vieta. Gesù combatteva l’ottusità e la rigidità mentale, non certo la sacralità del sabato riservato a Dio. Anzi, proprio perché era giorno di Dio doveva essere giorno operoso di misericordia. È lecito o no guarire qualcuno di sabato? E allora, visto che nel nostro mondo si può, cambiamo nome pure ai giorni e ripetiamo ancora: ogni giorno è sabato. Ogni giorno è del Signore.

Lc 14,1-6    Un sabato Gesù si recò a casa di uno dei capi dei farisei per pranzare ed essi stavano a osservarlo. Ed ecco, davanti a lui vi era un uomo malato di idropisìa.
Rivolgendosi ai dottori della Legge e ai farisei, Gesù disse: «È lecito o no guarire di sabato?». Ma essi tacquero. Egli lo prese per mano, lo guarì e lo congedò.
Poi disse loro: «Chi di voi, se un figlio o un bue gli cade nel pozzo, non lo tirerà fuori subito in giorno di sabato?». E non potevano rispondere nulla a queste parole.

Materni

Non siamo abituati a questa versione di Gesù “mamma chioccia”. Siamo più abituati a considerarlo maestro, rabbì, Signore. Ormai non occorre una laurea in psicologia per sapere che anche in un uomo vi è una forza femminile (e viceversa nella donna una maschile). Dunque oggi incontriamo un Gesù materno. Quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come una chioccia i suoi pulcini sotto le ali. Lasciamoci prendere sotto le ali di Gesù, lasciamo che si curi di noi come una mamma. Parliamogli, confidiamogli ogni pensiero che ci attraversa la mente, certi d’essere capiti. Sfoghiamo nel suo abbraccio le nostre preoccupazioni. Che non dica anche di noi che non abbiamo voluto, perché noi lo vogliamo. Lo vogliamo con tutto il cuore.

Lc 13,31-35   si avvicinarono a Gesù alcuni farisei a dirgli: «Parti e vattene via di qui, perché Erode ti vuole uccidere».
Egli rispose loro: «Andate a dire a quella volpe: “Ecco, io scaccio demòni e compio guarigioni oggi e domani; e il terzo giorno la mia opera è compiuta. Però è necessario che oggi, domani e il giorno seguente io prosegua nel cammino, perché non è possibile che un profeta muoia fuori di Gerusalemme”.
Gerusalemme, Gerusalemme, tu che uccidi i profeti e lapidi quelli che sono stati mandati a te: quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come una chioccia i suoi pulcini sotto le ali, e voi non avete voluto! Ecco, la vostra casa è abbandonata a voi! Vi dico infatti che non mi vedrete, finché verrà il tempo in cui direte: “Benedetto colui che viene nel nome del Signore!”».

Pochi?

DILI, TIMOR EST   Sono pochi quelli che si salvano? Sì, pochissimi. Perché sono tantissimi quelli che mangiano e bevono alla presenza di chi ha bisogno e se ne infischiano. Non importa quale sia il bisogno: la ricca signora bisognosa di compagnia nel salottino milanese e il bambino scalzo nella polvere di Dili sono entrambi difficili da amare. In pochi si salvano, i più vengono lasciati morire. Di fame, di malattia, di guerra, di depressione e disperazione, di morte fisica o dell’anima. Sono pochi quelli che si salvano per opera nostra. E meno ne salviamo, meno salveremo noi stessi. Non chiedere al Signore se sono tanti o pochi quelli che si salvano. È lui che lo chiede a te, perché la sua salvezza passa attraverso le tue opere d’amore.

Lc 13,22-30    Gesù passava insegnando per città e villaggi, mentre era in cammino verso Gerusalemme. Un tale gli chiese: «Signore, sono pochi quelli che si salvano?».
Disse loro: «Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, io vi dico, cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno.
Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, voi, rimasti fuori, comincerete a bussare alla porta, dicendo: “Signore, aprici!”. Ma egli vi risponderà: “Non so di dove siete”. Allora comincerete a dire: “Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze”. Ma egli vi dichiarerà: “Voi, non so di dove siete. Allontanatevi da me, voi tutti operatori di ingiustizia!”. Là ci sarà pianto e stridore di denti, quando vedrete Abramo, Isacco e Giacobbe e tutti i profeti nel regno di Dio, voi invece cacciati fuori.
Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio. Ed ecco, vi sono ultimi che saranno primi, e vi sono primi che saranno ultimi».