Dai cieli

da DILI, TIMOR EST “Dopo aver letto quello che scrivi, come si fa ad andare avanti nel nostro bell’agio?”, mi scriveva ieri un’amica e continuava “mi sento quasi in colpa di vivere nella parte più fortunata del mondo”. Ma nessuno ha colpa se nasce ricco, bello e sano. Ha colpa se “va avanti nel suo bell’agio” pur consapevole dei bisogni altrui. Ha colpa se non entra nel regno dei cieli, cioè se non assume come propria la mentalità di Dio, il suo modo di vedere le cose e risolvere le difficoltà. Il problema dei ricchi, ci dice Gesù, non è d’essere ricchi ma d’essere ciechi. Non vedono. Non si accorgono. Non capiscono. Difficilmente entreranno in una visione diversa della vita. Non avendo mai minimamente sperimentato la miseria, vivranno convinti che non esista. O convinti che i poveri siano responsabili della loro povertà, come loro sono artefici della propria ricchezza. False entrambe le affermazioni, dato che nessuno sceglie dove e da chi nascere. Il ricco ha però una grande opportunità. Mentre il povero non può sperimentare la ricchezza, il ricco può fare esperienza di povertà. In un certo senso, è ciò che sto facendo io. Ho comprato il biglietto aereo, affittato una casa, ho persino dovuto andare in Svizzera a comprare il vaccino anti colera. Solo un ricco può farlo. E ciò per cosa? Per sperimentare un poco la vita di chi vive qui. Per capirla più da vicino e sperare di entrare nel regno dei cieli, di vedere le cose da una prospettiva diversa, più alta. Dai cieli.

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Mt 19, 23-30 Gesù disse ai suoi discepoli: «In verità io vi dico: difficilmente un ricco entrerà nel regno dei cieli. Ve lo ripeto: è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio».
A queste parole i discepoli rimasero molto stupiti e dicevano: «Allora, chi può essere salvato?». Gesù li guardò e disse: «Questo è impossibile agli uomini, ma a Dio tutto è possibile».
Allora Pietro gli rispose: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito; che cosa dunque ne avremo?». E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: voi che mi avete seguito, quando il Figlio dell’uomo sarà seduto sul trono della sua gloria, alla rigenerazione del mondo, siederete anche voi su dodici troni a giudicare le dodici tribù d’Israele. Chiunque avrà lasciato case, o fratelli, o sorelle, o padre, o madre, o figli, o campi per il mio nome, riceverà cento volte tanto e avrà in eredità la vita eterna. Molti dei primi saranno ultimi e molti degli ultimi saranno primi».

Hare dalan

da DILI, TIMOR EST L’ho già detto e ne sono sempre più convinto: vi sono luoghi e situazioni in cui è molto più facile leggere il vangelo. Certo, bisogna andarseli a cercare questi luoghi, perché spesso sono nascosti. Ieri alcuni amici mi hanno portato a vedere un parco di mangrovie in riva al mare. Qualche famiglia passeggiava, scattava foto, come si è soliti fare un po’ dappertutto alla domenica pomeriggio. Al rientro ho chiesto d’essere accompagnato alla discarica della città. All’inizio non si vedeva che una distesa di rifiuti fumanti. Poi il ragazzo mi ha indicato “labarik, leten”, dei bambini lassù. Eccola, la domenica dei bambini più poveri. È uguale al lunedì, è uguale ad ogni altro giorno di questa vita in discarica, la vita di chi non è in carico a nessuno. Raccolgono barattoli di metallo o plastica, li andranno a rivedere per qualche moneta. Al vedermi si intimidiscono, si compattano, si girano, si portano la maglietta al volto. Si vergognano e hanno paura. Non dovrebbe essere il contrario? In quella discarica ci sono anche i miei rifiuti. Cosa devo fare? Non posso andarmene senza averli salutati, rotto la barriera. Non posso fuggire con le loro immagini senza aver detto loro chi sono. In fondo allo zaino trovo quattro caramelle e, mostrandole come una bandiera bianca, mi avvicino. Parlo loro, gli dico il mio nome, da dove vengo, tendo la mano al bambino e ricambia sorridendo. Stringo tutte quelle manine, nere come il carbone (vedi foto sotto). “Da da”, ciao ciao, li saluto prima di andarmene. “Hare dalan”, mi dice la più grande, quella che in foto si copre il volto. Hare dalan, buon viaggio, letteralmente “guarda la strada”. Mi ricorda sempre il saluto scout “buona strada”. Già, hare dalan, qual è la strada per entrare nella vita? Nella vita vera, quella che vivono veramente milioni di persone. Vieni e seguimi!, dice Gesù. Dove vai, maestro? Vado a dare ai poveri tutto quello che possiedo. Vado a entrare nella vita.

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Mt 19,16-22 un tale si avvicinò e gli disse: «Maestro, che cosa devo fare di buono per avere la vita eterna?». Gli rispose: «Perché mi interroghi su ciò che è buono? Buono è uno solo. Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti». Gli chiese: «Quali?».
Gesù rispose: «Non ucciderai, non commetterai adulterio, non ruberai, non testimonierai il falso, onora il padre e la madre e amerai il prossimo tuo come te stesso». Il giovane gli disse: «Tutte queste cose le ho osservate; che altro mi manca?». Gli disse Gesù: «Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; e vieni! Seguimi!».
Udita questa parola, il giovane se ne andò, triste; possedeva infatti molte ricchezze.

Se pensasse come noi

da DILI, TIMOR EST Lo fece apposta, ne sono certo. Figuriamoci se Gesù, davanti ad una madre che lo implora per la figlia, tira dritto come nulla fosse. Dall’insieme dei vangeli sappiamo che non faceva mai così. Quel giorno fece un po’ di teatro. Drammatico teatro, tanto da spingere il suo pubblico, i discepoli, a protestare: esaudiscila! Ma lui insistette recitando il copione che loro stessi avevano scritto: il Messia sarà inviato solo alle pecore perdute della casa d’Israele e non è bene dare ai cani (pagani) il cibo dei figli (di Israele). Poi uscì dal dramma, smise di recitare la loro parte, e tornò a fare Gesù: donna, avvenga come tu desideri. Che ne sarebbe del mondo, se da oggi Gesù iniziasse a ragionare come noi, se ad ogni bisognoso della terra rispondesse con le nostre risposte? Un continuo di “cèrcati un lavoro, stai a casa tua, non posso farci nulla, è un’invasione, barbone, lo sai che il mare è profondo, anche noi abbiamo problemi”… Si fa in fretta a dispensar consigli e soluzioni. Diverso è quando chi ha bisogno è lì, davanti a te, e tu devi decidere. Devi ripetergli le idiozie che dicevi da lontano, devi trovare la forza di girargli le spalle, di lasciarlo nel suo pianto. Ma se la forza non la trovi e cambi idea, sii felice. Stai per diventare umano.

Mt 15,21-28 partito di là, Gesù si ritirò verso la zona di Tiro e di Sidòne. Ed ecco una donna Cananèa, che veniva da quella regione, si mise a gridare: «Pietà di me, Signore, figlio di Davide! Mia figlia è molto tormentata da un demonio». Ma egli non le rivolse neppure una parola.
Allora i suoi discepoli gli si avvicinarono e lo implorarono: «Esaudiscila, perché ci viene dietro gridando!». Egli rispose: «Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d’Israele».
Ma quella si avvicinò e si prostrò dinanzi a lui, dicendo: «Signore, aiutami!». Ed egli rispose: «Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini». «È vero, Signore – disse la donna –, eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni».
Allora Gesù le replicò: «Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri». E da quell’istante sua figlia fu guarita.

Bambini

da DILI, TIMOR EST Noi abbiamo forse una lettura romantica di questa pagina di vangelo. In alcune chiese ci sono affreschi zuccherati, con un Gesù circondato da bimbi che pare la suora dell’asilo parrocchiale. Andrebbero coperti con foto come questa e come tante altre. Ma non basterebbe, perché noi pranziamo guardando immagini di bimbi morenti di fame e queste immagini ci hanno vaccinato contro la miseria. Abbiamo una visione romantica anche della povertà e del bimbo povero. “Non hanno nulla ma sono felici”, ci affrettiamo a dire. E diciamo il vero, perché i bimbi sono innocenti e ingenui. Stanno nel presente, incuranti del futuro e senza nostalgia del passato. Noi vorremmo essere come loro, semplicemente presenti nell’attimo di vita che viviamo. Ma ciò non ci esime dal sapere che molti bambini il futuro non l’hanno. Qui a Timor Est, il 40% dei bambini ha gravi problemi di malnutrizione. Si mangia quello che c’è, quando c’è. Come cresceranno, con quali energie affronteranno una malattia o anche solo la crescita dell’adolescenza? La cosa è serissima, soprattutto se pensiamo che i prezzi vanno aumentando ad una velocità impressionante. “Oh, non parlarmene, anche qui è un disastro”, mi dicevano dall’Italia l’altro giorno, inconsapevoli dell’idiozia pronunciata. “Come ci resisti qui?”, sbottavo ieri con una studentessa che mi coglieva in un momento di rabbia davanti all’ennesima inefficienza. “Slave of Timor”, schiava di Timor, diceva tra sé e sé. Bimbi nati incatenati alla miseria. Se anche ne liberassimo uno soltanto, ci sarebbe da essere felici.

Approfitto per ringraziare da qui chi ci ha aiutato inviandoci un contributo. https://lalocandadellaparola.com/bdbf-onlus/

Mt 19,13-15 furono portati a Gesù dei bambini perché imponesse loro le mani e pregasse; ma i discepoli li rimproverarono.
Gesù però disse: «Lasciateli, non impedite che i bambini vengano a me; a chi è come loro, infatti, appartiene il regno dei cieli».
E, dopo avere imposto loro le mani, andò via di là.

Jerasaun

da DILI, TIMOR EST Di ritorno da Atauro, ci concediamo una sosta davanti a un bicchiere d’acqua fresca. Parte, tra le ragazze, un confronto sul “barlaki”, il “prezzo della sposa”. Provengono da parti diverse di Timor con relative tradizioni differenti. “Da noi il fidanzato deve portare settantasette bufali; da me il barlaki è con le capre; io invece sono gratis…” e la conversazione attira risate di turisti e locali. Sono belle ragazze, universitarie in jeans e cellulare, e parlano di tradizioni antichissime con una naturalezza che sorprende. I frati giunti qui coi portoghesi portarono certo il Battesimo, ma non il matrimonio. Intendo dire che non insegnarono a nessuno che unire la propria vita a quella di una donna e viceversa è cosa seria. Lo sapevano già eccome, tanto da renderlo impresa ardua chiedendo in pegno settantasette bufali. Se questa è la situazione dell’uomo rispetto alla donna, non conviene sposarsi, verrebbe da dire con il vangelo. Ora accade spesso che la celebrazione del barlaki sia seguita, immediatamente o dopo anni, da quella cattolica in chiesa. Le ragazze però mi dicono che purtroppo anche qui sta andando tutto a gambe all’aria. Il nostro pessimo esempio sta arrivando e c’è chi si mette a vivere con il partner senza alcuna forma di ufficialità perché non conviene sposarsi. Jerasaun, nuove generazioni, mi dicono un po’ tristi a vedersi ridotte così. Senza forma, senza firma, senza ferma pubblica volontà dell’uomo capace di portarle a letto ma incapace di portarle all’altare. Ragazze che restano girlfriend tutta la vita, magari con un bimbo in braccio e un marito-boyfriend che lavora chissà dove, chissà con chi…

Mt 19,3-12 Si avvicinarono a Gesù alcuni farisei per metterlo alla prova e gli chiesero: «È lecito a un uomo ripudiare la propria moglie per qualsiasi motivo?».
Egli rispose: «Non avete letto che il Creatore da principio li fece maschio e femmina e disse: “Per questo l’uomo lascerà il padre e la madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una sola carne”? Così non sono più due, ma una sola carne. Dunque l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto».
Gli domandarono: «Perché allora Mosè ha ordinato di darle l’atto di ripudio e di ripudiarla?».
Rispose loro: «Per la durezza del vostro cuore Mosè vi ha permesso di ripudiare le vostre mogli; all’inizio però non fu così. Ma io vi dico: chiunque ripudia la propria moglie, se non in caso di unione illegittima, e ne sposa un’altra, commette adulterio».
Gli dissero i suoi discepoli: «Se questa è la situazione dell’uomo rispetto alla donna, non conviene sposarsi».
Egli rispose loro: «Non tutti capiscono questa parola, ma solo coloro ai quali è stato concesso. Infatti vi sono eunuchi che sono nati così dal grembo della madre, e ve ne sono altri che sono stati resi tali dagli uomini, e ve ne sono altri ancora che si sono resi tali per il regno dei cieli. Chi può capire, capisca».

Bee manas

da MAQUILI, ATAURO, TIMOR EST         Con la bassa marea, affiorano acque così calde (bee manas) da asciugare le grandi pietre tonde rendendole rossicce. In questo spettacolo un po’ infernale, tra i vapori e il vento, si aggirano i bambini in cerca di molluschi da cuocere immediatamente nell’acqua e mangiare con gusto. Che ne sanno loro del perché acqua dolce bollente emerga dal fondo del mare. Che ne sappiamo noi del fuoco che ci viene risparmiato, delle volte che siamo perdonati, accettati, giustificati. Siamo così, come questo bambino: che ci vuole a scivolare e ustionarsi? Ma non accade quasi mai. Può accadere che qualcuno non abbia proprio la forza di perdonarci, che gli occorra tempo o forse una vita. Ci serva a ricordare che tutte le altre migliaia di volte non ci è successo nulla, che abbiamo continuato a sorridere dando per certo il perdono altrui. Così come gli altri danno per certo il nostro.

Mt 18          Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?».
E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette.
Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi. Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti. Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa”. Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito.
Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: “Restituisci quello che devi!”. Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò”. Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito.
Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”. Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto.
Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello».
Terminati questi discorsi, Gesù lasciò la Galilea e andò nella regione della Giudea, al di là del Giordano.

Un canto d’amore

da MAQUILI, ATAURO, TIMOR EST Ieri sono partito in nave per l’isola di Atauro, dove vissi per quaranta giorni nel 2018. Mi attendono sbarcare quelli che un tempo erano bambini. Ma non sono solo. Quelli che anni fa erano adolescenti della scuola salesiana, in tutt’altra parte di Timor, ora sono laureandi in economia e turismo. E sono con me. Non avevano mai avuto occasione di visitare quest’isola. Qui, a Maquili, l’antico progetto di padre Luis (italiano) sta realizzandosi grazie a padre Daniel (spagnolo). Due case in riva al mare sono pronte per accogliere turisti desiderosi di conoscere la parte più antica e incontaminata di Timor Est. E così io mi ritrovo a far da accompagnatore a otto giovani timoresi, ospitati e curiosi come stranieri. La sera si uniscono a noi le quindicenni e iniziano a cantare. Guardo questo gruppo: vengono da ogni parte di Timor e fino a ieri solo io li conoscevo tutti. Tu lavori, anno dopo anno, leghi e sciogli, annodi e tagli e rappezzi, e a volte non sai nemmeno perché mantieni a tutti i costi relazioni così lontane. Leghi e sciogli, leghi e sciogli. Poi d’improvviso hai la gioia di vedere l’abito pronto. La bambina che un tempo ormai lontano mi insegnò a dire le prime parole, ora canta una canto d’amore e la capisco: “Neneik neneik hau sente saudades klean, hau tauk los o dook husi hau, sento crescere la nostalgia e ho tanta paura che tu vada lontano da me”. Ma ciò che è intessuto di cielo non andrà mai perduto. Nessun luogo è lontano per chi ama.

Mt 18 Disse Gesù: in verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo.
In verità io vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro».

Bimbe

da DILI, TIMOR EST Anche nei villaggi più isolati, sono sempre le bimbe e le ragazze quelle con cui riesco a entrare in contatto per primo. Tengono finché possono la parte delle timide, poi la curiosità le vince. Un sorriso rompe le distanze, una smorfia fa scoppiare una risata. Il mio colore, il ruolo, la stessa mia corporatura, tutto dice che sono diverso. Dunque cerco di fare in fretta a far sussultare di gioia i bambini. Nessuno ha bisogno di incontri formali, tesi, e ogni volta che i cerimoniali dell’ospitalità tendono a creare pesantezza, li infrango. “Nia komik”, è spiritoso, si dicono tra loro a bassa voce le ragazze, credendo di non essere capite. E si fa subito famiglia. Se quel giorno Giovanni Battista non avesse scalciato nel grembo di Elisabetta, forse quell’incontro sarebbe stato diverso. C’è sempre un bimbo che rompe le righe, che permette alle madri di alzarsi, di uscire, di dare precedenza alla vita così com’è. Perché le cose serie si possono dire con un sorriso. E noi dobbiamo tornare bambini.

Buona Assunta, buon ferragosto, a tutti voi che ci seguite e ci sostenete!

Assunzione di Maria Lc 1,39-56 Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda.
Entrata nella casa di Zaccarìa, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo.
Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto».
Allora Maria disse:
«L’anima mia magnifica il Signore
e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore,
perché ha guardato l’umiltà della sua serva.
D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata.
Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente
e Santo è il suo nome;
di generazione in generazione la sua misericordia
per quelli che lo temono.
Ha spiegato la potenza del suo braccio,
ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore;
ha rovesciato i potenti dai troni,
ha innalzato gli umili;
ha ricolmato di beni gli affamati,
ha rimandato i ricchi a mani vuote.
Ha soccorso Israele, suo servo,
ricordandosi della sua misericordia,
come aveva detto ai nostri padri,
per Abramo e la sua discendenza, per sempre».
Maria rimase con lei circa tre mesi, poi tornò a casa sua.

Ospitalità

da DILI, TIMOR EST     Paga per me e per te. Mi ha sempre entusiasmato questa espressione di Gesù. Mi dà un senso di uomo generoso, felice di offrire, incurante degli spiccioli. Paga per me e per te. Che si tengano la moneta d’argento cui non avrebbero diritto. Làsciagliela. A noi resta ben altro. Resta l’amicizia, la complicità, resta il cammino insieme. A noi resterà tutto ciò che nessuna moneta può comprare. Sabato sera siamo saliti al monte Ilimanu, dove vive una comunità isolata ed estremamente bisognosa. Tutti – che vuol dire tutti – ci attendevano. Un tavolino con tovaglia bianca era pronto sulla terra rossa, di fronte alla grande casa di paglia. È arrivato il caffè, servito in tazzine con bordino dorato. Poi, al buio, l’incontro con tutta la comunità. E di nuovo cena, con una pecora cucinata apposta per noi. E ieri, prima di scendere, una noce di cocco a testa, impossibile da terminare. Ma come offrirne metà? Poi si scende, accompagnati da un gran numero di ragazzi e adulti. In auto noto una borsa: un grande sacco di arachidi, che crescono lassù. Le avevano date a mia insaputa ai giovani che mi accompagnavano. Questa gente non ha il conto in banca. Ma certo sa cosa significa che l’ospitalità è cosa sacra. Il resto ve lo racconterò di persona al mio ritorno.

Mt 17,22-27    Mentre si trovavano insieme in Galilea, Gesù disse ai suoi discepoli: «Il Figlio dell’uomo sta per essere consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno, ma il terzo giorno risorgerà». Ed essi furono molto rattristati.
Quando furono giunti a Cafàrnao, quelli che riscuotevano la tassa per il tempio si avvicinarono a Pietro e gli dissero: «Il vostro maestro non paga la tassa?». Rispose: «Sì».
Mentre entrava in casa, Gesù lo prevenne dicendo: «Che cosa ti pare, Simone? I re della terra da chi riscuotono le tasse e i tributi? Dai propri figli o dagli estranei?». Rispose: «Dagli estranei».
E Gesù replicò: «Quindi i figli sono liberi. Ma, per evitare di scandalizzarli, va’ al mare, getta l’amo e prendi il primo pesce che viene su, aprigli la bocca e vi troverai una moneta d’argento. Prendila e consegnala loro per me e per te».

Coraggio

da DILI, TIMOR EST La paura, sempre lei la nostra più grande nemica. È difficile ammetterlo, ma siamo tutti dei gran paurosi. Qui sono circondato da paurosi. Non parlo della paura di affrontare una fatica, un lungo cammino a piedi o la sete o un dolore. In questo vedo molto coraggio. Ma una paura più profonda abita il cuore di questa gente e, mi domando, forse anche il mio, il tuo. La paura d’essere sbagliato, la paura di non essere capito, d’esser giudicato, di perdere la faccia. La paura che il giudizio negativo si ripercuota sulla famiglia e la vergogna si estenda a chi ami. È la paura originale di Eva, di Adamo, che dicono a Dio abbiamo udito i tuoi passi e abbiamo avuto paura. Paura persino di urlare i propri sogni perché quando tutto è difficile, quando anche avere un paio di belle scarpe è un sogno, hai paura che parlando ti svegli e l’immagine svanisca. Quante volte mi sento chiedere “sei arrabbiato con me?”. Certo, la sensibilità asiatica non è mai capita a sufficienza da un rozzo occidentale, ma credo che non si tratti solo di questo. Forse la colonizzazione, forse il genocidio, forse la miseria. Tutto ha scavato e seminato paura. Dovremmo essere tanto buoni, tanto sorridenti, da far passare la paura con un solo sguardo: coraggio, sono io, non abbiate paura!

http://www.resegoneonline.it/articoli/un-prete-ambrosiano-non-nominiamo-la-poverta-invano-20230810/

Mt 14,22-33 Dopo che la folla ebbe mangiato, subito Gesù costrinse i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva, finché non avesse congedato la folla. Congedata la folla, salì sul monte, in disparte, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava lassù, da solo. La barca intanto distava già molte miglia da terra ed era agitata dalle onde: il vento infatti era contrario. Sul finire della notte egli andò verso di loro camminando sul mare. Vedendolo camminare sul mare, i discepoli furono sconvolti e dissero: «È un fantasma!» e gridarono dalla paura. Ma subito Gesù parlò loro dicendo: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!». Pietro allora gli rispose: «Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque». Ed egli disse: «Vieni!». Pietro scese dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù. Ma, vedendo che il vento era forte, s’impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami!». E subito Gesù tese la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?». Appena saliti sulla barca, il vento cessò. Quelli che erano sulla barca si prostrarono davanti a lui, dicendo: «Davvero tu sei Figlio di Dio!».