Nessuno escluso

Beato chi prenderà cibo nel regno di Dio!, dice un commensale a Gesù. E, come lui, siamo tutti convinti che sia davvero una fortuna riservata a pochi. Gesù però ribalta la nostra idea: se potesse, Dio ci costringerebbe ad entrare in relazione con lui, a vivere sempre alla sua presenza. Ma il suo più grande amore è proprio quello di non essere un Padre padrone ma di darci totale libertà, compresa quella di lasciarlo tra le attività facoltative della vita. Tutti gli invitati sono giustificati da impegni veri e seri. Nessuno diserta la festa per pigrizia o disprezzo ma semmai per eccesso di impegno. Nella loro scala di priorità non rientra lo stare insieme a cena. Con una certa amarezza rassegnata, il padrone di casa constata: non verrà nessuno, lo so. Nessuno resta escluso dalla possibilità di essere  commensale di Dio. Salvo chi ha di meglio da fare.

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Lc 14,15-24 uno dei commensali, avendo udito questo, disse a Gesù: «Beato chi prenderà cibo nel regno di Dio!».
Gli rispose: «Un uomo diede una grande cena e fece molti inviti. All’ora della cena, mandò il suo servo a dire agli invitati: “Venite, è pronto”. Ma tutti, uno dopo l’altro, cominciarono a scusarsi. Il primo gli disse: “Ho comprato un campo e devo andare a vederlo; ti prego di scusarmi”. Un altro disse: “Ho comprato cinque paia di buoi e vado a provarli; ti prego di scusarmi”. Un altro disse: “Mi sono appena sposato e perciò non posso venire”.
Al suo ritorno il servo riferì tutto questo al suo padrone. Allora il padrone di casa, adirato, disse al servo: “Esci subito per le piazze e per le vie della città e conduci qui i poveri, gli storpi, i ciechi e gli zoppi”.
Il servo disse: “Signore, è stato fatto come hai ordinato, ma c’è ancora posto”. Il padrone allora disse al servo: “Esci per le strade e lungo le siepi e costringili ad entrare, perché la mia casa si riempia. Perché io vi dico: nessuno di quelli che erano stati invitati gusterà la mia cena”».

San Carlo

Aveva tante risorse economiche e avrebbe potuto tenersele tutte. Decise di utilizzarle in modo inconsueto. Sognò, progettò e costruì di tasca sua un bellissimo collegio universitario. Lo riservò a chi non avrebbe mai potuto ricambiare. Collegio per studenti “meritevoli non abbienti”. Dal 1561 il Collegio Borromeo non ha mai interrotto né variato la sua finalità. Migliaia di studenti e studentesse, di ogni diversa provenienza, nei secoli hanno formato tra queste mura la loro cultura universitaria. Grande è la loro riconoscenza e gratitudine, ma nessuno mai potrà ripagare ciò che ha ricevuto. Ed è questo a rendere felice Carlo Borromeo che certamente guarda compiaciuto i suoi alunni a cui continua a offrire pranzo e cena e molto molto di più.

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San Carlo Borromeo Mc 12,28-34   Gesù disse al capo dei farisei che l’aveva invitato:
«Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici né i tuoi fratelli né i tuoi parenti né i ricchi vicini, perché a loro volta non ti invitino anch’essi e tu abbia il contraccambio.
Al contrario, quando offri un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti».

Così com’è

Il problema non è amare. Il problema è amare il prossimo, che vuol dire il vicino. È un problema perché il più delle volte vorremmo che fosse tutt’altro che vicino. Tendiamo infatti ad essere selettivi. Sin da bambini ci sediamo vicino agli amichetti e il più lontano possibile dagli antipatici. È naturale. La sfida della Bibbia è grande: il comandamento biblico spingeva gli ebrei ad amare il prossimo, chiunque fosse. Gesù lo ritiene il comando più importante, il senso dell’amore secondo Dio. Amare il prossimo, chiunque sia, senza allontanarlo, senza respingerlo al mittente. Amare anche quel prossimo così prossimo che sei tu stesso, accettandoti così come sei, nel momento che vivi, nella stagione di vita in cui ti trovi.

Mc 12,28-34  si avvicinò a Gesù uno degli scribi e gli domandò: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?».
Gesù rispose: «Il primo è: “Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore; amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza”. Il secondo è questo: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Non c’è altro comandamento più grande di questi».
Lo scriba gli disse: «Hai detto bene, Maestro, e secondo verità, che Egli è unico e non vi è altri all’infuori di lui; amarlo con tutto il cuore, con tutta l’intelligenza e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici».
Vedendo che egli aveva risposto saggiamente, Gesù gli disse: «Non sei lontano dal regno di Dio». E nessuno aveva più il coraggio di interrogarlo.

Poi si passa

Che io non perda nulla di quanto mi hai dato. Che io non perda tempo, non perda occasioni e possibilità d’amare. Che io non perda quelli che mi hai dato, le persone con cui vivo. Perché poi no, non li perdiamo per sempre, ma è pur vero che li perdiamo per un po’. Passano di là e dobbiamo aspettare a lungo per rivederli. E l’attesa non deve essere piena di rimpianto e rimorsi per avere perso l’attimo in cui il nostro prossimo era lì presente, da amare. “Sei sempre vestita bene, come mai ci tieni tanto?”, chiesi ad una ragazza di Timor. “Gesù non ti invia la notifica sul telefono per avvisarti che oggi sarà il tuo ultimo giorno. Dunque finché sono io a vestirmi voglio essere in ordine e vivere al meglio ogni mio giorno. La vita è breve e dobbiamo aiutarci tutti come una grande famiglia”.

Commemorazione dei defunti Gv 6,37-40   Gesù disse alla folla:
«Tutto ciò che il Padre mi dà, verrà a me: colui che viene a me, io non lo caccerò fuori, perché sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato.
E questa è la volontà di colui che mi ha mandato: che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma che lo risusciti nell’ultimo giorno.
Questa infatti è la volontà del Padre mio: che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno».

Beati sempre

Beatitudine e povertà non hanno nulla in comune. Pianto, ingiustizia, persecuzione e insulti non causano mai la gioia di nessuno. Altrimenti Gesù non avrebbe passato il suo tempo in terra a sfamare e guarire persone né ad insegnare la via del perdono e della pace. E allora beati perché? Chi è beato oggi? Chi attraversa tutte queste dolorose situazioni e resta se stesso. Chi vive tali momenti e non perde la fede. Chi da tali disumane esperienze ne esce più buono. Chi dopo una vita in cui ne ha viste di ogni, ha ancora la forza di farsi scrivere sulla tomba “ho creduto all’amore”. Essere santi e beati è questo. È prendere la vita come un grande gioco, una grande avventura, fatta di sfide, cadute e risultati e sorridere, sempre, anche nelle difficoltà. Soprattutto nelle difficoltà. Perché è ridere sotto la pioggia che rivela la fede nel sole.

Tutti i Santi    Mt 5,1-12 vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:
«Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati quelli che sono nel pianto,
perché saranno consolati.
Beati i miti,
perché avranno in eredità la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi,
perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore,
perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per la giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».

Solitudini

Misteriosissimo passaggio del vangelo. Questa risposta di Gesù ai farisei che volevano salvarlo è difficile da capire. Trasmette un grande senso di solitudine e abbandono. Quanto è stato solo Gesù! Ci sono solitudini colmabili facendo meno i difficili, prendendo gli altri così come sono, accontentandosi di quelli che la vita ci manda. Altre solitudini sono più profonde. Le si prova quando, come Gesù in questa pagina, ci si sente soli a scacciare il male e guarire le sofferenze. Quando persino i destinatari delle nostre cure paiono rifiutarle. Non avete voluto che vi raccogliessi sotto le mie ali, dice Gesù. È la solitudine di Dio che ci ama ma non ci vede molto interessati e disposti a ricambiare. È il momento di provare se il nostro è un amore incondizionato, che persevera e continua senza nulla in cambio, come un sole che brilla dietro le nubi mentre tutti dicono “Oggi il sole non c’è”. Poi verrà il tempo di essere benedetti per il bene fatto. Verrà il giorno in cui sentiremo un grazie. Se non in questa terra, lo sentiremo in cielo e la voce sarà la stessa di Gesù: venite benedetti, perché avevo fame e mi avete dato da mangiare…

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Lc 13,31-35   si avvicinarono a Gesù alcuni farisei a dirgli: «Parti e vattene via di qui, perché Erode ti vuole uccidere».
Egli rispose loro: «Andate a dire a quella volpe: “Ecco, io scaccio demòni e compio guarigioni oggi e domani; e il terzo giorno la mia opera è compiuta. Però è necessario che oggi, domani e il giorno seguente io prosegua nel cammino, perché non è possibile che un profeta muoia fuori di Gerusalemme”.
Gerusalemme, Gerusalemme, tu che uccidi i profeti e lapidi quelli che sono stati mandati a te: quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come una chioccia i suoi pulcini sotto le ali, e voi non avete voluto! Ecco, la vostra casa è abbandonata a voi! Vi dico infatti che non mi vedrete, finché verrà il tempo in cui direte: “Benedetto colui che viene nel nome del Signore!”».

La porta stretta

Sforzatevi di entrare per la porta stretta, mentre tutti lottano per entrare dai portoni dei palazzi. Al loro passaggio le guardie salutano portando la mano alla visiera, i bodyguard scrutano nemici tra la folla, le sirene della scorta creano tensione: passa, passa un uomo grande, a stento basta il portone spalancato. La porta del regno di Dio è sempre aperta, è una lamiera poggiata alla parete. La porta del regno di Dio è una sponda di letto alla casa di riposo, al di là della quale abita un anziano. È la porta a vetri di una classe difficile, colma di adolescenti avvelenati dal mondo. La porta del regno di Dio è stretta come gli occhi socchiusi di un bimbo, come quelli abbassati di un colpevole umiliato dagli obiettivi dei curiosi. Sforzatevi di passare per le porte strette al di là delle quali troverete fatiche, bisogni, solitudini ma anche Lui, il Dio dell’amore infinito. Noi seguiamo un Dio schivo che preferisce entrare a piedi dalla porta di servizio.

Lc 13,22-30   Gesù passava insegnando per città e villaggi, mentre era in cammino verso Gerusalemme. Un tale gli chiese: «Signore, sono pochi quelli che si salvano?».
Disse loro: «Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, io vi dico, cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno.
Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, voi, rimasti fuori, comincerete a bussare alla porta, dicendo: “Signore, aprici!”. Ma egli vi risponderà: “Non so di dove siete”. Allora comincerete a dire: “Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze”. Ma egli vi dichiarerà: “Voi, non so di dove siete. Allontanatevi da me, voi tutti operatori di ingiustizia!”. Là ci sarà pianto e stridore di denti, quando vedrete Abramo, Isacco e Giacobbe e tutti i profeti nel regno di Dio, voi invece cacciati fuori.
Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio. Ed ecco, vi sono ultimi che saranno primi, e vi sono primi che saranno ultimi».

Da un seme

Un sogno, un’idea, un sentimento, chi li nota al nascere? Chi crede che possano diventare realtà? Non si dice forse “è solo un sogno”? Tutto all’inizio è piccolo e senza una forma precisa. In cosa un seme somiglia ad un albero, una scintilla ad un incendio ed un insieme di cellule ad un uomo? Differiscono forse il granello di senape e quello di sabbia? Eppure uno diverrà un grande albero mentre l’altro non sarà mai una montagna. Le cose che vengono da Dio, le idee da Lui suggerite, i sogni da Lui inviati, i progetti da Lui stesi, contengono una potenza celeste inarrestabile. Come ogni seme però, vanno nascosti nel profondo del campo del cuore, irrigati di fede e speranza.

Lc 13,18-21   diceva Gesù: «A che cosa è simile il regno di Dio, e a che cosa lo posso paragonare? È simile a un granello di senape, che un uomo prese e gettò nel suo giardino; crebbe, divenne un albero e gli uccelli del cielo vennero a fare il nido fra i suoi rami».
E disse ancora: «A che cosa posso paragonare il regno di Dio? È simile al lievito, che una donna prese e mescolò in tre misure di farina, finché non fu tutta lievitata».

Scorre forza

Da lui usciva una forza che guariva tutti. Ci dicono che a muovere il mondo sono il commercio, l’economia, la sete di potere sulle masse. Ci insegnano che la gente si sposta per fame o paura e che muore per l’odio e la miseria. È così. Ma vi è una energia più profonda e più forte e si chiama amore. È l’amore a muovere il mondo. È per amore che tutto nasce e rinasce ogni giorno da ogni notte di ogni violenza e cattiveria. È l’amore l’unica forza che guarisce tutti. Se vogliamo guarire noi stessi e gli altri, amiamo. Facciamo scorrere in noi la forza dell’amore e i primi a guarire saremo noi stessi. Il fiume infatti trattiene sempre una parte dell’acqua che lascia scorrere.

Santi Simone e Giuda Apostoli Lc 6,12-19     Gesù se ne andò sul monte a pregare e passò tutta la notte pregando Dio. Quando fu giorno, chiamò a sé i suoi discepoli e ne scelse dodici, ai quali diede anche il nome di apostoli: Simone, al quale diede anche il nome di Pietro; Andrea, suo fratello; Giacomo, Giovanni, Filippo, Bartolomeo, Matteo, Tommaso; Giacomo, figlio di Alfeo; Simone, detto Zelota; Giuda, figlio di Giacomo; e Giuda Iscariota, che divenne il traditore.
Disceso con loro, si fermò in un luogo pianeggiante. C’era gran folla di suoi discepoli e gran moltitudine di gente da tutta la Giudea, da Gerusalemme e dal litorale di Tiro e di Sidòne, che erano venuti per ascoltarlo ed essere guariti dalle loro malattie; anche quelli che erano tormentati da spiriti impuri venivano guariti. Tutta la folla cercava di toccarlo, perché da lui usciva una forza che guariva tutti.

Vuoi vederci?

Cosa vuoi che faccia per te? Torniamo a farci l’un l’altro questa domanda, la più bella domanda, la domanda di chi vuole servire a qualcosa, a qualcuno. È l’opposto dell’odiosa minaccia “non sai cosa ti faccio”. Cosa vuoi che faccia per te? La domanda che Gesù sempre rivolgeva a chi lo chiamava supplicando. È Dio stesso che ci chiede cosa vogliamo. Eppure lo sa già, Lui che è l’unico a poterci leggere in cuore. Siamo noi che non sappiamo leggere il nostro cuore, per non parlare di quello altrui. E rispondendo alla sua domanda le idee si chiariscono, i desideri emergono. Cosa voglio? Cosa chiedo? Siamo tutti il cieco Bartimeo, non vediamo la strada, non sentiamo altro che voci contrastanti. Chi dice taci, chi grida àlzati. Poi finalmente la sua voce, la sua domanda piena di ascolto: tu cosa vuoi? Cosa chiedi? E ascoltando noi stessi rispondiamo. E rispondendo si aprono gli occhi e si vede la strada. E ci si alza e lo si inizia a seguire.

Mc 10,46-52     mentre Gesù partiva da Gèrico insieme ai suoi discepoli e a molta folla, il figlio di Timèo, Bartimèo, che era cieco, sedeva lungo la strada a mendicare. Sentendo che era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!».
Molti lo rimproveravano perché tacesse, ma egli gridava ancora più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!».
Gesù si fermò e disse: «Chiamatelo!». Chiamarono il cieco, dicendogli: «Coraggio! Àlzati, ti chiama!». Egli, gettato via il suo mantello, balzò in piedi e venne da Gesù.
Allora Gesù gli disse: «Che cosa vuoi che io faccia per te?». E il cieco gli rispose: «Rabbunì, che io veda di nuovo!». E Gesù gli disse: «Va’, la tua fede ti ha salvato». E subito vide di nuovo e lo seguiva lungo la strada.