“Siano tutti compatti e credano fermamente le stesse cose. Non una sola virgola di differenza nei loro libri, non una nota in meno nei loro canti. Ogni assemblea sia autorizzata, ogni iniziativa personale sia vissuta in obbedienza a chi presiede. Gli addetti al culto vestano un identico abito in ogni luogo della terra e i riti religiosi siano i medesimi ovunque. Non ci sia cultura o clima o lingua o stagione che possa mai prevalere sulla assoluta e identica forma della religione secondo il rito di Roma”. Potrebbero essere queste le parole con cui l’imperatore regolava il culto a se stesso. Identici, li voleva tutti uguali. Invece lui, Gesù, disse ben altro. Non ci chiese d’essere uguali, di pregare ovunque con lo stesso rito, gli stessi canti e le stesse parole. Lui amava la varietà, le differenze, i colori e i suoni. Lui, come Dio, viveva di armonia e unità dei diversi. Lui, prima di morire, non pregò perché fossimo dei soldatini uniformati. Dal suo cuore, in un sospiro, uscì il suo sogno: Padre, siano una cosa sola, siano in unità perfetta.