“Lo chiamavano ‘il puma’ perché puzzava di selvatico. Mi si avvicinò con lo stesso sguardo di un felino che striscia tra i canneti. L’avevo rimproverato perché importunava un’anziana volontaria esigendo aiuti di cui non aveva bisogno. Rimasi impassibile, in piedi, a braccia conserte, poggiato allo stipite della porta del mio ufficio, come se mi stessi fumando la pipa sulla soglia di una baita. Mi piantò addosso degli occhi infuocati in quella faccia segnata dal male. Alzando l’indice ad una spanna dal mio naso, nel suo strisciante accento arabo sentenziò: “Tu brucerai nel fuoco dell’Inferno!”. Sorridendo gli dissi calmissimo: “Insieme a te, amico mio”. In quel momento ero assolutamente consapevole che la sua parola non poteva nulla sulla mia: ero davvero disposto a stare con lui in quell’inferno di vita che si stava costruendo. Qualche giorno più tardi mi strinse la mano e mi chiese denaro. Poi lo liberarono. Dopo solo una settimana, al mio arrivo fui accolto da una certa agitazione: “E’ morto! E’ morto! Il puma è morto!”. La sera prima l’avevano riportano in galera con le vene piene della droga che l’avrebbe ucciso nella notte”. (anteprima da ‘Giorni condannati’) La mattina seguente, videro l’albero di fichi seccato. Pietro si ricordò e gli disse: “Maestro, guarda: l’albero che hai maledetto è seccato”. Rispose loro Gesù: “Se uno dicesse a questo monte ‘Lèvati e gettati nel mare’, senza dubitare in cuor suo, ma credendo che quanto dice avviene, ciò gli avverrà”.