Naran seluk

DA DILI, TIMOR EST – Verissimo. Un conto è far proseliti per la propria chiesa, un altro è lasciar entrare nel regno dei cieli. Ci vuole tempo, le porte sono molte ed ognuno ha le sue. Quasi tutti qui hanno due nomi: quello di Battesimo e “naran seluk”, l’altro nome, quello “jentiu”, gentilizio, pagano (che termine odioso). È il nome nella lingua antica, locale, imposto al neonato con un rito semplice e sereno nella “uma lulik”, la casa sacra senza pareti, dove ci si reca per unirsi a chi è già di là. È il nome che devi chiedere delicatamente, in confidenza, e che le ragazzine ti sussurrano con la mano alla bocca e ridendo, tipico segno di imbarazzo. Anni fa chiesi ad un parroco come mai non battezzassero i bimbi con questo nome di modo che non fosse più “seluk”, l’altro, ma l’unico nome. “Si può?”, mi rispose stupito. Gli feci notare che il mio nome, Pietro, altro non è che il maschile di pietra. Un soprannome, un “naran seluk” inventato su due piedi da Gesù per il suo amico Simone. Ma… poteva?

Mt 23,13-22 http://www.lachiesa.it/bibbia.php?ricerca=citazione&mobile=&Citazione=Mt+23%2C13-22&Cerca=Cerca&Versione_CEI2008=3&VersettoOn=1

Gli occhi di nonna Maddalena