Quel giorno in sinagoga Gesù annunciò ai suoi compaesani che Messia sarebbe stato. Lo Spirito gli aveva indicato la strada e lui l’avrebbe percorsa, a costo di camminare da solo. Nessun nazareno infatti lo seguì, lui che avrebbe reso lo sconosciuto villaggio di Nazareth famoso in tutto il mondo. Passando in mezzo a loro, se ne andò. Altri poi lo seguiranno, come stai facendo tu in questo istante.
Lc 4,24-30 Gesù cominciò a dire nella sinagoga a Nàzaret: «In verità io vi dico: nessun profeta è bene accetto nella sua patria. Anzi, in verità io vi dico: c’erano molte vedove in Israele al tempo di Elìa, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; ma a nessuna di esse fu mandato Elìa, se non a una vedova a Sarèpta di Sidóne. C’erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Elisèo; ma nessuno di loro fu purificato, se non Naamàn, il Siro». All’udire queste cose, tutti nella sinagoga si riempirono di sdegno. Si alzarono e lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù. Ma egli, passando in mezzo a loro, si mise in cammino.
Oggi si legge l’episodio del roveto ardente, da cui Dio parla a Mosè svelandogli il suo nome: Io Sono. In rito ambrosiano si legge il vangelo della disputa con i guidei, in cui Gesù afferma: Prima che Abramo fosse, Io Sono. Non ci resta che leggerli insieme, questi due testi, ascoltando l’audio qui di seguito.
Esodo 3 Mentre Mosè stava pascolando il gregge di Ietro, suo suocero, sacerdote di Madian, condusse il bestiame oltre il deserto e arrivò al monte di Dio, l’Oreb. L’angelo del Signore gli apparve in una fiamma di fuoco dal mezzo di un roveto. Egli guardò ed ecco: il roveto ardeva per il fuoco, ma quel roveto non si consumava. Mosè pensò: «Voglio avvicinarmi a osservare questo grande spettacolo: perché il roveto non brucia?». Il Signore vide che si era avvicinato per guardare; Dio gridò a lui dal roveto: «Mosè, Mosè!». Rispose: «Eccomi!». Riprese: «Non avvicinarti oltre! Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai è suolo santo!». E disse: «Io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe». Mosè allora si coprì il volto, perché aveva paura di guardare verso Dio. Il Signore disse: «Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sovrintendenti: conosco le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo dal potere dell’Egitto e per farlo salire da questa terra verso una terra bella e spaziosa, verso una terra dove scorrono latte e miele». Mosè disse a Dio: «Ecco, io vado dagli Israeliti e dico loro: “Il Dio dei vostri padri mi ha mandato a voi”. Mi diranno: “Qual è il suo nome?”. E io che cosa risponderò loro?». Dio disse a Mosè: «Io sono colui che sono!». E aggiunse: «Così dirai agli Israeliti: “Io Sono mi ha mandato a voi”». Dio disse ancora a Mosè: «Dirai agli Israeliti: “Il Signore, Dio dei vostri padri, Dio di Abramo, Dio di Isacco, Dio di Giacobbe mi ha mandato a voi”. Questo è il mio nome per sempre; questo è il titolo con cui sarò ricordato di generazione in generazione».
Gv 8 Gli risposero i Giudei: «Non abbiamo forse ragione di dire che tu sei un Samaritano e un indemoniato?». Rispose Gesù: «Io non sono indemoniato: io onoro il Padre mio, ma voi non onorate me. Io non cerco la mia gloria; vi è chi la cerca, e giudica. In verità, in verità io vi dico: se uno osserva la mia parola, non vedrà la morte in eterno». Gli dissero allora i Giudei: «Ora sappiamo che sei indemoniato. Abramo è morto, come anche i profeti, e tu dici: «Se uno osserva la mia parola, non sperimenterà la morte in eterno». Sei tu più grande del nostro padre Abramo, che è morto? Anche i profeti sono morti. Chi credi di essere?». Rispose Gesù: «Se io glorificassi me stesso, la mia gloria sarebbe nulla. Chi mi glorifica è il Padre mio, del quale voi dite: «È nostro Dio!», e non lo conoscete. Io invece lo conosco. Se dicessi che non lo conosco, sarei come voi: un mentitore. Ma io lo conosco e osservo la sua parola. Abramo, vostro padre, esultò nella speranza di vedere il mio giorno; lo vide e fu pieno di gioia». Allora i Giudei gli dissero: «Non hai ancora cinquant’anni e hai visto Abramo?». Rispose loro Gesù: «In verità, in verità io vi dico: prima che Abramo fosse, Io Sono». Allora raccolsero delle pietre per gettarle contro di lui; ma Gesù si nascose e uscì dal tempio.
Era la prima sera di una settimana d’esercizi spirituali. Il predicatore arrivò e, anziché predicare, fece spostare le sedie in due settori uno di fronte all’altro. Ci fece passeggiare nello spazio vuoto mentre leggeva questa parabola. Poi disse: “È sera, sei nella casa della parabola. Se sei il figlio minore, siedi da questa parte. Se sei il maggiore, dall’altra”. Prese una sedia, sedette in mezzo e aggiunse: “Io sono il padre. Se hai qualcosa da dirmi sono qui”. Uno di noi timidamente si alzò e gli si sedette di fronte: “Papà, devo dirti una cosa…” Si andò avanti così una settimana intera. Litigi, recriminazioni, parole pesanti persino alla madre. Potete immaginare l’incontro tra i fratelli. Questa parabola non ha mai fine, quel figlio inquieto è sempre vivo in noi. Il maggiore è sempre rancoroso in un angolo del cuore. Ogni volta che perdoniamo o regaliamo denaro e cose siamo quel padre esagerato.
Lc 15 si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro». Ed egli disse loro questa parabola: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da suo padre. Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa. Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”».
Scorre in noi la linfa santa dello Spirito di Dio che vuole portare frutto. Dio vuole fiorire attraverso di noi ma, diversamente dagli alberi, noi possiamo decidere di non collaborare e di fare frutto per conto nostro. Così accade che il Regno di Dio ha rami meravigliosi accanto ad altri dai frutti velenosi o sempre acerbi. Il verbo di Dio continua ad incarnarsi attraverso di noi, ad esprimersi attraverso la nostra vita. Se glielo consentiamo, porterà frutto e il regno di Dio si espanderà in terra.
Mt 21 Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Ascoltate un’altra parabola: c’era un uomo che possedeva un terreno e vi piantò una vigna. La circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano. Quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, mandò i suoi servi dai contadini a ritirare il raccolto. Ma i contadini presero i servi e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono. Mandò di nuovo altri servi, più numerosi dei primi, ma li trattarono allo stesso modo. Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: “Avranno rispetto per mio figlio!”. Ma i contadini, visto il figlio, dissero tra loro: “Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!”. Lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero. Quando verrà dunque il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini?». Gli risposero: «Quei malvagi, li farà morire miseramente e darà in affitto la vigna ad altri contadini, che gli consegneranno i frutti a suo tempo». E Gesù disse loro: «Non avete mai letto nelle Scritture: “La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d’angolo; questo è stato fatto dal Signore ed è una meraviglia ai nostri occhi”? Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti». Udite queste parabole, i capi dei sacerdoti e i farisei capirono che parlava di loro. Cercavano di catturarlo, ma ebbero paura della folla, perché lo considerava un profeta.
In una vita intera proprio non si era accorto che, uscendo di casa, scavalcava un’altra persona. O meglio, si era accorto che c’era un povero, ma non aveva capito che era una persona con un nome: Lazzaro. Capita spesso di vederli i poveri, i senzatetto, i vecchietti, i rifugiati, i bimbi denutriti, i galeotti, i tossici ecc. Capita così spesso da farci l’abitudine e credere che tutto questo sia normale. Eppure hanno un nome, una storia, e avevano una mamma. Ma non c’è modo. Pensate che “làzaro” in spagnolo significa pezzente, accattone, mendicante e deriva esattamente da questa parabola. Gli spagnoli lo insegnarono agli italiani che tuttora chiamano lazzarone chi non vuol lavorare. Il nome proprio di un uomo povero è divenuto nome comune di “categoria sociale” dimostrando scientificamente che non ce la facciamo a capire che i poveri sono persone. Sono semplicemente poveri ed è ovvio che esistano, che siano lì, fuori dalla porta a rischiare pure di farci inciampare. Così la parabola del povero Lazzaro divenne quella del lazzarone che divenne povero. Ben gli sta.
Lc 16,19-31 Gesù disse ai farisei: «C’era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti. Un povero, di nome Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe. Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando negli inferi fra i tormenti, alzò gli occhi e vide di lontano Abramo, e Lazzaro accanto a lui. Allora gridando disse: “Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma”. Ma Abramo rispose: “Figlio, ricòrdati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti. Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi”. E quello replicò: “Allora, padre, ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca severamente, perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento”. Ma Abramo rispose: “Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro”. E lui replicò: “No, padre Abramo, ma se dai morti qualcuno andrà da loro, si convertiranno”. Abramo rispose: “Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti”».
Come festeggerete oggi in Cielo, cosa ti dirà Maria? Tuo padre ed io, disse a Gesù dodicenne. Davanti a lui ti chiamava così, senza esitazione, senza paura di mentire. Eri davvero un padre per quel bambino, un padre di famiglia come tutti vorrebbero averne. Eravate unitissimi, voi due, una bellissima coppia. Con una battuta diremmo che nemmeno lo Spirito santo riuscì a dividervi anzi, dato che il bimbo era opera sua, vi unì ancora più forte. Come vi guardavate, come parlavate tra voi, la sera, vedendolo crescere, sentendolo chiamare Padre Dio? Cosa ti disse di quel giorno lontano, quando l’angelo le parlò. Cosa le dicesti tu dei tuoi sogni, delle tue intuizioni che costantemente ti spingevano a crederle, a darle spazio, a lasciarla fare. Non è riportata una sola tua parola in tutti i vangeli. Ci è detto molto di più: sappiamo delle tue intenzioni, dei tuoi sogni e delle tue azioni. Buona festa Giuseppe!
San Giuseppe Lc 2,41-51 I genitori di Gesù si recavano ogni anno a Gerusalemme per la festa di Pasqua. Quando egli ebbe dodici anni, vi salirono secondo la consuetudine della festa. Ma, trascorsi i giorni, mentre riprendevano la via del ritorno, il fanciullo Gesù rimase a Gerusalemme, senza che i genitori se ne accorgessero. Credendo che egli fosse nella comitiva, fecero una giornata di viaggio, e poi si misero a cercarlo tra i parenti e i conoscenti; non avendolo trovato, tornarono in cerca di lui a Gerusalemme. Dopo tre giorni lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai maestri, mentre li ascoltava e li interrogava. E tutti quelli che l’udivano erano pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue risposte. Al vederlo restarono stupiti, e sua madre gli disse: «Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo». Ed egli rispose loro: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?». Ma essi non compresero ciò che aveva detto loro. Scese dunque con loro e venne a Nàzaret e stava loro sottomesso.
Dicono e non fanno, predicano bene e razzolano male. Non c’è bisogno di commentare, gli esempi di incoerenza sono così numerosi da farci perdere fiducia nell’umanità. Dicono e non fanno. Fanno però ben altro, fanno ciò che li fa ammirare dalla gente. Eh sì, perché arrampicare e far carriera è faticoso. Bisogna farne di rinunce, bisogna portarne di borse pesanti. Poi però arrivano le soddisfazioni, i titoli: maestro, padre, guida, don, rev, mons, dott, card, sen, on e avanti. Lui invece era semplicemente Jeshua, Gesù. L’unico nome in cui c’è salvezza. Tutto il resto serve a sostenere chi in piedi da solo non sa stare.
Mt 23,1-12 Gesù si rivolse alla folla e ai suoi discepoli dicendo: «Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. Praticate e osservate tutto ciò che vi dicono, ma non agite secondo le loro opere, perché essi dicono e non fanno. Legano infatti fardelli pesanti e difficili da portare e li pongono sulle spalle della gente, ma essi non vogliono muoverli neppure con un dito. Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dalla gente: allargano i loro filattèri e allungano le frange; si compiacciono dei posti d’onore nei banchetti, dei primi seggi nelle sinagoghe, dei saluti nelle piazze, come anche di essere chiamati “rabbì” dalla gente. Ma voi non fatevi chiamare “rabbì”, perché uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli. E non chiamate “padre” nessuno di voi sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello celeste. E non fatevi chiamare “guide”, perché uno solo è la vostra Guida, il Cristo. Chi tra voi è più grande, sarà vostro servo; chi invece si esalterà, sarà umiliato e chi si umilierà sarà esaltato».
Gesù non dava mai consigli che lui stesso per primo non seguisse, né chiedeva ai suoi ciò che lui non chiedesse già a sé. Leggiamo così questa pagina, leggiamola per capire come è il nostro Maestro, come si comporta con noi. È misericordioso come il Padre. Non ci giudica, non ci condanna, ci perdona. Dà sempre, smisuratamente. Ecco come è Gesù. Se non fosse così, non chiederebbe a noi di esserlo. Se ci chiedesse poco, avremmo un Dio da poco.
Lc 6,36-38 Gesù disse ai suoi discepoli: «Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso. Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e sarete perdonati. Date e vi sarà dato: una misura buona, pigiata, colma e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con la quale misurate, sarà misurato a voi in cambio».
Oggi leggiamo il vangelo della trasfigurazione di Gesù in preghiera. In rito ambrosiano si legge l’episodio della donna samaritana a cui Gesù chiede da bere. Nel pozzo profondo della preghiera attingiamo l’acqua della vita. Siamo anfore vuote che possono trasfigurarsi in sorgenti d’acqua viva. Tutto dipende dall’incontro con Gesù nella sorgente interiore della preghiera personale.
Lc9,28-36 Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare. Mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante. Ed ecco, due uomini conversavano con lui: erano Mosè ed Elìa, apparsi nella gloria, e parlavano del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme. Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno; ma, quando si svegliarono, videro la sua gloria e i due uomini che stavano con lui. Mentre questi si separavano da lui, Pietro disse a Gesù: «Maestro, è bello per noi essere qui. Facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elìa». Egli non sapeva quello che diceva. Mentre parlava così, venne una nube e li coprì con la sua ombra. All’entrare nella nube, ebbero paura. E dalla nube uscì una voce, che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo!». Appena la voce cessò, restò Gesù solo. Essi tacquero e in quei giorni non riferirono a nessuno ciò che avevano visto.
Come sarebbe il mondo se queste parole fossero realmente vissute da tutti? Come sarebbe la tua giornata se, nel segreto della tua preghiera, parlassi a Dio di chi ti fa soffrire? Ci sono persone che ci sono nemiche, che agiscono contro di noi o che ignorandoci ci rovinano la giornata. Ci sono altri che, sbagliando, abbiamo offeso e che non vogliono più avere a che fare con noi. Ma nulla può impedirci di raggiungerli attraverso la preghiera. Ecco perché Gesù insiste: pregate per chi vi fa soffrire. Parlatene a Dio, parlate a loro davanti a Dio, in Dio.
L’intelligenza artificiale ci preoccupa ma ci aiuta anche a immaginare. Ecco qui sotto un video in cui i più grandi prepotenti capi del mondo cantano insieme una famosa canzone di pace. Fa sorridere, ma fa pensare.
Mt 5,43-48 Gesù disse ai suoi discepoli: «Avete inteso che fu detto: “Amerai il tuo prossimo” e odierai il tuo nemico. Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. Infatti, se amate quelli che vi amano, quale ricompensa ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste».