Li abbiamo già incontrati, questi due diretti ad Emmaus, il 23 aprile scorso, e l’abbiamo già constatato: che forza che ha la nostalgia! Riesce a muovere anche i più tristi, riesce a ridare speranza e obiettivi di vita anche ai più sfiduciati. “A quei tempi sì che…” è il motore di tanti riformatori che credono di guidare in avanti il carrozzone mentre invece non fanno che guardare lo specchietto retrovisore. Siano riforme di Stato o di Chiesa, promuovano il ritorno del dialetto nelle scuole o il latino nelle chiese, alla fine la spinta viene sempre dalla stessa forza, quella della nostalgia. A Emmaus la battaglia aveva lasciato sul campo tanti nemici, a Emmaus “i cattivi” avevano fatto la fine che si meritavano. A Emmaus era stato dato ordine di non saccheggiarne nemmeno gli ori, tanto era appagante il solo fatto di averli battuti. Sì, sconfitti in 5000 da 3000 soldati improvvisati e male armati ma pieni di fede nell’invincibile Dio di Israele. Quel Dio che alle tre del venerdì non si era fatto sentire, quel Dio che non aveva inviato dodici legioni di angeli a difendere Gesù, bensì uno solo a consolarne il pianto al Getsemani. Quel Dio che aveva parlato e cercato di farsi ascoltare attraverso i profeti e aveva detto che bisognava che il Cristo soffrisse per entrare nella gloria, cioè che è giocoforza che Gesù, l’Uomo-Dio Amore, scateni con la sua Presenza la reazione del male che vorrebbe continuare indisturbato a rovinare la vita degli uomini. Quel Gesù che ci accosta nel cammino della nostalgia e ci risveglia: non è ad Emmaus che troverete serenità, ma al sepolcro di Gerusalemme dove le donne non hanno trovato il suo corpo, così come voi non trovereste Emmaus. Questo villaggio infatti non è mai stato individuato dagli studiosi e non si sa dove sia. Forse esiste soltanto per chi ci vuole andare. Noi invece andremo a Gerusalemme.
Lc 2413-35; 1Mac 4