A mensa

Quando sei invitato non metterti al primo posto. Ci sono poi inviti che non vanno accettati, mense che non vanno frequentate nemmeno sedendo all’ultimo posto. Sono le mense dei pubblici peccatori, i pubblicani. Chi condivide il loro cibo, condivide e concorda con la loro vita palesemente contraria alla legge di Dio. Eppure Gesù si sedeva volentieri a quelle tavole, forse più rilassato di quando stava a mensa in casa dei capi dei farisei. Perché? Perché il Messia ammiccava agli impuri? Perché questa sua incoerente complicità con chi sbaglia?

Lc 14,7-11 Un sabato Gesù si recò a casa di uno dei capi dei farisei per pranzare ed essi stavano a osservarlo.
Diceva agli invitati una parabola, notando come sceglievano i primi posti: «Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto, perché non ci sia un altro invitato più degno di te, e colui che ha invitato te e lui venga a dirti: “Cédigli il posto!”. Allora dovrai con vergogna occupare l’ultimo posto. Invece, quando sei invitato, va’ a metterti all’ultimo posto, perché quando viene colui che ti ha invitato ti dica: “Amico, vieni più avanti!”. Allora ne avrai onore davanti a tutti i commensali. Perché chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato».

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Scelse bene

La sua scelta fu frutto di preghiera. Preghiera vera, nello Spirito, perché di gente che si crede spirituale e invece decide nella psiche è pieno il mondo e la chiesa. Gesù se ne andò sul monte a pregare e passò tutta la notte pregando Dio. Quando fu giorno, chiamò a sé i suoi discepoli e ne scelse dodici, ai quali diede anche il nome di apostoli. Essere scelti, visti, chiamati da Gesù ad un compito preciso, di particolare vicinanza e collaborazione nel servizio dell’evangelizzare. E, ricordiamolo, si evangelizza con le opere non solo a parole. Scelti eppure liberi di diventare traditori. Come fa un apostolo a tradire Gesù? Quando accade? “È la dimensione “arrampicatrice”, i sacerdoti arrampicatori, che fanno carriera. Credo che si vedono… In curia no, in curia non succede! Ma da altre parti succede… Per favore fermatevi, fermatevi. Perché l’arrampicatore alla fine è un traditore, non è un servitore. Cerca il proprio vantaggio e poi non fa niente per gli altri”. (Papa Francesco)⬇️

Santi Simone e Giuda Apostoli Lc 6, 12-19 Gesù se ne andò sul monte a pregare e passò tutta la notte pregando Dio. Quando fu giorno, chiamò a sé i suoi discepoli e ne scelse dodici, ai quali diede anche il nome di apostoli: Simone, al quale diede anche il nome di Pietro; Andrea, suo fratello; Giacomo, Giovanni, Filippo, Bartolomeo, Matteo, Tommaso; Giacomo, figlio di Alfeo; Simone, detto Zelota; Giuda, figlio di Giacomo; e Giuda Iscariota, che divenne il traditore.
Disceso con loro, si fermò in un luogo pianeggiante. C’era gran folla di suoi discepoli e gran moltitudine di gente da tutta la Giudea, da Gerusalemme e dal litorale di Tiro e di Sidòne, che erano venuti per ascoltarlo ed essere guariti dalle loro malattie; anche quelli che erano tormentati da spiriti impuri venivano guariti. Tutta la folla cercava di toccarlo, perché da lui usciva una forza che guariva tutti.

Da non perdere!⬇️⬇️⬇️ https://www.vaticannews.va/it/papa/news/2022-10/papa-sacerdoti-arrampicatori-discernimento-internet-guerra.html

Testo integrale dalla registrazione https://m.vatican.va/content/francescomobile/it/speeches/2022/october/documents/20221024-seminaristi-sacerdoti.html

Oltre

Anche lui, Gesù, si trovò ad affrontare il mistero della libertà degli uomini. Si chiese come mai lo rifiutassero e cercò di darsi una risposta: quante volte ho voluto, ma voi non avete voluto! Quante volte anche noi ce lo chiediamo: perché fanno questo? Perché dicono queste cose? Sì certo, ormai sembra che non ci sia più un verso giusto e uno sbagliato. Ci sentiamo tutti obbligati a dire che ognuno fa della sua vita ciò che vuole e nessuno gli può dire “ma che fai?” perché tutto è sempre okay. Così facendo costruiamo un mondo in cui non ci si chiede più nulla l’uno all’altro, né il perché né il percome delle scelte, e ci sentiamo soli come in una casa abbandonata. Viaggiamo accanto ad altri lunghe ore, nel cammino della vita, forse potremmo andare oltre ad un imbarazzato “salve” e iniziare a conoscerci.

Lc 13,31-35 In quel momento si avvicinarono a Gesù alcuni farisei a dirgli: «Parti e vattene via di qui, perché Erode ti vuole uccidere».
Egli rispose loro: «Andate a dire a quella volpe: “Ecco, io scaccio demòni e compio guarigioni oggi e domani; e il terzo giorno la mia opera è compiuta. Però è necessario che oggi, domani e il giorno seguente io prosegua nel cammino, perché non è possibile che un profeta muoia fuori di Gerusalemme”.
Gerusalemme, Gerusalemme, tu che uccidi i profeti e lapidi quelli che sono stati mandati a te: quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come una chioccia i suoi pulcini sotto le ali, e voi non avete voluto! Ecco, la vostra casa è abbandonata a voi! Vi dico infatti che non mi vedrete, finché verrà il tempo in cui direte: “Benedetto colui che viene nel nome del Signore!”».

L’attimo

Non sono che aperture di pochi millimetri, porte strette da cui entra la luce. L’attimo di vita è forse come una pupilla, come il diaframma della macchina fotografica: passa una luce all’improvviso e tu ci vedi. Così è ogni relazione: porta stretta in cui ci sforziamo di entrare, di far passare un po’ d’amore. Ogni parola come uno scatto che coglie l’attimo, ogni silenzio è preparazione. Sforziamoci di vedere in quale modo essere operatori di giustizia. Signore “Donaci occhi per vedere le necessità e le sofferenze dei fratelli; infondi in noi la luce della tua parola per confortare gli affaticati e gli oppressi; fa che ci impegniamo lealmente al servizio dei poveri e dei sofferenti”*

Lc 13,22-30 Gesù passava insegnando per città e villaggi, mentre era in cammino verso Gerusalemme. Un tale gli chiese: «Signore, sono pochi quelli che si salvano?».
Disse loro: «Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, io vi dico, cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno.
Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, voi, rimasti fuori, comincerete a bussare alla porta, dicendo: “Signore, aprici!”. Ma egli vi risponderà: “Non so di dove siete”. Allora comincerete a dire: “Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze”. Ma egli vi dichiarerà: “Voi, non so di dove siete. Allontanatevi da me, voi tutti operatori di ingiustizia!”. Là ci sarà pianto e stridore di denti, quando vedrete Abramo, Isacco e Giacobbe e tutti i profeti nel regno di Dio, voi invece cacciati fuori.
Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio. Ed ecco, vi sono ultimi che saranno primi, e vi sono primi che saranno ultimi».

* preghiera eucaristica V/C rito romano

Luce dentro

Forse non voleva solo dirci che il Regno di Dio è una realtà piccola destinata a crescere, un invisibile che si rivela nel tempo. Voleva anche farci capire che il Regno di Dio non è oltre ma nella nostra realtà: nel giardino, nella farina. Certo, piccolo come un seme, disciolto come lievito, ma appunto presente nella terra, nella farina. Sì, Dio è il creatore, esiste da prima del Big Bang e potrebbe esistere senza l’universo. Ma, creando tutto, è rimasto mescolato nelle sue stesse creature, come lievito nella farina. Ecco perché amare le creature è amare Dio. Ogni attimo della nostra esistenza è un’espansione della presenza di Dio. La vita umana non è dunque solo un’esperienza di regno umano o animale, ma esperienza di regno di Dio. Se chiediamo che il nostro occhio interiore sia vivo, capace di cogliere quella luce divina che sta dentro le cose di ogni giorno.

Lc 13,18-21 Diceva Gesù: «A che cosa è simile il regno di Dio, e a che cosa lo posso paragonare? È simile a un granello di senape, che un uomo prese e gettò nel suo giardino; crebbe, divenne un albero e gli uccelli del cielo vennero a fare il nido fra i suoi rami».
E disse ancora: «A che cosa posso paragonare il regno di Dio? È simile al lievito, che una donna prese e mescolò in tre misure di farina, finché non fu tutta lievitata».

Sempre tempo sacro

In ogni regola vi è sempre una “ratio”, una ragione per cui è stata creata, un problema che vuole risolvere o evitare. Il divieto assoluto di lavorare in giorno di sabato “blindava” il tempo della preghiera, difendendolo da chi, per interessi economici o pigrizia o altro, l’avrebbe volentieri impiegato diversamente. Ma la regola è uno strumento, non uno scopo di vita: il blindo deve difendere, non rinchiudere. La differenza però è sottile e il tempo lentamente trasforma il mezzo in fine. La rigidità mentale, legalista, farisaica, è sempre in agguato. Ben nascosti dietro l’immobilità della regola stanno solo tanta pigrizia e tanto egoismo: ci sono sei giorni in cui si deve lavorare; in quelli dunque venite a farvi guarire e non in giorno di sabato. Insomma: lasciatemi in pace, lo dice anche la legge. Ma la misericordia lavora anche nei festivi. L’amore rende sacro ogni tempo. È sempre sabato per chi ama.

Lc 13,10-17 Gesù stava insegnando in una sinagoga in giorno di sabato. C’era là una donna che uno spirito teneva inferma da diciotto anni; era curva e non riusciva in alcun modo a stare diritta.
Gesù la vide, la chiamò a sé e le disse: «Donna, sei liberata dalla tua malattia». Impose le mani su di lei e subito quella si raddrizzò e glorificava Dio.
Ma il capo della sinagoga, sdegnato perché Gesù aveva operato quella guarigione di sabato, prese la parola e disse alla folla: «Ci sono sei giorni in cui si deve lavorare; in quelli dunque venite a farvi guarire e non in giorno di sabato».
Il Signore gli replicò: «Ipocriti, non è forse vero che, di sabato, ciascuno di voi slega il suo bue o l’asino dalla mangiatoia, per condurlo ad abbeverarsi? E questa figlia di Abramo, che Satana ha tenuto prigioniera per ben diciotto anni, non doveva essere liberata da questo legame nel giorno di sabato?».
Quando egli diceva queste cose, tutti i suoi avversari si vergognavano, mentre la folla intera esultava per tutte le meraviglie da lui compiute.

A proposito di SABATO, le statistiche mostrano un netto calo delle visite alla Locanda nei weekend. Un tempo era il contrario, con grande “successo” degli audio commenti. Aspettiamo i vostri suggerimenti e le vostre preziose proposte.

Fariseismo

Tutti vogliamo sentirci in regola, a posto, giusti. Le regole, di ogni tipo, non sono che un limite, un confine giustamente posto a difendere, preservare e distinguere il bene dal male. Può accadere che chi le rispetta si accontenti di rispettarle, senza fare nulla di più, nulla di gratuito, nulla che sia uno slancio d’amore creativo. Più che fare del bene, la vita diviene un non fare nulla di male: pago la decima e digiuno due volte. Come prescritto. Questo è ciò che nel vangelo è chiamato fariseismo e può essere che tutt’oggi vi sia in circolazione qualche fariseo, sia dentro che fuori la Chiesa.

Lc 18,9-14 Gesù disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri:
«Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano.
Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: “O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo”.
Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”.
Io vi dico: questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato».

Condivido il breve video che ho preparato per i miei alunni

Due uomini

Nessuno è così goffo come i personaggi di questa parabola. Sembra quasi una vignetta. Eppure domani sarà letta a Messa. E forse ci sentiremo coinvolti in prima persona… Prepariamoci ascoltando l’audio.

Lc 18,9-14 Gesù disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri: «Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano. Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: “O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo”. Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”. Io vi dico: questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato».

https://www.chiesadimilano.it/news/chiesa-diocesi/suor-ancilla-beretta-1028741.html

L’accordo

Quanta verità, quanto buon senso nelle parole di Gesù. Sembra dirci: possibile che non riusciate a capire per tempo le conseguenze delle vostre azioni? Vi sembra più giusto cercare l’accordo o andare allo scontro, preparare la guerra o lavorare alla pace? È così ovvio, eppure non sapete valutarlo, non gli date valore. Che sia la guerra o il litigio col vicino, l’invito di Gesù è lo stesso: non arrivare mai allo scontro. La giustizia umana non è quella divina: non è previsto il perdono. Non uscirai dal conflitto finché non avrai pagato fino all’ultimo spicciolo, finché non avrai sparato l’ultimo proiettile, scavato l’ultima fossa. Quando ritieni di avere ragione, ricorda che anche l’altro si crede nel giusto. Cerca di trovare un accordo con lui.

Lc 12,54-59 Gesù diceva alle folle:
«Quando vedete una nuvola salire da ponente, subito dite: “Arriva la pioggia”, e così accade. E quando soffia lo scirocco, dite: “Farà caldo”, e così accade. Ipocriti! Sapete valutare l’aspetto della terra e del cielo; come mai questo tempo non sapete valutarlo? E perché non giudicate voi stessi ciò che è giusto?
Quando vai con il tuo avversario davanti al magistrato, lungo la strada cerca di trovare un accordo con lui, per evitare che ti trascini davanti al giudice e il giudice ti consegni all’esattore dei debiti e costui ti getti in prigione. Io ti dico: non uscirai di là finché non avrai pagato fino all’ultimo spicciolo»

Fuoco!

Ha ragione, è proprio così. Se si entra nel vangelo, nella sua logica, si entra in combattimento interiore. Il fuoco d’amore, cioè la giustizia divina, che Gesù ha gettato sulla terra non può lasciarci indifferenti. La nostra società la chiamavano “senza padri”, ora dicono “senza adulti” perché più nemmeno le madri ci sono. Chi insegnerà ai figli cos’è l’amore, quello vero? L’amore per le cose belle, eterne, che si ricordano tutta la vita. L’amore per la natura, per le onde del mare e le montagne, la passione a guardare le stelle e fotografare i tramonti. L’amore per la giustizia e la verità e gli ideali che ti fanno arrabbiare e lottare. Il fuoco d’amore per l’amico con cui passi ore a parlare o a camminare in silenzio. L’amore per la vita, propria e altrui, e la voglia di raggiungere tutti, di aiutare gratuitamente, di essere utili e lasciare il mondo migliore di come lo si è trovato. L’amore per le cose sacre, per i monasteri nascosti, le croci di pietra delle chiese antiche. L’amore, il fuoco d’amore che Gesù ha portato in terra, interessa ancora a qualcuno?

Lc 12,49-53 Gesù disse ai suoi discepoli:
«Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso! Ho un battesimo nel quale sarò battezzato, e come sono angosciato finché non sia compiuto!
Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, io vi dico, ma divisione. D’ora innanzi, se in una famiglia vi sono cinque persone, saranno divisi tre contro due e due contro tre; si divideranno padre contro figlio e figlio contro padre, madre contro figlia e figlia contro madre, suocera contro nuora e nuora contro suocera».

Il fuoco sulla terra https://lalocandadellaparola.com/2022/08/14/fuoco-sulla-terra/