Chi invito?

Un’altra indicazione di Gesù sulla tavola, non più sul posto da occupare ma sulle persone da invitare: Invita poveri, storpi, zoppi, ciechi perché non hanno da ricambiarti. E di gente che non potrà mai ricambiare ciò che facciamo ce n’è molta, se solo iniziamo a fare sul serio. Perché anche un figlio non potrà mai ricambiare, mai. Non basterà sostenere per qualche anno di vecchiaia chi ci ha insegnato a camminare. Non basterà parlare a voce più alta e paziente a chi mille volte ha scandito il nostro nome finché siamo stati in grado di pronunciarlo. Noi, noi siamo i primi storpi a cui è stato insegnato a stare seduti dritti a tavola. Noi siamo i primi ad aver ricevuto l’impagabile amore. Questa è la risposta da dare a chi si sente imbarazzato dal nostro aiuto e vorrebbe ripagarci. Non mi devi nulla, perché tutti siamo debitori nel circolo eterno del dare e del ricevere.

Lc 14,12-14 Gesù disse al capo dei farisei che l’aveva invitato:
«Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici né i tuoi fratelli né i tuoi parenti né i ricchi vicini, perché a loro volta non ti invitino anch’essi e tu abbia il contraccambio.
Al contrario, quando offri un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti».

Voi siete tutti fratelli

Eminenza, eccellenza, monsignore, santo padre, madre superiora, madre generale, guida spirituale, maestro dei novizi… È puro imbarazzo di fronte a questa pagina di vangelo e a questo elenco di incarichi gerarchici che disattendono letteralmente la volontà espressa da Gesù. Non fatevi chiamare maestro, né padre, né guida. L’umanità tende ahimè per sua natura ad assumere una costituzione piramidale e nemmeno la chiesa di Gesù riuscì a rimanere strutturata a livello familiare, se non che per pochi decenni. L’immagine consolante che vi propongo è quella del sinodo che si è svolto in Sala Nervi a Roma. Tanti tavoli rotondi, senza capotavola, disposti nell’aula tutti sullo stesso piano e, in uno di questi, stava seduto il Papa. Un’immagine che ci fa sperare: prima o poi questa volontà di Gesù sarà rispettata: voi siete tutti fratelli.

Mt 23,1-12 Gesù si rivolse alla folla e ai suoi discepoli dicendo:
«Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. Praticate e osservate tutto ciò che vi dicono, ma non agite secondo le loro opere, perché essi dicono e non fanno. Legano infatti fardelli pesanti e difficili da portare e li pongono sulle spalle della gente, ma essi non vogliono muoverli neppure con un dito.
Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dalla gente: allargano i loro filattèri e allungano le frange; si compiacciono dei posti d’onore nei banchetti, dei primi seggi nelle sinagoghe, dei saluti nelle piazze, come anche di essere chiamati “rabbì” dalla gente.
Ma voi non fatevi chiamare “rabbì”, perché uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli. E non chiamate “padre” nessuno di voi sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello celeste. E non fatevi chiamare “guide”, perché uno solo è la vostra Guida, il Cristo.
Chi tra voi è più grande, sarà vostro servo; chi invece si esalterà, sarà umiliato e chi si umilierà sarà esaltato».

Ogni giorno

Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto… Da una regola di galateo ad una regola di vita. Con Gesù a tavola, c’era sempre qualcosa da imparare. Da ogni singolo evento sapeva trarre un insegnamento tanto importante quanto facile da capire. La vita reale era la sua lavagna, il cuore degli ascoltatori era il quaderno degli appunti. Lui era il libro. È il libro. I vangeli non sono che una minima raccolta, una parte del libro vivente che è Gesù di Nazareth. Per questo i testi del vangelo non vanno lasciati sulla carta, ma mescolati con la realtà che viviamo in cuore, come lievito nella farina. E lo Spirito scriverà nuove pagine ogni giorno.

Lc 14    Un sabato Gesù si recò a casa di uno dei capi dei farisei per pranzare ed essi stavano a osservarlo.
Diceva agli invitati una parabola, notando come sceglievano i primi posti: «Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto, perché non ci sia un altro invitato più degno di te, e colui che ha invitato te e lui venga a dirti: “Cédigli il posto!”. Allora dovrai con vergogna occupare l’ultimo posto. Invece, quando sei invitato, va’ a metterti all’ultimo posto, perché quando viene colui che ti ha invitato ti dica: “Amico, vieni più avanti!”. Allora ne avrai onore davanti a tutti i commensali. Perché chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato».

Oggi è San Carlo Borromeo patrono di Milano https://lalocandadellaparola.wordpress.com/2021/11/04/carlo-borromeo/?preview=true

Libero

Ancora un malato, ancora una guarigione di sabato. Ancora il segnale chiaro che le regole religiose perdono senso se ci dimentichiamo lo scopo che si prefiggono. Gesù è invitato a pranzo di sabato e davanti a lui c’è un malato. Che caso, proprio davanti a lui. Davvero una casualità o una sottile provocazione del padrone di casa, un capo dei farisei? “A pensar male si fa peccato, ma si indovina”, dice il proverbio lombardo. Opteremmo dunque per ritenerla una provocazione voluta. Un giorno lo chiederemo a questo uomo idropico, malato di quella che oggi chiameremmo ritenzione idrica. Lo usarono per sperimentare la reazione di Gesù? Lui stesso, fariseo fino al midollo, si espose nella sua malattia davanti al maestro? Fu invece una pura coincidenza provvidenziale? Per lui, che si trovò guarito quando e dove meno se l’aspettava. Per noi, che un’altra volta abbiamo la certezza: Gesù non fondò una religione ma diede il via ad un movimento. Un moto cioè di passaggio da un sistema di credenze chiuso e autoreferenziale ad un cammino di maturazione della coscienza illuminata dallo Spirito.

Lc 14,1-6 Un sabato Gesù si recò a casa di uno dei capi dei farisei per pranzare ed essi stavano a osservarlo. Ed ecco, davanti a lui vi era un uomo malato di idropisìa.
Rivolgendosi ai dottori della Legge e ai farisei, Gesù disse: «È lecito o no guarire di sabato?». Ma essi tacquero. Egli lo prese per mano, lo guarì e lo congedò.
Poi disse loro: «Chi di voi, se un figlio o un bue gli cade nel pozzo, non lo tirerà fuori subito in giorno di sabato?». E non potevano rispondere nulla a queste parole.

Di chi avrò paura?

Il problema non è che qualche adolescente si vesta da vampiro con gli amici. Preoccupiamoci piuttosto che non sia morto dentro, senza sogni, senza più voglia di vivere. Speriamo che quella faccia da zombie non sia davvero la sua, incapace di una sana risata senza l’aiuto di alcool o fumo. Le strade sono un cimitero di giovani, la cui prima causa di morte sono gli incidenti stradali nei weekend, di ritorno da discoteche e locali vari. Tutti i weekend, non solo ad Halloween. La festa in ricordo dei nostri cari defunti è un monito all’uso del tempo, all’uso dell’attimo che ci è dato e non torna più. Educhiamoci al ricordo, al fare memoria, alla nostalgia sana di chi ci ha amato. Parliamo di chi è passato prima di noi nell’altra vita e andiamo con i nostri figli a portare un fiore sulla loro tomba. Vogliamoci bene. Vogliamoci più bene. Solo la luce allontana i vampiri.

Commemorazione dei defunti Sal 26 Il Signore è mia luce e mia salvezza:
di chi avrò timore?
Il Signore è difesa della mia vita:
di chi avrò paura?

Una cosa ho chiesto al Signore,
questa sola io cerco:
abitare nella casa del Signore
tutti i giorni della mia vita,
per contemplare la bellezza del Signore
e ammirare il suo santuario.

Ascolta, Signore, la mia voce.
Io grido: abbi pietà di me, rispondimi!
Il tuo volto, Signore, io cerco.
Non nascondermi il tuo volto.

Sono certo di contemplare la bontà del Signore
nella terra dei viventi.
Spera nel Signore, sii forte,
si rinsaldi il tuo cuore e spera nel Signore.

Scia di luce

Non c’è pagina di vangelo più difficile di questa, perché è facile interpretarla al contrario. Ed è molto pericoloso. Estrapolata dal resto dei vangeli, potrebbe sembrare un inno alla miseria, una esaltazione della sofferenza, un incitamento alla rassegnazione al male. Sarebbe in totale contraddizione con la vita stessa di Gesù, che passò la vita a curare e guarire anime e corpi di ebrei e stranieri, facendo di tutto per asciugare lacrime, allontanare la morte e costruire un mondo più giusto. Chiama beati, felici, quelli che noi chiameremmo disgraziati ed infelici. Felici e fortunati, perché arrivano i discepoli di Gesù, arrivano i santi, gli “alter Christus”. Ecco chi sono i santi. Pochi, pochissimi, che hanno fatto della loro vita una seconda discesa in terra di Cristo. Pochi, pochissimi, la cui scia di luce valga davvero la pena di seguire.

Festa di tutti i santi Mt 5,1-12  vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:
«Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati quelli che sono nel pianto,
perché saranno consolati.
Beati i miti,
perché avranno in eredità la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi,
perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore,
perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per la giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».

Sarà riflesso

L’immagine del lievito e della farina è conosciuta, tanto quanto è ormai raro preparare il pane in casa. Più facile è preparare il pane azzimo: acqua e farina, senza lievito. È il pane dell’eucarestia, un pane che attende di aumentare ed espandersi. Un pane che cerca chi faccia da lievito, cerca il cuore di chi lo faccia crescere in sé. Tu sei il lievito che espande l’eucarestia dell’altare. Tu, uscendo di chiesa, allarghi il suo raggio d’azione. Tu, cuore-lievito, espandi la presenza di Cristo nel mondo. Ma, come il lievito ha bisogno di tempo per agire, così tu devi dare tempo all’Eucaristia di incontrarti, di mescolarsi alla tua anima, alla tua vita. Prega. Raccogliti in silenzio e medita in te stesso. Altrimenti l’Eucarestia resta azzima, ridotta, invisibile, inefficace. Non dobbiamo fare tante Comunioni, ma essere Comunione. Essere mescolati con Cristo Risorto, come lievito e farina. Allora avverrà la crescita. E la terra sarà riflesso del cielo.

Lc 13,18-21 diceva Gesù: «A che cosa è simile il regno di Dio, e a che cosa lo posso paragonare? È simile a un granello di senape, che un uomo prese e gettò nel suo giardino; crebbe, divenne un albero e gli uccelli del cielo vennero a fare il nido fra i suoi rami».
E disse ancora: «A che cosa posso paragonare il regno di Dio? È simile al lievito, che una donna prese e mescolò in tre misure di farina, finché non fu tutta lievitata».

Per mestiere

Il problema di questo capo della sinagoga non era accertare l’autenticità della guarigione miracolosa. Non gli interessava, la dava per certa. Il problema era che in giorno di sabato non si deve lavorare: venite a farvi guarire nei giorni feriali, non di sabato! Eppure dovrebbe essere il contrario: una guarigione miracolosa non può che essere nel giorno di Dio! Anche le azioni più sacre possono diventare null’altro che un lavoro, un mestiere. Cosa resta se non c’è coinvolgimento personale, se manca emozione e se il cuore non batte forte? Che tristezza quando il prete “legge” la Messa col cuore altrove, quando la carità ha gli orari, quando i sacramenti hanno le tariffe. Quanta fede è spenta dal vedere questi burocrati del sacro, ridotti a passa carte della Chiesa! Quanto invece fa bene accorgersi che sotto le sacre vesti c’è un cuore che accelera i battiti, una voce rotta dall’emozione di proclamare parole in cui crede davvero. Evangelizzare non è un mestiere, è molto di più. Così come ogni mestiere può essere occasione di evangelizzazione.

Lc 13,10-17 Gesù stava insegnando in una sinagoga in giorno di sabato. C’era là una donna che uno spirito teneva inferma da diciotto anni; era curva e non riusciva in alcun modo a stare diritta.
Gesù la vide, la chiamò a sé e le disse: «Donna, sei liberata dalla tua malattia». Impose le mani su di lei e subito quella si raddrizzò e glorificava Dio.
Ma il capo della sinagoga, sdegnato perché Gesù aveva operato quella guarigione di sabato, prese la parola e disse alla folla: «Ci sono sei giorni in cui si deve lavorare; in quelli dunque venite a farvi guarire e non in giorno di sabato».
Il Signore gli replicò: «Ipocriti, non è forse vero che, di sabato, ciascuno di voi slega il suo bue o l’asino dalla mangiatoia, per condurlo ad abbeverarsi? E questa figlia di Abramo, che Satana ha tenuto prigioniera per ben diciotto anni, non doveva essere liberata da questo legame nel giorno di sabato?».
Quando egli diceva queste cose, tutti i suoi avversari si vergognavano, mentre la folla intera esultava per tutte le meraviglie da lui compiute.

Avvicinati

Lo interrogò per metterlo alla prova. Anche noi siamo messi alla prova da questa stessa domanda: quale è il grande comandamento? Quale legge interiore suprema ti guida? Amerai. Amerai Dio, te stesso, e il prossimo come te stesso. Una legge antica, scritta nella Bibbia ebraica. Una legge innestata su quella ancora più antica, naturale, fisica: resta vivo, proteggi te stesso e i tuoi. Resta vicino a chi ami, ama chi ti è vicino. Cosa dunque dice di nuovo Gesù, in un mondo in cui ogni albero è inciso di cuori e ogni muro reca scritte d’amore? Ciò che è nuovo non è il comando, ma il modo in cui Gesù lo visse. Prossimo significa vicino e lui amò persino chi gli si faceva vicino con cattive intenzioni, chi lo baciava per tradirlo, chi gli metteva le mani addosso per ucciderlo. Gesù amo ogni prossimo e si fece prossimo di ogni uomo.

Mt 22,34-40   I farisei, avendo udito che Gesù aveva chiuso la bocca ai sadducèi, si riunirono insieme e uno di loro, un dottore della Legge, lo interrogò per metterlo alla prova: «Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?».
Gli rispose: «“Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente”. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti».

Dopo una notte

Si parlava con un amico e si diceva che è impossibile negare la bontà e universalità del messaggio di Gesù di Nazareth. Chi potrebbe negare che, se tutti vivessimo come lui, il mondo sarebbe un paradiso di pace? Mi faceva notare che non vi è religione che non gli riconosca per lo meno un posto tra i santi e profeti. Anche un non credente vede in Gesù un modello di uomo di pace e fraternità cosmica. Forse l’unico errore che gli si potrebbe rimproverare, dicevo scherzando, è l’essersi scelto gli amici sbagliati… “Noi due compresi” rispondeva furbo. Eppure la sua scelta fu frutto di una notte di preghiera e, si sa, quando pregava faceva sul serio. Dunque, al di là delle battute, siamo stati scelti consapevolmente. Non lo seguiamo per caso.

Santi Simone e Giuda Apostoli Lc 6,12-19 Gesù se ne andò sul monte a pregare e passò tutta la notte pregando Dio. Quando fu giorno, chiamò a sé i suoi discepoli e ne scelse dodici, ai quali diede anche il nome di apostoli: Simone, al quale diede anche il nome di Pietro; Andrea, suo fratello; Giacomo, Giovanni, Filippo, Bartolomeo, Matteo, Tommaso; Giacomo, figlio di Alfeo; Simone, detto Zelota; Giuda, figlio di Giacomo; e Giuda Iscariota, che divenne il traditore.
Disceso con loro, si fermò in un luogo pianeggiante. C’era gran folla di suoi discepoli e gran moltitudine di gente da tutta la Giudea, da Gerusalemme e dal litorale di Tiro e di Sidòne, che erano venuti per ascoltarlo ed essere guariti dalle loro malattie; anche quelli che erano tormentati da spiriti impuri venivano guariti. Tutta la folla cercava di toccarlo, perché da lui usciva una forza che guariva tutti.