Se aveste fede

Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: “Sràdicati e vai a piantarti nel mare”, ed esso vi obbedirebbe. Invece la nostra fede è grande, pesante, ingombra di ragionamenti. Fosse davvero invisibile quanto un granellino, fosse leggera ed incorporea, passerebbe tra atomo ed atomo e, attraversando la materia, muterebbe le cose. La nostra fede è psicologica, piena di ansie e preoccupazioni, bisognosa di prove e rassicurazioni. Vola bassa, fatica ad affidarsi leggera, a credere prima di vedere, a ringraziare prima che sia accaduto. Ma è solo con questa fede che si può credere all’amore, che si può perdonare sempre e sempre ricominciare. È solo con questa fede, perché solo questa è fede.

Lc 17,1-6 Gesù disse ai suoi discepoli:
«È inevitabile che vengano scandali, ma guai a colui a causa del quale vengono. È meglio per lui che gli venga messa al collo una macina da mulino e sia gettato nel mare, piuttosto che scandalizzare uno di questi piccoli. State attenti a voi stessi!
Se il tuo fratello commetterà una colpa, rimproveralo; ma se si pentirà, perdonagli. E se commetterà una colpa sette volte al giorno contro di te e sette volte ritornerà a te dicendo: “Sono pentito”, tu gli perdonerai».
Gli apostoli dissero al Signore: «Accresci in noi la fede!». Il Signore rispose: «Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: “Sràdicati e vai a piantarti nel mare”, ed esso vi obbedirebbe».

Ciascuno

È proprio così. C’è una parte che ognuno deve viversi e a cui nessuno si può sostituire. C’è in ciascuno di noi l’energia sufficiente ad affrontare ogni istante di vita, persino il più difficile. Contorcersi le viscere nel vedere l’altro faticare non serve che ad aumentare l’ansia e questa maledetta, si sa, è terribilmente contagiosa. Dobbiamo allora infischiarcene e lasciare che ognuno viva le sue sofferenze da solo? No di certo. La nostra vicinanza sarà però fatta di preghiera e sarà una preghiera di fede assoluta: io so che Gesù è con te e che in te lo Spirito agisce. Io so che hai la forza di Dio in te e la invoco. Già ringrazio Dio dell’aiuto che ti dà.

Mt 25,1-13 Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola:
«Il regno dei cieli sarà simile a dieci vergini che presero le loro lampade e uscirono incontro allo sposo. Cinque di esse erano stolte e cinque sagge; le stolte presero le loro lampade, ma non presero con sé l’olio; le sagge invece, insieme alle loro lampade, presero anche l’olio in piccoli vasi. Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e si addormentarono.
A mezzanotte si alzò un grido: “Ecco lo sposo! Andategli incontro!”. Allora tutte quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade. Le stolte dissero alle sagge: “Dateci un po’ del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono”. Le sagge risposero: “No, perché non venga a mancare a noi e a voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene”.
Ora, mentre quelle andavano a comprare l’olio, arrivò lo sposo e le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa. Più tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: “Signore, signore, aprici!”. Ma egli rispose: “In verità io vi dico: non vi conosco”.
Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora».

Per chi è?

Resta sempre molto misteriosa questa espressione: la disonesta ricchezza. Noi che ci guadagniamo da mangiare col sudore della fronte e con un onesto lavoro, restiamo un po’ perplessi. Forse che il denaro in se stesso è disonesto? Dalla restante parte dei vangeli possiamo dedurre che Gesù non diede avvio a nessuna lotta di classe. Lottò però contro la miseria e, come ci dice oggi, contro l’avarizia che è la sua migliore alleata. Gesù ci mette in guardia: per quanto sia pulito, il denaro si sporca facilmente. E il miglior modo per farlo sporcare è rimanerci attaccati. Per rimanere con le mani pulite, conviene usarlo per chi è nel bisogno.

Lc 16,9-15 Gesù diceva ai discepoli: «Fatevi degli amici con la ricchezza disonesta, perché, quando questa verrà a mancare, essi vi accolgano nelle dimore eterne.
Chi è fedele in cose di poco conto, è fedele anche in cose importanti; e chi è disonesto in cose di poco conto, è disonesto anche in cose importanti. Se dunque non siete stati fedeli nella ricchezza disonesta, chi vi affiderà quella vera? E se non siete stati fedeli nella ricchezza altrui, chi vi darà la vostra?
Nessun servitore può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza».
I farisei, che erano attaccati al denaro, ascoltavano tutte queste cose e si facevano beffe di lui. Egli disse loro: «Voi siete quelli che si ritengono giusti davanti agli uomini, ma Dio conosce i vostri cuori: ciò che fra gli uomini viene esaltato, davanti a Dio è cosa abominevole».

Figli della luce

Domani leggeremo il seguito di questa pagina e assumerà un senso più completo. Ma già oggi, così com’è, ci basta per riflettere. È vero: I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce. Avessimo anche solo la metà della forza di volontà di un arrampicatore carrierista e dell’abilità di comunicazione di un venditore di dipinti falsi. Sprezzassimo il pericolo quanto un rapinatore e controllassimo la paura quanto un ladro solitario. Fossimo sicuri di noi stessi come un truffatore e simpatici almeno la metà di una prostituta. Insomma, carpissimo i segreti di chi ha successo in ciò che non vale, saremmo discepoli evangelizzatori dall’efficacia dirompente ed il vangelo di Gesù sarebbe già vissuto con forza da molti. Perché i figli della luce restano sempre un passo indietro?

Lc 16,1-8 Gesù diceva ai discepoli:
«Un uomo ricco aveva un amministratore, e questi fu accusato dinanzi a lui di sperperare i suoi averi. Lo chiamò e gli disse: “Che cosa sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché non potrai più amministrare”.
L’amministratore disse tra sé: “Che cosa farò, ora che il mio padrone mi toglie l’amministrazione? Zappare, non ne ho la forza; mendicare, mi vergogno. So io che cosa farò perché, quando sarò stato allontanato dall’amministrazione, ci sia qualcuno che mi accolga in casa sua”.
Chiamò uno per uno i debitori del suo padrone e disse al primo: “Tu quanto devi al mio padrone?”. Quello rispose: “Cento barili d’olio”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta, siediti subito e scrivi cinquanta”. Poi disse a un altro: “Tu quanto devi?”. Rispose: “Cento misure di grano”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta e scrivi ottanta”.
Il padrone lodò quell’amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza. I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce».

Il segno

L’abbiamo già detto molte volte, ma ci fa bene ripeterlo. Gesù non ce l’aveva con chi legittimamente vendeva nel tempio gli animali da offrire in sacrificio. Ce l’aveva piuttosto con l’idea che questi sacrifici bastassero a comprare la grazia di Dio: Non fate della casa del Padre mio un mercato! E non fate di Dio un mercante. Non c’è alcun Dio di cui comprarsi il favore a suon di sacrifici. Il salmo infatti già diceva: Se ho fame a te non lo dico; mio è il mondo e quanto contiene; mangio forse la carne dei tori? bevo forse il sangue dei capri? Offri a Dio un sacrificio di lode! Invocami nelle prove e io sarò la tua salvezza (dal Salmo 49). Dio ci aiuta perché ci ama, non perché gli offriamo qualcosa. Gesù è venuto nel mondo a dirci questo, confermandolo con il suo stesso modo di vivere. La sua vita è il segno che lui ha mostrato. È la strada che ha tracciato perché la seguissimo.

Gv 2,13-22 Si avvicinava la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme.
Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe e, là seduti, i cambiamonete.
Allora fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori del tempio, con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: «Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!».
I suoi discepoli si ricordarono che sta scritto: «Lo zelo per la tua casa mi divorerà».
Allora i Giudei presero la parola e gli dissero: «Quale segno ci mostri per fare queste cose?». Rispose loro Gesù: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere». Gli dissero allora i Giudei: «Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?». Ma egli parlava del tempio del suo corpo.
Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù.

Un’altra cosa

Dunque viene il momento della decisione. E si può anche decidere di no. Si può decidere di non seguire Gesù. Non è obbligatorio insomma. Si può essere semplicemente delle brave persone, rispettare le leggi, amare i propri cari e non fare male a nessuno. Il vangelo produce risultati nel nostro cuore, solo se lo si usa propriamente, cioè se gli si dà priorità. Frammentarlo non serve, meglio lasciar stare. Sia chiaro: non è uno sport estremo, riservato a pochi eroi. Tutti possono seguire Gesù di Nazareth. Ma per farlo occorre dargli la priorità. Non lo si può seguire un pochettino soltanto. Non si può nel senso che, alla lunga, non funziona. Forse allora dovremmo trascurare chi amiamo? Cosa vuol dire, nel nostro linguaggio attuale, amare Gesù più di padre, madre, moglie e figli? Vuol dire che solo partendo dal Vangelo li potremo amare completamente e capire a fondo. Vuol dire che per prima cosa manterremo una relazione con Gesù perché, grazie a lui, potremo avere relazioni piene e vere con gli altri. La folla andava con Gesù. Essere discepolo è ben più che andare: è seguire. E, seguendolo, si ama come lui. Altrimenti si ama un pochino, da brave persone, come meglio ci riesce, semplicemente andando avanti. Ma seguirlo è un’altra cosa.

Lc 14,25-33 una folla numerosa andava con Gesù. Egli si voltò e disse loro:
«Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo.
Chi di voi, volendo costruire una torre, non siede prima a calcolare la spesa e a vedere se ha i mezzi per portarla a termine? Per evitare che, se getta le fondamenta e non è in grado di finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo: “Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro”.
Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? Se no, mentre l’altro è ancora lontano, gli manda dei messaggeri per chiedere pace.
Così chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo».

Andrò

Nessuno di quelli che erano stati invitati gusterà la mia cena, disse il padrone di casa della parabola. Ma non è una minaccia né un castigo. È ben peggio: è un’amara constatazione. Riempite la casa con chi trovate per le piazze e le vie della città, non tenete posti liberi per gli invitati perché tanto non gusteranno la cena, non arriveranno mai. E và spesso così, che proprio quelli a cui avevamo pensato, dedicato sforzi e progetti, quelli non apprezzino e non gradiscano. Ma nulla andrà sprecato, nulla. “Non saprei dove metterti”, disse imbarazzato un vescovo al giovane prete, appena rispedito al mittente dal parroco che non lo gradiva. “Monsignore – rispose quello sorridendo – io vi ho dato la mia vita, anima, corpo, testa e cuore. Ma se non sapete come utilizzarla, mica mi offendo. Il mondo è così grande che di certo disoccupato non resterò!”. Andrò per le strade e le città, e chi avrà fame affollerà il mio cuore.

Lc 14,15-24 uno dei commensali, avendo udito questo, disse a Gesù: «Beato chi prenderà cibo nel regno di Dio!».
Gli rispose: «Un uomo diede una grande cena e fece molti inviti. All’ora della cena, mandò il suo servo a dire agli invitati: “Venite, è pronto”. Ma tutti, uno dopo l’altro, cominciarono a scusarsi. Il primo gli disse: “Ho comprato un campo e devo andare a vederlo; ti prego di scusarmi”. Un altro disse: “Ho comprato cinque paia di buoi e vado a provarli; ti prego di scusarmi”. Un altro disse: “Mi sono appena sposato e perciò non posso venire”.
Al suo ritorno il servo riferì tutto questo al suo padrone. Allora il padrone di casa, adirato, disse al servo: “Esci subito per le piazze e per le vie della città e conduci qui i poveri, gli storpi, i ciechi e gli zoppi”.
Il servo disse: “Signore, è stato fatto come hai ordinato, ma c’è ancora posto”. Il padrone allora disse al servo: “Esci per le strade e lungo le siepi e costringili ad entrare, perché la mia casa si riempia. Perché io vi dico: nessuno di quelli che erano stati invitati gusterà la mia cena”».

Chi invito?

Un’altra indicazione di Gesù sulla tavola, non più sul posto da occupare ma sulle persone da invitare: Invita poveri, storpi, zoppi, ciechi perché non hanno da ricambiarti. E di gente che non potrà mai ricambiare ciò che facciamo ce n’è molta, se solo iniziamo a fare sul serio. Perché anche un figlio non potrà mai ricambiare, mai. Non basterà sostenere per qualche anno di vecchiaia chi ci ha insegnato a camminare. Non basterà parlare a voce più alta e paziente a chi mille volte ha scandito il nostro nome finché siamo stati in grado di pronunciarlo. Noi, noi siamo i primi storpi a cui è stato insegnato a stare seduti dritti a tavola. Noi siamo i primi ad aver ricevuto l’impagabile amore. Questa è la risposta da dare a chi si sente imbarazzato dal nostro aiuto e vorrebbe ripagarci. Non mi devi nulla, perché tutti siamo debitori nel circolo eterno del dare e del ricevere.

Lc 14,12-14 Gesù disse al capo dei farisei che l’aveva invitato:
«Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici né i tuoi fratelli né i tuoi parenti né i ricchi vicini, perché a loro volta non ti invitino anch’essi e tu abbia il contraccambio.
Al contrario, quando offri un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti».

Voi siete tutti fratelli

Eminenza, eccellenza, monsignore, santo padre, madre superiora, madre generale, guida spirituale, maestro dei novizi… È puro imbarazzo di fronte a questa pagina di vangelo e a questo elenco di incarichi gerarchici che disattendono letteralmente la volontà espressa da Gesù. Non fatevi chiamare maestro, né padre, né guida. L’umanità tende ahimè per sua natura ad assumere una costituzione piramidale e nemmeno la chiesa di Gesù riuscì a rimanere strutturata a livello familiare, se non che per pochi decenni. L’immagine consolante che vi propongo è quella del sinodo che si è svolto in Sala Nervi a Roma. Tanti tavoli rotondi, senza capotavola, disposti nell’aula tutti sullo stesso piano e, in uno di questi, stava seduto il Papa. Un’immagine che ci fa sperare: prima o poi questa volontà di Gesù sarà rispettata: voi siete tutti fratelli.

Mt 23,1-12 Gesù si rivolse alla folla e ai suoi discepoli dicendo:
«Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. Praticate e osservate tutto ciò che vi dicono, ma non agite secondo le loro opere, perché essi dicono e non fanno. Legano infatti fardelli pesanti e difficili da portare e li pongono sulle spalle della gente, ma essi non vogliono muoverli neppure con un dito.
Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dalla gente: allargano i loro filattèri e allungano le frange; si compiacciono dei posti d’onore nei banchetti, dei primi seggi nelle sinagoghe, dei saluti nelle piazze, come anche di essere chiamati “rabbì” dalla gente.
Ma voi non fatevi chiamare “rabbì”, perché uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli. E non chiamate “padre” nessuno di voi sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello celeste. E non fatevi chiamare “guide”, perché uno solo è la vostra Guida, il Cristo.
Chi tra voi è più grande, sarà vostro servo; chi invece si esalterà, sarà umiliato e chi si umilierà sarà esaltato».

Ogni giorno

Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto… Da una regola di galateo ad una regola di vita. Con Gesù a tavola, c’era sempre qualcosa da imparare. Da ogni singolo evento sapeva trarre un insegnamento tanto importante quanto facile da capire. La vita reale era la sua lavagna, il cuore degli ascoltatori era il quaderno degli appunti. Lui era il libro. È il libro. I vangeli non sono che una minima raccolta, una parte del libro vivente che è Gesù di Nazareth. Per questo i testi del vangelo non vanno lasciati sulla carta, ma mescolati con la realtà che viviamo in cuore, come lievito nella farina. E lo Spirito scriverà nuove pagine ogni giorno.

Lc 14    Un sabato Gesù si recò a casa di uno dei capi dei farisei per pranzare ed essi stavano a osservarlo.
Diceva agli invitati una parabola, notando come sceglievano i primi posti: «Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto, perché non ci sia un altro invitato più degno di te, e colui che ha invitato te e lui venga a dirti: “Cédigli il posto!”. Allora dovrai con vergogna occupare l’ultimo posto. Invece, quando sei invitato, va’ a metterti all’ultimo posto, perché quando viene colui che ti ha invitato ti dica: “Amico, vieni più avanti!”. Allora ne avrai onore davanti a tutti i commensali. Perché chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato».

Oggi è San Carlo Borromeo patrono di Milano https://lalocandadellaparola.wordpress.com/2021/11/04/carlo-borromeo/?preview=true