Corri incontro

DILI, TIMOR EST     Da lui usciva una forza che guariva tutti. Perché passava le notti pregando Dio. Gesù uomo aveva bisogno di pregare per rimanere unito a Dio. Era l’unico modo per rimanere Dio, uno con Lui. Così era un canale senza alcuna resistenza, attraverso cui l’amore di Dio si poteva riversare sulla terra senza freni. Da lui usciva una forza che guariva tutti. Per questo tutti cercavano di toccarlo, perché chi lo toccava, toccava Dio e chi tocca Dio è salvo. Lasciamoci toccare da Lui, dal suo Spirito. Abbiamo troppe ferite inconsce che ci comandano e deviano ogni pensiero, filtrano ogni emozione. Lasciamoci toccare dalla mano di Dio e saremo sanati nel profondo. Gettiamoci su Gesù, corriamogli incontro e non lasciamolo mai.

Santi Simone e Giuda Apostoli    Lc 6,2-19   Gesù se ne andò sul monte a pregare e passò tutta la notte pregando Dio. Quando fu giorno, chiamò a sé i suoi discepoli e ne scelse dodici, ai quali diede anche il nome di apostoli: Simone, al quale diede anche il nome di Pietro; Andrea, suo fratello; Giacomo, Giovanni, Filippo, Bartolomeo, Matteo, Tommaso; Giacomo, figlio di Alfeo; Simone, detto Zelota; Giuda, figlio di Giacomo; e Giuda Iscariota, che divenne il traditore.
Disceso con loro, si fermò in un luogo pianeggiante. C’era gran folla di suoi discepoli e gran moltitudine di gente da tutta la Giudea, da Gerusalemme e dal litorale di Tiro e di Sidòne, che erano venuti per ascoltarlo ed essere guariti dalle loro malattie; anche quelli che erano tormentati da spiriti impuri venivano guariti. Tutta la folla cercava di toccarlo, perché da lui usciva una forza che guariva tutti.

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Sino ai confini

DILI, TIMOR EST   Non possiamo capire questa pagina di Vangelo perché ormai per noi tutto è stato ridotto alla razionalità scientifica. Non possiamo credere che sia possibile guarire una persona imponendole le mani. Al tempo di Gesù invece era normale ma – proprio perché era un’attività di lavoro – non andava fatta nel giorno di sabato. Qui, da dove vi scrivo, è assolutamente normale avere un legame con l’aldilà, con le forze di guarigione e purtroppo anche di maledizione. È normale interpellare i cari defunti prima di intraprendere un viaggio o un’importante decisione. È assolutamente normale avere paura che qualcuno ti maledica e ti faccia ammalare usando poteri tanto invisibili quanto efficaci. Liberaci dal male, diceva sempre Gesù pregando. Lui passava guarendo tutti, liberando i malati tenuti ricurvi su se stessi da Satana. Siamo tutti ricurvi, a contemplare i nostri problemi, a cercare distrazione in uno schermo stretto in mano come un naufrago stringe una tavola in mare. Ogni giorno è sabato, è giorno del Signore, giorno buono per essere liberati e alzarsi dai nostri divani e camminare a testa alta. Non la testa alta dei presuntuosi ma quella di chi guarda lontano, fino ai confini del mondo, per vedere se vi sia qualcuno da liberare dal male.

Lc 13,10-17 Gesù stava insegnando in una sinagoga in giorno di sabato. C’era là una donna che uno spirito teneva inferma da diciotto anni; era curva e non riusciva in alcun modo a stare diritta.
Gesù la vide, la chiamò a sé e le disse: «Donna, sei liberata dalla tua malattia». Impose le mani su di lei e subito quella si raddrizzò e glorificava Dio.
Ma il capo della sinagoga, sdegnato perché Gesù aveva operato quella guarigione di sabato, prese la parola e disse alla folla: «Ci sono sei giorni in cui si deve lavorare; in quelli dunque venite a farvi guarire e non in giorno di sabato».
Il Signore gli replicò: «Ipocriti, non è forse vero che, di sabato, ciascuno di voi slega il suo bue o l’asino dalla mangiatoia, per condurlo ad abbeverarsi? E questa figlia di Abramo, che Satana ha tenuto prigioniera per ben diciotto anni, non doveva essere liberata da questo legame nel giorno di sabato?».
Quando egli diceva queste cose, tutti i suoi avversari si vergognavano, mentre la folla intera esultava per tutte le meraviglie da lui compiute.

La presunzione

DILI, TIMOR EST   il problema non è parlare a Dio in piedi, senza battersi il petto, ringraziando del bene che si riesce a fare. Anzi, questo è ciò che Gesù ci insegna. Il problema è l’intima presunzione d’essere giusti e disprezzare gli altri. Degli altri noi non sappiamo nulla. Nemmeno dei loro pubblici peccati conosciamo l’origine. Tantomeno sappiamo della loro sofferenza, dei loro rimorsi, del loro pentimento costante. Non ci resta che chiedere a Dio di smascherare le nostre presunzioni e inconsce convinzioni e darci la forza di rispettare la travagliata storia altrui. “Rendi cosciente l’inconscio, altrimenti sarà l’inconscio a guidare la tua vita e tu lo chiamerai destino” (C.G.Jung)

Lc 18,9-14    Gesù disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri:
«Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano.
Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: “O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo”.
Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”.
Io vi dico: questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato».

Ricominciare

DILI, TIMOR EST    Quando ci pare d’essere dei buoni a nulla, come un grande albero che non produce frutti, allora ricordiamoci che eravamo un piccolo germoglio. Servirà a non scoraggiarci, a credere con fede che come siamo arrivati sin qui, così potremo crescere ancora. Il vangelo ci ha guidato sinora, convertendo la rotta ogni giorno e non sciupando occasioni di crescita. Nella parabola, Dio non è il padrone ma il vignaiolo. Parlò così perché sapeva cosa avrebbe potuto fare alla pianta per portarla a far frutti entro un anno. Se lo vogliamo, Dio ci cambia il cuore. Se lo crediamo, sarà Lui a renderci persone mature. Pare che Nazareth significhi “germoglio”. Noi seguiamo il nazareno, possiamo germogliare nuovamente ogni giorno. Questo significa convertirsi.

Lc 13,1-9    si presentarono alcuni a riferire a Gesù il fatto di quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva fatto scorrere insieme a quello dei loro sacrifici. Prendendo la parola, Gesù disse loro: «Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subìto tale sorte? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. O quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Sìloe e le uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo».
Diceva anche questa parabola: «Un tale aveva piantato un albero di fichi nella sua vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. Allora disse al vignaiolo: “Ecco, sono tre anni che vengo a cercare frutti su quest’albero, ma non ne trovo. Tàglialo dunque! Perché deve sfruttare il terreno?”. Ma quello gli rispose: “Padrone, lascialo ancora quest’anno, finché gli avrò zappato attorno e avrò messo il concime. Vedremo se porterà frutti per l’avvenire; se no, lo taglierai”».

Cosa resta

DILI, TIMOR EST   Lungo la strada, fuori dalla bottega del falegname che costruisce le bare. Un grande compensato è ancora fresco di vernice bianca. Vi hanno appoggiato una croce per dipingerla. Un’altra giovane vita è finita. Intravvedo tracce di altre croci, altri dolori. Passiamo la vita a litigare, discutere, commentare qualsiasi cosa. Contiamo i nostri debitori, li trasciniamo in tribunale. Facciamo pagare fino all’ultimo spicciolo anche una sola parola errata. Sappiamo valutare l’aspetto del cielo e della terra, ma questo tempo, il tempo presente, l’attimo presente, non lo sappiamo valutare, non lo sappiamo apprezzare. Se lo sapessimo, vivremmo oggi come il primo, l’ultimo, l’unico giorno di vita. Prima o poi un falegname preparerà una croce col nostro nome. Di tutte le nostre valutazioni e avversioni e sentenze cosa resterà? Resta solo ciò che vivo alla Presenza di Dio, consapevole e certo che lui conosce tutto ciò che sto vivendo.

Lc 12,54-59    Gesù diceva alle folle:
«Quando vedete una nuvola salire da ponente, subito dite: “Arriva la pioggia”, e così accade. E quando soffia lo scirocco, dite: “Farà caldo”, e così accade. Ipocriti! Sapete valutare l’aspetto della terra e del cielo; come mai questo tempo non sapete valutarlo? E perché non giudicate voi stessi ciò che è giusto?
Quando vai con il tuo avversario davanti al magistrato, lungo la strada cerca di trovare un accordo con lui, per evitare che ti trascini davanti al giudice e il giudice ti consegni all’esattore dei debiti e costui ti getti in prigione. Io ti dico: non uscirai di là finché non avrai pagato fino all’ultimo spicciolo».

Al bivio

DILI, TIMOR EST     Dovrebbero vietare di estrapolare questa pagina dal resto del vangelo. Il perché è chiaro da sé. L’unico modo per capirla è rileggere le pagine precedenti (puoi farlo anche tu qui). Ci immaginiamo le facce degli ascoltatori un po’ scossi dai discorsi di Gesù. Forse lo avevano seguito perché con lui si stava bene, si sentiva pace in cuore e i problemi si allontanavano. Ma lui aveva appena parlato di stare pronti, tutti, sempre. Pronti a servire, pronti a dare, pronti a morire e presentarsi a Dio. C’era fuoco nelle sue parole. Erano una parete verticale da scalare a mani nude. Gesù era un bivio e loro dovevano scegliere. Settimana scorsa, in un villaggio che conosco, è morto un bambino di quattro anni punto nella foresta da decine di calabroni. Niente Bentelan, niente elisoccorso. Solo una piccola bara bianca. Maromak nia planu, volontà di Dio, dicevano su Facebook i commenti sotto la foto che vi risparmio. Certo, anche il dolore è avvolto nel mistero di Dio, ma affermare che sia un suo “planu”, planning, è forse troppo. Dicevano che le religioni sono oppiaceo per calmare chi non ha i soldi per gli  psicofarmaci. Gesù però non è il nostro calmante, semmai è adrenalina. Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? Svegliatevi! Aiutatevi, salvatevi, nutritevi l’un l’altro. Amatevi. Non usate Dio per rassegnare la gente alla morte, alla povertà e alle ingiustizie. Siete discepoli di un guaritore risorto.

Lc 12,49-53    Gesù disse ai suoi discepoli:
«Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso! Ho un battesimo nel quale sarò battezzato, e come sono angosciato finché non sia compiuto!
Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, io vi dico, ma divisione. D’ora innanzi, se in una famiglia vi sono cinque persone, saranno divisi tre contro due e due contro tre; si divideranno padre contro figlio e figlio contro padre, madre contro figlia e figlia contro madre, suocera contro nuora e nuora contro suocera».

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Anche noi?

DILI, TIMOR EST   Bellissima la domanda di Pietro: Signore, questa parabola la dici per noi o anche per tutti? Si parla di stare pronti all’arrivo del Figlio dell’uomo. Di qualsiasi figlio di uomo. Un arrivo – come dicevamo ieri – non pianificabile. Sempre pronti a servire dunque. Mai servi inutili, mai fuori servizio. Ma resta la domanda: lo dici per noi o anche per tutti? Ci sono degli addetti, degli specialisti, dei prescelti ordinati oppure tocca anche a me star pronto e sveglio per servire? Sembra che dalla risposta di Gesù il criterio sia diverso dal nostro. Non è questione di incarico ufficiale ma di conoscenza. Il servo che, conoscendo la volontà del padrone, non avrà disposto o agito secondo la sua volontà, riceverà molte percosse. Insomma: se sai cosa chiede il vangelo, ne sei responsabile. Devi farlo, anche se fuori dalla tua porta non c’è scritto “Caritas”. In questo istante stai leggendo il vangelo, non è cosa da poco. Ti è stato dato molto, ti sarà chiesto molto di più. Cioè ti è chiesto di non limitarti a leggerlo ma di agire per dare la razione di cibo a tempo debito. Di quale cibo si tratti sta a te capirlo. Il lungo elenco delle opere di misericordia ti aiuterà.

Lc 12,39-48 Gesù disse ai suoi discepoli: «Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora viene il ladro, non si lascerebbe scassinare la casa. Anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo».
Allora Pietro disse: «Signore, questa parabola la dici per noi o anche per tutti?».
Il Signore rispose: «Chi è dunque l’amministratore fidato e prudente, che il padrone metterà a capo della sua servitù per dare la razione di cibo a tempo debito? Beato quel servo che il padrone, arrivando, troverà ad agire così. Davvero io vi dico che lo metterà a capo di tutti i suoi averi.
Ma se quel servo dicesse in cuor suo: “Il mio padrone tarda a venire”, e cominciasse a percuotere i servi e le serve, a mangiare, a bere e a ubriacarsi, il padrone di quel servo arriverà un giorno in cui non se l’aspetta e a un’ora che non sa, lo punirà severamente e gli infliggerà la sorte che meritano gli infedeli.
Il servo che, conoscendo la volontà del padrone, non avrà disposto o agito secondo la sua volontà, riceverà molte percosse; quello invece che, non conoscendola, avrà fatto cose meritevoli di percosse, ne riceverà poche.
A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più».

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Qualche lettore mi chiede dove mi trovo. Sono a DILI, TIMOR EST. Rientrerò in Italia ai primi di novembre per circa tre mesi.

Pronti

DILI, TIMOR EST    Il paese da cui vi scrivo è un’ottima palestra per esercitarsi a stare pronti. Ci immaginiamo spesso i paesi “in via di sviluppo” come luoghi dove regna la calma se non l’indolenza. Tutto si muoverebbe piano, dalle auto alle persone. Non è sempre così. Direi piuttosto che tutto si muove a sussulti. Gli operai arrivano al mattino presto, chiedono il caffè e lo preparo subito. Mi giro e uno di loro già è sparito: l’hanno chiamato dall’altro cantiere, tornerà. Arriva il falegname. Altro caffè. Pialla, inchioda, misura. Gronda sudore nel caldo e gli porto un ventilatore. Sparisce. Riappare. Verso sera arrivano i ragazzi a lavorare. Sono due. Anzi tre. Inizio a cucinare. Sono quattro. Di nuovo tre: uno è stato chiamato dal capo al lavoro. Mangerà dopo. Arriva una telefonata: è morto lo zio di un amico e lui non ha mezzi per andare al villaggio. Mi guardano… Ecco le chiavi della moto. Ora sono a piedi. È così sempre, nelle famiglie e  in ogni aspetto della vita: la salute, il cibo, il lavoro… Non ci sono vacanze, weekend,  ponti. Le cose si fanno appena si può, senza rinviare perché nulla è programmabile. Se programmi, destino vuole che non riesci. Sempre pronti, senza agenda. Solo un mucchio di sogni e progetti e, appena qualcuno ti aiuta a realizzarli, non smetti di lavorare perché se smetti poi chissà se riprendi. In occidente siamo molto stressati da un eccesso di planning. Qui per impossibilità di programmare. L’unica cosa prevedibile sono gli imprevisti, paradosso della povertà. L’ansia è forte, la frustrazione è quotidiana, il futuro è un nemico che ti risveglia dai sogni.

Lc 12,35-38 Gesù disse ai suoi discepoli:
«Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese; siate simili a quelli che aspettano il loro padrone quando torna dalle nozze, in modo che, quando arriva e bussa, gli aprano subito.
Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità io vi dico, si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli.
E se, giungendo nel mezzo della notte o prima dell’alba, li troverà così, beati loro!».

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Eredità

DILI, TIMOR EST     Eredità. Tutto abbiamo ricevuto da chi ha camminato su questa terra prima di noi. Spesso la sera, quando mi ritrovo solo in questa casa, mi muovo per le stanze vuote tra gli attrezzi dei muratori e mi domando chi le abitò in passato. Al momento dell’acquisto notammo che i vetri delle finestre del retro erano ancora rotti da quando le milizie indonesiane erano entrate sfasciando tutto. I soldi per sistemare non erano più stati trovati. Abbattendo un muro di compensato è uscito un foglio di carta su cui qualche ragazzino disegnò una maglia da calcio e lo nascose. E poi, già lo sapete, c’è il cuore disegnato sul muro esterno e poi scritta del bimbo in “cerca di una vita per realizzare i suoi sogni”. Tutte eredità. E noi cosa lasceremo? Quale sarà l’eredità per la quale varrà la pena di litigare pur d’averla? Per cosa si azzufferanno i nostri eredi? L’unico tesoro che vale è l’amore che mettiamo in ogni singola azione, fosse la posa di un semplice mattone. Lasciamo amore, opere d’amore, non altro. Non sappiamo quando ci sarà chiesto di lasciare ad altri il posto. Viviamo l’oggi amando.

Trovate qui sotto vari video commenti al tema di questa pagina di vangelo pubblicati lo scorso agosto.

Lc 12,13-21 uno della folla disse a Gesù: «Maestro, di’ a mio fratello che divida con me l’eredità». Ma egli rispose: «O uomo, chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?».
E disse loro: «Fate attenzione e tenetevi lontani da ogni cupidigia perché, anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede».
Poi disse loro una parabola: «La campagna di un uomo ricco aveva dato un raccolto abbondante. Egli ragionava tra sé: “Che farò, poiché non ho dove mettere i miei raccolti? Farò così – disse –: demolirò i miei magazzini e ne costruirò altri più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni. Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; ripòsati, mangia, bevi e divèrtiti!”. Ma Dio gli disse: “Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?”. Così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio».

Sempre Cielo

DILI, TIMOR EST  La troverà ancora un po’ di fede su questa terra, quando verrà, o l’avremo persa tutti? La fede si manifesta nella preghiera, quando ti fermi e credi. Credi anzitutto d’essere ascoltato e guardato da un Dio buonissimo. Ti fermi e credi, credi e parli, confidi pensieri e desideri che lui già conosce ma che, una volta detti, si fanno chiari. Parli senza maschera: amori, lamenti, ansie e pesi. Ringrazi per tutto, soprattutto d’esserci. Ti fermi e credi e piangi. Incontri quelli che da questa terra sono già passati al Cielo, incontri quelli che sono distanti e che ti mancano. Allora pregare lo farai sempre, senza stancarti mai, senza dire che non serve. Di tutto ciò che hai, cosa davvero serve? Eppure l’hai. Dunque prega. Pregare non serve a qualcosa. Serve a te.

Lc 18,1-8  Gesù diceva ai suoi discepoli una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai:
«In una città viveva un giudice, che non temeva Dio né aveva riguardo per alcuno. In quella città c’era anche una vedova, che andava da lui e gli diceva: “Fammi giustizia contro il mio avversario”.
Per un po’ di tempo egli non volle; ma poi disse tra sé: “Anche se non temo Dio e non ho riguardo per alcuno, dato che questa vedova mi dà tanto fastidio, le farò giustizia perché non venga continuamente a importunarmi”».
E il Signore soggiunse: «Ascoltate ciò che dice il giudice disonesto. E Dio non farà forse giustizia ai suoi eletti, che gridano giorno e notte verso di lui? Li farà forse aspettare a lungo? Io vi dico che farà loro giustizia prontamente. Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?».