Un uomo

Ci vuole un occhio allenato per giungere a notare un uomo seduto a lato strada, mentre si è occupati ad andare via. Mentre andava via, Gesù, vide un uomo, chiamato Matteo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi». Le notiamo ancora le persone? Il venditore di rose che interrompe la nostra cenetta, lo vediamo o è l’uomo più trasparente del mondo? Il portinaio seduto dietro il vetro, lo vediamo mentre andiamo via o è parte dell’arredo? Il casellante alla barriera dell’autostrada, l’operaio che manovra la ruspa che rallenta il traffico, la badante che attraversa con l’anziano sulle strisce pedonali, li vediamo? Vediamo ancora l’uomo? Vediamo l’umanità? O andiamo via, andiamo sempre via, sempre via di corsa.

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San Matteo Apostolo ed Evangelista Mt 9,9-13 Mentre andava via, Gesù, vide un uomo, chiamato Matteo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi». Ed egli si alzò e lo seguì.
Mentre sedeva a tavola nella casa, sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e se ne stavano a tavola con Gesù e con i suoi discepoli. Vedendo ciò, i farisei dicevano ai suoi discepoli: «Come mai il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?».
Udito questo, disse: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Andate a imparare che cosa vuol dire: “Misericordia io voglio e non sacrifici”. Io non sono venuto infatti a chiamare i giusti, ma i peccatori».

Questa generazione

Una generazione capricciosa, quella dei tempi di Gesù. Gente a cui non andava bene niente e nessuno, né il digiunante né il mangione, né danzarepiangere. Ma allora cosa volevano davvero? Probabilmente nulla. Non volevano e basta. Si erano accorti che tutto richiede uno sforzo personale. Piangere non diverte, ma ballare stanca. Seguire la disciplina di Giovanni Battista è arduo, ma la fraternità universale di Gesù ti esaurisce. Cosa volevano? Non volevano fare fatica. Cercavano un maestro, si lamentavano di non trovarne uno all’altezza. Poi, quando l’avevano lì a pochi passi, lo perdevano. “Padre, se in questa parrocchia ci fossero preti come lei andrei a messa ogni domenica”, diceva una signora ad un mio amico. “A dir la verità, io celebro qui da anni – le rispose – se torna domenica prossima mi troverà”. Ma non la vide più. Le sue erano solo scuse.

Lc 7,21-35 il Signore disse:
«A chi posso paragonare la gente di questa generazione? A chi è simile? È simile a bambini che, seduti in piazza, gridano gli uni agli altri così:
“Vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato,
abbiamo cantato un lamento e non avete pianto!”.
È venuto infatti Giovanni il Battista, che non mangia pane e non beve vino, e voi dite: “È indemoniato”. È venuto il Figlio dell’uomo, che mangia e beve, e voi dite: “Ecco un mangione e un beone, un amico di pubblicani e di peccatori!”.
Ma la Sapienza è stata riconosciuta giusta da tutti i suoi figli».

Davanti a te

È bellissimo questo Gesù che si commuove, che non resta distante, che si lascia coinvolgere totalmente. Questo è il nostro Gesù, quello che abbiamo scelto di seguire ogni giorno, pur tra mille dubbi e fatiche. Non piangere!, dice alla madre che porta il figlio al cimitero, ma anche lui stava piangendo. Sente sua la disperazione di quella poveretta. Lo sa che non potrà fare risorgere tutti i morti, ma quello è lì, davanti a lui. E allora dice soltanto una parola, e il ragazzo si mette seduto e inizia a parlare. È la sofferenza vicina che ci interpella, è il pianto che udiamo che ci chiede una parola. Non possiamo salvare il mondo, lo sappiamo. Ma quel pezzo di mondo che è lì davanti a noi, quello sguardo che incrociamo, quello sì lo possiamo salvare.

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Lc 7,11-17 Gesù si recò in una città chiamata Nain, e con lui camminavano i suoi discepoli e una grande folla.
Quando fu vicino alla porta della città, ecco, veniva portato alla tomba un morto, unico figlio di una madre rimasta vedova; e molta gente della città era con lei.
Vedendola, il Signore fu preso da grande compassione per lei e le disse: «Non piangere!». Si avvicinò e toccò la bara, mentre i portatori si fermarono. Poi disse: «Ragazzo, dico a te, àlzati!». Il morto si mise seduto e cominciò a parlare. Ed egli lo restituì a sua madre.
Tutti furono presi da timore e glorificavano Dio, dicendo: «Un grande profeta è sorto tra noi», e: «Dio ha visitato il suo popolo». Questa fama di lui si diffuse per tutta quanta la Giudea e in tutta la regione circostante.

Soltanto una parola

Chissà quante volte la sua voce aveva incitato i soldati alla battaglia e aveva scaldato di animi per affondare il gladio nel cuore dei nemici. Quel giorno però le parole del centurione romano furono piene di pace. Trasmettono pace anche a noi che le ripetiamo ad ogni messa: di’ soltanto una parola e il mio servo sarà guarito. Le useremo come un mantra, da ripetere a ritmo di respiro, pregando per gli altri. Di’ soltanto una parola e lui sarà salvato, lei sarà salvata. Affidiamo così le persone che amiamo al Signore che con una sola parola può fare più di mille nostre grida. Di’ soltanto una parola e io sarò salvato.

Lc 7,1-10 Gesù, quando ebbe terminato di rivolgere tutte le sue parole al popolo che stava in ascolto, entrò in Cafàrnao.
Il servo di un centurione era ammalato e stava per morire. Il centurione l’aveva molto caro. Perciò, avendo udito parlare di Gesù, gli mandò alcuni anziani dei Giudei a pregarlo di venire e di salvare il suo servo. Costoro, giunti da Gesù, lo supplicavano con insistenza: «Egli merita che tu gli conceda quello che chiede – dicevano –, perché ama il nostro popolo ed è stato lui a costruirci la sinagoga».
Gesù si incamminò con loro. Non era ormai molto distante dalla casa, quando il centurione mandò alcuni amici a dirgli: «Signore, non disturbarti! Io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto; per questo io stesso non mi sono ritenuto degno di venire da te; ma di’ una parola e il mio servo sarà guarito. Anch’io infatti sono nella condizione di subalterno e ho dei soldati sotto di me e dico a uno: “Va’!”, ed egli va; e a un altro: “Vieni!”, ed egli viene; e al mio servo: “Fa’ questo!”, ed egli lo fa».
All’udire questo, Gesù lo ammirò e, volgendosi alla folla che lo seguiva, disse: «Io vi dico che neanche in Israele ho trovato una fede così grande!». E gli inviati, quando tornarono a casa, trovarono il servo guarito.

Perdonare

Noi vogliamo la vittoria, non la pace. Vincere, prevalere, avere ragione. La guerra finirà quando il nemico perderà e noi saremo i vincitori. Allora, sbagliando, chiameremo tutto ciò “pace”. La pace vera viene solo dal perdono e perdonare può solo chi si accorge d’aver bisogno pure lui d’esser perdonato. Ecco perché è difficile perdonare, perché ci si ritiene totalmente privi di debiti. Il perdono è difficile anche da accettare, perché resta in fondo al cuore la paura che l’altro ci rinfacci un domani l’errore, che si rimangi il perdono come fa il padrone in questa parabola. Se un debito è estinto, non torna indietro. Pace, non vittoria. Pazienza e compassione, non ira.

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Mt 18,21-35 Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette.
Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi. Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti. Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa”. Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito.
Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: “Restituisci quello che devi!”. Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò”. Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito.
Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”. Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto.
Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello»

http://www.resegoneonline.it/articoli/una-suora-lecchese-a-timor-racconta-la-sua-esperienza-20230906/

I frutti

Non si vendemmia uva da un rovo. Né si raccolgono spine da una vite. Eppure noi mutiamo, mille volte al giorno mutiamo. Non capiamo perché, ma accade. Vorremmo non fosse così, vorremmo essere come gli alberi, certi d’essere o buoni o cattivi. Invece no, è sempre tutto in forse e il mattino non sai se la sera avrai ancora fede, se avrai reso il mondo migliore o peggiore al tuo passaggio. Non resta che allentare l’attenzione sui frutti, non badarci più. Non resta che curare le radici, farle affondare nella roccia che è Dio, nel vangelo che sostiene il mondo. Aggrapparsi al vangelo, prenderlo come unica regola di vita. Se la radice è bene ancorata, i frutti buoni verranno da sé.

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Lc 6,43-49 Gesù disse ai suoi discepoli:
«Non vi è albero buono che produca un frutto cattivo, né vi è d’altronde albero cattivo che produca un frutto buono. Ogni albero infatti si riconosce dal suo frutto: non si raccolgono fichi dagli spini, né si vendemmia uva da un rovo.
L’uomo buono dal buon tesoro del suo cuore trae fuori il bene; l’uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori il male: la sua bocca infatti esprime ciò che dal cuore sovrabbonda.
Perché mi invocate: “Signore, Signore!” e non fate quello che dico?
Chiunque viene a me e ascolta le mie parole e le mette in pratica, vi mostrerò a chi è simile: è simile a un uomo che, costruendo una casa, ha scavato molto profondo e ha posto le fondamenta sulla roccia. Venuta la piena, il fiume investì quella casa, ma non riuscì a smuoverla perché era costruita bene.
Chi invece ascolta e non mette in pratica, è simile a un uomo che ha costruito una casa sulla terra, senza fondamenta. Il fiume la investì e subito crollò; e la distruzione di quella casa fu grande».

Stabat mater

Stabat mater, stava la madre sotto la croce. Era la croce del figlio. Stanno tante madri a vedere i figli soffrire, a vederli affamati e malati. Stanno in piedi, insonni, preoccupate a vedere figli e figlie sciupare la vita, vivendo senza Dio, come se Gesù fosse morto in croce e mai risorto. Stanno pensierose e cercano di non darlo a vedere. Pensano alla figlia nelle mani di un idiota, al figlio ormai trentenne che passa il tempo ai videogames. Stanno, tentate di non stare più, di andarsene, di mollare la presa per soffrire di meno. “Che si arrangino, fan tutti così, non posso dire nulla”, si dicono tra sé, ma dentro soffrono a vedere l’anima dei figli spegnersi, soffocata dal nulla che dilaga. Stanno, le madri di tutto il mondo, e si sentono ripetere Ecco tuo figlio, ecco tua figlia! E non smettono d’essere madri.

Maria Addolorata Gv 19,25-27 stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria madre di Clèopa e Maria di Màgdala.
Gesù allora, vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: «Donna, ecco tuo figlio!». Poi disse al discepolo: «Ecco tua madre!». E da quell’ora il discepolo l’accolse con sé.

Innalzare

“Ne restasse soltanto uno, combatteremmo per il suo diritto alla vita! I rifugiati nel nostro santuario saranno difesi fino all’ultimo respiro, costi quello che costi”. Proprio ieri sentivo parlare così alla radio un uomo pentito d’essere uomo. Concludeva: “potessi scegliere, rinascerei maiale”. Sì, perché il santuario di cui parla è un rifugio dove lui e altri “animali a due zampe” hanno nascosto e salvato parecchi “fratelli a quattro zampe” che erano destinati a diventare cibo. Rabbrividendo per l’uso blasfemo di parole sacre e per gli insulti alla vita umana, invidiavo la sua carica emotiva. Un tempo desiderai anch’io d’essere un maiale quando, nel carcere di San Vittore a Milano, davanti a tutti i prigionieri dicevo: “La direttiva dell’Unione Europea prevede per ogni maiale d’allevamento 3 metri quadri di spazio. Noi qui ne abbiamo 0,80 a testa. Vogliamo essere trattati come maiali!”. Bisogna che sia innalzato il figlio dell’uomo. Bisogna lottare fino all’ultimo respiro per innalzare ogni figlio dell’uomo che vive crocifisso dalla miseria, dalla guerra, dalla malattia e dal deprimente vuoto della coscienza. Eleviamo l’umanità, non consideriamola nemica del creato ma amica e custode. Educhiamo l’umanità, educhiamo i cuori. Nessuno più rimpianga d’essere uomo, nessuno più desideri d’essere una bestia. Nessuno più tratti gli uomini peggio degli animali.

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Esaltazione della santa Croce Gv 3, 13-17  Gesù disse a Nicodèmo:
«Nessuno è mai salito al cielo, se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell’uomo. E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna.
Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna.
Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui».

Beati voi se

Beati voi, che ora avete fame, perché sarete saziati da chi mi segue, da chi vive il mio vangelo. Beati voi, che ora piangete,
perché riderete, rallegrati dai miei fratelli che, come me, avranno a cuore la vostra serenità. Ma quanti guai e quanta tristezza a voi che, dicendo d’esser poveri, vorrete solo restare ricchi. Il regno di Dio lo vede in terra solo chi ha occhi per vedere le necessità e le sofferenze dei fratelli e, senza scuse, si oppone al mondo. LEGGI QUI CIÒ CHE PUOI FARE ADESSO https://lalocandadellaparola.com/1-al-giorno/

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Lc 6,20-26 Gesù, alzàti gli occhi verso i suoi discepoli, diceva:
«Beati voi, poveri,
perché vostro è il regno di Dio.
Beati voi, che ora avete fame,
perché sarete saziati.
Beati voi, che ora piangete,
perché riderete.
Beati voi, quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e vi insulteranno e disprezzeranno il vostro nome come infame, a causa del Figlio dell’uomo. Rallegratevi in quel giorno ed esultate perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nel cielo. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i profeti.
Ma guai a voi, ricchi,
perché avete già ricevuto la vostra consolazione.
Guai a voi, che ora siete sazi,
perché avrete fame.
Guai a voi, che ora ridete,
perché sarete nel dolore e piangerete.
Guai, quando tutti gli uomini diranno bene di voi. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i falsi profeti».

Una forza

Tutta la folla cercava di toccarlo, perché da lui usciva una forza che guariva tutti. Mi ha sempre colpito molto questa espressione. Mi affascina. Da lui, da Gesù di Nazareth, usciva una forza che guariva tutti. Sembra dirci che guariva oltre la sua volontà, quasi a sua insaputa. Il racconto della donna malata che guarisce all’istante toccando il suo mantello ne è conferma. Da lui usciva una forza. Come un profumo esce da un fiore, come il calore da una fiamma. Con linguaggio un po’ newage diremmo che emetteva un’aura di energia positiva così forte da fare guarire tutti. Un big bang creativo. Chi è il Cristo se non esattamente questo? La forza creatrice di Dio incarnata in un uomo.

Lc 6,12-19 Gesù se ne andò sul monte a pregare e passò tutta la notte pregando Dio. Quando fu giorno, chiamò a sé i suoi discepoli e ne scelse dodici, ai quali diede anche il nome di apostoli: Simone, al quale diede anche il nome di Pietro; Andrea, suo fratello; Giacomo, Giovanni, Filippo, Bartolomeo, Matteo, Tommaso; Giacomo, figlio di Alfeo; Simone, detto Zelota; Giuda, figlio di Giacomo; e Giuda Iscariota, che divenne il traditore.
Disceso con loro, si fermò in un luogo pianeggiante. C’era gran folla di suoi discepoli e gran moltitudine di gente da tutta la Giudea, da Gerusalemme e dal litorale di Tiro e di Sidòne, che erano venuti per ascoltarlo ed essere guariti dalle loro malattie; anche quelli che erano tormentati da spiriti impuri venivano guariti. Tutta la folla cercava di toccarlo, perché da lui usciva una forza che guariva tutti