in piedi!

Vuoi guarire? Ma quello mica risponde “sì, grazie!” o “no, grazie”. Quello attacca con la solita nenia che da trentotto anni recitava ormai a memoria: “sono malato, sono paralizzato, non ho nessuno e un altro scende prima di me nell’acqua miracolosa”. Insomma: se non cammina con le sue gambe è colpa degli altri. Perché è sempre colpa degli altri… Questo non era un uomo paralizzato, questo era un paralitico. No era un uomo malato, era lui stesso la sua malattia. Senza quella chi sarebbe stato? Cosa avrebbe detto? Sapeva solo fare il suo lamento. Gesù non sta al gioco e non lo spinge in acqua. Lo spinge a camminare nella vita con le sue gambe: alzati, prendi la tua barella e cammina! Spiazzato: gli tocca camminare, gli tocca essere normale! La guarigione di Gesù gli ha tolto identità. Chi sono io, ora che non sono più il malato di prima? Altro che ringraziare, altro che gettarsi ai piedi di Gesù e lodarlo, altro che chiedergli di seguirlo… Questo sfoga il suo disappunto su Gesù stesso e se ne va a riferire ai giudei che era stato Gesù a guarirlo di sabato. Per questo i giudei perseguitavano Gesù.

Gv 5, 1-16

Va’

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Se non vedete segni e prodigi, voi non credete. Gesù parla così ad un funzionario del re che lo supplica di guarire suo figlio morente. Parole dure? Dipende, dipende da come te lo immagini questo Gesù. Il Vangelo ci dice che era a Cana, all’una, magari a pranzo in casa degli sposi, quelli del vino… Come sarà stato il suo volto mentre parlava a quell’uomo disperato? Io me lo immagino con un mezzo sorriso tra complicità e rimprovero, come quando vuoi riprendere senza ferire un bimbo che ne ha combinata una delle sue. Magari gli passa pure una mano tra i capelli, scompigliandoli, e dice “Voi se non vedete prodigi proprio non ci credete, vero? Va’, tuo figlio vive!” E quell’uomo torna a casa, con nulla in mano, ripetendosi solo “credici, credici”. E il batticuore e la strada che non finisce mai… Gli avran ceduto le gambe al veder da lontano i servi venirgli incontro per poi sentirli ripetere le parole di Gesù: tuo figlio vive! E allora vede, verifica, constata, confronta: il figlio è guarito nel momento stesso in cui, il giorno prima, Gesù ha parlato. Perché noi siam tirati tra spazi e tempi, tra corse e attese, a macinar chilometri con l’orologio in mano, in ansia per una risposta che ci toglie il sonno, per una distanza che vorremmo già colmata. Lui no, Lui semplicemente è. Lui è a Cana, a pranzo, sereno con gli sposi, a ridere facendosi raccontare di come avevano dimenticato il vino alle nozze. E se lo interrompi mentre pranza ti ascolta, ti sorride e ti dice “credici e va’, va’ tranquillo, percorri i chilometri e fa’ passare i giorni e poi vedrai. Vedrai che già ora io ti ho detto sì”.

Gv 4, 43-54

Come?

Il male viene dal male. Non è così? Se ti comporti bene non sarai castigato, né dagli altri né dalla vita. Ma poi, quando siamo di fronte ad un male innocente e senza causa, andiamo in panico. Maestro, chi ha peccato perché nascesse cieco? Lui o i suoi genitori? Qualcuno deve aver pur peccato per meritarsi tanto male. Eppure qualche conto non torna…. Infatti non ha peccato lui né i suoi genitori, ma è così perché si manifestino le opere di Dio, risponde Gesù. E Dio è Amore, le sue opere non sono che amore e ogni fatica è trasformata da Lui in opportunità di amore. Eppure è più facile lo schema di prima: al male il male, al bene il bene, al peccato il castigo. Non tollerano che lo guarisca e irritati indagano e chiedono, interrogano e controinterrogano e martellano sempre con la stessa domanda: dicci come ti ha aperto gli occhi. Non indagano tanto il “se”, ma il “come”. Perché questi la Bibbia la conoscevano, i segni li sapevano leggere. Forse noi, al sentire che Gesù sputò per terra, fece del fango e lo spalmò sugli occhi del cieco rimaniamo un po’ perplessi e schifati. Loro invece quel segno l’avevano capito, altro che! Ha fatto del fango, l’ha posto sugli occhi di quell’uomo, quasi a modellare una scultura, poi l’ha mandato alla piscina di Siloe che significa inviato cioè  Messia (nientemeno!). Fango, Messia, guarigione… Capiscono subito: qui siamo alla Genesi! Il Signore Dio prese della terra, ne modellò un uomo e soffiò il suo Spirito in lui. Ma allora questo uomo chiamato Gesù è il creatore, ha ricreato gli occhi al cieco! E non basta: non solo l’uomo Gesù è Dio, ma è un Dio che ricrea, rialza, aiuta a ripartire, non castiga ma cura. I conti non tornano, la forza del castigo crolla, il male non viene da Dio che invece lo usa per mostrare il suo amore per chi soffre. Vengono sconvolte le dinamiche, ci toccherà aprire gli occhi. Questo è il problema: con gli occhi chiusi stavamo così bene! Ognuno scontava il suo male e se lo portava a vita, sta forse a me esser custode di mio fratello? Quanti ciechi nati, che non han mai visto il mondo e lo confondono con le pareti di casa. Ciechi nati nel centro città, tra tate e autisti e seconde case, mai han visto le baracche della gente. Ciechi nati nelle sacrestie e nelle parrocchie, tutti presi a creder che la Chiesa sia tra le colonne. Ciechi nati chiusi in culture dove è normale che i vecchi crepino soli negli ospizi, che i “barboni” siano in strada, che i detenuti siano in cella, che i neri siano scacciati, che le donne siano pestate, che i pizzi sian pagati. Ciechi, ciechi nati che se aprissero gli occhi vedrebbero un mondo molto, molto molto più grande e più bello e più vario. Ciechi nati che se aprissero gli occhi vedrebbero anche chi soffre e forse farebbero qualcosa perché quel male diventi un’opportunità per manifestare l’amore. Ma quand’è l’ultima volta che ho visto per la prima volta qualcuno soffrire e mi sono fermato? L’ultima volta che per la prima volta ho  detto “non è giusto”, l’ultima volta che ho aperto gli occhi e ho detto: “devo fare qualcosa per loro”?

IV Domenica di Quaresima, Gv 9, 1-41   Il Cieco nato

giustificato

Quando ti senti perfetto ti assale la paura di cessare di esserlo. Allora cerchi appigli nei difetti altrui e ti consoli criticando gli altri. Hai bisogno di un nemico per sentirti forte, di un peccatore per sentirti santo e puro. Quel giorno due uomini salirono al tempio a pregare. Amavano lo stesso Dio e detestavano lo stesso uomo. Il primo era fariseo, membro cioè di un movimento di “perfetti” o, meglio, di gente che credeva di esserlo. Il secondo era un pubblicano, che con il suo comportamento di pubblico peccatore era da considerarsi fuori dalla comunione spirituale con il popolo di Dio. Quel giorno pregavano contemporaneamente, nello stesso tempio, lo stesso unico Dio. Il fariseo amava immensamente Dio e detestava profondamente il pubblicano. Anche il pubblicano amava immensamente Dio e detestava profondamente se stesso. Anzi, non detestava proprio nessuno, né il fariseo né se stesso. Credeva invece nella Bontà di Dio e, con parole sue, ripeteva quelle del salmo di oggi: Pietà di me, o Dio, nel tuo amore; nella tua misericordia cancella la mia iniquità. E tornò a casa giustificato, reso giusto.

Lc 18, 9-14; Sal 50

è meglio

Sul volto dello scriba si aprì un largo sorriso all’udire la risposta di Gesù. Hai detto bene, Maestro! Amarlo con tutto il cuore e amare il prossimo come se stesso è meglio di tutti gli olocausti e i sacrifici. Chissà, forse era da tanto che cercava una conferma alla sua intuizione. Gli anni passati a trascrivere, studiare e commentare la Bibbia e la Legge di Dio non l’avevano irrigidito. Aveva capito dove stava il cuore della Scrittura e il senso di ogni regola religiosa e cultuale: l’Amore. E Gesù, a sua volta, vedendo che aveva risposto saggiamente, gli disse: non sei lontano dal Regno di Dio. Che incontro! I due si interrogano e si valutano a vicenda e riconoscono d’esser d’accordo. Il teologo-canonista e il maestro di vita e di strada dicono ad una voce che l’amore è meglio, è prima, è senso di ogni altro gesto religioso. Era già tutto scritto, era già tutto nelle Scritture. Gesù non deve spiegare nulla di nuovo allo scriba. Solo confermarlo. Era già tutto scritto, anche il salmo di oggi (81) era già scritto: se tu mi ascoltassi…

Mc 12, 28-34; Sal 81 (80)