Nel piatto

DILI, TIMOR EST    Quando qualcuno mi chiede quale sia il piatto tipico di questo paese, mostro un piatto vuoto. Al di là delle provocazioni, ho posto la domanda ad una ragazza che, commuovendomi, ha risposto “il riso”. Come  dire che il piatto italiano è il pane. La sua risposta dice tutto. Date in elemosina quello che avete nel piatto, ci dice Gesù. Lo dice proprio lui, virgolettato. Naturalmente vale anche per il bicchiere e via dicendo fino ad arrivare alle tasche e al portafoglio. Non significa che dobbiamo gettare monete ai primi passanti che ce ne chiedono. Significa molto di più: non possiamo non avere qualcuno che sosteniamo nei suoi bisogni materiali. La vita ci indicherà chi, ma non possiamo discutere sul se. Il piatto tipico del cristiano non si distingue perché è kosher o halal o hindu ma perché, qualunque cosa contenga, è sempre apparecchiato con doppie posate.

Lc 11,37-41 mentre Gesù stava parlando, un fariseo lo invitò a pranzo. Egli andò e si mise a tavola. Il fariseo vide e si meravigliò che non avesse fatto le abluzioni prima del pranzo.
Allora il Signore gli disse: «Voi farisei pulite l’esterno del bicchiere e del piatto, ma il vostro interno è pieno di avidità e di cattiveria. Stolti! Colui che ha fatto l’esterno non ha forse fatto anche l’interno? Date piuttosto in elemosina quello che c’è dentro, ed ecco, per voi tutto sarà puro».

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Segni

DILI, TIMOR EST   Mi fa sempre effetto notare le innumerevoli cicatrici che segnano piedi, gambe e altre parti del corpo della gente di qui. Una caduta da piccoli, una ferita al lavoro, una malattia, tutto un segno. Poi ci sono i segni invisibili, quelli che tutti portiamo. Esperienze, incontri e traumi che hanno lasciato il segno. Non si esce indenni dalla vita. A nostra volta vorremmo lasciare solo segni positivi nel cuore altrui, ma non è così. Molte parole vorremmo non averle mai dette, molte ferite mai inferte. È dura guardare chi ci ha segnato male. Più dura vedere le cicatrici che abbiamo lasciato ad altri. Ma tutti siamo sotto lo stesso segno, il segno di Giona, il segno della resurrezione. Nemmeno la resurrezione cancellò il segno dei chiodi. Eppure era vivo, e ci perdonò tutti. E quel segno di morte divenne segno d’amore.

Lc 11,29-32   mentre le folle si accalcavano, Gesù cominciò a dire:
«Questa generazione è una generazione malvagia; essa cerca un segno, ma non le sarà dato alcun segno, se non il segno di Giona. Poiché, come Giona fu un segno per quelli di Nìnive, così anche il Figlio dell’uomo lo sarà per questa generazione.
Nel giorno del giudizio, la regina del Sud si alzerà contro gli uomini di questa generazione e li condannerà, perché ella venne dagli estremi confini della terra per ascoltare la sapienza di Salomone. Ed ecco, qui vi è uno più grande di Salomone.
Nel giorno del giudizio, gli abitanti di Nìnive si alzeranno contro questa generazione e la condanneranno, perché essi alla predicazione di Giona si convertirono. Ed ecco, qui vi è uno più grande di Giona».

Gratitudine

DILI, TIMOR EST   È raro sentirsi dire grazie, come è raro dirlo. Questa pagina sembra dirci che ringraziamo una volta su dieci e, aggiungo io, ci lamentiamo cento volte tanto. La lamentela, diceva Papa Francesco, va allontanata immediatamente perché rende ciechi di fronte ai miracoli che ci accadono. Coltivare la gratitudine porta invece a diventare persone eucaristiche, che sono in costante rendimento di grazie. Non solo lodano Dio quando tutto va bene, ma anche se le cose vanno diversamente dalle aspettative.

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Lc 17,11-19 Lungo il cammino verso Gerusalemme, Gesù attraversava la Samarìa e la Galilea.
Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi, che si fermarono a distanza e dissero ad alta voce: «Gesù, maestro, abbi pietà di noi!». Appena li vide, Gesù disse loro: «Andate a presentarvi ai sacerdoti». E mentre essi andavano, furono purificati.
Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce, e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo. Era un Samaritano.
Ma Gesù osservò: «Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?». E gli disse: «Àlzati e va’; la tua fede ti ha salvato!».

Sognare di crescere

DILI, TIMOR EST   Glielo invidiavano proprio un figlio così a Maria. Beata tua madre! grida a Gesù questa donna, magari madre di un figlio un po’ meno santo. Eh sì, si invidia sempre la situazione altrui. Chissà se quella donna, vedendo poi Maria sotto la croce del figlio detenuto e condannato, è rimasta della stessa idea. Ci immaginiamo sempre che la vita degli altri sia più facile, poi scopriamo che non è così. In ogni caso qui nessuno per ora mi ha detto beata tua madre, semmai beato te che hai una madre bianca. Con tutto il male che i bianchi han fatto a questa terra, ancora si vorrebbe essere figli loro. Sì perché in passato da occidente arrivavano i conquistatori, ma oggi i soldi. Basta andare all’agenzia Western Union di Dili per vedere  decine di persone che ritirano i soldi inviati da un parente emigrato in Europa o altrove. Quando si nasce nella Repubblica più povera del sud est asiatico, qualunque altro paese è più ricco. A volte è quasi fastidioso sentir parlare solo di soldi e ricevere domande solo su questo argomento. Ma dev’essere più irritante ancora vedermi aprire il portafoglio e offrire un caffè senza pormi problemi. Mi rendo conto che non abbiamo la benché minima idea di cosa significhi nascere in povertà, in un paese dove anche lo Stato è povero, carente e inesperto in ogni forma di intervento economico e sociale. E tu sei solo, coi tuoi sogni, su un’isola sconosciuta ai più.

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Lc 11,27-28 mentre Gesù parlava, una donna dalla folla alzò la voce e gli disse: «Beato il grembo che ti ha portato e il seno che ti ha allattato!».
Ma egli disse: «Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano!».

Raccogliersi

DILI, TIMOR EST      Chi non raccoglie con me, disperde. Disperde forze e tempo, disperde e sciupa occasioni. Raccogliersi con Gesù è l’unica via. Ieri sera, davanti a casa, è passata una grande folla. Tutti raccolti per portare la statua della Madonnina nel rione del quartiere. Certo lo sappiamo, non è sufficiente, non deve fermarsi qui l’azione della Chiesa specialmente in un paese così povero, con enormi problemi sociali. Ma da qui si può partire, da questo raccoglimento si può ricostruire un popolo intero. Religiosità popolare non significa minore, significa di tutti. Quella fede che si manifesta con gesti religiosi partecipati da tutti perché appartengono a tutti. Ieri sera non si stava al balcone a veder passare monsignore. Di preti non ce n’era. Semplicemente si camminava con la Madonnina. Anni fa mi stupii della forte partecipazione della gente e Padre Luis mi disse: “Sei in un paese dove Dio esiste ancora ed è al centro. Buoni o cattivi, nessuno ne mette in discussione l’esistenza. Questo è un problema solo nostro”. Camminare, cantare, accendere candele, danzare. Solo se si è raccolti insieme si può. Diversamente ci si disperde, ognuno sdraiato sul divano nel suo appartamento, sprecando tempo col cellulare per poi lamentarsi di non trovare dieci minuti di raccoglimento in preghiera.

Lc 11,15-26 dopo che Gesù ebbe scacciato un demonio, alcuni dissero: «È per mezzo di Beelzebùl, capo dei demòni, che egli scaccia i demòni». Altri poi, per metterlo alla prova, gli domandavano un segno dal cielo.
Egli, conoscendo le loro intenzioni, disse: «Ogni regno diviso in se stesso va in rovina e una casa cade sull’altra. Ora, se anche Satana è diviso in se stesso, come potrà stare in piedi il suo regno? Voi dite che io scaccio i demòni per mezzo di Beelzebùl. Ma se io scaccio i demòni per mezzo di Beelzebùl, i vostri figli per mezzo di chi li scacciano? Per questo saranno loro i vostri giudici. Se invece io scaccio i demòni con il dito di Dio, allora è giunto a voi il regno di Dio.
Quando un uomo forte, bene armato, fa la guardia al suo palazzo, ciò che possiede è al sicuro. Ma se arriva uno più forte di lui e lo vince, gli strappa via le armi nelle quali confidava e ne spartisce il bottino.
Chi non è con me, è contro di me, e chi non raccoglie con me, disperde.
Quando lo spirito impuro esce dall’uomo, si aggira per luoghi deserti cercando sollievo e, non trovandone, dice: “Ritornerò nella mia casa, da cui sono uscito”. Venuto, la trova spazzata e adorna. Allora va, prende altri sette spiriti peggiori di lui, vi entrano e vi prendono dimora. E l’ultima condizione di quell’uomo diventa peggiore della prima».

DILEXI TE, Esortazione apostolica di Papa Leone XIV sull’amore per i poveri https://www.vatican.va/content/leo-xiv/it/apost_exhortations/documents/20251004-dilexi-te.html

Anche voi

DILI, TIMOR EST  Ecco la luna che ieri sera sorgeva sul mar di Timor. Anche tra la miseria sorge la bellezza. Voi che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli. È questo quello che ci stupisce, ci sfida e ci toglie ogni scusa. Che siamo cattivi lo sappiamo. Magari nessuno può permettersi di dircelo ma noi lo pensiamo di continuo: non vado bene, non sono abbastanza bravo, sono sbagliato. Ciò che però ci sembra strano è che Gesù stesso affermi che siamo capaci di dare cose buone ai nostri figli. Siamo capaci di fare il bene. Lo stiamo già facendo, mentre siamo cattivi, non occorre aspettare di essere buoni. Anche se è notte, anche se è buio, diamo agli altri ciò che ci chiedono. Magari sbuffando, magari di malavoglia, ma facciamo cose buone. Su queste braci, ardenti sotto la cenere dei nostri “no”, lo Spirito soffia per riaccendere un grande fuoco. Non lasciamoci fermare dal buio che c’è in noi. Il sole di notte non si vede ma da lontano illumina la luna tanto da farla sembrare calda come lui. Così è lo Spirito che il Padre nostro dona a chi glielo chiede.

Lc11,5-13 Gesù disse ai discepoli:
«Se uno di voi ha un amico e a mezzanotte va da lui a dirgli: “Amico, prestami tre pani, perché è giunto da me un amico da un viaggio e non ho nulla da offrirgli”, e se quello dall’interno gli risponde: “Non m’importunare, la porta è già chiusa, io e i miei bambini siamo a letto, non posso alzarmi per darti i pani”, vi dico che, anche se non si alzerà a darglieli perché è suo amico, almeno per la sua invadenza si alzerà a dargliene quanti gliene occorrono.
Ebbene, io vi dico: chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chiunque chiede riceve e chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto.
Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pesce, gli darà una serpe al posto del pesce? O se gli chiede un uovo, gli darà uno scorpione? Se voi dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro del cielo darà lo Spirito Santo a quelli che glielo chiedono!».

Infatti anche noi

DILI, TIMOR EST   Anche noi infatti perdoniamo. Forse la frase più difficile del Padre Nostro. Dovremmo farle precedere ogni nostra richiesta. Dacci il pane quotidiano, anche noi infatti lo diamo agli altri. Non abbandonarci alla tentazione, anche noi infatti non abbandoniamo nessuno alle sue paure. Venga il tuo regno, facci sentire la tua presenza nella nostra giornata, anche noi infatti ci rendiamo presenti nella vita altrui. E ricordaci che ognuno ha le sue fatiche, le sue ragioni, anche noi infatti non cerchiamo che un po’ di comprensione. Ripetiamo come un mantra questa affermazione, ogni volta che chiediamo qualcosa a Dio o a qualcuno. Anche io infatti… È l’esame di coscienza più rapido e costante, riportandoci subito alla giusta misura delle cose.

Lc 11,1-4 Gesù si trovava in un luogo a pregare; quando ebbe finito, uno dei suoi discepoli gli disse: «Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli».
Ed egli disse loro: «Quando pregate, dite:
Padre,
sia santificato il tuo nome,
venga il tuo regno;
dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano,
e perdona a noi i nostri peccati,
anche noi infatti perdoniamo a ogni nostro debitore,
e non abbandonarci alla tentazione».

Servire

DILI, TIMOR EST   Al di là di tutto ciò che abbiamo già detto su questa bellissima pagina di Giovanni, una cosa va ammessa: Marta attira la nostra simpatia. È in lei che ci immedesimiamo istintivamente. Mi ha lasciata sola a servire, esclama furiosa. E noi l’abbiamo pensato tante volte: devo fare tutto io, ci fosse uno che mi aiuta, sono qui a fare il servo e non sento un solo grazie. Eppure un grazie c’è, ed è quello di Gesù stesso. Felice di vederci al nostro posto a servire, pronti e disponibili, lì dove la vita ci ha messo, dove Lui ci chiede di stare. Ma è un grazie difficile da sentire, soprattutto se i nostri borbottii diventano cronici, un rumore di fondo a cui ci abituiamo che ci impedisce di cogliere i segni. Spegnamo i lamenti, facciamo come i ragazzi con cui lavoro ormai da mesi. “Araska!”, è dura, dicono sorridendo. Poi riprendono a cantare lavorando nel caldo impolverato.

Lc 10,38-42 mentre erano in cammino, Gesù entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo ospitò.
Ella aveva una sorella, di nome Maria, la quale, seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola. Marta invece era distolta per i molti servizi.
Allora si fece avanti e disse: «Signore, non t’importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti». Ma il Signore le rispose: «Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c’è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta».

Grazie! https://buonodentrobuonofuori.com/come-aiutarci/

Passò oltre

DILI, TIMOR EST    La prossima volta, il prossimo mese, l’anno prossimo. Insomma next time, non adesso. Per uno strano destino, prossimo ha assunto nell’uso il significato di “successivo” anziché di “vicino”, qualcosa che verrà e non qualcosa che è qui. E così, di prossima volta in prossima volta, siamo tutti diventati dei saltatori d’ostacoli. Siamo gente che passa oltre a ciò che vede sperando in qualcosa di meglio. Gli shorts di YouTube, i post di Instagram, gli stati di WhatsApp, ci hanno abituato a vedere e passare oltre. Non sappiamo più fermarci, ascoltare con attenzione e trattenere nel cervello. Persino leggere un breve messaggio fino alla fine è raro e ci permettiamo tranquillamente di non rispondere. Se lo facciamo, le risposte che diamo al prossimo (intendo chi è lì che parla con noi) sono sconnesse. Spesso dimentichiamo totalmente ciò che ci ha detto, magari a tu per tu aprendoci il suo cuore, sperando nella nostra solidarietà e addirittura nella nostra preghiera. Guardiamo tutti come dal finestrino di un treno in corsa. Passano veloci, nessuno resta, e noi non restiamo per nessuno. E così, nella società col più alto tasso di strumenti di comunicazione, siamo al record di solitudine. Qualcuno si accorgerà di me o sono un post di facebook? si chiedeva il poveretto ferito dai briganti. Macché, lo vedevano e passavano oltre e state certi che anche ora non si ricordano d’averlo visto. Fortuna però che qualcuno vide ed ebbe compassione, che significa vide e si fermò. Al ritorno si ricordava ancora di lui, del conto da pagare, della salute da curare. Perché se ami ti fermi. Se ami non ti limiti a vedere, ma guardi, ascolti e ricordi.

Lc 10,25-37   un dottore della Legge si alzò per mettere alla prova Gesù e chiese: «Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?». Gesù gli disse: «Che cosa sta scritto nella Legge? Come leggi?». Costui rispose: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso». Gli disse: «Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai».
Ma quello, volendo giustificarsi, disse a Gesù: «E chi è mio prossimo?». Gesù riprese: «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gèrico e cadde nelle mani dei briganti, che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e, quando lo vide, passò oltre. Anche un levìta, giunto in quel luogo, vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui. Il giorno seguente, tirò fuori due denari e li diede all’albergatore, dicendo: “Abbi cura di lui; ciò che spenderai in più, te lo pagherò al mio ritorno”. Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?». Quello rispose: «Chi ha avuto compassione di lui». Gesù gli disse: «Va’ e anche tu fa’ così».

Intervista di Mario Calabresi al Card Pizzaballa sulla Flottilla: “avrei evitato, ora si torni a parlare di più di Gaza”  https://mariocalabresi.com/intervista-cardinale-pizzaballa-podcast/

Ascolta tutta l’intervista https://open.spotify.com/episode/7uDtrsFAjvhwtsYedHY68o?si=yODwEUv9Ss2OP932DFHnsQ

Fuori servizio

DILI, TIMOR EST   Che bello sarebbe, ogni tanto, poter dire d’esser fuori servizio, servi inutili che hanno fatto quanto dovevano fare. Tutti sono sistemati, sfamati, curati, rappacificati. Non c’è più nessuno che abbia un solo bisogno e dunque siamo servi inutili, servi fuori servizio. Ma non è così, non lo sarà mai. Come dunque non scoraggiarsi di fronte agli immani e infiniti bisogni dell’umanità? Come non diventare violenti di fronte alle ingiustizie o depressi davanti alle sofferenze? Se aveste fede, una fede sottile ed invisibile come un granello di senape. Una fede leggera, fresca, che si lascia trasportare. La fede di chi si affida al Padre anche nei più forti bisogni.

Lc 17,5-10    gli apostoli dissero al Signore: «Accresci in noi la fede!».
Il Signore rispose: «Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: “Sràdicati e vai a piantarti nel mare”, ed esso vi obbedirebbe.
Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà, quando rientra dal campo: “Vieni subito e mettiti a tavola”? Non gli dirà piuttosto: “Prepara da mangiare, stríngiti le vesti ai fianchi e sérvimi, finché avrò mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai tu”? Avrà forse gratitudine verso quel servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti?
Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”».