Prepariamoci

Fa sempre pensare questa parabola, con queste ragazze che si contendono l’olio per la fiaccola nella notte. Forse il senso della storia è che non si può improvvisare. Non perché non sia elegante, ma perché proprio non funziona. Estòte paràti, siate pronti, diceva ieri il vangelo. Non si improvvisa la preghiera quando si è nel bisogno disperato. Non si improvvisa la carità quando si è travolti dall’emozione di vedere un povero da vicino. Se la vita ci sveglia d’improvviso e non ci siamo preparati prima, potremo – appunto – improvvisare qualcosa, ma non sarà che una fiammata breve, come quella della fiaccola delle vergini stolte. Il bene va fatto bene. Le opere di misericordia prevedono allenamento. Come ogni operaio, occorre un apprendistato prima d’essere specializzato. Cerchiamo chi ci possa insegnare come si fa il bene, appoggiamoci alla sua esperienza e facciamone tesoro. Siamo sempre apprendisti, sempre abbiamo da imparare.

https://www.vaticannews.va/it/papa/news/2023-08/papa-francesco-partenza-volo-mongolia-ulaanbator.html

Mt 25,1-13 Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola:
«Il regno dei cieli sarà simile a dieci vergini che presero le loro lampade e uscirono incontro allo sposo. Cinque di esse erano stolte e cinque sagge; le stolte presero le loro lampade, ma non presero con sé l’olio; le sagge invece, insieme alle loro lampade, presero anche l’olio in piccoli vasi. Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e si addormentarono.
A mezzanotte si alzò un grido: “Ecco lo sposo! Andategli incontro!”. Allora tutte quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade. Le stolte dissero alle sagge: “Dateci un po’ del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono”. Le sagge risposero: “No, perché non venga a mancare a noi e a voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene”.
Ora, mentre quelle andavano a comprare l’olio, arrivò lo sposo e le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa. Più tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: “Signore, signore, aprici!”. Ma egli rispose: “In verità io vi dico: non vi conosco”.
Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora».

Verrà

Siate pronti. Pronti a partire, pronti a servire. Pronti ad alzarvi nella notte, come una madre che veglia il suo bambino. Abbiate occhi che vedono nel buio, per capire le necessità dei fratelli, per intuirle prima che trovino la forza di chiedere, di superare la vergogna. Tante volte nemmeno sappiamo se e cosa abbiamo bisogno. Siate colti di sorpresa a far del bene di nascosto, a dare il cibo a tempo debito ai fratelli. Estòte paràti, siate pronti, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà. E non sapete nemmeno quale volto avrà, se quello di un bimbo o di un vecchio, di un ricco o un povero, di un santo od un malvagio. Voi siate pronti. Perché Lui certo verrà.

11 anni fa, come oggi, moriva Carlo Maria Martini Arcivescovo di Milano.

Mt 24,42-51 Gesù disse ai suoi discepoli:
«Vegliate, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà. Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa. Perciò anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo.
Chi è dunque il servo fidato e prudente, che il padrone ha messo a capo dei suoi domestici per dare loro il cibo a tempo debito? Beato quel servo che il padrone, arrivando, troverà ad agire così! Davvero io vi dico: lo metterà a capo di tutti i suoi beni.
Ma se quel servo malvagio dicesse in cuor suo: “Il mio padrone tarda”, e cominciasse a percuotere i suoi compagni e a mangiare e a bere con gli ubriaconi, il padrone di quel servo arriverà un giorno in cui non se l’aspetta e a un’ora che non sa, lo punirà severamente e gli infliggerà la sorte che meritano gli ipocriti: là sarà pianto e stridore di denti».

Da che parte

Ieri mi è giunta la proposta di firmare una petizione. Chiedeva “condanne estreme, anche a morte, per chi maltratta persone o animali fragili. Basta con la violenza!”. Eccoci a casa, mi dicevo, nel mondo dell’ipocrisia, dei sepolcri imbiancati. Eccoci nell’Europa dei diritti che sempre più ricorre alla violenza come soluzione. Eccoci nella terra dove persone e animali sono considerati assolutamente uguali. Solo quattro giorni fa ero a Dare, sopra Dili, al memoriale della seconda guerra mondiale. Giappone e Australia si affrontarono anche sulla piccola isola di Timor Est benché, essendo all’epoca portoghese, fosse neutrale. Vedere la mappa con Germania e Italia in nero nazifascista, origine e causa della guerra mondiale, non mi ha reso orgoglioso. Se fossimo vissuti al tempo dei nostri padri, non saremmo stati loro complici, verrebbe da dire. Ma chi lo sa da che parte saremmo stati. Chiediamoci da che parte stiamo ora. Se dalla parte del sistema economico che crea un mondo ingiusto o se, con il nostro stile di vita, facciamo tutta l’opposizione possibile.

Mt 23,27-32 Gesù parlò dicendo: «Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che assomigliate a sepolcri imbiancati: all’esterno appaiono belli, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni marciume. Così anche voi: all’esterno apparite giusti davanti alla gente, ma dentro siete pieni di ipocrisia e di iniquità.
Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che costruite le tombe dei profeti e adornate i sepolcri dei giusti, e dite: “Se fossimo vissuti al tempo dei nostri padri, non saremmo stati loro complici nel versare il sangue dei profeti”. Così testimoniate, contro voi stessi, di essere figli di chi uccise i profeti. Ebbene, voi colmate la misura dei vostri padri

Continuerà

ITALIA Così, come nulla fosse, la guardia andò, lo decapitò e portò la testa di Giovanni su un vassoio. Tutto finito in un secondo, verrebbe da dire. Trentasei ore di aerei e aeroporti, e l’esperienza forte di Timor Est è finita. Chiudi la borsa nella polvere tropicale e ti risvegli in tangenziale. Ma non è così. Giovanni parlò alle coscienze anche da morto. La gente diceva che Gesù era Giovanni resuscitato. Il povero Erode non riusciva a liberarsene. Lo stesso per me, per voi che mi avete seguito con affetto e preghiera durante le sette settimane laggiù. Non è finita, perché non si è trattato solo di una esperienza forte stroncata dal calendario che prevedeva un rientro. Quello che insieme abbiamo vissuto, continuerà a parlarci, a guidarci attimo per attimo per costruire insieme un mondo più giusto, un mondo dove il vangelo sia la guida di ogni scelta.

Mc 6,17-29 Erode aveva mandato ad arrestare Giovanni e lo aveva messo in prigione a causa di Erodìade, moglie di suo fratello Filippo, perché l’aveva sposata. Giovanni infatti diceva a Erode: «Non ti è lecito tenere con te la moglie di tuo fratello». Per questo Erodìade lo odiava e voleva farlo uccidere, ma non poteva, perché Erode temeva Giovanni, sapendolo uomo giusto e santo, e vigilava su di lui; nell’ascoltarlo restava molto perplesso, tuttavia lo ascoltava volentieri.
Venne però il giorno propizio, quando Erode, per il suo compleanno, fece un banchetto per i più alti funzionari della sua corte, gli ufficiali dell’esercito e i notabili della Galilea. Entrata la figlia della stessa Erodìade, danzò e piacque a Erode e ai commensali. Allora il re disse alla fanciulla: «Chiedimi quello che vuoi e io te lo darò». E le giurò più volte: «Qualsiasi cosa mi chiederai, te la darò, fosse anche la metà del mio regno». Ella uscì e disse alla madre: «Che cosa devo chiedere?». Quella rispose: «La testa di Giovanni il Battista». E subito, entrata di corsa dal re, fece la richiesta, dicendo: «Voglio che tu mi dia adesso, su un vassoio, la testa di Giovanni il Battista». Il re, fattosi molto triste, a motivo del giuramento e dei commensali non volle opporle un rifiuto.
E subito il re mandò una guardia e ordinò che gli fosse portata la testa di Giovanni. La guardia andò, lo decapitò in prigione e ne portò la testa su un vassoio, la diede alla fanciulla e la fanciulla la diede a sua madre. I discepoli di Giovanni, saputo il fatto, vennero, ne presero il cadavere e lo posero in un sepolcro.

Sir

da SINGAPORE AEROPORTO Sono posti strani, gli aeroporti, soprattutto se si è da soli. È strano pure dire d’esser soli, perché di certo non mancano migliaia di persone. Mi soffermo sempre su chi in aeroporto ci lavora. Negozi, bar, gioiellerie… Non potranno certo dire d’avere clienti abituali. Sono un po’ tutti al primo e ultimo acquisto. Volendo, potrebbero trattarti con un certo distacco e invece dicono “sir”. Dopo tanti “maun” e “señor”, fa sempre un certo effetto sentire “sir”. Scorro gli stati whattsapp degli amici di Timor che hanno il telefono. Tutti hanno postato la foto del loro incontro con me, scrivendo “Ate tinan oin”, all’anno prossimo. Mi rendo conto che ho incontrato molte persone e che per molti l’incontro è stato uno solo. Il prossimo ate tinan oin, tra un anno. Ma nessuno conosce il futuro. A disposizione abbiamo il presente per chiamare tutti “sir”, per amare ciascuno con tutto il cuore, tutte le forze, tutta la mente. Non percorriamo mare e terra e cielo per fare proseliti e farci riverire, ma per trattare da signore chi è a piedi nudi.

Mt 23,13-22 Gesù parlò dicendo:
«Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che chiudete il regno dei cieli davanti alla gente; di fatto non entrate voi, e non lasciate entrare nemmeno quelli che vogliono entrare.
Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che percorrete il mare e la terra per fare un solo prosèlito e, quando lo è divenuto, lo rendete degno della Geènna due volte più di voi.
Guai a voi, guide cieche, che dite: “Se uno giura per il tempio, non conta nulla; se invece uno giura per l’oro del tempio, resta obbligato”. Stolti e ciechi! Che cosa è più grande: l’oro o il tempio che rende sacro l’oro? E dite ancora: “Se uno giura per l’altare, non conta nulla; se invece uno giura per l’offerta che vi sta sopra, resta obbligato”. Ciechi! Che cosa è più grande: l’offerta o l’altare che rende sacra l’offerta? Ebbene, chi giura per l’altare, giura per l’altare e per quanto vi sta sopra; e chi giura per il tempio, giura per il tempio e per Colui che lo abita. E chi giura per il cielo, giura per il trono di Dio e per Colui che vi è assiso».

Partenza

da DILI, TIMOR EST Chi è questo figlio dell’uomo? Che cos’è questa umanità col terribile potere di legare e sciogliere amicizie e torti? Che cosa siamo diventati, cosa faremo del mondo, degli altri? Chi sono per noi i figli dell’uomo? Sono Cristo, figli del Dio vivente o sono rifiuti, ingombri, ombre lontane di cui non ci curiamo. L’aereo è sulla pista, qui a Dili, e presto lascerò un’altra volta questa terra. Diventerò un passeggero, come a milioni transitano a Singapore, uno degli aeroporti più grandi del mondo, lungo le tratte più lunghe del pianeta. Da solo, col mio zaino, la polvere di Dili sulle scarpe. Non l’ho scossa dai piedi, come dice di fare Gesù se non si viene accolti. Accoglienza è una parola che dice troppo poco di ciò che ho ricevuto. “Non ho nulla da darti”, mi sussurravano molti salutandomi. “Nemmeno io”, rispondevo. Siamo una famiglia. Non dobbiamo darci nulla se non che legarci sempre più stretti nel profondo dell’anima, sciogliendoci l’un l’altro dai lacci delle preoccupazioni. Hare dalan, buona strada.

Mt 16,13.-20 Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, domandò ai suoi discepoli: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». Risposero: «Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elìa, altri Geremìa o qualcuno dei profeti».
Disse loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente».
E Gesù gli disse: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli».
Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo

Famiglia

da DILI TIMOR EST La fraternità, ecco cosa predicava Gesù con le parole e coi fatti. Fratello, si sentiva semplicemente fratello. Ogni tipo di autorità derivante dalla gerarchia non gli serviva. La sua forza interiore era tale che l’autorevolezza della sua presenza bastava. Se si distingueva dagli altri non era per i gradi né per i titoli, ma semplicemente perché amava più fortemente. Non gli servivano vesti, uniformi, anelli a farlo diverso dalla gente. Fratello, voleva essere semplicemente un fratello. Voi siete tutti fratelli, diceva sempre. Ieri quattro giovani hanno aperto un piccolo locale in città, anche con il nostro aiuto. Perché non convocare proprio qui tutti quelli che avrebbero voluto salutarmi prima della partenza? Davanti ad un grosso piatto di patatine fritte, una ragazza mi dice “Your best present for us are all these connections, il tuo più bel regalo sono queste connessioni. Io non conoscevo lei, né lui. Ma tu conoscevi ciascuno. E sempre crei occasioni per farci conoscere l’un l’altro. You make us a family, tu ci fai diventare una famiglia”. Voi siete tutti fratelli. Noi siamo tutti fratelli.

Mt 23,1-12 Gesù si rivolse alla folla e ai suoi discepoli dicendo:
«Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. Praticate e osservate tutto ciò che vi dicono, ma non agite secondo le loro opere, perché essi dicono e non fanno. Legano infatti fardelli pesanti e difficili da portare e li pongono sulle spalle della gente, ma essi non vogliono muoverli neppure con un dito.
Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dalla gente: allargano i loro filattèri e allungano le frange; si compiacciono dei posti d’onore nei banchetti, dei primi seggi nelle sinagoghe, dei saluti nelle piazze, come anche di essere chiamati “rabbì” dalla gente.
Ma voi non fatevi chiamare “rabbì”, perché uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli. E non chiamate “padre” nessuno di voi sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello celeste. E non fatevi chiamare “guide”, perché uno solo è la vostra Guida, il Cristo.
Chi tra voi è più grande, sarà vostro servo; chi invece si esalterà, sarà umiliato e chi si umilierà sarà esaltato».

Se anche uno solo

da DILI TIMOR EST        Lo interrogò per metterlo alla prova. E lui rispose: amerai. La prova più grande è l’amore. Siamo provati dall’amore ed è l’amore la prova che cerchiamo negli altri. “Sei molto buona”, scrivevo ieri a una ragazza che, malata, sotto il sole cocente andava a piedi ad aiutare un’amica. Mi rispondeva “Ita mak diak liu, sempre hanoin ami hare ami hadomi hau nia oan hadomi ami familia no hadomi ema hotu”, tu sei più buono, pensi sempre a noi, ci curi, ami la mia bambina, ci ami come una famiglia e ami tutti. Gliel’ho lasciato dire, ma non ci credo. Anzitutto perché uno solo è buono. E poi perché è troppo facile risultare buono con chi non ha nulla. Si è subito eroi, insomma. Eppure è anche vero che qui nessuno è fesso e a quanto pare si sono accorti che non ci siamo limitati a lanciare dollari dalla veranda con superiorità. Vi ringrazio a nome loro, perché se ho potuto pagare qualche affitto, rata universitaria e qualche chilo di riso, è solo grazie a chi alla stima ha unito qualche euro. Se in queste sette settimane di polvere e smog e lamiere qualcuno si è sentito amato con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta la mente, allora vuol dire che grazie a Dio siamo riusciti a vederLo nei fratelli e amarli con l’amore che si deve a Lui. E se così fosse, se anche una sola persona si fosse sentita trattata da dio, a noi basterebbe per essere felici.

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 Mt 22,34-40     I farisei, avendo udito che Gesù aveva chiuso la bocca ai sadducèi, si riunirono insieme e uno di loro, un dottore della Legge, lo interrogò per metterlo alla prova: «Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?».
Gli rispose: «“Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente”. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti».

Vieni mondo

da DILI TIMOR EST Vieni e vedi. Vieni a vedere il figlio dell’uomo, vieni a vedere i figli dell’umanità. Se resti all’ombra del fico, se resti cioè all’ombra del campanile, non vedrai cose più grandi. Vedrai sempre e solo ciò che già conosci. Cose sante e giuste, ma non sono tutte. Non avere paura, vieni e vedi. Làsciati scuotere, làsciati commuovere, làsciati inquietare: anche dalla miseria può venire qualcosa di buono per te, che ti farà crescere. Forse non potrai mai venire qui a Dili, o andare sulle Ande o nelle baraccopoli del Brasile, ma puoi invitare il mondo a venire da te. Informati, leggi, segui fotografi seri, lascia che il mondo entri in te, nei tuoi interessi. Vieni mondo, vedi come siamo chiusi e provinciali, come ignoriamo tutto credendo di sapere la verità. Vieni Signore, apri i nostri occhi perché possiamo “vedere le necessità e le sofferenze dei fratelli, fa’ che ci impegniamo lealmente al servizio dei poveri e dei sofferenti”.

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San Bartolomeo Apostolo Gv 1,45-51 Filippo trovò Natanaèle e gli disse: «Abbiamo trovato colui del quale hanno scritto Mosè, nella Legge, e i Profeti: Gesù, il figlio di Giuseppe, di Nàzaret». Natanaèle gli disse: «Da Nàzaret può venire qualcosa di buono?». Filippo gli rispose: «Vieni e vedi».
Gesù intanto, visto Natanaèle che gli veniva incontro, disse di lui: «Ecco davvero un Israelita in cui non c’è falsità». Natanaèle gli domandò: «Come mi conosci?». Gli rispose Gesù: «Prima che Filippo ti chiamasse, io ti ho visto quando eri sotto l’albero di fichi». Gli replicò Natanaèle: «Rabbì, tu sei il Figlio di Dio, tu sei il re d’Israele!». Gli rispose Gesù: «Perché ti ho detto che ti avevo visto sotto l’albero di fichi, tu credi? Vedrai cose più grandi di queste!».
Poi gli disse: «In verità, in verità io vi dico: vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sopra il Figlio dell’uomo».

Il peso della giornata

da DILI TIMOR EST Sembra che il mondo che abbiamo costruito vada davvero in direzione opposta a questa parabola. Qui il padrone è accusato di ingiustizia perché dà a chi ha lavorato meno la stessa paga di chi ha lavorato di più. Nel mondo reale accade il contrario. Accade cioè che, a parità di ore lavorate, vi sia chi prende infinitamente meno. Proprio ieri, con la foto qui sotto, spiegavo quanto sono alti i prezzi qui se paragonati al salario. “Come è possibile che i prezzi non siamo adeguati agli stipendi della gente?”, mi chiedeva qualcuno dall’Italia. Sembra banale, ma se i prezzi fossero ridotti o aumentati proporzionalmente al salario, saremmo tutti ricchi uguali. Sarebbe solo una questione di zeri. Povero infatti non è solo chi non ha soldi ma chi, avendoli, si trova ad affrontare un costo della vita assai superiore al nostro. Senza parlare delle condizioni reali di lavoro. Infatti non solo a parità di mansione vi è chi prende molto meno, ma accade pure che coloro che hanno alti salari lavorino meno tempo o comunque in condizioni assai migliori (flessibilità d’orario, di luogo, ecc). Questo è il nostro mondo. E ancora diamo dell’ingiusto a Dio perché perdona e ama chi si mette a seguire il vangelo solo alla fine della giornata? Ma questi non siamo forse noi?

Ipotizzando per semplificare un salario medio italiano di 1200 (dieci volte quello di qui) è come se il prezzo di 12 uova fosse 17,5 e quello della carne 18

Mt 20,1-16 Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola:
«Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: “Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò”. Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno, e verso le tre, e fece altrettanto. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: “Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?”. Gli risposero: “Perché nessuno ci ha presi a giornata”. Ed egli disse loro: “Andate anche voi nella vigna”.
Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: “Chiama i lavoratori e da’ loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi”. Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero ciascuno un denaro. Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone dicendo: “Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo”.
Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: “Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”.
Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi».