La capacità

da Dili, TIMOR EST Al mare non manca certo l’acqua. Ogni recipiente immerso sarà riempito tutto, in base al suo volume, alla sua capacità. Così siamo noi, tutti ricolmi fino all’orlo di talenti e capacità. Non importa la quantità, bensì la consapevolezza di essere colmi di doni. Nella parabola il servo non riesce ad aumentare il suo capitale non perché sia inferiore a quello degli altri, ma perché ha paura. È la paura di non riuscire che ci blocca, la paura di sbagliare che ci spegne. In questa nazione la consapevolezza di essere piccoli e poveri è forte. Basta mostrare il mappamondo per sentire esclamare “Timor ki’ikoan!”, piccolo. Non mi pare però che la paura per il futuro si trasformi in rassegnazione passiva. Più spesso noto la voglia di farcela, di mettercela tutta, di lottare fino all’ultimo per trafficare a pieno la propria vita. Per piccola che sia. Penso a Jhon, che oggi è andato al volo a pagare il corso di inglese. Quando gli ho dato i 20$ che aveva bisogno, mi ha mostrato i suoi libri. Sta studiando i verbi irregolari, dice che se ci si impegna non è difficile. Penso a Sha, che mi ha chiesto 15$ per comprare del pollo che rivenderà fritto ai passanti, dato che ha la finestra sulla strada. Penso a tanti altri che, se li elenco tutti, arriva domani.

Mt 25, 14-30 Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola:
«Avverrà come a un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno; poi partì.
Subito colui che aveva ricevuto cinque talenti andò a impiegarli, e ne guadagnò altri cinque. Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone.
Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò e volle regolare i conti con loro.
Si presentò colui che aveva ricevuto cinque talenti e ne portò altri cinque, dicendo: “Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque”. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”.
Si presentò poi colui che aveva ricevuto due talenti e disse: “Signore, mi hai consegnato due talenti; ecco, ne ho guadagnati altri due”. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”.
Si presentò infine anche colui che aveva ricevuto un solo talento e disse: “Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso. Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra: ecco ciò che è tuo”.
Il padrone gli rispose: “Servo malvagio e pigro, tu sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse. Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché a chiunque ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha. E il servo inutile gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”».