Cosa vedi?

da DILI, TIMOR EST È vero, la cosa più bella è poter vedere, eppure è anche la più difficile. Abbiamo paura di aprire gli occhi, di udire con gli orecchi, di renderci conto di quale sia la realtà. La realtà quella vera, non quella che ci siamo costruiti noi. Molti profeti hanno desiderato vedere, perché profetizzare significa saper leggere il presente per dare indicazioni sul futuro. E dunque il profeta ha bisogno di vedere, di udire, la realtà. Quello che chiamiamo Occidente è completamente fuori dalla realtà. Ne ha smarrito il senso. I problemi, le accanite lotte per i diritti, persino il rispetto per l’ambiente, tutto è letto da un occhio che non vede bene, da un orecchio che non ode. È una visione tutta sua, cioè non reale, che però impone a tutti a causa della sua forza. Ciò vale anche per la Chiesa che, infatti, stenta a seguire papa Francesco e la sua visione profetica globale. L’unica cura per la nostra vista è il contatto con chi non ha e a cui ogni giorno è tolto anche quello che ha. Con i poveri che sono sempre di più e sempre più poveri. Allora forse, forse, chissà, cesseremo d’essere un popolo insensibile, duro d’orecchi, con gli occhi chiusi. Cesseremo di dispensar consigli sorseggiando bibite, a chi ci chiede un soldo per un po’ di riso. Allora, chissà, prenderemo coraggio e, come la bimba della foto, ci lanceremo nella spazzatura del mondo per uscirne risorti da ogni egoismo che ci uccide.

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La bimba che ho fotografato si stava gettando nella spazzatura per gioco, dopo averne raccolto qualcosa di ancora buono. Riguardando l’immagine ho però visto il movimento contrario, simile a quello di tanti dipinti di Gesù che esce vittorioso dal sepolcro. Riusciremo a far “risorgere i morti” come Gesù ci ha comandato? Riusciremo, vorremo, farli uscire dalla loro condizione di “scarti della società”, come sempre dice l’inascoltato Papa Francesco?

Mt 3,10-17 i discepoli si avvicinarono a Gesù e gli dissero: «Perché a loro parli con parabole?».
Egli rispose loro: «Perché a voi è dato conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato. Infatti a colui che ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a colui che non ha, sarà tolto anche quello che ha. Per questo a loro parlo con parabole: perché guardando non vedono, udendo non ascoltano e non comprendono.
Così si compie per loro la profezia di Isaìa che dice:
“Udrete, sì, ma non comprenderete,
guarderete, sì, ma non vedrete.
Perché il cuore di questo popolo è diventato insensibile,
sono diventati duri di orecchi
e hanno chiuso gli occhi,
perché non vedano con gli occhi,
non ascoltino con gli orecchi
e non comprendano con il cuore
e non si convertano e io li guarisca!”.
Beati invece i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché ascoltano. In verità io vi dico: molti profeti e molti giusti hanno desiderato vedere ciò che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo ascoltarono!».

Decidere

da DILI, TIMOR EST      Sedette su una barca e la folla stava sulla spiaggia. E pare di vederlo, lì sulla barca, di udire le sue parole che come semi cadono sulla riva. Parole che germogliano in azione o che seccano come un buon proposito mai compiuto e sempre rimandato. Le spiagge, come quel giorno, sono ancora affollate, piene di gente in cerca di un po’ di riposo. Oppure  spiagge come ci sono qui, vuote, con qualche bimbo che ci gioca senza sapere cosa ci sia di là del mare, al di là di questo mondo di lamiere e polvere. Anche qui a volte pare che le parole non abbiano valore e non si traducano mai in azione. È sempre tutto in forse, tutto da rivedere. Noi, che abbiamo insegnato al mondo a pianificare tutto, poi rinviamo l’essenziale: le opere di misericordia e la preghiera. Loro, quelli che vivono qui, non osano nemmeno pianificare. “Non programmo mai nulla – diceva una ragazza – perché se lo faccio poi resto delusa: c’è sempre un accidente che rovina tutto. Allora tengo in cuore i miei desideri e nulla più. Chissà, forse accadranno”. E così, noi per pigrizia e loro per scaramanzia, siamo tutti dei semi incapaci di radicarci a fondo nelle cose e – accidenti! – riuscire almeno una volta a fare davvero qualcosa di buono senza rinviarlo. Come una barca che non si decide mai a prendere il largo.

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Mt 13,1-9  Quel giorno Gesù uscì di casa e sedette in riva al mare. Si radunò attorno a lui tanta folla che egli salì su una barca e si mise a sedere, mentre tutta la folla stava sulla spiaggia.
Egli parlò loro di molte cose con parabole. E disse: «Ecco, il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. Un’altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c’era molta terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il sole, fu bruciata e, non avendo radici, seccò. Un’altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono. Un’altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno. Chi ha orecchi, ascolti».

Fraternità

da DILI, TIMOR EST Qui il sole cala presto e cala in fretta, verso le 19.00 Essendo in zona tropicale, il tramonto dura poco ed è come se qualcuno spegnesse la luce senza avvisare. I ragazzini, in riva al mare, accendono fuochi con qualche legno portato dalle onde a seccare sulle rocce. Questa foto non è un montaggio, è così com’era ciò che vedevo. Due sorelline, ognuna col suo fuoco, la casa di lamiere sullo sfondo. Gesù spese la vita ad insegnare la fraternità cosmica ma, forse per portarsi avanti col lavoro, quando scelse i Dodici Apostoli scelse due coppie di fratelli. Vivere nella stessa casa, mangiare dallo stesso piatto e dormire nello stesso letto, intendersi senza bisogno di parole. Semplicemente esserci, l’uno per l’altro, mai senza l’altro. Poi la famiglia si allarga e si impara a considerare fratello e sorella e madre e padre chiunque, come insegnerà Gesù. Ma chi ha sperimentato la bellezza divina e umana della famiglia, parla la lingua madre dell’amore. Cresciuto al fuoco del focolare domestico, può con più facilità accendere fraternità ovunque.

San Giacomo Apostolo Mt 4 Mentre camminava lungo il mare di Galilea, vide due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. E disse loro: «Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini». Ed essi subito lasciarono le reti e lo seguirono. Andando oltre, vide altri due fratelli, Giacomo, figlio di Zebedeo, e Giovanni suo fratello, che nella barca, insieme a Zebedeo loro padre, riparavano le loro reti, e li chiamò. Ed essi subito lasciarono la barca e il loro padre e lo seguirono.

Nel cuore

da DILI, TIMOR EST Ecce homo, ecco l’uomo. Ecco un figlio di uomo, uno dei tanti, che pare un Cristo che ci guarda dalla croce dicendo tutto è compiuto. E tu hai compiuto tutto per lui? Ti sei calato nel cuore della terra, nel cuore delle situazioni, nel cuore del tuo fratello? La vedi la sofferenza di chi ti siede accanto in questo istante, lo senti il grido della miseria che ti giunge dagli estremi confini della terra? Lo senti e lo ignori, o lasci che ti condanni così che ti possa convertire? Perché bisogna convertirsi, non basta guardare un attimo, non basta sentire pungere il cuore e poi dimenticare in fretta. Bisogna permette alla sofferenza altrui o nostra di rimanere nel cuore tre giorni e tre notti. Convertirsi non significa sentirsi in colpa per essere nati bianchi, in un luogo pieno di confort. Nessuno può scegliere dove nascere e non ne è colpevole. Ma può scegliere per chi morire e questo significa convertirsi.

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Mt 12,38-42 Alcuni scribi e farisei dissero a Gesù: «Maestro, da te vogliamo vedere un segno».
Ed egli rispose loro: «Una generazione malvagia e adultera pretende un segno! Ma non le sarà dato alcun segno, se non il segno di Giona il profeta. Come infatti Giona rimase tre giorni e tre notti nel ventre del pesce, così il Figlio dell’uomo resterà tre giorni e tre notti nel cuore della terra.
Nel giorno del giudizio, quelli di Nìnive si alzeranno contro questa generazione e la condanneranno, perché essi alla predicazione di Giona si convertirono. Ed ecco, qui vi è uno più grande di Giona! Nel giorno del giudizio, la regina del Sud si alzerà contro questa generazione e la condannerà, perché ella venne dagli estremi confini della terra per ascoltare la sapienza di Salomone. Ed ecco, qui vi è uno più grande di Salomone!»

Da dove?

da DILI, TIMOR EST      Perché è andata così? Ecco quello che mi pare il senso ultimo della parabola, della domanda dei servi al padrone. Perché è andata così? Perché il mondo ha preso questa piega? Chi ha causato tutto questo? Perché quella che vedete in foto è una cucina? Chi ha voluto che questa fosse la realtà? Signore, non hai seminato del buon seme nel campo del mondo, nel cuore dell’uomo? Com’è che le cose sono andate così, cioè male? Un nemico ha fatto questo. Un nemico ha fatto sì che il lievito del regno dei cieli non producesse effetto e che l’amore non si espandesse, lasciando il mondo azzimo di misericordia e giustizia. Un nemico, non Dio, ha fatto questo. E come sarebbe il mondo se il nemico non fosse stato ascoltato, seguito, scambiato per amico? Se gli uomini bianchi avessero viaggiato ovunque, ma non saccheggiato chiunque. Se i cristiani avessero costruito chiese, ma solo dopo aver compreso il vangelo. Se il progresso fosse stato enorme, ma non a prezzo della fame. Da dove viene dunque il male, e perché non ci scandalizza più? A volte sembra che più nessuno chieda perché c’è zizzania e che la accettiamo tranquillamente, perché tanto se la devono mangiare gli altri… Eppure, mistero ancora più grande, è da dove venga il bene. Come possa esistere gente povera eppure generosa, malata che si cura di te. Come sia possibile che la “cucina” della foto sia stata usata per prepararmi da mangiare. Questo è il mistero. Come possa resistere il bene in un campo che noi abbiamo riempito di spazzatura. Da dove viene il grano buono?

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Mt 13,24-43   Gesù espose alla folla un’altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo. Ma, mentre tutti dormivano, venne il suo nemico, seminò della zizzania in mezzo al grano e se ne andò. Quando poi lo stelo crebbe e fece frutto, spuntò anche la zizzania. Allora i servi andarono dal padrone di casa e gli dissero: “Signore, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene la zizzania?”. Ed egli rispose loro: “Un nemico ha fatto questo!”. E i servi gli dissero: “Vuoi che andiamo a raccoglierla?”. “No, rispose, perché non succeda che, raccogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano. Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Raccogliete prima la zizzania e legatela in fasci per bruciarla; il grano invece riponètelo nel mio granaio”».
Espose loro un’altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un granello di senape, che un uomo prese e seminò nel suo campo. Esso è il più piccolo di tutti i semi ma, una volta cresciuto, è più grande delle altre piante dell’orto e diventa un albero, tanto che gli uccelli del cielo vengono a fare il nido fra i suoi rami».
Disse loro un’altra parabola: «Il regno dei cieli è simile al lievito, che una donna prese e mescolò in tre misure di farina, finché non fu tutta lievitata».
Tutte queste cose Gesù disse alle folle con parabole e non parlava ad esse se non con parabole, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta:
«Aprirò la mia bocca con parabole,
proclamerò cose nascoste fin dalla fondazione del mondo».
Poi congedò la folla ed entrò in casa; i suoi discepoli gli si avvicinarono per dirgli: «Spiegaci la parabola della zizzania nel campo». Ed egli rispose: «Colui che semina il buon seme è il Figlio dell’uomo. Il campo è il mondo e il seme buono sono i figli del Regno. La zizzania sono i figli del Maligno e il nemico che l’ha seminata è il diavolo. La mietitura è la fine del mondo e i mietitori sono gli angeli. Come dunque si raccoglie la zizzania e la si brucia nel fuoco, così avverrà alla fine del mondo. Il Figlio dell’uomo manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali e tutti quelli che commettono iniquità e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti. Allora i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro. Chi ha orecchi, ascolti!».

Chi cerchi?

da DILI, TIMOR EST Perché piangi, chi cerchi? È una bella domanda, è quella che si fa al bimbo che si è perso per strada. Quella che non abbiamo il coraggio di fare a noi stessi: chi cerchi? Spesso cambiamo la questione in: cosa cerchi? Quando capiremo che non le cose ma le persone ci faranno cessare di piangere? Eppure è vero che quelle stesse persone hanno il terribile potere di farci piangere e farci sentire soli e abbandonati. Chi cerchi? Qualcuno che mi ami, ecco chi cerco. Qualcuno che si accorga che non sto bene, che ho fame, che ho sete, che sono veramente a terra. Perché piangi, chi cerchi? È la domanda di Gesù risorto, le sue prime parole a Maddalena. È la domanda che ogni discepolo del vangelo deve porsi: chi cercano? Chi cerco? Una ragazzina soffriva di stomaco da mesi. Ridotta ormai a trentasei chili, ci siamo messi in cerca di un medico che avesse voglia e capacità di capire, non solo di liquidare con qualche calmante. In attesa da ormai quattro ore, iniziavo a sentirmi un po’ provato. L’amica della malata intanto, a mia insaputa, aveva chiamato due amici per riportami a casa in motorino a cose fatte. Lei poi, raccogliendo qualche moneta, era corsa a prendere dell’acqua fresca che, vi assicuro, mi ha ridato vita. L’altra, nel frattempo, usciva dalla visita in lacrime. Perché piangi? Perché il dottore è stato gentile, mi ha spiegato bene cosa ho, come curarmi e cosa mangiare. Allora andiamo a fare la spesa!

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Santa Maria Maddalena Gv 20 Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro. Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!».
Maria stava all’esterno, vicino al sepolcro, e piangeva. Mentre piangeva, si chinò verso il sepolcro e vide due angeli in bianche vesti, seduti l’uno dalla parte del capo e l’altro dei piedi, dove era stato posto il corpo di Gesù. Ed essi le dissero: «Donna, perché piangi?». Rispose loro: «Hanno portato via il mio Signore e non so dove l’hanno posto».
Detto questo, si voltò indietro e vide Gesù, in piedi; ma non sapeva che fosse Gesù. Le disse Gesù: «Donna, perché piangi? Chi cerchi?». Ella, pensando che fosse il custode del giardino, gli disse: «Signore, se l’hai portato via tu, dimmi dove l’hai posto e io andrò a prenderlo». Gesù le disse: «Maria!». Ella si voltò e gli disse in ebraico: «Rabbunì!» – che significa: «Maestro!». Gesù le disse: «Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre; ma va’ dai miei fratelli e di’ loro: “Salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro”».
Maria di Màgdala andò ad annunciare ai discepoli: «Ho visto il Signore!» e ciò che le aveva detto.

È lecito

da DILI, TIMOR EST Dopo un lungo cammino infuocato, due sorelle e la loro nonna inferma mi ricevono all’ombra della veranda. Sentiti i miei apprezzamenti per il caffè di Timor, la maggiore entra in casa uscendo con tre piccole confezioni (foto in basso). “Le porterò a mia mamma in Italia!”, esclamo. Le sorelle si guardano e la minore corre via, scomparendo tra le casupole. Ne torna con decine di confezioni di caffè e tanto di zucchero: “Per tua mamma in Italia”. Nel pomeriggio ricevo in casa altre due sorelle, credo che in due facessero a stento ottanta chili. Agitatissima, la maggiore apre la borsa ed estrae un regalo per me da Oecusse, la loro terra d’origine. È un enorme tais, un telo usato per l’abito tradizionale. Mi mostro felice, stupito e imbarazzato davanti ad un regalo così grande. La ragazza inizia il suo discorso di ringraziamento ma, a causa del mio forte apprezzamento del dono, non ce la fa. Inizia a piangere, seguita dalla sorella, e tra i singhiozzi continua a parlare: “Tu mi hai aiutato tanto quando avevo bisogno, senza il tuo aiuto non avrei potuto continuare gli studi”. Il fatto è che il mio aiuto era consistito in venti dollari. Venti. È lecito accettare doni da chi non ha da pagarsi il microlet? È lecito portare in Italia il caffè di chi non lo beve perché costa? È lecito mangiare il pane offerto da chi ha fame? È pane sacro, è eucarestia. È sangue dei poveri Cristi versato in remissione dei peccati. Sangue d’alleanza nuova ed eterna. Chi mangia questo pane impara cosa significhi misericordia.

Mt 12,1-8 Gesù passò, in giorno di sabato, fra campi di grano e i suoi discepoli ebbero fame e cominciarono a cogliere delle spighe e a mangiarle.
Vedendo ciò, i farisei gli dissero: «Ecco, i tuoi discepoli stanno facendo quello che non è lecito fare di sabato».
Ma egli rispose loro: «Non avete letto quello che fece Davide, quando lui e i suoi compagni ebbero fame? Egli entrò nella casa di Dio e mangiarono i pani dell’offerta, che né a lui né ai suoi compagni era lecito mangiare, ma ai soli sacerdoti. O non avete letto nella Legge che nei giorni di sabato i sacerdoti nel tempio vìolano il sabato e tuttavia sono senza colpa? Ora io vi dico che qui vi è uno più grande del tempio. Se aveste compreso che cosa significhi: “Misericordia io voglio e non sacrifici”, non avreste condannato persone senza colpa. Perché il Figlio dell’uomo è signore del sabato».

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Stanchi

da DILI TIMOR EST Manca qualcosa in questa foto, qualcosa che mi è impossibile inviare. Manca il caldo rovente e la musica assordante, che pare voler compensare con le sue urla la situazione rottamabile del “microlet”, il pulmino che qui è il mezzo pubblico più comune. La fatica fisica è enorme, maggiorata da una alimentazione del tutto insufficiente e casuale, da acqua che sarebbe meglio non bere, da letti che sono poco più che giacigli in terra, da abitazioni che sono quattro pareti di lamiera (vedi foto in basso). Questa stanchezza è unita all’oppressione, la fatica psicologica del non avere un futuro stabile né un presente sereno. No, non è l’instabilità di cui si parla da noi a proposito delle nuove generazioni. Io parlo di gente che fa fatica a trovare una moneta da 25cent per pagare il viaggio in microlet. Parlo di genitori che pregano che i bimbi non si ammalino, perché altrimenti c’è poco da fare. “Agradese hau bele hetan ema diak hanesan padre”, ringrazio d’aver incontrato una persona buona come te, mi scrivono spesso. Sul “buono” a così basso prezzo avrei da discutere, ma glielo lascio dire rispondendo solo “agradese ba Jesus”, ringrazia Gesù. Ma quando facciamo una foto insieme, mettiamo volentieri il braccio sulle spalle: è il giogo dolce e leggero del vangelo che ci lega a portare gli uni i pesi degli altri. “Moris susar, tenke ajuda ba malu”, la vita è dura, bisogna aiutarsi.

Mt 11,28-30 Gesù disse:
«Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro.
Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».

Piccoli

da DILI, TIMOR EST Alcune cose non si capiscono con i ragionamenti, ma della razionalità noi abbiamo bisogno. È proprio ragionando che comprendiamo i limiti della ragione. Poi vi è un oltre, un oltre che ti viene rivelato. Un che di intuizione, ispirazione, sentimento profondo. Un qualcosa che non ti spieghi ma che sai essere profondamente vero. Pare che sia apprezzabile solo ciò che ha una finalità produttiva, ciò che va ad aumentare il profitto. Quale profitto e di chi? Cosa andiamo cercando? Perché ci sentiamo più felici quando godiamo della presenza altrui senza altra finalità? Perché c’è più gioia nel dare che nel ricevere? Quando la nostra vita si semplificherà? Siamo come la donna in foto. Siamo piccoli in riva al mare, in cerca di qualche mollusco con cui arricchire il riso bollito. Se troveremo, saremo grati. Altrimenti avremo goduto di camminare nell’acqua d’oro del tramonto.

Mt 11,25-27 Gesù disse:
«Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza.
Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo».

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Prodigio

da DILI, TIMOR EST Noi ai prodigi divini non badiamo più, ci pare cosa poco fine. Ci è quindi difficile cogliere la provocazione di Gesù che afferma: per molto meno c’è chi crede molto di più. Eppure questa constatazione la usiamo spesso, riferita magari alla qualità della vita: con molto meno si gioiva molto di più. Si stava meglio quando si stava peggio. Ognuno è libero di rimpiangere il tempo in cui la vita era più dura, anche se viene il dubbio che ad essere rimpianta non sia la miseria ma l’età. L’importante è usare il passato e la prima persona. Vietato invece l’uso del presente e soprattutto della terza plurale: stanno meglio perché stanno peggio. Certo, nessuno avrebbe mai il coraggio di affermare un’idiozia del genere (speriamo). Vi sono però versioni più sfumate, quasi delicate, quasi condivisibili, che escono dalla nostra bocca quando ci parlano di loro, dei poveri: “Non hanno nulla ma sono felici; sono scalzi ma corrono spensierati; hanno due stracci ma sorridono sempre” e altre cose del genere. Due le domande: se sono davvero felici, perché fanno di tutto per cambiare? Se veramente li riteniamo più sereni di noi, perché non andiamo a vivere come loro? Affermare che la miseria non è poi così male potrebbe avere molti motivi. Potrebbe essere una difesa per non impegnarsi ad aiutare. Oppure, più inconscio, potrebbe essere un modo per esternare la nostra infelicità: ho tutto tranne che la gioia. Quella gioia profonda che ha chi non ha nulla se non Dio e i suoi prodigi.

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Mt 11,20-24 Gesù si mise a rimproverare le città nelle quali era avvenuta la maggior parte dei suoi prodigi, perché non si erano convertite:
«Guai a te, Corazìn! Guai a te, Betsàida! Perché, se a Tiro e a Sidòne fossero avvenuti i prodigi che ci sono stati in mezzo a voi, già da tempo esse, vestite di sacco e cosparse di cenere, si sarebbero convertite. Ebbene, io vi dico: nel giorno del giudizio, Tiro e Sidòne saranno trattate meno duramente di voi.
E tu, Cafàrnao, sarai forse innalzata fino al cielo? Fino agli inferi precipiterai! Perché, se a Sòdoma fossero avvenuti i prodigi che ci sono stati in mezzo a te, oggi essa esisterebbe ancora! Ebbene, io vi dico: nel giorno del giudizio, la terra di Sòdoma sarà trattata meno duramente di te!».