Tanto da fare

Chissà se il demonio rimpiange quei tempi, quando Gesù Nazareno rovinava le sue giornate. Dopotutto il demonio è un tipo combattivo, è il primo ribelle a Dio. Ora, qui dalle nostre parti, chi se la prende più con il demonio, chi mai gli dice taci? Certo, per lui è un gran comodo agire indisturbato, possedere l’animo di persone che nemmeno credono che esista. Ma forse, lo ripeto, rimpiange i bei tempi in cui te la dovevi sudare un’anima dannata, tempi in cui ad ogni angolo c’era un’edicola con la Vergine e in ogni casa ci si segnava all’inizio del giorno e della notte. Allora era una soddisfazione rubare a Dio un cuore puro, fare cadere in tentazione un animo innocente. Certo, era solo per poco, poi si pentiva, si confessava e uno stuolo di cristiani si prodigava a raddrizzare la vita del peccatore. Che farà mai ora un demonio in occidente? Pare un nostro giovane, annoiato e senza sogni perché ha già tutto. Fortuna per lui che ci sono ancora luoghi remoti in cui la lotta è accanita, urlante, fisica. Lo psicoterapeuta dei demoni occidentali, ne sono certo, consiglia spesso ai suoi pazienti un periodo di volontariato nel sud del mondo, dove la gente disperata prega con forza o, con altrettanta forza, invoca gli spiriti malvagi. Là sì che c’è soddisfazione e di lavoro per un demonio ce n’è davvero tanto.

IN FOTO chiesa di Maquili, Atauro, Timor Est. Attratto dai canti, entrai in chiesa. Vi contai 124 bambini e adolescenti riuniti in preghiera per circa due ore, in preparazione al rinnovo della promessa dei chierichetti. Li guidavano un paio di ragazzine. La scena si ripetè per nove sere consecutive.

Lc 4,31-37 Gesù scese a Cafàrnao, città della Galilea, e in giorno di sabato insegnava alla gente. Erano stupiti del suo insegnamento perché la sua parola aveva autorità.
Nella sinagoga c’era un uomo che era posseduto da un demonio impuro; cominciò a gridare forte: «Basta! Che vuoi da noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci? Io so chi tu sei: il santo di Dio!».
Gesù gli ordinò severamente: «Taci! Esci da lui!». E il demonio lo gettò a terra in mezzo alla gente e uscì da lui, senza fargli alcun male.
Tutti furono presi da timore e si dicevano l’un l’altro: «Che parola è mai questa, che comanda con autorità e potenza agli spiriti impuri ed essi se ne vanno?». E la sua fama si diffondeva in ogni luogo della regione circostante.

Prima noi?

Il loro discorso è chiaro e anche molto attuale: prima noi, poi gli altri. Prima Nazareth, se sei di Nazareth, o prima gli italiani se sei italiano, e così via. È la legge della natura, che spinge a salvare prima i propri cuccioli e la propria razza. La legge di Dio spinge invece a salvare chi ha più bisogno, fosse pure di altra nazionalità. Ma è dura a cambiare, me ne accorgo in questi primissimi giorni di rientro in Italia dopo quasi due mesi a Timor Est. Più volte mi è stato detto: “Chissà che situazione che hai trovato! Però anche qui non è certo meglio…”. È l’istinto, non l’intelligenza, che ci fa parlare così. L’intelligenza ci farebbe vedere, calcolare, soppesare, valutare ed infine esclamare “Grazie Signore, anche questa volta sono più fortunato! Cosa posso fare per gli altri?”. L’istinto tribale, per non dire razziale, ci pone invece in difensiva: “Anche qui la situazione è disperata, non certo migliore che laggiù, dunque siamo noi quelli da aiutare”. Medico, cura te stesso. Quanto abbiamo udito che accadde a Cafàrnao, fallo anche qui, nella tua patria!”. Ma non importa, bisogna mettersi in cammino, passando in mezzo a queste cose, senza prendersela. D’altra parte, se la miseria aumenta ci saranno pur dei motivi. Uno di questi è certamente che molti medici si credono pazienti e, anziché curare chi soffre, curano se stessi.

Vi anticipiamo che sta per prendere il via l’operazione “un dollaro al giorno”.

Lc 4,16-30 Gesù venne a Nàzaret, dove era cresciuto, e secondo il suo solito, di sabato, entrò nella sinagoga e si alzò a leggere. Gli fu dato il rotolo del profeta Isaìa; aprì il rotolo e trovò il passo dove era scritto:
«Lo Spirito del Signore è sopra di me;
per questo mi ha consacrato con l’unzione
e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio,
a proclamare ai prigionieri la liberazione
e ai ciechi la vista;
a rimettere in libertà gli oppressi
e proclamare l’anno di grazia del Signore».
Riavvolse il rotolo, lo riconsegnò all’inserviente e sedette. Nella sinagoga, gli occhi di tutti erano fissi su di lui. Allora cominciò a dire loro: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato».
Tutti gli davano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca e dicevano: «Non è costui il figlio di Giuseppe?». Ma egli rispose loro: «Certamente voi mi citerete questo proverbio: “Medico, cura te stesso. Quanto abbiamo udito che accadde a Cafàrnao, fallo anche qui, nella tua patria!”». Poi aggiunse: «In verità io vi dico: nessun profeta è bene accetto nella sua patria. Anzi, in verità io vi dico: c’erano molte vedove in Israele al tempo di Elìa, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; ma a nessuna di esse fu mandato Elìa, se non a una vedova a Sarèpta di Sidòne. C’erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Elisèo; ma nessuno di loro fu purificato, se non Naamàn, il Siro».
All’udire queste cose, tutti nella sinagoga si riempirono di sdegno. Si alzarono e lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù. Ma egli, passando in mezzo a loro, si mise in cammino.

Senza sosta

Guadagnarsi il mondo intero, a qualsiasi costo. Non è questa la storia dell’umanità? Conquiste, espansioni territoriali, controllo economico, politico e religioso di intere parti del pianeta. A che serve guadagnarsi il mondo se si perde la vita? Il tempo è denaro, si dice spesso, dimenticando che è vero anche il contrario: il denaro è tempo. È con giorni e mesi di lavoro che si guadagnano i soldi. Se sono denari rubati, sono giorni altrui rubati. E c’è anche il problema del cambio: una mia settimana lavorativa equivale a un mese in un altro paese. E allora si emigra per guadagnare soldi. In realtà si emigra per guadagnare tempo, per risparmiare vita, per mettere in tasca in un anno ciò che a casa si prenderebbe in dieci. E cosa potremo dare in cambio della vita? Potremo mai riconvertire il denaro in tempo? No, non potremo. È dunque da folli usare tutto il tempo solo per fare soldi. Ma la povertà costringe a farlo, non c’è scelta. Se si smette di lavorare anche solo per un giorno, i soldi non basteranno. E dunque avanti senza sosta, senza ferie né riposi né diritti, avanti a perdere la vita per salvare almeno quella dei propri figli.

Mt 16,21-27 Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno.
Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo dicendo: «Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai». Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: «Va’ dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!».
Allora Gesù disse ai suoi discepoli: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà.
Infatti quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita? O che cosa un uomo potrà dare in cambio della propria vita?
Perché il Figlio dell’uomo sta per venire nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e allora renderà a ciascuno secondo le sue azioni».

Siamo capaci

Lo sappiamo bene che la realtà è proprio come la parabola: a chiunque ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha. Per dirla con papa Francesco: “I poveri sono sempre di più e sempre più poveri; i ricchi sono sempre di meno e sempre più ricchi”. Certo, Gesù probabilmente alludeva ad un altro genere di ricchezza ben impiegata o sotterrata: la bontà. Essere capaci di fare il bene e aver paura di agire, paura d’essere delusi. Oppure rischiare, buttarsi, compiere opere di misericordia che non sempre, si sa, sono ricambiate. A noi la scelta. Possiamo fare tanto, dare tanto amore. Non nascondiamolo in un angolo del cuore.

Mt 25,14-30 Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola:
«Avverrà come a un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno; poi partì.
Subito colui che aveva ricevuto cinque talenti andò a impiegarli, e ne guadagnò altri cinque. Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone.
Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò e volle regolare i conti con loro.
Si presentò colui che aveva ricevuto cinque talenti e ne portò altri cinque, dicendo: “Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque”. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”.
Si presentò poi colui che aveva ricevuto due talenti e disse: “Signore, mi hai consegnato due talenti; ecco, ne ho guadagnati altri due”. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”.
Si presentò infine anche colui che aveva ricevuto un solo talento e disse: “Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso. Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra: ecco ciò che è tuo”.
Il padrone gli rispose: “Servo malvagio e pigro, tu sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse. Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché a chiunque ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha. E il servo inutile gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”».

Prepariamoci

Fa sempre pensare questa parabola, con queste ragazze che si contendono l’olio per la fiaccola nella notte. Forse il senso della storia è che non si può improvvisare. Non perché non sia elegante, ma perché proprio non funziona. Estòte paràti, siate pronti, diceva ieri il vangelo. Non si improvvisa la preghiera quando si è nel bisogno disperato. Non si improvvisa la carità quando si è travolti dall’emozione di vedere un povero da vicino. Se la vita ci sveglia d’improvviso e non ci siamo preparati prima, potremo – appunto – improvvisare qualcosa, ma non sarà che una fiammata breve, come quella della fiaccola delle vergini stolte. Il bene va fatto bene. Le opere di misericordia prevedono allenamento. Come ogni operaio, occorre un apprendistato prima d’essere specializzato. Cerchiamo chi ci possa insegnare come si fa il bene, appoggiamoci alla sua esperienza e facciamone tesoro. Siamo sempre apprendisti, sempre abbiamo da imparare.

https://www.vaticannews.va/it/papa/news/2023-08/papa-francesco-partenza-volo-mongolia-ulaanbator.html

Mt 25,1-13 Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola:
«Il regno dei cieli sarà simile a dieci vergini che presero le loro lampade e uscirono incontro allo sposo. Cinque di esse erano stolte e cinque sagge; le stolte presero le loro lampade, ma non presero con sé l’olio; le sagge invece, insieme alle loro lampade, presero anche l’olio in piccoli vasi. Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e si addormentarono.
A mezzanotte si alzò un grido: “Ecco lo sposo! Andategli incontro!”. Allora tutte quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade. Le stolte dissero alle sagge: “Dateci un po’ del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono”. Le sagge risposero: “No, perché non venga a mancare a noi e a voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene”.
Ora, mentre quelle andavano a comprare l’olio, arrivò lo sposo e le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa. Più tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: “Signore, signore, aprici!”. Ma egli rispose: “In verità io vi dico: non vi conosco”.
Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora».

Verrà

Siate pronti. Pronti a partire, pronti a servire. Pronti ad alzarvi nella notte, come una madre che veglia il suo bambino. Abbiate occhi che vedono nel buio, per capire le necessità dei fratelli, per intuirle prima che trovino la forza di chiedere, di superare la vergogna. Tante volte nemmeno sappiamo se e cosa abbiamo bisogno. Siate colti di sorpresa a far del bene di nascosto, a dare il cibo a tempo debito ai fratelli. Estòte paràti, siate pronti, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà. E non sapete nemmeno quale volto avrà, se quello di un bimbo o di un vecchio, di un ricco o un povero, di un santo od un malvagio. Voi siate pronti. Perché Lui certo verrà.

11 anni fa, come oggi, moriva Carlo Maria Martini Arcivescovo di Milano.

Mt 24,42-51 Gesù disse ai suoi discepoli:
«Vegliate, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà. Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa. Perciò anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo.
Chi è dunque il servo fidato e prudente, che il padrone ha messo a capo dei suoi domestici per dare loro il cibo a tempo debito? Beato quel servo che il padrone, arrivando, troverà ad agire così! Davvero io vi dico: lo metterà a capo di tutti i suoi beni.
Ma se quel servo malvagio dicesse in cuor suo: “Il mio padrone tarda”, e cominciasse a percuotere i suoi compagni e a mangiare e a bere con gli ubriaconi, il padrone di quel servo arriverà un giorno in cui non se l’aspetta e a un’ora che non sa, lo punirà severamente e gli infliggerà la sorte che meritano gli ipocriti: là sarà pianto e stridore di denti».

Da che parte

Ieri mi è giunta la proposta di firmare una petizione. Chiedeva “condanne estreme, anche a morte, per chi maltratta persone o animali fragili. Basta con la violenza!”. Eccoci a casa, mi dicevo, nel mondo dell’ipocrisia, dei sepolcri imbiancati. Eccoci nell’Europa dei diritti che sempre più ricorre alla violenza come soluzione. Eccoci nella terra dove persone e animali sono considerati assolutamente uguali. Solo quattro giorni fa ero a Dare, sopra Dili, al memoriale della seconda guerra mondiale. Giappone e Australia si affrontarono anche sulla piccola isola di Timor Est benché, essendo all’epoca portoghese, fosse neutrale. Vedere la mappa con Germania e Italia in nero nazifascista, origine e causa della guerra mondiale, non mi ha reso orgoglioso. Se fossimo vissuti al tempo dei nostri padri, non saremmo stati loro complici, verrebbe da dire. Ma chi lo sa da che parte saremmo stati. Chiediamoci da che parte stiamo ora. Se dalla parte del sistema economico che crea un mondo ingiusto o se, con il nostro stile di vita, facciamo tutta l’opposizione possibile.

Mt 23,27-32 Gesù parlò dicendo: «Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che assomigliate a sepolcri imbiancati: all’esterno appaiono belli, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni marciume. Così anche voi: all’esterno apparite giusti davanti alla gente, ma dentro siete pieni di ipocrisia e di iniquità.
Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che costruite le tombe dei profeti e adornate i sepolcri dei giusti, e dite: “Se fossimo vissuti al tempo dei nostri padri, non saremmo stati loro complici nel versare il sangue dei profeti”. Così testimoniate, contro voi stessi, di essere figli di chi uccise i profeti. Ebbene, voi colmate la misura dei vostri padri

Continuerà

ITALIA Così, come nulla fosse, la guardia andò, lo decapitò e portò la testa di Giovanni su un vassoio. Tutto finito in un secondo, verrebbe da dire. Trentasei ore di aerei e aeroporti, e l’esperienza forte di Timor Est è finita. Chiudi la borsa nella polvere tropicale e ti risvegli in tangenziale. Ma non è così. Giovanni parlò alle coscienze anche da morto. La gente diceva che Gesù era Giovanni resuscitato. Il povero Erode non riusciva a liberarsene. Lo stesso per me, per voi che mi avete seguito con affetto e preghiera durante le sette settimane laggiù. Non è finita, perché non si è trattato solo di una esperienza forte stroncata dal calendario che prevedeva un rientro. Quello che insieme abbiamo vissuto, continuerà a parlarci, a guidarci attimo per attimo per costruire insieme un mondo più giusto, un mondo dove il vangelo sia la guida di ogni scelta.

Mc 6,17-29 Erode aveva mandato ad arrestare Giovanni e lo aveva messo in prigione a causa di Erodìade, moglie di suo fratello Filippo, perché l’aveva sposata. Giovanni infatti diceva a Erode: «Non ti è lecito tenere con te la moglie di tuo fratello». Per questo Erodìade lo odiava e voleva farlo uccidere, ma non poteva, perché Erode temeva Giovanni, sapendolo uomo giusto e santo, e vigilava su di lui; nell’ascoltarlo restava molto perplesso, tuttavia lo ascoltava volentieri.
Venne però il giorno propizio, quando Erode, per il suo compleanno, fece un banchetto per i più alti funzionari della sua corte, gli ufficiali dell’esercito e i notabili della Galilea. Entrata la figlia della stessa Erodìade, danzò e piacque a Erode e ai commensali. Allora il re disse alla fanciulla: «Chiedimi quello che vuoi e io te lo darò». E le giurò più volte: «Qualsiasi cosa mi chiederai, te la darò, fosse anche la metà del mio regno». Ella uscì e disse alla madre: «Che cosa devo chiedere?». Quella rispose: «La testa di Giovanni il Battista». E subito, entrata di corsa dal re, fece la richiesta, dicendo: «Voglio che tu mi dia adesso, su un vassoio, la testa di Giovanni il Battista». Il re, fattosi molto triste, a motivo del giuramento e dei commensali non volle opporle un rifiuto.
E subito il re mandò una guardia e ordinò che gli fosse portata la testa di Giovanni. La guardia andò, lo decapitò in prigione e ne portò la testa su un vassoio, la diede alla fanciulla e la fanciulla la diede a sua madre. I discepoli di Giovanni, saputo il fatto, vennero, ne presero il cadavere e lo posero in un sepolcro.

Sir

da SINGAPORE AEROPORTO Sono posti strani, gli aeroporti, soprattutto se si è da soli. È strano pure dire d’esser soli, perché di certo non mancano migliaia di persone. Mi soffermo sempre su chi in aeroporto ci lavora. Negozi, bar, gioiellerie… Non potranno certo dire d’avere clienti abituali. Sono un po’ tutti al primo e ultimo acquisto. Volendo, potrebbero trattarti con un certo distacco e invece dicono “sir”. Dopo tanti “maun” e “señor”, fa sempre un certo effetto sentire “sir”. Scorro gli stati whattsapp degli amici di Timor che hanno il telefono. Tutti hanno postato la foto del loro incontro con me, scrivendo “Ate tinan oin”, all’anno prossimo. Mi rendo conto che ho incontrato molte persone e che per molti l’incontro è stato uno solo. Il prossimo ate tinan oin, tra un anno. Ma nessuno conosce il futuro. A disposizione abbiamo il presente per chiamare tutti “sir”, per amare ciascuno con tutto il cuore, tutte le forze, tutta la mente. Non percorriamo mare e terra e cielo per fare proseliti e farci riverire, ma per trattare da signore chi è a piedi nudi.

Mt 23,13-22 Gesù parlò dicendo:
«Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che chiudete il regno dei cieli davanti alla gente; di fatto non entrate voi, e non lasciate entrare nemmeno quelli che vogliono entrare.
Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che percorrete il mare e la terra per fare un solo prosèlito e, quando lo è divenuto, lo rendete degno della Geènna due volte più di voi.
Guai a voi, guide cieche, che dite: “Se uno giura per il tempio, non conta nulla; se invece uno giura per l’oro del tempio, resta obbligato”. Stolti e ciechi! Che cosa è più grande: l’oro o il tempio che rende sacro l’oro? E dite ancora: “Se uno giura per l’altare, non conta nulla; se invece uno giura per l’offerta che vi sta sopra, resta obbligato”. Ciechi! Che cosa è più grande: l’offerta o l’altare che rende sacra l’offerta? Ebbene, chi giura per l’altare, giura per l’altare e per quanto vi sta sopra; e chi giura per il tempio, giura per il tempio e per Colui che lo abita. E chi giura per il cielo, giura per il trono di Dio e per Colui che vi è assiso».

Partenza

da DILI, TIMOR EST Chi è questo figlio dell’uomo? Che cos’è questa umanità col terribile potere di legare e sciogliere amicizie e torti? Che cosa siamo diventati, cosa faremo del mondo, degli altri? Chi sono per noi i figli dell’uomo? Sono Cristo, figli del Dio vivente o sono rifiuti, ingombri, ombre lontane di cui non ci curiamo. L’aereo è sulla pista, qui a Dili, e presto lascerò un’altra volta questa terra. Diventerò un passeggero, come a milioni transitano a Singapore, uno degli aeroporti più grandi del mondo, lungo le tratte più lunghe del pianeta. Da solo, col mio zaino, la polvere di Dili sulle scarpe. Non l’ho scossa dai piedi, come dice di fare Gesù se non si viene accolti. Accoglienza è una parola che dice troppo poco di ciò che ho ricevuto. “Non ho nulla da darti”, mi sussurravano molti salutandomi. “Nemmeno io”, rispondevo. Siamo una famiglia. Non dobbiamo darci nulla se non che legarci sempre più stretti nel profondo dell’anima, sciogliendoci l’un l’altro dai lacci delle preoccupazioni. Hare dalan, buona strada.

Mt 16,13.-20 Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, domandò ai suoi discepoli: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». Risposero: «Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elìa, altri Geremìa o qualcuno dei profeti».
Disse loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente».
E Gesù gli disse: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli».
Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo